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Negli ultimi giorni decine di notiziari e quotidiani hanno fatto riferimento al neo-ministro degli Esteri francese, Bernard Kouchner, citandolo come “Fondatore di Medici Senza Frontiere”. Questa affermazione, pur se corretta, ha creato una certa confusione nei nostri sostenitori, che ci conoscono come un'Organizzazione umanitaria assolutamente indipendente da qualunque movimento o partito politico. Vorremmo dunque precisare che da oltre 27 anni non c'è più alcun legame tra Medici Senza Frontiere (MSF) e il neo ministro degli Esteri francese. Il dottor Kouchner - insieme ad altri 11 tra medici e giornalisti - ha partecipato alla fondazione di Medici Senza Frontiere nel 1971, ma già nel 1979 alcuni suoi orientamenti sono stati messi in minoranza dall'assemblea di MSF ed egli è uscito dal nostro movimento. Da allora il dottor Kouchner non ha più alcun legame con Medici Senza Frontiere. Nessuna delle posizioni espresse dal dottor Kouchner – come membro di un governo, di un partito, di un'altra associazione o a titolo personale - è dunque ascrivibile a MSF che ha sempre mantenuto e continuerà a mantenere la sua completa indipendenza da ogni potere politico. Nel corso degli ultimi anni MSF ha pubblicamente contestato alcune posizioni espresse da Kouchner, tra cui le sue affermazioni sul diritto di ingerenza e del ricorso alla violenza per ragioni umanitarie. Si tratta di una questione di fondo che impregna i dibattiti e i dilemmi di chi si occupa di azione umanitaria. Tanto più da quando questa parola - “umanitario” - viene invocata a supporto delle azioni più diverse: politiche, militari, diplomatiche o di soccorso che siano. Ci sono due tendenze tra le organizzazioni umanitarie e per i diritti umani: da una parte i sostenitori del “diritto di ingerenza” che interpretano il mandato umanitario in modo ampio, sentendosi legittimati e in dovere di far rispettare una serie di valori (la giustizia, la democrazia, i diritti dell'uomo, etc.) arrivando anche a proporre o appoggiare soluzioni politiche, militari o diplomatiche alle crisi. Dall'altra parte ci sono le ONG che – come MSF – si attengono a una visione più pragmatica, modesta e realista del nostro ruolo, orientato solamente al soccorso di qualità e alla testimonianza delle sofferenze cui assistiamo. Questo modo di intendere il nostro mandato si è consolidato in oltre 35 anni di lavoro nei contesti più difficili del pianeta. L'approccio “interventista” ha portato, per esempio, diverse organizzazioni a chiedere un'azione militare in Darfur: una posizione cui MSF ha scelto di non aderire in nome della nostra visone pragmatica che ci impone di non cedere alla tentazione di prendere qualsivoglia posizione politica. È una questione di legittimità, competenza, e anche di fedeltà ai nostri principi. Come potremmo restare neutrali se chiedessimo di fare una guerra? È vero: in passato anche MSF (non senza spaccature interne) si è posizionata chiedendo un intervento militare durante il tragico genocidio del 1994 in Ruanda, ma si è trattato di un'eccezione. Dall'intervento in Kosovo del 1999 in poi gli attori politici non hanno più smesso di fare guerre in nome di principi umanitari e le stesse ONG chiedono sempre più spesso la guerra come strumento di soluzione delle crisi. MSF ha scelto una rotta diversa che - nella meticolosa osservanza dell'indipendenza da ogni potere politico, militare, economico o religioso – ci impone di limitarci a “compiere azioni” piuttosto che “trovare soluzioni”. Potrà essere frustrante, ma è la condizione per essere efficaci nel soccorrere milioni di uomini, donne e bambini in pericolo. Kostas Moschochoritis *La lettera è stata pubblicata sul “Corriere della sera” del 29 maggio 2007.
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