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Aug 03: Thirteen bodies found shot dead in Baghdad
www.iraqbodycount.org

Reporter senza Frontiere: "sì alla tortura"

domenica 2 settembre 2007 di Gennaro Carotenuto

Il capo di Reporter Senza Frontiere, Robert Ménard (la denuncia è stata rilanciata in Italia da Franco Carlini ne Il Manifesto del 28/8/2007) in un’emissione di France Culture, l’audio della quale è disponibile sul sito www.rue89.com, legittima l’uso della tortura. Lo fa con gli argomenti tipici usati dai grandi torturatori della storia, i Videla, i Pinochet: «Se avessero preso in ostaggio mia figlia, non ci sarebbe stato limite alcuno, ve lo dico e ve lo ripeto, all’uso della tortura». Con "limite alcuno" Ménard intende proprio nessuno, includendo la cattura e la tortura di familiari innocenti di presunti terroristi.

Quanto difende Ménard è infatti quello che in Algeria fecero centinaia di volte i francesi e poi ripeterono migliaia di volte le dittature latinoamericane i torturatori delle quali, come è noto, furono addestrati sì dagli Stati Uniti, ma sulla base delle tecniche sperimentate dai francesi in Algeria e Indocina.

Per essere ancora più chiaro e non lasciare adito a dubbi su quello che intende, Ménard cita il caso di Daniel Pearl, il giornalista del Wall Street Journal, sequestrato e assassinato in Pakistan. Per liberarlo in tempo, la dittatura amica di Pervez Musharraf -lo ricorda Carlini- arrestò e torturò i familiari dei presunti rapitori. La conclusione è nota. Con rara vigliaccheria Ménard, per sostenere la sua tesi si nasconde dietro la vedova Pearl, che secondo lui difenderebbe l’uso della tortura da parte della polizia di Musharraf, nel vano tentativo di salvare il marito.

E qui sta il punto. Ménard, nell’affanno di creare un’impalcatura ideologica per difendere Guantánamo e Abu Grajib, finge di dimenticare che saltare il fosso della disumanità rende solo altrettanto disumani. In Guatemala i manuali insegnavano a cavare gli occhi dei bambini davanti ai padri per farli parlare. In Pakistan, come ad Abu Grajib in Iraq, giustificandosi con che fosse per una causa nobile, usavano gli stessi manuali.

Ma il povero Pearl fu comunque barbaramente assassinato, gli algerini, come gli indocinesi, riuscirono a liberare i loro paesi e i torturatori latinoamericani non sanno più dove nascondersi, come testimonia l’ergastolo di ieri a Hugo Salas Wenzer (clicca qui per leggerlo).

Il discusso Ménard, due anni fa ammise di accettare soldi dalla CIA per fare in modo che la sua organizzazione, RSF (alla quale collaborano ingenuamente centinaia di volontari) risulti particolarmente sollecita a denunciare (e a volte a ritoccare la verità) le persecuzioni della stampa in paesi considerati nemici da chi paga. E allo stesso tempo accetta soldi perché RSF stia in silenzio, o parli in maniera strumentale, quando le violazioni alla libertà d’espressione sono commesse dagli Stati Uniti o da paesi alleati di questi.

Quando Ménard afferma testualmente: "non è più una questione di idee o di principi, ma di guerra" ha passato il Rubicone del sistema ideologico della guerra al terrorismo, della negazione, a partire dall’ "habeas corpus", dei diritti fondamentali dell’individuo. Ménard è oggi solo un ingranaggio del partito della guerra, del neoconservatorismo duro e puro dei Donald Rumsfeld, dei Dick Cheney e degli Alberto Gonzalez. Gli uomini di RSF in Italia, gli Alessandro Oppes, i Mimmo Candito, sono contro la tortura o stanno con Ménard? E tempo che chi costruisce la propria autorevolezza anche in quanto membro di un’organizzazione come RSF dica da che parta sta: con Ménard e i torturatori o per i diritti umani.

E anche quelle centinaia di volontari che credono che Reporter Senza Frontiere sia un’organizzazione indipendente che lavora per la libertà d’espressione, che la considerano addirittura progressista, devono scegliere tra la complicità e l’aprire gli occhi e chiedere conto ai dirigenti del loro operato.




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