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* Professore Ordinario di Economia dello sviluppo, Università di Roma Tre
375
Mercato duale del lavoro, sviluppo
del Mezzogiorno, migrazioni
1. Premessa
Il mercato del lavoro è caratterizzato in Italia da un accentuato duali-
smo: nelle regioni del Nord, specie dell’Italia Nord-Orientale, si ha piena
occupazione, mentre nel Mezzogiorno si registra un’ampia e crescente
disoccupazione che coinvolge soprattutto i giovani, particolarmente le
donne, al di sotto dei 30 anni, come si può vedere dalle cifre riportate
nella Figura 1.
Nel corso degli anni ’90 la disoccupazione si è sempre più concentrata
nel Mezzogiorno: dal 1993 al 1999, anni per i quali si dispone di dati
Mariano D’Antonio*
Ci si chiede quali siano gli ostacoli alla mobilità del lavoro dal Sud al Nord d’Italia e in
che misura l’immigrazione extracomunitaria sia concorrente, in che misura sia inve-
ce complementare all’offerta di lavoro meridionale. La risposta che questo saggio for-
nisce, attraverso l’analisi delle preferenze dei disoccupati meridionali e della doman-
da di lavoro espressa dalle imprese, è che la mobilità interregionale del lavoro è frena-
ta in Italia dalle rigidità del mercato del lavoro. In particolare, nel Mezzogiorno si è
instaurato un circolo vizioso: l’economia sommersa, che è la risposta alle rigidità, per-
mette a imprese e a lavoratori di sopravvivere sfuggendo ai vincoli contrattuali e nor-
mativi; l’aspettativa perdurante di un impiego pubblico nel Mezzogiorno innalza il sa-
lario d’ingresso nelle attività private sia all’interno che nel resto del Paese. Gli sposta-
menti di lavoratori dal Sud al Nord d’Italia perciò sono quantitativamente limitati e
qualitativamente circoscritti ai giovani dotati di titolo di studio alto. In tali circostan-
ze interventi di liberalizzazione del mercato del lavoro possono servire sia a favorire
gli spostamenti sia, soprattutto, ad insediare nel Mezzogiorno imprese innovative che
assorbano lavoro qualificato impedendo l’impoverimento del capitale umano in queste
regioni.

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Mariano D’Antonio
1
D’ora in poi useremo indifferentemente i termini “disoccupati” e “persone in cerca di occupazio-
ne” mentre l’Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT) nelle indagini trimestrali sulle forze di lavoro di-
stingue, tra coloro che sono attivamente alla ricerca di un lavoro, i disoccupati in senso stretto
(quelli che avevano un lavoro, l’hanno perduto e si provano ad ottenerne un altro) dalle persone in
cerca di prima occupazione. A queste due categorie l’ISTAT aggiunge le “altre persone in cerca di
occupazione” per ottenere l’aggregato “persone in cerca di occupazione”. I dati di cui ci serviremo,
sono tratti dalle medie annuali delle quattro indagini trimestrali effettuate dall’Istituto. Recentemen-
te l’ISTAT ha rivisto la serie 1993-’99 delle forze di lavoro correggendo alcune stime precedenti. Le
informazioni che abbiamo utilizzato, sono quasi tutte tratte dalla serie rivista, tranne per alcuni ca-
ratteri della disoccupazione che non sono stati sottoposti a revisione.
comparabili, il numero dei disoccupati
1
è aumentato nell’intero Paese di
371mila unità, somma algebrica di +403mila disoccupati registrati al Sud,
di –72mila disoccupati al Nord e di +40mila disoccupati nell’Italia Cen-
trale. Nel 1999 le regioni meno afflitte dalla disoccupazione sono state il
Trentino Alto Adige (tasso di disoccupazione del 3,4%), il Veneto (4,5%),
l’Emilia Romagna (4,6%), la Lombardia (4,8%); quelle più gravate dalla
mancanza di lavoro sono la Calabria (tasso di disoccupazione del 28%),
la Sicilia (24,5%), la Campania (23,7%), la Sardegna (21%).
Poiché al Nord si ha ristagno demografico ed invecchiamento della
popolazione, l’offerta di lavoro in molte aree settentrionali non è in gra-
Fig. 1 - Anno 1999 - Tassi di disoccupazione
Ripar
tizioni
Percentuali delle forze di lavoro
Mezzogiorno
Italia Centrale
Italia Settentrionale
0
10
20
30
40
50
60
70
tutte le classi di età
Femmine <30 anni
Maschi <30 anni
22,0
57,2
40,1
9,2
27,9
18,6
5,4
14,2
8,3
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.
-
-
-
-

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2
Le cifre sono tratte da SVIMEZ, Rapporto 2000 sull’economia del Mezzogiorno, Il Mulino, Bologna,
2000, pag.24.
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Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
do di soddisfare la domanda di lavoro espressa dalle imprese e dalle
Amministrazioni pubbliche. Il contrario accade nel Mezzogiorno dove si
ha abbondante offerta di lavoro a fronte di un debole fabbisogno di ma-
nodopera. In tali circostanze parrebbe naturale che avvenisse un ampio
travaso di forza lavoro, un cospicuo spostamento di persone che cerca-
no un’occupazione, dal Sud al Nord d’Italia.
In verità le migrazioni interregionali sono cresciute negli ultimi anni:
nel 1993 il saldo migratorio dal Sud al Centro-Nord raggiunse l’1,6 per
mille abitanti meridionali, nel 1999 ha toccato il 3,8 per mille abitanti e le
regioni meridionali che più ne sono state coinvolte, sono appunto quel-
le maggiormente afflitte dalla disoccupazione: la Campania (saldo mi-
gratorio interno del 6,2 per mille), la Calabria (6,0 per mille) ma in minor
misura la Sicilia (3,0 per mille) e la Sardegna (0,9 per mille).
2
Tuttavia gli
spostamenti di popolazione dal Mezzogiorno al Centro-Nord, pur essen-
do cresciuti, raggiungono in media all’anno al più le 80mila unità, una ci-
fra che non è sufficiente a scalfire sensibilmente la disoccupazione meri-
dionale. Pertanto nelle regioni economicamente più dinamiche del Pae-
se, dove si è raggiunta la piena occupazione, si registrano movimenti di
opinione, manifestazioni di interesse specie da parte degli imprenditori,
affinché si agevoli l’immigrazione di stranieri, soprattutto di extracomu-
nitari.
Nelle pagine che seguono, proveremo ad esaminare le cause e i carat-
teri della disoccupazione temporaneamente congelata nel Mezzogiorno;
a discuterne le conseguenze sullo sviluppo dell’economia locale; ed infi-
ne a verificare le condizioni a cui la mobilità interregionale, dal Sud al
Nord, delle forze di lavoro potrebbe riprendere sostituendo in parte i
flussi migratori dall’estero.
2. Disoccupazione e sviluppo del Mezzogiorno: una rela-
zione biunivoca
Nel decennio scorso l’aumento della disoccupazione è stato, nell’area
meridionale, il riflesso speculare della distruzione di posti di lavoro nelle
attività extragricole. Si guardi ai dati raccolti nella Tabella 1, estratti dal

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Mariano D’Antonio
3
A rigore i risultati dei due censimenti non sono strettamente confrontabili a causa delle differenti
tecniche di rilevazione impiegate dall’ISTAT (rilevazione diretta, sul campo, nel caso del censimen-
to 1991 e costruzione di un archivio statistico delle imprese attive, detto ASIA, per il censimento in-
termedio 1996) nonché per il diverso mese di riferimento (ottobre 1991 e dicembre 1996). Tuttavia
eventuali sovrastime o sottostime del censimento intermedio 1996 rispetto alla rilevazione prece-
dente paiono interessare alcune specifiche attività (costruzioni, microimprese, ecc.). Per tali avver-
tenze si rimanda a Istituto Nazionale di Statistica (ISTAT), Italia. Censimento intermedio dell’indu-
stria e dei servizi, 31 dicembre 1996, Roma, 1999, Introduzione, pagine V-XVI.
censimento del 1991 e dal più recente censimento intermedio del 1996,
ambedue effettuati dall’ISTAT.
3
Il numero degli addetti all’industria e ai
servizi è diminuito nel Mezzogiorno, in quel quinquennio, del 6,7% (in
cifra assoluta più di 200mila unità), molto più di quanto si sia ridotto nel-
le regioni del Centro-Nord. Nell’industria manifatturiera meridionale la
contrazione degli addetti è stata ancora più accentuata: in cinque anni
quasi il 10% in meno contro il 6% nell’Italia Settentrionale. Si osservi poi
che nel Centro-Nord i servizi hanno accresciuto il numero degli addetti
compensando in parte la caduta dell’occupazione nell’industria, mentre
nel Mezzogiorno anche le attività di servizio hanno subìto una falcidia
dell’occupazione.
I fattori che hanno agito nel deprimere la domanda di lavoro e di con-
seguenza nell’accrescere la disoccupazione meridionale, hanno operato
sia sul versante della domanda di beni e servizi sia sul versante dell’of-
ferta, delle condizioni di produzione.
Dal 1990 al 1999 la domanda per consumi è cresciuta nel Mezzogiorno
Tab. 1 - Anni 1991-1996. Variazioni degli addetti alle unità locali secondo i censimenti
Attività extragricole
Industria
Tutta
Attività
Tutte
manufatturiera
l’industria
di servizio
le attività
Circoscrizioni
var. var.
var.
var.
var.
var.
var. var.
ass.
%
ass.
%
ass.
%
ass.
%
Italia Nord Occ.
-194.827
-9,3
-185.560
-7,3
75.323
3,3 -100.346 -2,3
Italia Nord Orient.
-21.769
-1,6
-20.136
-1,2
72.877
4,5
52.297 1,6
Italia Settentr.
-216.596
-6,2
-205.696
-4,8
148.200
3,8
-58.049 -0,7
Italia Centrale
-59.389
-6,5
-45.151
-3,7
16.953
1,1
-28.248 -1,0
Italia Merid.
-53.032
-8,4
-70.468
-7,6
-44.769
-3,7 -115.288 -5,4
Italia Insulare
-25.693
-13,4
-40.377 -11,8
-52.854
-8,6
-93.377 -9,7
Mezzogiorno
-78.725
-9,6
-110.845
-8,7
-97.623
-5,4 -208.665 -6,7
Italia
-354.710
-6,8
-361.692
-5,3
67.530
0,9 -294.962 -2,1
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.

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Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
meno che nel Centro-Nord e soprattutto la domanda per investimenti si
è ridotta significativamente (di più del 14%) a fronte di un aumento di
quasi il 15% registrato nelle regioni centro-settentrionali (Fig. 2). Tra i
consumi, quelli collettivi, che riflettono prevalentemente la spesa pub-
blica corrente, sono aumentati nel Sud poco più che nel Centro-Nord
(+7,6% contro +5%, dal 1990 al 1999). Tra gli investimenti, assai vistoso è
stato nel Mezzogiorno il crollo di quelli in costruzioni ed opere del Ge-
nio Civile (-35% nel decennio). Parallelamente alla riduzione degli inve-
stimenti privati e, in misura accentuata, di quelli pubblici in infrastruttu-
re, il coefficiente di dipendenza dell’economia meridionale da risorse
esterne – il rapporto tra importazioni nette e domanda interna – si è ab-
bassato passando dal 16,4% (anno 1990) al 14,9% (anno 1999). In conse-
guenza di tutto ciò la domanda interna per consumi e per investimenti,
dal 1990 al 1999, è aumentata nel Sud del 5,2% contro un aumento del
13% nel Centro-Nord. Le esportazioni complessive dal Mezzogiorno so-
no più che raddoppiate passando da 19mila miliardi di lire (a prezzi cor-
renti) nel 1991 a poco più di 42mila miliardi nel 1999 e innalzando il loro
peso percentuale (dal 9,1 al 10,1% di tutte le esportazioni italiane). Tut-
Fig. 2 - Domanda interna, costo del lavoro per unità di prodotto (CLUP)
e margini di profitto nell’industria manifatturiera
Consumi finali
(a prezzi 1990)
Investimenti lordi
(a prezzi 1990)
CLUP industria
manifatturiera
Profitti lordi
industria manifatturiera
30,0
25,0
20,0
15,0
10,0
5,0
0
-5,0
-10,0
15,5
-20,0 -
-
-
-
-
Mezzogiorno
Centro-Nord
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.
Aggregati
Variazioni per
centuali dal 1990 al 1999
9,8
12,0
-14,5
14,6
25,4
18,2
-13,5
-1,7

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Mariano D’Antonio
tavia il basso grado di apertura dell’economia meridionale ha impedito
che l’aumento pur ragguardevole delle esportazioni compensasse ade-
guatamente la crescita fiacca della domanda interna.
Al tempo stesso nelle imprese manifatturiere il costo del lavoro per
unità di prodotto è aumentato al Sud, in quegli anni, di un quarto mentre
nel Centro-Nord è cresciuto di meno (del 18%), sicché la quota dei pro-
fitti lordi nell’industria manifatturiera meridionale si è sensibilmente ri-
dotta (del 13,5% contro una diminuzione dell’1,7% nel Centro-Nord).
Stagnazione del mercato locale dovuta alla caduta degli investimenti,
specie di quelli in infrastrutture, in presenza di un apporto ancora mode-
sto delle esportazioni alla domanda globale e schiacciamento dei profitti
industriali sono stati dunque i due bracci della morsa che hanno stretto
l’economia meridionale negli anni ’90 impedendole di svilupparsi e di
accrescere le occasioni di lavoro.
Su questi risultati mediocri ha influito anche la politica economica sia
per il controllo esercitato dalle Autorità sul bilancio pubblico e sugli in-
terventi nel Sud sia per la regolazione del mercato del lavoro. L’orienta-
mento della politica di bilancio teso a risanare i conti pubblici, afferma-
tosi dopo il 1992, ha colpito la spesa pubblica per investimenti (in infra-
strutture, dunque incidenti prevalentemente sulle attività di costruzione)
più che la spesa pubblica corrente: dal 1992 al 1999 il valore aggiunto
delle costruzioni è diminuito del 20% nel Mezzogiorno, del 2% nel Cen-
tro-Nord, mentre l’occupazione in questo settore, espressa in unità di la-
voro, si è contratta del 17% nell’area meridionale rimanendo quasi sta-
zionaria nel resto del Paese. A causa dell’elevata incidenza delle attività
di costruzione nel Sud sul valore aggiunto di tutta l’industria (30% nel
1992, contro il 17% al Centro-Nord), la contrazione di questo settore ha
impresso un impulso deflativo all’intera economia meridionale.
A sua volta la politica del lavoro, com’è noto, si è ispirata a due criteri
tenuti costanti fino agli anni più recenti, cioè all’uniformità dei salari
contrattuali indipendentemente dagli andamenti della produttività nei
diversi territori e ad una ferma regolazione dei rapporti di lavoro, so-
prattutto delle procedure di licenziamento. L’aumento più rapido del
costo del lavoro per unità di prodotto nelle imprese manifatturiere del
Sud è stato provocato dalla crescita uniforme del salario per occupato
in tutto il territorio nazionale a fronte di una produttività del lavoro che
in quelle imprese aumentava, dal 1991 al 1999, più lentamente, di quasi

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4
Si rimanda in proposito al saggio di G.Nicoletti, S.Scarpetta e O.Boylaud, Summary Indicators of
Product Market Regulation with an Extension to Employment Protection Legislation, Economics
Department Working Papers n.226, OECD, Parigi, aprile 2000.
5
Sull’accresciuta flessibilità dei rapporti di lavoro nel Mezzogiorno si veda anche Banca d’Italia, Sin-
tesi delle note sull’andamento dell’economia delle regioni italiane nel 1999, Roma, 2000.
381
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
5 punti percentuali in meno, nel Mezzogiorno rispetto al Centro-Nord.
La disciplina dei rapporti di lavoro, specie dei licenziamenti, è stata poi
particolarmente stringente: secondo i risultati di un’indagine estesa a
più Paesi, compiuta dall’OCDE, l’Italia condivideva nel 1998 con la Gre-
cia e con il Portogallo il primato nell’indice di regolamentazione legisla-
tiva del lavoro.
4
Dato ciò, non stupisce che la principale valvola di sfogo per la disoc-
cupazione meridionale sia rappresentata dall’impiego irregolare: nel
1999, secondo valutazioni della SVIMEZ, le unità di lavoro irregolari
(escluse quelle dedite ad un secondo lavoro) ammontavano nell’area
meridionale a quasi un milione e settecentomila unità contro un milione
e seicentomila al Centro-Nord. In termini percentuali il lavoro irregolare
copre al Sud più di un quarto di tutte le unità di lavoro contro un decimo
nel resto del Paese. I tassi di irregolarità (unità di lavoro irregolari sul to-
tale delle unità di lavoro) toccano, com’è da attendersi, punte le più alte
nelle tre regioni (Sicilia, Calabria e Campania) maggiormente afflitte dal-
la disoccupazione statisticamente rilevata.
Un altro canale di alleggerimento della mancanza di lavoro è dato, ne-
gli ultimi anni, dalla diffusione anche nel Mezzogiorno dei cosiddetti la-
vori atipici (soprattutto lavoro a tempo determinato e a tempo parziale,
di meno lavoro interinale e collaborazioni coordinate e continuative,
queste ultime definite anche come forme di lavoro parasubordinato):
nel quadriennio 1995-’99, mentre gli occupati a tempo pieno e quelli a
tempo indeterminato si sono ridotti al Sud rispettivamente di 124mila e
di 87mila unità, gli occupati a tempo parziale sono aumentati di 112mila
unità e quelli a tempo determinato di 158mila unità.
5
I lavori atipici ed ancor più l’occupazione irregolare, manifestandosi in
misura così vistosa, dicono che il mercato del lavoro aggira in parte, nel
Mezzogiorno, i vincoli contrattuali e regolamentari imposti ad imprese e
a lavoratori, dando sollievo alla mancanza di posti di lavoro tipici (a tem-
po pieno e/o indeterminato) dovuta appunto anche all’esistenza di quei
vincoli.

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Mariano D’Antonio
6
Per lavoratori con titolo di studio basso qui si intende la somma di coloro che non possiedono al-
cun titolo oppure hanno ottenuto un titolo fino alla licenza della scuola d’obbligo (solo la licenza
elementare o anche la licenza media); quelli che possiedono un titolo di studio medio sono i diplo-
mati della scuola superiore più quelli che hanno ottenuto un attestato di qualifica; quelli con titolo
di studio alto sono coloro che hanno conseguito la laurea breve, la laurea o il dottorato di ricerca.
Il mercato del lavoro meridionale è perciò più che altrove un mercato
segmentato. Tre sono i maggiori segmenti in cui è suddivisa l’occupazio-
ne: il segmento dei lavoratori a tempo indeterminato; l’area dei lavoratori
atipici; il comparto dei lavoratori irregolari. I primi due segmenti sono
composti da occupati garantiti dai contratti e dall’osservanza degli obbli-
ghi contributivi, il terzo segmento è formato invece da quanti lavorano
nell’inosservanza dei contratti e dei contributi obbligatori. Il lavoro irrego-
lare non solo, come si è detto, è nel Mezzogiorno più ampio che altrove
ma, secondo valutazioni della SVIMEZ, mentre va diminuendo nel Centro-
Nord, nelle regioni meridionali continua ad espandersi. Ciò spiega alcune
caratteristiche della disoccupazione nel Sud, che ora esamineremo.
Si considerino le cifre riportate nella Tabella 2. Coloro che al Sud cer-
cano un lavoro, oltre che addensarsi, come si è già detto, nelle fasce di
età giovani, sono dotati più che altrove di titoli di studio basso e interme-
dio
6
e sono impegnati prevalentemente e più che altrove, nella ricerca di
un impiego, da un anno e più mesi. Il canale di ricerca utilizzato dai di-
soccupati meridionali è prevalentemente, ma di meno che nell’area Cen-
tro-Nord, quello delle relazioni parentali o amicali ovvero dell’interpello
diretto di imprese (“presso privati”) e sono perciò significativamente più
alte che altrove le percentuali di quanti partecipano ad un concorso
pubblico (l’11%) e di coloro che ricorrono ancora agli Uffici di colloca-
mento (il 25%), segnali questi di perduranti aspettative di uno sbocco
nell’impiego pubblico e di fiducia nell’attività d’intermediazione pubbli-
ca sul mercato del lavoro. Rilevante, anche per ciò che si dirà in seguito
circa la mobilità territoriale dei disoccupati meridionali, è la loro distri-
buzione per classe minima di retribuzione richiesta: più dei due quinti si
addensano nelle fasce di retribuzione superiori a 1,6 milioni di lire al
mese, mentre nel Nord e nel Centro d’Italia le percentuali relative a que-
ste classi di retribuzione richieste sono rispettivamente il 29 e il 33% del
totale.
Il rapporto che intercorre tra occupazione e sviluppo economico, è un
rapporto biunivoco: uno sviluppo lento genera scarsa occupazione e a

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Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
sua volta un’occupazione stagnante frena lo sviluppo. Soffermiamoci su
quest’ultimo aspetto della relazione mostrando l’influenza esercitata dal-
l’occupazione sia sul livello che sul tasso di crescita del prodotto per abi-
tante nelle regioni e nelle circoscrizioni italiane. Il PIL (prodotto interno
Tab. 2 - Distribuzioni percentuali delle persone in cerca di occupazione
secondo alcuni caratteri (Anno 1999)
Ripartizioni
Italia Settentrionale
Italia Centrale
Mezzogiorno
PER CLASSI D’ETÀ
15-29 anni
51,4
54,4
55,4
30-39 anni
25,7
25,9
26,3
40-49 anni
13,7
11,9
11,4
50 anni e più
9,2
7,8
6,9
Totale
100,0
100,0
100,0
PER TITOLO DI STUDIO
Basso
51,4
44,1
57,7
Medio
39,3
46,7
36,9
Alto
9,3
9,2
5,4
Totale
100,0
100,0
100,0
PER DURATA DELLA RICERCA
Meno di 6 mesi
36,7
23,3
18,1
Da 6 a 11 mesi
18,7
15,9
13,1
Da 12 mesi in poi
44,6
60,8
68,8
Totale
100,0
100,0
100,0
PER TIPO DI AZIONE DI RICERCA COMPIUTA
Presso privati
78,7
73,2
64,3
Partecipazione a concorso
pubblico
5,1
8,8
10,9
Presso Uffici di Collocamento
16,2
18,0
24,8
Totale
100,0
100,0
100,0
PER CLASSE MINIMA DI RETRIBUZIONE RICHIESTA
Da 500.000 a 1.100.000 lire
21,5
17,8
14,4
Da 1.100.001 a 1.400.000 lire
13,4
13,9
11,4
Da 1.400.001 a 1.600.000 lire
36,1
35,0
32,9
Da 1.600.001 a 1.800.000 lire
11,6
13,4
15,5
Oltre 1.800.000 lire
17,4
19,9
25,8
Totale
100,0
100,0
100,0
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.

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384
Mariano D’Antonio
7
In simboli, detti d la componente demografica, a il tasso di attività, o il tasso di occupazione e p la
produttività del lavoro, è facile verificare che il prodotto per abitante b è la somma algebrica di que-
ste quattro grandezze. Analogamente, calcolando le differenze tra i logaritmi naturali delle grandez-
ze in questione da un anno all’altro, risulta che il tasso di crescita del PIL per abitante è la somma al-
gebrica di tali differenze. Per questo metodo di disaggregazione si rimanda a OECD Economic Ou-
tlook, n.67, Parigi, giugno 2000, capitolo V, nonché a S.Scarpetta, A.Bassanini, D.Pilat e P.Schreyer,
Economic Growth in the OECD Area: Recent Trends at the Aggregate and Sectoral Level, Econo-
mics Department Working Papers, n.248, Parigi, giugno 2000.
lordo) per abitante può essere, infatti, disaggregato in quattro compo-
nenti, cioè il rapporto tra popolazione in età di lavoro (dai 15 ai 64 anni)
e popolazione complessiva (componente demografica); il rapporto tra
forze di lavoro e popolazione in età di lavoro (tasso di attività); il rappor-
to tra occupati e forze di lavoro (tasso di occupazione) e il PIL per occu-
pato (produttività del lavoro).
7
Nelle Tabelle 3 e 4 sono raccolti i risultati
dei nostri calcoli. I dati della Tabella 3 dicono che nelle regioni meridio-
nali i ridotti tassi di attività e di occupazione deprimono il benessere del-
la popolazione, misurato dal prodotto per abitante.
Quanto al tasso di crescita, le cifre raccolte nella Tabella 4 dicono che,
negli anni dal 1993 al 1999, la caduta dell’occupazione ha esercitato nel
Mezzogiorno un’influenza negativa, mentre, ad eccezione dell’Abruzzo
e del Molise, il tasso di attività ha svolto un ruolo positivo nella crescita.
Nel 1999 il prodotto per abitante è stato in media al Sud quasi la metà
rispetto alla regione italiana, l’Emilia-Romagna, che ha raggiunto in que-
st’anno il valore più elevato. Sul differenziale di PIL per abitante tra l’E-
milia-Romagna e le otto regioni meridionali hanno pesato in misura va-
riabile ciascuna delle quattro componenti, come si può vedere nella Fi-
gura 3. Nella media meridionale hanno assunto il peso più rilevante la
crescita debole del tasso di attività e della produttività del lavoro.
3. La debole alternativa tra migrazioni interne
e migrazioni internazionali
L’afflusso d’immigranti stranieri sul mercato del lavoro europeo su-
scita pareri controversi. L’opinione pubblica si divide tra quanti consi-
derano il fenomeno benefico e quanti lo ritengono foriero di conse-
guenze negative non solo dal punto di vista economico bensì anche
per le conseguenze che avrebbe sull’identità culturale e sulla coesione
sociale dei Paesi di destinazione. I fautori dell’immigrazione sia pure

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385
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
regolamentata e assistita sostengono che gli immigrati coprono i vuoti
aperti nel mercato del lavoro dal declino della popolazione locale e
dalla indisponibilità delle forze di lavoro europee a ricoprire mansioni
lavorative a salari bassi e/o con prestazioni ritenute indesiderabili an-
che sotto il profilo del prestigio sociale. I critici dell’immigrazione ri-
tengono invece che l’immissione di lavoratori stranieri comporti tanto
Tab. 3 - Regioni e circoscrizioni - Determinanti del PIL per abitante (Anno 1999)
Regioni e
(1) Componente (2) Tasso di
(3) Tasso di
(4) PIL per
(5) = (1)x(2)x(3)x(4)
circoscrizioni
demografica
a
attività
b
occupazione
c
occupato
d
PIL per abitante
d
Piemonte
0,690
0,636
0,928
73,511
29,943
Valle d’Aosta
0,700
0,658
0,947
70,654
30,830
Lombardia
0,708
0,636
0,952
77,104
33,039
Liguria
0,662
0,609
0,901
80,259
29,140
Italia Nord Occid.
0,698
0,633
0,940
76,348
31,721
Trentino Alto Adige
0,688
0,668
0,966
73,100
32,439
Veneto
0,702
0,635
0,955
74,666
31,791
Friuli Venezia Giulia
0,689
0,623
0,944
77,062
31,214
Emilia-Romagna
0,683
0,681
0,954
75,246
33,424
Italia Nord Orient.
0,692
0,654
0,954
75,001
32,397
Toscana
0,678
0,634
0,928
69,018
27,524
Umbria
0,666
0,618
0,924
67,346
25,591
Marche
0,669
0,642
0,939
68,900
27,783
Lazio
0,702
0,585
0,883
78,509
28,451
Italia Centrale
0,687
0,610
0,908
73,160
27,852
Abruzzo
0,666
0,574
0,899
64,325
22,124
Molise
0,655
0,588
0,838
59,066
19,080
Campania
0,674
0,524
0,763
60,342
16,231
Puglia
0,681
0,524
0,810
59,278
17,144
Basilicata
0,655
0,538
0,829
60,702
17,978
Calabria
0,667
0,541
0,720
55,882
14,500
Sicilia
0,663
0,523
0,755
62,144
16,272
Sardegna
0,708
0,560
0,790
58,472
18,333
Mezzogiorno
0,673
0,533
0,780
60,252
16,870
ITALIA
0,686
0,597
0,886
70,888
25,698
a
Rapporto tra popolazione in età lavorativa (15-64 anni) e popolazione totale;
b
rapporto tra forze di lavo-
ro e popolazione in età lavorativa;
c
rapporto tra occupati e forze di lavoro;
d
milioni di lire a prezzi 1990.
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT e SVIMEZ.

Page 12
386
Mariano D’Antonio
lo spiazzamento dei lavoratori locali dalle opportunità di impiego
quanto la pressione al ribasso sulle retribuzioni. Oltre che gli effetti
economici, si discute poi, spesso emozionalmente, sulla desiderabilità
o meno di innestare durevolmente nelle società europee popolazioni
portatrici di costumi, tradizioni, credi religiosi, estranei alla tradizione
di tolleranza civile faticosamente raggiunta dall’Europa nel corso dei
tempi.
Tab. 4 - Regioni e circoscrizioni - Determinanti della crescita economica (Anni 1993-99 )
Tassi medi annui di variazione percentuale
Regioni e
(
1) Componente (2) Tasso di
(3) Tasso di (4) PIL per
(5) = (1)x(2)x(3)x(4)
circoscrizioni
demografica
attività
occupazione
occupato
PIL per abitante
Piemonte
-0,48
0,63
-0,03
2,06
2,18
Valle d’Aosta
-0,43
0,10
-0,05
0,54
0,15
Lombardia
-0,34
0,47
0,19
1,51
1,83
Liguria
-0,63
0,96
-0,12
1,26
1,47
Italia Nord Occid.
-0,41
0,57
0,10
1,63
1,88
Trentino Alto Adige
-0,26
0,51
0,11
1,37
1,73
Veneto
-0,27
0,55
0,14
1,96
2,39
Friuli Venezia Giulia
-0,15
0,79
0,22
1,41
2,27
Emilia-Romagna
-0,39
0,49
0,25
1,70
2,04
Italia Nord Orient.
-0,30
0,55
0,19
1,75
2,18
Toscana
-0,28
0,47
0,14
1,25
1,59
Umbria
-0,33
0,66
-0,12
1,72
1,93
Marche
-0,34
0,53
0,09
2,10
2,39
Lazio
-0,23
0,34
-0,39
1,50
1,22
Italia Centrale
-0,27
0,43
-0,12
1,50
1,54
Abruzzo
-0,16
0,00
-0,22
1,65
1,27
Molise
-0,22
-0,10
-0,62
2,44
1,50
Campania
0,07
0,09
-1,00
1,58
0,73
Puglia
0,02
0,35
-1,04
1,49
0,82
Basilicata
0,00
0,20
-0,49
3,75
3,46
Calabria
0,06
0,04
-1,93
2,59
0,75
Sicilia
0,07
0,44
-1,09
0,90
0,32
Sardegna
0,44
0,76
-0,58
-0,15
0,47
Mezzogiorno
0,07
0,26
-1,01
1,44
0,76
ITALIA
-0,19
0,42
-0,25
1,62
1,60
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT e SVIMEZ.

Page 13
8
Sull’argomento per una rassegna molto equilibrata si veda il contributo di I.Visco, Immigration,
Development ant the Labour Market, paper presentato alla Conferenza internazionale sulle migra-
zioni, Roma, luglio 2000, mimeo.
387
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
Limitandoci agli aspetti economici, ai riflessi dell’immigrazione sul mer-
cato del lavoro,
8
nel caso dell’Italia colpisce il contrasto tra l’afflusso di la-
voratori extracomunitari e l’estesa disoccupazione nel Mezzogiorno. Ci si
chiede se l’immigrazione dall’estero non contrasti con la necessità di assi-
curare maggiori occasioni d’impiego ai disoccupati meridionali in quelle
regioni del Paese in cui si è raggiunta la piena occupazione e la domanda
di lavoro espressa dalle imprese incontra strozzature dal lato dell’offerta.
La tesi che qui si sostiene, è che per l’Italia e in particolare per le sue
aree più sviluppate, l’immigrazione è prevalentemente complementare
alla disponibilità di forza lavoro che nel Mezzogiorno risulta statistica-
mente in cerca d’occupazione ovvero, se si vuole, che l’immigrazione
extracomunitaria è un surrogato della scarsa flessibilità del mercato del
lavoro anche nell’area meridionale.
Per giustificare questa tesi, ci serviremo sia dei risultati di una pregevo-
le indagine sulla domanda di lavoro, svolta per il terzo anno consecutivo
Fig. 3 - Mezzogiorno - Differenziale del PIL per abitante rispetto all’Emilia-Romagna
(Anno 1999)
Abruzzo
Molise
Campania
Puglia
Basilicata
Calabria
Sicilia
Sardegna
Mezzo-
giorno
100%
80%
60%
40%
20%
0%
-20% -
-
-
-
-
-
-
-
-
-
Componente
demografica
Tasso
di attività
Tasso
di occupazione
Produttività
del lavoro
Fonte: ns. elaborazioni su dati della Tabella 3.
Regioni e circoscrizione
Per
centuali di ciascuna componente sul dif
fer
enziale
41,6
26,2
36,5
39,3
38,2
27,7
36,8
32,6
36,0
29,4
32,5
31,5
42,0
32,5
26,6
33,8
35,6
22,8
34,6
24,5
35,7
31,1
30,6
23,2
43,2
14,5
38,0

Page 14
388
Mariano D’Antonio
9
L’indagine è svolta dal Progetto Excelsior che effettua a giugno una rilevazione sul fabbisogno di
lavoro manifestato per l’anno in corso e per quello successivo dalle imprese industriali e di servizio
(sono quindi escluse la Pubblica Amministrazione e le attività dei professionisti). Cfr. le Note meto-
dologiche al Progetto, disponibili insieme con i risultati per il biennio 1999-2000 raccolti in tabelle,
sul sito Internet dell’Unioncamere www.unioncamere.it.
dall’Unioncamere in collaborazione con il Ministero del Lavoro e con
l’Unione Europea,
9
sia di alcune elaborazioni di dati, tratti dall’indagine
ISTAT sulle forze di lavoro, riguardanti la propensione alla mobilità terri-
toriale dei disoccupati meridionali.
Consideriamo le cifre esposte nella Tabella 5: nell’ultimo biennio le previ-
sioni degli imprenditori interpellati dall’Unioncamere hanno fissato in oltre
800mila unità la domanda di lavoro nell’industria e nei servizi privati (entra-
te previste nelle imprese con più di un dipendente) e in più di 600mila unità
le uscite per pensionamenti, dimissioni, licenziamenti, con un saldo netto
di 200mila unità. Le assunzioni al netto delle uscite si concentrano nelle im-
prese con meno di 10 dipendenti, mentre per le imprese medio-grandi (con
250 e più dipendenti) continua il ridimensionamento dell’organico.
Le assunzioni che gli imprenditori consideravano di difficile reperimento,
erano al giugno del 1999, nella media italiana, il 35% del totale, con una
punta del 43% nelle regioni dell’Italia Nord-Orientale (cfr. Tab. 6). I motivi
Tab. 5 - Previsioni della domanda di lavoro delle imprese attive con più di un dipendente
Circoscrizioni e
classi dimensionali
Dipendenti
Movimenti
al 31.12.1998
previsti (1999-2000)
valori assoluti
valori assoluti
Circoscrizioni
Entrate
Uscite
Saldo
Italia Nord Occidentale
3.339.227
273.332
220.736
52.596
Italia Nord Orientale
2.397.484
223.962
163.424
60.538
Italia Centrale
1.826.746
149.375
112.779
36.596
Mezzogiorno
1.752.682
171.447
115.791
55.656
ITALIA
9.316.139
818.116
612.730
205.386
Classi dimensionali
1-9 dipendenti
2.425.407
307.425
179.652
127.773
10-49
2.548.011
174.828
114.393
60.435
50-249
1.723.765
126.649
98.791
27.858
250 e oltre
2.618.956
209.214
219.894
-10.680
Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior, 1999.

Page 15
389
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
Tab. 6
- Assunzioni considerate di dif
ficile r
eperimento nel biennio 1999-2000
Assunzioni
Motivi della dif
ficoltà di r
eperimento (valori %)
valori
% su
mancanza
mancanza
livelli r
etrib.
for
te
ridotta
altri
assoluti
totale str
uttur
e
qualificaz.
non
adeguati
concorr
enza
presenza
motivi
assunzioni
for
mative
necessaria
alle aspettative
fra impr
ese
figura
Cir
coscrizioni
Italia Nor
d Occidentale
91.434
33,5
7,3
39,0
16,7
8,9
22,4
5,7
Italia Nor
d Orientale
95.836
42,8
6,4
34,7
18,1
9,7
26,4
4,8
Italia Centrale
46.882
31,4
8,6
42,8
17,6
7,6
19,2
4,8
Mezzogior
no
48.614
28,4
10,7
45,9
13,7
5,5
19,8
4,6
ITALIA
282.766
34,6
7,8
39,4
16,8
8,4
22,8
5,1
Classi dimensionali
1-9 dipendenti
113.654
37,0
6,8
41,1
18,5
5,0
24,2
4,4
10-49
62.282
35,6
9,0
42,0
13,7
7,3
23,0
5,0
50-249
42.435
33,5
7,3
39,8
12,8
9,3
26,6
4,3
250 e oltr
e
64.395
30,8
8,7
33,5
19,5
14,8
17,5
6,9
Fonte:
Unioncamer
e - Minister
o del Lavor
o, Sistema Infor
mativo Excelsior
, 1999.
Cir
coscrizioni e classi
dimensionali

Page 16
390
Mariano D’Antonio
di difficoltà di reperimento addotti dagli intervistati, vedono al primo posto
la mancanza di qualificazione necessaria, al secondo posto la ridotta pre-
senza di lavoratori con le caratteristiche desiderate e al terzo posto lo scarto
tra retribuzioni proposte dalle imprese e aspettative dei lavoratori da assu-
mere. Sommando insieme queste ultime due cause di difficile reperimento
delle persone da impiegare, si ottiene, nella media italiana, un peso di diffi-
coltà prossimo al 40% di tutti gli ostacoli alle assunzioni, che supera il 44%
nell’Italia Nord-Orientale. Queste ultime cifre sono una misura del varco
che si apre all’immigrazione dall’estero per sopperire sia all’assenza di figu-
re professionali richieste sia ad un salario d’ingresso atteso dai lavoratori
italiani superiore alla retribuzione proposta dagli imprenditori.
Spostiamoci ora ad esaminare la propensione alla mobilità territoriale
dei disoccupati meridionali. Nel corso degli anni novanta è aumentata la
percentuale di quanti, secondo le indagini ISTAT sulle forze di lavoro, si
sono detti propensi ad accettare un lavoro “ovunque”, cioè lontano dal
Comune di residenza e anche da un Comune prossimo a quello di resi-
denza, raggiungibile nell’arco di una giornata: nel 1993 in media quasi il
24% dei disoccupati meridionali erano disposti a lavorare “ovunque”,
nel 1999 ne erano disposti all’incirca il 28%. La propensione alla mobilità
territoriale è cresciuta più rapidamente nei giovani meridionali compresi
nelle fasce di età dai 15 ai 29 anni, come si può vedere dalla Figura 4.
È poi degno di nota che, tra i disoccupati del Mezzogiorno, a dirsi di-
sposti a lavorare in un luogo lontano dal proprio Comune o da un Co-
mune prossimo sono i maschi (36% del totale nel 1999) più che le fem-
mine (18% del totale).
L’indagine ISTAT sulle forze di lavoro permette di incrociare le prefe-
renze dei disoccupati del Mezzogiorno per la mobilità territoriale con le
loro pretese di retribuzione minima: come c’è da attendersi, la propen-
sione a trasferirsi per lavorare “ovunque” aumenta sensibilmente tra
quanti chiedono di percepire una retribuzione superiore ad un milione e
seicentomila lire mensili (cfr. Fig. 5).
Per meglio comprendere come si manifesta la preferenza per la mobilità
sul territorio, abbiamo calcolato i coefficienti di correlazione tra la distri-
buzione dei disoccupati meridionali per classi di retribuzione minima ri-
chiesta nonché per luogo di lavoro ritenuto accettabile e la distribuzione
di alcuni loro caratteri. Dai risultati raccolti nella Tabella 7 emerge che l’ac-
cettazione di lavorare “ovunque” è altamente correlata con titoli di studio

Page 17
391
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
Fig. 4 - Mezzogiorno - Disoccupati secondo il luogo di lavoro ritenuto accettabile
(Anni 1993 e 1999)
Disoccupati in totale e giovani dai 25 ai 29 anni
Percentuali sul totale delle informazioni disponibili
15-29 anni
Anno 1999
15-29 anni
Anno 1993
Tutti i
disoccupati
Anno 1999
Tutti i
disoccupati
Anno 1993
0%
20%
40%
60%
80%
100%
37,9
42,6
41,7
45,6
30,8
23,6
30,7
27,6
27,2
29,3
30,2
32,7
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.
-
-
-
-
-
Ovunque
In un Comune prossimo
Nel proprio Comune
Fig. 5 - Mezzogiorno - Disoccupati secondo le preferenze di reddito e di lavoro
(Anno 1999)
Da 500 a 1.100
Da >1.100 a 1.400
Da >1.400 a 1.600
Da >1.600 a 1.800
>1.800
100%
90%
80%
70%
60%
50%
40%
30%
20%
10%
0%
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.
Classe minima di retribuzione richiesta (migliaia di lire)
Per
centuali sul totale di ciascuna classe
60,2
47,6
43,6
35,0
29,6
27,3
43,1
33,7
31,3
32,5
23,9
34,5
17,9
28,3
11,5
Ovunque
-
-
-
-
-
-
Nel proprio Comune
In un Comune prossimo

Page 18
392
Mariano D’Antonio
medio-alti e con due classi di età, quella dei giovani da 25 a 29 anni e quel-
la di persone di età più matura, dai 40 ai 49 anni. Il disoccupato meridio-
nale che dichiara di volersi trasferire lontano dal proprio Comune di resi-
denza o da un Comune prossimo, è poi una persona che cerca lavoro da
pochi mesi ed è disposto ad accettare un impiego a tempo indeterminato
e a tempo pieno. Coloro che invece preferirebbero impiegarsi nel Comu-
Tab. 7 - Mezzogiorno - Coefficienti di correlazione* tra le preferenze per la mobilità dei disoccupati
(distribuiti per classi di retribuzione minima richiesta) e alcuni caratteri (Anno 1999)
Caratteri
Preferenze: luogo di lavoro ritenuto accettabile
Nel proprio Comune
In un Comune prossimo
Ovunque
CLASSI DI ETÀ (anni)
15-24
0,95
0,97
25-29
0,94
0,89
30-39
0,95
40-49
0,91
0,92
50 ed oltre
0,96
TITOLO DI STUDIO
Alto
0,93
Medio
0,94
0,90
Basso
0,94
0,97
DURATA DELLA RICERCA
Durata breve
0,92
0,92
Durata media
0,88
0,94
Durata lunga
0,98
TIPO DI OCCUPAZIONE CERCATA
Dipendente a tempo indeterminato
0,91
0,94
a termine
0,97
contratto di formazione
0,94
nessuna preferenza
1
0,89
ORARIO DI LAVORO PREFERITO
Esclusivamente a tempo pieno
0,99
Esclusivamente a tempo parziale
Preferibilmente a tempo pieno
0,99
Preferibilmente a tempo parziale
Qualsiasi orario
0,98
0,93
* significativi al 95%
Fonte: ns. elaborazioni su dati ISTAT.

Page 19
10
Conclusioni simili a queste furono tratte da un’ampia indagine sul campo condotta nell’autunno
del 1990 su un campione di quasi duemila giovani meridionali iscritti al collocamento in Campania
e nelle città di Bari, Catania e Reggio Calabria. Si rinvia per ciò al volume AA.VV., (a cura di M.D’An-
tonio), Lavoro e disoccupazione nel Mezzogiorno, Edizioni della Fondazione Giovanni Agnelli, To-
rino, 1992, seconda parte.
393
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
ne in cui risiedono, sono giovanissimi e sono quelli con titolo di studio
basso, fino alla scuola d’obbligo, che cercano lavoro da più tempo, che
non hanno preferenza né per un tipo di contratto né per un orario.
Nelle altre due aree dell’Italia, nel Nord e nel Centro, la propensione
ad accettare un lavoro “ovunque”, invece, è significativamente correlata,
nella platea dei disoccupati, soltanto con due caratteri, cioè con un titolo
di studio alto e con la preferenza per un orario di lavoro esclusivamente
a tempo pieno.
In sintesi, la mobilità territoriale dei disoccupati meridionali, la loro di-
sponibilità a lavorare “ovunque”, lontano dal Comune di residenza o da
un Comune prossimo, è circoscritta a soggetti che presentano aspettati-
ve di reddito elevato, fortemente scolarizzati, in attesa di un impiego “ti-
pico” (a tempo indeterminato e a tempo pieno), non ancora scoraggiati
nella ricerca di un’occupazione.
10
Sono soggetti disposti ad emigrare
fuori del territorio meridionale sospinti dall’aspettativa di una carriera
Tab. 8 - Assunzioni previste nel biennio 1999-2000 di personale proveniente
da Paesi extracomunitari, per settore di attività e ripartizione geografica
Assunzioni di
di cui:
extracomunitari
(valori percentuali)
1999-2000
1
valore percentuale
in imprese con necessità
con meno
senza
assoluto
sul totale
con meno
formazione
di 25 anni
esperienza
di 25 dip.
Totale
200.589
24,5
62,4
35,6
30,6
54,3
Industria
113.580
28,4
73,4
33,2
33,2
50,0
Servizi
87.009
20,8
48,1
38,8
27,0
59,8
RIPARTIZIONI GEOGRAFICHE
Italia Nord Occid.
56.871
20,8
53,3
38,6
33,3
57,7
Italia Nord Orient. 77.947
34,8
58,2
40,7
30,3
56,3
Italia Centrale
33.129
22,2
69,9
31,7
32,7
53,1
Mezzogiorno
32.642
19,0
80,7
22,6
24,1
44,6
1
Il valore assoluto riportato deve intendersi come numero potenziale di assunzioni di personale extracomunitario de-
terminato in base alle indicazioni delle imprese disponibili ad assumere anche tale personale.
Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior.
Settori
e ripartizioni

Page 20
394
Mariano D’Antonio
professionale alle dipendenze nel settore privato, a differenza di ciò che
avvenne nel ventennio 1955-1975, quando l’emigrazione dal Sud al
Nord d’Italia coinvolse centinaia di migliaia di meridionali che erano alla
ricerca di un lavoro e di un reddito pur che fossero, capaci di sottrarli da
una condizione di assoluta indigenza.
Non sorprende perciò che all’incirca un quarto di tutte le assunzioni
previste, nel biennio 1999-2000, dagli imprenditori interpellati col Pro-
Tab. 9 - Assunzioni previste nel biennio 1999-2000 di personale proveniente
da Paesi extracomunitari, per grandi gruppi professionali e professioni
Assunzioni di
di cui:
extracomunitari
(valori percentuali)
1999-2000
1
valore
percentua-
in imprese
con necessità
con meno
senza
assoluto
le sul totale
con meno
formazione
di 25 anni esperienza
di 25 dip.
Totale
200.589
24,5
62,4
35,6
30,6
54,3
Dirigenti e direttori
- -
- -
- -
- -
- -
- -
Professioni intellettuali,
scientifiche
e di elevata special.
1.563
4,5
45,5
57,3
14,3
37,9
Professioni intermedie
(tecnici)
5.676
4,7
33,9
52,1
22,3
44,5
Professioni esecutive
relative all’amministr.
e gestione
6.318
7,2
59,3
35,9
39,8
62,1
Professioni relative
alle vendite
e ai servizi
per le famiglie
52.050
30,1
47,0
42,3
26,8
59,7
Operai specializzati
53.703
29,5
82,9
27,6
30,4
38,4
Conduttori di
impianti, operatori
di macchinari fissi
43.524
30,9
58,7
43,1
33,8
56,5
Personale
non qualificato
37.749
51,2
64,3
25,9
32,6
67,8
1
Cfr. Tabella 8.
Il segno (- -) indica un valore statisticamente non significativo. I totali comprendono comunque i dati non esposti.
Fonte: Unioncamere - Ministero del Lavoro, Sistema Informativo Excelsior.
Gruppi
professionali

Page 21
11
Contro questo vizio “separatista” proprio di tanti economisti, neoclassici o presunti critici della tra-
dizione neoclassica, si veda AA.VV., (a cura di M.Marini), Le risorse immateriali. I fattori culturali
dello sviluppo economico, Carocci editore, Roma, 2000.
395
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
getto Excelsior riguardano cittadini extracomunitari, che sono mossi da
aspettative di lavoro e di reddito meglio coerenti con le esigenze delle
imprese italiane. Nelle Tabelle 8 e 9 sono riportati i risultati dell’indagine
svolta dall’Unioncamere sulle assunzioni previste di persone provenien-
ti da Paesi esterni all’Unione Europea.
Le cifre raccolte nelle citate Tabelle 8 e 9 dicono che le assunzioni di ex-
tracomunitari coprirebbero i vuoti negli organici soprattutto delle imprese
settentrionali, in particolare dell’Italia Nord Orientale; interesserebbero spe-
cie nel Mezzogiorno le imprese con meno di 50 dipendenti; riguarderebbe-
ro personale senza esperienza, con profili professionali di basso livello.
Tutto ciò significa che l’immigrazione extracomunitaria è percepita dagli
imprenditori italiani come una necessità se vogliono integrare o espandere
gli organici. In altri termini, l’immigrazione extracomunitaria si presenta og-
gi come un fenomeno complementare rispetto all’offerta di lavoro inutiliz-
zato o sottoutilizzato nominalmente disponibile nel Mezzogiorno.
4. Verso l’unificazione dei mercati regionali del lavoro?
Gli ostacoli che impediscono o rallentano un ampio trasferimento di
manodopera dal Sud al Nord d’Italia, sono stati fin qui implicitamente in-
dicati. E’ bene richiamarli e approfondirne alcuni aspetti anche in vista
di un loro parziale superamento e dunque al fine di permettere una
maggiore integrazione dei mercati locali del lavoro. Come si dirà in se-
guito, l’ipotesi di integrare meglio i mercati regionali del lavoro non può
essere isolata dall’obiettivo di una più stretta integrazione produttiva tra
Nord e Sud del Paese mediante la crescita nel Mezzogiorno di imprese
innovative e mediante il trasferimento di capacità imprenditoriali dalle
aree sviluppate alle aree in ritardo di sviluppo.
I fattori che ritardano l’unificazione dei mercati locali del lavoro, sono
alcuni comuni, altri specifici al Nord e al Sud; alcuni di natura stretta-
mente economica, altri di carattere culturale, se è lecito separare com-
portamenti economici razionali e comportamenti dettati da valori socia-
li, abitudini, convinzioni radicate nella psicologia collettiva.
11

Page 22
396
Mariano D’Antonio
12
Cfr.A.Alesina, S.Danninger e M.Rostagno, Redistribution through Public Employment: the Case of
Italy, International Monetary Fund, Working Paper n.177, Washington, dicembre 1999.
13
Si veda OECD, Employment Outlook, Parigi, giugno 2000, capitolo 2.
14
Banca d’Italia, I bilanci delle famiglie italiane nell’anno 1998, Supplemento al Bollettino Statisti-
co, Note metodologiche e informazioni statistiche, Nuova serie, anno X, n.22, aprile 2000.
Non c’è dubbio che nelle regioni più ricche del Paese il costo della vita
è maggiore che nelle regioni più povere e ciò può in parte spiegare la di-
sponibilità dei disoccupati meridionali a trasferirsi lontano dai Comuni
di residenza o dai Comuni prossimi se non a condizione di percepire
una retribuzione di fascia elevata: secondo una stima, effettuata calco-
lando la divergenza cumulata degli indici di prezzo al consumo nelle
città settentrionali e in quelle meridionali dal 1947 al 1995, il costo della
vita al Nord è di almeno il 14% maggiore che nel Mezzogiorno.
12
Il cano-
ne medio di affitto di un’abitazione, in particolare, secondo l’indagine
ISTAT sui consumi delle famiglie nel 1999, risulta essere più alto del 32%
al Nord e del 40% al Centro rispetto al Mezzogiorno.
Il titolo di godimento delle abitazioni gioca un ruolo controverso nella
mobilità interregionale del lavoro:
13
nelle regioni caratterizzate da ampia
disoccupazione la proprietà della casa può essere di impedimento alla
mobilità qualora il mercato delle abitazioni in proprietà non sia un mer-
cato trasparente ovvero il trasferimento della proprietà sia fiscalmente
oneroso. Dall’ultima indagine della Banca d’Italia sui bilanci delle fami-
glie italiane
14
risulta che il 66% delle famiglie residenti al Nord e il 63%
delle famiglie residenti al Centro sono proprietarie della propria abita-
zione, nel Mezzogiorno questa percentuale è però più alta, è il 69%. Se la
proprietà della casa frena gli spostamenti di popolazione, questo freno
agisce dunque di più nel Sud d’Italia. Una politica mirante a favorire l’of-
ferta di abitazioni in affitto e ad agevolare i trasferimenti di proprietà del-
la casa potrebbe rendere più agevoli le migrazioni interne delle forze di
lavoro.
Il maggiore ostacolo agli spostamenti dei disoccupati dal Mezzogiorno
al resto del Paese è, tuttavia, l’intreccio che si è creato nelle regioni meri-
dionali tra uniformità contrattuale e rigidità normativa dei rapporti di la-
voro, occupazione irregolare e aspettative di un impiego pubblico.
L’uniformità dei contratti di lavoro impedisce l’adeguamento dei sala-
ri alle condizioni territorialmente differenziate di efficienza delle impre-
se nonché ai divari nel costo della vita. L’appiattimento delle retribuzio-

Page 23
15
Per un’analisi esauriente, a scala internazionale, dell’economia sommersa e delle sue cause, si rin-
via a F.Schneider e D.H.Enste, Shadow Economies: Size, Causes and Consequences, in «Journal of
Economic Literature», vol. XXXVIII, n.1, marzo 2000.
397
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
ni tra Nord e Sud da un lato mette in difficoltà le imprese meridionali
che conseguono livelli di produttività inferiori a quelle settentrionali,
dall’altro abbassa l’incentivo al trasferimento di lavoratori dal Sud al
Nord d’Italia.
Gli oneri fiscali e contributivi gravanti sulle imprese nonché gli adem-
pimenti di legge imposti agli imprenditori per l’avvio di un’iniziativa o
per l’espansione dell’attività, sono, in Italia come altrove,
15
all’origine
dell’economia sommersa, del lavoro irregolare. Il lavoro “nero” rappre-
senta per imprenditori e lavoratori del Sud una via d’uscita dall’eccessiva
regolamentazione del mercato del lavoro: serve alla sopravvivenza delle
imprese e serve a fornire ai disoccupati una fonte di reddito sia pure pre-
caria innalzando al tempo stesso il salario d’ingresso atteso, la retribu-
zione minima richiesta per accedere ad un’occupazione regolare dentro
e fuori del Mezzogiorno.
L’aspettativa di un impiego pubblico, come risulta dalla partecipazione
dei disoccupati meridionali ai concorsi e la fiducia che essi, nella ricerca
di un’occupazione, ancora ripongono negli Uffici di collocamento, illu-
dono ancora tanti giovani meridionali che l’occupazione irregolare sia
per loro solo una parentesi, chiusa la quale si accede all’ambito “posto”
in un ufficio pubblico o in un’impresa che si affidi al Collocamento per
reperire manodopera.
C’è nel Mezzogiorno un elemento all’apparenza paradossale: nel-
l’ethos collettivo è diffusa una miscela di sregolatezza (l’economia som-
mersa) congiunta con l’eccessiva fiducia nello Stato come datore di lavo-
ro di ultima istanza o come intermediario, attraverso gli Uffici di colloca-
mento, nel mercato del lavoro. La sregolatezza, l’inosservanza dei con-
tratti di lavoro e delle norme fiscali e contributive, abbassa la reputazio-
ne delle istituzioni nonché erode i rapporti di fiducia, di cooperazione,
tra gli agenti economici: le imprese sommerse, infatti, fanno concorren-
za sleale alle imprese regolari sul mercato dei prodotti. Non a caso, per-
ciò, il capitale sociale, inteso come rispetto delle regole formali e di
quelle informali nei rapporti tra istituzioni pubbliche e tra soggetti priva-
ti, risulta particolarmente carente nell’area meridionale, innalzando i co-

Page 24
398
Mariano D’Antonio
16
Su quest’aspetto si veda, per una ricerca empirica e per i riferimenti bibliografici, M.Scarlato, Capi-
tale sociale e sviluppo economico, Università degli Studi di Roma Tre, Dipartimento di Economia,
Working Paper n.14, Roma, maggio 2000.
17
Cfr. l’indirizzo rivolto dal Governatore in occasione della cerimonia del conferimento del Premio
internazionale Guido Dorso, Roma, 21 settembre 2000, mimeo.
sti di transazione e scoraggiando lo sviluppo delle imprese, come risulta
da numerose indagini.
16
L’aspettativa dei disoccupati di impiegarsi nel
settore pubblico, d’altra parte, concorre a ridurre l’incentivo a lavorare
alle dipendenze nel settore privato anche lontano dal Sud.
La riforma del rapporto di lavoro, peraltro già avviata con i cosiddetti
lavori “atipici”; la riduzione delle aliquote fiscali e contributive a carico
delle imprese; l’avvio di forme di lavoro flessibile nell’impiego pubblico,
sono tutte condizioni necessarie affinché anche l’attività di contrasto
dell’economia sommersa non si dibatta, com’è finora avvenuto, tra inter-
venti repressivi occasionali e perdurante acquiescenza da parte dei po-
teri pubblici.
Questi interventi riformatori potrebbero indurre un aumento della mo-
bilità territoriale del lavoro, dal Sud al Nord d’Italia. Ma, come ha avverti-
to anche recentemente il Governatore della Banca d’Italia Antonio Fa-
zio,
17
“…l’emigrazione non può risolvere il problema della bassa occu-
pazione; essa tende ad impoverire le regioni di partenza ed è costosa
per l’individuo e per la collettività”.
La riforma della regolamentazione nei mercati del lavoro e dei prodot-
ti, d’altra parte, è un passaggio obbligato per ridare slancio alla crescita
delle imprese nel Sud, prima ancora che per aumentare l’incentivo al tra-
sferimento dei disoccupati meridionali nelle aree più sviluppate del Pae-
se. Perdurando le attuali rigidità, risultano frenate sia la mobilità del la-
voro dal Sud al Nord sia ancor più l’espansione del tessuto produttivo
meridionale nonché la mobilità del capitale-impresa dal Nord d’Italia e
d’Europa al Mezzogiorno. D’altra parte, poiché le migrazioni interne, co-
me si è detto nel paragrafo precedente, interessano attualmente per lo
più lavoratori meridionali istruiti, desiderosi di avanzare nella carriera
professionale, solo l’insediamento nel Sud di imprese innovative, che
esprimano una domanda di lavoro qualificato, può impedire quell’im-
poverimento delle regioni di partenza di cui dice il Governatore Fazio.
Siamo, in altri termini, in presenza di un circolo vizioso nel rapporto
tra Nord e Sud: le migrazioni interne sono quantitativamente limitate

Page 25
18
Si veda sull’argomento M.D’Antonio e M.Scarlato, Capitale umano e sviluppo economico.Un mo-
dello di equilibrio economico generale per il Centro-Nord e il Mezzogiorno d’Italia, Università degli
Studi di Roma Tre, Dipartimento di Economia, Working Paper n.16, Roma, maggio 2000.
399
Mercato duale del lavoro, sviluppo del Mezzogiorno, migrazioni
dalle rigidità del mercato del lavoro che alimentano nel Mezzogiorno il
circuito perverso tra impiego pubblico, economia sommersa e disoccu-
pazione stagnante, ma sono qualitativamente concentrate sulle fasce di
lavoro qualificate; l’emigrazione di lavoratori qualificati dal Sud al Nord
impoverisce, dal lato dell’offerta di lavoro, l’area meridionale. In questa
situazione, gli investimenti in capitale umano, che pure sono ancora ne-
cessari nel Mezzogiorno, rischiano di andare sprecati ovvero di disper-
dersi a vantaggio delle regioni economicamente più forti,
18
ove non sia-
no accompagnati dalla crescita nel Sud di imprese che facciano doman-
da di lavoro qualificato.