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sviluppo lento, debito pubblico ancora fuori controllo, lavoro troppo rigido E sulle pensioni l'Ocse ci tira le orecchie |
| "Passi avanti", anzi, enormi, nel risanare l'economia, ma il mercato del lavoro è ancora troppo rigido e l'onere delle pensioni tuttora è molto elevato. Sono fattori che pesano sulla crescita, stimata per il 1999 attorno al 2%. Ad affermarlo è l'ultimo Rapporto dell'Ocse, presentato al ministero del Tesoro dai ministri Carlo Azeglio Ciampi e Vincenzo Visco. La frenata nel ritmo di crescita potrebbe complicare il piano di rientro della finanza pubblica, che indica una riduzione del rapporto debito-Pil al 107% nel 2001, sulla base di un incremento del Pil al 2,7% nei prossimi tre anni. Una previsione "ottimistica", secondo l'Ocse, "soprattutto se l'economia sarà soggetta a imprevedibili rallentamenti ciclici". I numeri dell'Ocse per l'Italia sono altri: +1,5% quest'anno, +2% nel '99, +2,5% nel 2000. E la stima è sub judice, perchè il dato - si sostiene - potrebbe facilmente essere inferiore come per molti Paesi europei. Dopo aver centrato l'obiettivo euro, il nostro Paese deve quindi "consolidare i progressi sostanziali conseguiti sul fronte macroeconomico, e adottare quelle riforme strutturali necessarie per accelerare la crescita dell'occupazione". Riforme che investono la previdenza e il mercato del lavoro. La spesa per le pensioni - scrive l'Ocse - nel 97 è stata pari al 15% del Pil, uno dei livelli più alti dell'area Ocse. Grazie alle misure strutturali adottate nella prima metà degli anni '90, l'espansione dell'esborso è rallentata considerevolmente, ma nonostante ciò le previsioni ufficiali continuano a stimare una crescita annua della spesa pari all'1% del Pil fino al 2010, anno in cui questa dovrebbe stabilizzarsi. "Potrebbero quindi essere necessarie ulteriori iniziative per assicurare il controllo di tale spesa", scrive l'Ocse, suggerendo una riduzione del periodo di transizione verso il regime contributivo, una restrizione dei criteri in base ai quali si può andare in pensione prima e un anticipo dell'anno scelto per l'eliminazione delle pensioni di anzianità (2013). Secondo l'Ocse, "riportare sotto controllo la spesa per le pensioni è necessario non tanto per completare il processo di consolidamento, ma per ampliare la spesa sociale per le persone e le famiglie disagiate che, con il 4% del Pil, è al di sotto degli standard dei Paesi Ue". Quello delle pensioni, però, non è l'unico problema ancora irrisolto. C'è anche - e per l'Ocse è il nodo prioritario - il problema della disoccupazione, che rimane la maggior fonte di squilibrio per l'economia italiana, e che ha bisogno di una riforma strutturale del mercato del lavoro e di una vigorosa azione politica. L'eccessiva rigidità del mercato del lavoro e l'insufficiente diversificazione salariale tra le regioni sono - a detta dell'Ocse - i freni principali ad un deciso sviluppo dell'occupazione. "Ci sono segnali che indicano una minore rigidità, soprattutto al Nord'', scrive il rapporto. I contratti atipici sono cresciuti in importanza, e il lavoro è diventato più flessibile in relazione alle necessità della produzione; la stessa mobilità lavorativa, che era molto bassa, è aumentata. E buoni risultati vengono dai patti territoriali e dai contratti d'area. Tuttavia, la percentuale strutturale dei disoccupati è all'11%, una della più alte tra i Paesi dell'Ocse. Questo dato, inoltre, è esacerbato dalle differenze territoriali del tasso di disoccupazione, con un Sud che nel luglio scorso registrava il 22,5% dei senza lavoro, mentre il centro-nord era al 6,9%. Il principale obiettivo per l'Italia resta quindi, secondo l'Ocse, quello di ridurre questa differenza tra Nord e Sud. E per raggiungerlo deve giocare le carte di una maggiore flessibilità del mercato del lavoro ("che continua ad essere oppresso da un'eccessiva regolamentazione") e di una più ampia diversificazione salariale sul territorio. Viceversa, l'introduzione delle 35 ore settimanali dal 2001 potrebbe rappresentare un passo indietro sul fronte dell'occupazione, se porterà ad un aumento del costo del lavoro unitario. |