Lunedì 22 Novembre 2004 Chiudi chiudi finestra
L’ANALISI

di RITA DI GIOVACCHINO

NAPOLI Centoquindici. Mancano quaranta giorni alla fine dell’anno e a Napoli la mattanza camorrista ha toccato quota 115. Siamo a dieci morti ammazzati al mese. Anzi, il dato statistico si è impennato: un morto al giorno negli ultimi dieci giorni. Cinque morti in 24 ore. Cosa sta succedendo? Lo chiediamo a uno dei massimi responsabili della squadra Anticrimine della questura di Napoli. Un poliziotto disincatanto e intelligente, come se ne incontrano nelle trincee del sud. Uno che dice: «Ogni tanto i mass media scoprono il caso Napoli. Se ne parla per qualche giorno, sui giornali, in televisione. Ognuno dice la sua. La situazione è grave, facciamo qualcosa. Poi ci si distrae e di Napoli non si parla più, fino a quando per motivi che ignoro si torna a scoprire che a Napoli si spara e si muore facile».
Però non mi ha ancora detto se 115 morti, in meno di un anno, sono un fatto eccezionale oppure no.
«Dipende, siamo nella media. Ci sono stati anni- non parlo della guerra di Cutolo dell’81 con mille morti per terra- in cui siamo arrivati a 208. E nessuno se n’è accorto. Nei periodi più tranquilli non si supera i cento. Se guardiamo le statistiche possiamo dire che la curva nera della mattanza napoletana è in lieve discesa».
Ma in questi giorni, a quanto sembra, stiamo riguadagnando terreno. Cosa sta accadendo?
«Niente di insolito. Almeno per chi ha a che fare tutti i giorni con la camorra. La camorra è strutturata in clan, ogni clan controlla una zona del territorio. Non c’è una struttura verticistica. In questa situazione gli equilibri si creano e si spezzano con grande facilità. E spesso per colpa nostra: a volte siamo bravi e riusciamo a mettere in carcere venti, trenta, quaranta persone. Facciamo bene, è un fatto positivo. Tutti plaudono. Ma questo non ci impedisce di sapere che il giorno dopo sarà peggio».
Non c’è possibilità di riscatto allora?
« Certo che c’è, ma non è questione che possa risolvere la polizia. Da sola. Il fatto è che attorno a un camorrista ruota l’intera economia di una strada o di un quartiere. Ci sono zone di Napoli che vivono di spaccio, come nelle favelas brasiliane. Conosce le favelas? Di droga vive il criminale, ma anche il pensionato della porta accanto che vende siringhe al tossicomane, un euro l’una. Sono cento, duecento euro al giorno, ci mangia un’intera famiglia».
Che fare allora?
«Quello che facciamo, con la consapevolezza che estirpare la camorra non è un fatto di ordine pubblico. Non è che se sbattiamo cinquanta delinquenti in galera, dal giorno dopo le loro famiglie vivranno di onesto lavoro. Tutti continuano a essere disoccupati, tutti continuano a mangiare e devono pure pagare l’avvocato. Così magari, dove prima non c’erano rapine, cominciano ad esserci. Prima nessuno chiedeva il pizzo ai commercianti, dopo sì. I morti di questi giorni? Un fenomeno fisiologico, nel corso degli ultimi mesi abbiamo lavorato bene, qualcuno è finito in carcere, qualcuno è stato costretto a darsi alla latitanza, qualcun altro è morto per i fatti suoi. Gli equilibri si sono spezzati, si combatte per ristabilire regole ed egemonia tra i clan».