al 21 febbraio 2007 ad oggi, 15 maggio 2007 (3 mesi), sono stati sgomberati a Roma 10 campi rom (9 campi e un palazzo occupato per l'esattezza): 1 Tor Pagnotta 2 Saxa Rubra 3 Ponte Flaminio 4 Tor Vergata 5 Villa Troili 6 Campo Boario 7 Imbrecciato 8 Borgata Petrelli (palazzo occupato) 9 Via Aldobranzeschi 10 Ponte Mammolo E la lista degli sgomberi da effettuare nei prossimi giorni è ancora lunga ... ENNESIMO SGOMBERO A ROMA Di popica E’ la mattina del 10 maggio quando, come preannunciato, la Polizia Municpale fa il suo ingresso nell’insediamento in un boschetto su via Aldobrandeschi a Roma, proprio dietro la Stazione Aurelia. E’ l’ennesimo episodio di una storia che non sembra trovare una conclusione, è l’ennesima puntata del travaglio di una comunità inseguita e scacciata con una ferocia sbalorditiva. Un altro sgombero per la comunità di rom romeni un tempo sistemati nei container comunali di Villa Troili da cui sono stati cacciati il 9 marzo scorso con una chiara promessa del sindaco Veltroni: “Le persone che vivevano nel campo di Villa Troili saranno accolte nei centri di accoglienza del Comune”. In realtà non era che l’inizio del lungo “tour” di questa comunità di circa 80 rom, moltissimi dei quali donne e bambini, nei meandri della periferia romana, tra ex-oleifici, cespugli e parcheggi. Il capitolo più recente della storia viene scritto, appunto,  l’altra mattina con l’ingresso degli uomini di Di Maggio (Comandante della Polizia Municipale) nella quiete del bosco in cui, a seguito dello sgombero dell’ex-oleificio di Borgata Petrelli avvenuto la mattina del 20 aprile 2007, i rom avevano trovato riparo. Giunti in questa nuova “casa” avevano costruito il loro insediamento nonostante le continue minacce di cacciarli da parte delle forze dell’ordine, avevano sistemato le loro cose, costruite le loro baracchine, parcheggiato le loro roulotte. L’arrivo dell’estate col suo polline ha reso l’aria quasi irrespirabile, ma ben più insopportabili si sono fatte le continue ed incessanti proteste per questo nuovo insediamento da parte della popolazione locale, fino al punto di minacciare un intervento diretto per porre soluzione al “problema-zingari” nel quartiere. Lo sgombero ha così inizio la mattina del 10 maggio. Procedono all’esecuzione forzata gli agenti della Polizia Municipale che, una volta entrati nel campo, si trovano a dover fronteggiare la resistenza passiva e non-violenta dell’intera comunità, guidata dalle donne non rassegnate all’idea di dover ricominciare tutto per l’ennesima volta nel giro di così poco tempo. Ne nascono discussioni tra le forze di polizia del sindaco Veltroni e la comunità, ma le prime non hanno gran voglia di discutere e si passa rapidamente ad una collutazione vera e propria in cui la municipale, ricorrendo a spintoni e, forse, qualcosa di più, fa indietreggiare la comunità fino a creare lo spazio necessario perchè i bulldozer facciano il loro dovere. Il campo, nel giro di poco, viene letteralmente raso al suolo. Ai rom non viene neanche concesso il tempo di recuperare le proprie cose che le pale delle macchine hanno già fracassato baracchine e roulotte, non importa cosa ci sia dentro e non importa neanche che le donne con i bambini, spinte dal loro coraggio, cerchino, prima d’essere violentemente allontanate dagli agenti, di frapporsi tra la pala e tutti i loro averi. Nel giro di poco tutto è compiuto. Un lavoro da far invidia alla demolizione delle case da parte dell’esercito israeliano in Palestina, non restano che macerie in cui si immergono uomini, donne e bambini alla ricerca di vestiti, pentole, giocattoli... La scena che si presenta è apocalittica: tutto è distrutto, non hanno avuto pietà neanche del pallone, ora squarciato, del piccolo Rivaldo, così chiamato per la sua passione per il calcio, non c’è stata pietà neanche per il latte in polvere della più piccola del campo di appena 5 giorni. Il bilancio delle colluttazioni è di tre feriti: due donne e un bambino. Le donne sono state spinte a terra dalle forze dell’ordine mentre il bambino è caduto sbattendo la testa e perdendo i sensi. Alla domanda sul perchè ci siano stati questi feriti, il comandante assicura trattarsi della “solita sceneggiata delle zingare”, è solo una poliziotta che, forse in un eccesso di auto-assoluzione, arriva a dire: “comunque menavano anche loro...”. Ancor più strano è il perchè tutti i feriti siano stati trasportati in ambulanza anzichè all’Aurelia Hospital situato a poche centinaia di metri dal campo, nel ben più distante San Camillo. Una risposta a ciò forse può arrivare dai referti medici, tutti firmati e sottoscritti solo dal “medico della PS”.  Un quarto ferito infine sarà il giovane D. che mostra il naso sanguinante a seguito di quella che lui dice essere stata l’aggressione di un poliziotto a sgombero già terminato. Fuori dal campo intanto la Polizia Municipale presidia l’insediamento, ora per loro sarà necessario garantire che il luogo non venga occupato nuovamente. I rom sgomberati, intanto, siedono lungo la strada con i bambini in braccio e grandi fagotti di stracci recuperati dalle macerie del campo. Il problema ora è dove andare. Il comandante Di Maggio, che intanto procede al sequestro di un automobile con l’assicurazione scaduta di un ragazzo del campo e  al fermo di quest’ultimo per accertamenti, viene in soccorso alla comunità consigliando in maniera sarcastica di andarsene tutti al mare in maniera da potersi, con l’occasione, anche lavare. Oltre a questo, il comandante fa capire in maniera molto netta che la presenza di questi rom nel municipio, ma in Roma tutta, non è affatto gradita. Invita quindi ad accelerare i tempi per andarsene di lì. La comunità ancora turbata dallo sgombero ma soprattutto turbata dall’idea di non sapere dove andare comincia a spostarsi in un silenzioso esodo nel poco distante parcheggio dove sostare in attesa di una nuova possibile sistemazione. Le cose da trasportare sono molte, c’è un’intera vita dentro quei sacchi, impossibile portarli tutti in una volta, si è costrtti a fare più viaggi ma questo alle istituzioni romane non sta bene e la minaccia è quella di ricorrere all’utilizzo di idranti nel caso in cui questo processo di smaltimento non avvenga in tempi strettissimi. E’ l’ennesimo sopruso: quello del padrone che frusta i suoi buoi per farli procedere più celermente, è il simbolo di un potere goffo e tiranno che se la rifà sugli ultimi infliggendogli umiliazioni su umiliazioni, violenze su violenze. La storia però prosegue e le 80 persone sono alla ricerca di una nuova sistemazione, Di Maggio e i suoi uomini sono sufficientemente soddisfatti e possono lasciare il loro posto ad una manciata di subordinati che chiamano la nettezza urbana per far pulizia di ciò che rimane di un esodo. L’A.M.A. di pronta risposta mostra finalmente che l’uomo può anche definirsi tale e si rifiuta di collaborare nell’eleminazione di alcunchè senza la previa autorizzazione dei rom stessi. Alle 17 del pomeriggio, dopo qualche ora di ricerca, arriva la lieta notizia: un uomo ha concesso il suo terreno per una momentanea sistemazione della comunità rom ormai distrutta dalla giornata. E’ tutto vero. Il padrone del terreno è lì ad accoglierli e a farsi promettere che si comportino correttamente. Passano poche ore, il tempo di trasferirsi tutti, ma anche il tempo necessario alla polizia per individuarli sul territorio grazie all’elicottero, che le forze dell’ordine arrivano in forze al campo e, convinto il padrone, ordinano alla comunità di allontanarsi immediatamente. Si ritorna al parcheggio dove, tra un materasso e una coperta, si passerà la notte all’aperto nella speranza di un nuovo giorno... La mattina seguente succede il fatto più strano e forse vergognoso. Dalle macchine della Polizia Municipale che piantonano il momentaneo accampamento, arriva un indirizzo: Via Ostiense 537. I poliziotti confabulano via radio e confermano l’indirizzo, si tratta di una chiesa abbandonata nel’XI Municipio, c’è posto per tutti. La migrazione ricomincia. Con macchine cariche di oggetti, persone e speranze, grazie all’aiuto anche di rom romeni provenienti da altri campi, si arriva in quello che, a loro dire, è un paradiso. Una struttura antica, apparentemente abbandonata, immersa in un verde ed ombreggiato giardino. I rom cominciano a sognare, è difficile esprimere le legittime perplessità su quel posto troppo bello, la loro mente ha già iniziato a costruirsi una nuova vita. Tutti iniziano subito a lavorare, a pulire, a sistemare la struttura e le loro cose, si fanno progetti su come dividere gli spazi, i numerosissimi bambini corrono sul prato e giocano con la pompa d’acqua. Sembra un sogno, un premio per tanti, troppi, patimenti, ma probabilmente per loro non è ancora giunto il tempo di sognare... Dopo una notte tra sogno e realtà, il pomeriggio di sabato si presenta all’ingresso di quell’Eden una signora accompagnata dai carabinieri di zona: è la proprietaria e rivuole quella che è una delle sue proprietà e non una chiesa. Il sogno si infrange. Nasce la rabbia di essere stati presi in giro per l’ennesima volta, dalla municipale che ha dato quell’indirizzo. I carabinieri spiegano che la Polizia Municipale ha certamente voluto scaricare la “patata bollente” su un’altra zona con questa vergognosa menzogna e assicurano che faranno luce su quell’indicazione. Non succederà nulla, come sempre. In compenso i rom per una notte hanno potuto vivere una parte di quello che questa città, questa società, non gli concederà mai, lo ricorderanno tornando indietro a quel parcheggio per cercare di dar voce a quella rabbia e a quelle lacrime soffocate, stanchi di questo infinito esodo, soli nel silenzio di un’intera città.   di Gianluca Staderini