CRONACA Invia Stampa Sono 160 mila di cui 50 mila i romeni. Allarme per il flusso dall'est che cresce mese dopo mese Il dossier dell'Opera nomadi e un allarme sociale evidente, da Appignano a Roma, da Napoli a Milano Fra cronaca nera e integrazione Fotografia della realtà nomade in Italia Almeno tredici ceppi diversi suddivisi in tre grandi famiglie: italiani, ex jugoslavi e romeni Solo il 10 per cento dei bimbi arriva alla terza media. Ventimila minori non vaccinati. Oltre 500 campi abusivi di CLAUDIA FUSANI Fra cronaca nera e integrazione
Fotografia della realtà nomade in Italia
Uno dei campi nomadi abusivi sgomberato a Roma ROMA - Nella capitale li metteranno fuori dal raccordo anulare, trenta chilometri dal centro. Da Appignano del Tronto scappano dopo i quattro ragazzi del muretto, tutti tra i sedici e i diciannove anni, travolti da Marco "lo zingaro" che quella sera guidava ubriaco. C'è il romeno arrestato per il duplice omicidio di Mendicino, in Calabria. E il rom bosniaco che per rubare una macchina, a Giugliano, s'è trascinato dietro la proprietaria uccidendola. E' solo la cronaca delle ultime settimane da quel fronte caldo, bollente, che è l'emergenza rom. C' è il rischio - forte - che la "pancia" del paese prevalga sulla testa, l'istinto sul buon senso. Le cronache dei giornali sono ricche di lettere di protesta, di frasi che iniziano così: io non sono razzista ma... L'emergenza - Faccenda complicata, questa dei rom. Resa ancora più complessa negli ultimi mesi da un'ulteriore emergenza denunciata da Massimo Converso, presidente nazionale dell'Opera nomadi: "Oltre ai 160 mila tra rom, sinti, camminanti e rom romeni già presenti in Italia, potrebbero aggiungersi nei prossimi mesi almeno altri 60 mila rom romeni che andranno a modificare quei già difficili equilibri raggiunti dopo lunghi anni di compromessi e fallimenti". In Romania c'è una "bomba" potenziale di due milioni e mezzo di rom in partenza verso l'occidente per cui si stanno spalancando le porte dell'Europa. La Caritas stima che "anche nel 2007, come già nel 2006, arriveranno in Italia almeno altri 60 mila romeni". Sono tutti cittadini europei, hanno libero accesso, e non tutti sono rom. Una miccia innescata, insomma, su un allarme sociale che era costante ma stazionario. Quanti sono - A febbraio l'Opera nomadi, ente morale nato nel 1965 con trenta sezioni provinciali, ha aggiornato la fotografia sul variegato mondo rom e sinti in Italia in un congresso nazionale. Non esistono censimenti ufficiali che dicano con esattezza quanti sono. Stime ufficiali parlano di 160 mila persone di cui 70 mila con cittadinanza italiana e 90 provenienti dai Balcani, di cui la metà dalla ex Jugoslavia a partire dal 1966 con punte altissime nei primi anni novanta, e l'altra metà da Bulgaria e soprattutto Romania "direttrice che registra un costante aumento". In Europa la minoranza rom/sinta è stata definita "la minoranza più numerosa dell'Unione europea". In Italia "pesa" con una percentuale pari allo 0,3 per cento della polazione. In genere si può dire che è un popolo con una bassa speranza di vita, l'età media è tra i 40 e i 50 anni, e con un'alta percentuale di minori (il 60 per cento ha meno di 18 anni). Tra questi il 47 per cento ha dai 6 ai 14 anni; il 23 per cento tra i 15 e i 18; il trenta per cento tra 0 e 5 anni. Sono dati, questi, che raccontano bene al tempo stesso della emarginazione e della impossibilità di un'integrazione: in Italia c'è una minoranza di migliaia e migliaia di persone che nonostante viva qui da anni e in molti casi abbia anche la cittadinanza, resta fuori - si mette fuori - da un sistema sanitario evoluto e per lo più gratuito. Non mancano certo le convenzioni sanitarie per controlli e vaccinazioni. Ma il più delle volte sono gli stessi rom che rifiutano l'assistenza. Ma potrebbero essere il doppio - Sapere con una buona certezza quanti sono i rom è il primo problema che devono risolvere amministratori locali, prefetti e governo. Probabile la creazione di un ufficio nazionale per coordinare iniziative e ragionare su numeri reali. Tanto per dare un'idea del fenomeno clandestino basti dire - sono cifre della Prefettura di Roma - che nella capitale sono 7 mila i rom regolari e 12-13 mila quelli irregolari. I campi sono 5-6 quelli ufficiali, tra cui quello gigantesco sulla Pontina all'altezza di Castel Romano dove vivono 1.200 persone. Ma, dice il prefetto Serra, "almeno venti sono i campi irregolari, lungo il Tevere o dietro Trastevere". Non cambia la situazione a Milano. Le stime questa volta sono dell'Ismu e sono aggiornate al mese di febbraio. Secondo la Fondazione per le iniziative e gli studi della multietnicità in Lombardia vivono "almeno 13 mila rom che abitano 240 insediamenti conosciuti ma sono tra i 290 e i 350 quelli realmente esistenti". La situazione più grave è a Milano dove esistono 45 campi (con una popolazione di circa 4.310 persone) ai quali ne vanno aggiunti un centinaio (2.300-3.100 persone)nel resto della provincia. Lega, An e Forza Italia tendono ad aumentare queste cifre. La mappa delle etnie unite dalla stessa lingua: il romanès - Si fa presto a dire zingari. In realtà in Italia ci sono una dozzina di etnie molto radicate in precisi territori, ognuna con proprie tradizioni. Partiti dal nord dell'India e dal Pakistan intorno all'anno mille, gli zingari si sono stabilizzati nell'est europeo da dove hanno poi ricominciato altre migrazioni. In Italia i primi arrivano alla fine del 1300. Un flusso incostante, segnato da persecuzioni - nei lager nazisti sono stati serminati 500 mila zingari - che da allora non si è più fermato. Sono possibili tre grandi divisioni: italiani; slavi; romeni. I 70 mila con cittadinanza italiana - Anni di difficili studi - quella rom è una delle società più chiuse e tribali che si conoscano - li hanno suddivisi in dieci gruppi. I rom abruzzesi e molisani: i più tradizionalisti, conservano intatto l'uso del romanì e sono arrivati in Italia dopo la battaglia del Kosovo nel 1392 a seguito dei profughi arbares'h (albanesi). Si dedicano ai mestieri tradizionali come l'allevamento e il commercio di cavalli ed è molto duffusa tre le donne (rumrià) la chiromanzia. Praticamente le donne che vengono a chiedere l'elemosina augurandovi "tanta fortuna". O sfortuna, se non mettete mano al portafoglio. Rom napoletani (detti napulengre). Fortemente mimetizzati nel capoluogo, fino a una trentina d'anni fa fabbricavano arnesi per la pesca e facevano spettacoli ambulanti. Sono più pochi quelli che esercitano i vecchi mestieri. Con i rom cilentani (una grande comunità di 800 persone vive a Eboli e alcune donne hanno raggiunto la laurea), lucani (una delle comunità più integrate), pugliesi, calabresi (i più poveri di tutta Italia: 1.550 vivono ancora in baracche) e i camminanti siciliani, questi primi sette gruppi contano circa 30 mila persone. Sinti giostrai - Sparsi soprattutto tra il nord e il centro Italia sono almeno trentamila. Arrivati in Italia all'inizio del 1400, sono i depositari del più antico dei mestieri rom, quello dei giostrai. Un mestiere però che sta scomparendo trasformandoli in rottamatori di oggetti recuperati tra i rifiuti e venditori di bonsai artificiali. In migliaia hanno aderito al credo evangelista. I Rom harvati e il sottosgruppo dei kalderasha, circa 7 mila persone arrivate dal nord della Jugoslavia dopo le due guerre mondiali, e i rom lovara (non più di mille) chiudono il gruppo dei rom con cittadinanza italiana. I rom jugoslavi - E' possibile suddividerli in due grandi ceppi, i khorakhanè (musulmani) e i dasikhanè (i cristiano-ortodossi). Vivono per lo più nei campi nomadi del nord e del centro Italia. Tra i minori neppure il 10 per cento va a scuola e minima è anche la percentuale degli adulti che lavorano. L'Opera Nomadi non lo dice esplicitamente ma sono loro il nocciolo duro del più vasto problema zingari. I rom romeni - Quello dalla Romania è ormai un flusso continuo e inarrestabile. Le più grandi comunità sono a Milano, Roma, Napoli, Bologna, Bari, Genova ma ormai il fenomeno è in crescita in tutta Italia. Drammatico il tasso di scolarizzazione tra i rom romeni: solo il 3 per cento dei bambini ha una frequenza minima accettabile. Le caratteristiche sociali - Il rapporto annuale dell'Opera nomadi è impietoso nel tratteggiare le caratteristiche del mondo rom: "quasi totale disoccupazione"; "analfabetismo diffuso"; "degrado ambientale", "emergenza abitativa", "emarginazione sociale", "devianze varie", leggi microcriminalità; "tossicodipendenza", "alcolismo", "condizioni igienico sanitarie allarmanti". Se è sbagliato generalizzare e dire che tutti i rom delinquono, è anche vero che, ammette Converso, esistono comunità che "delinquono al cento per cento". Converso ha "paura" a dare cifre e percentuali. La materia è bollente e il pregiudizio nei confronti dei rom è un fuoco che già brucia e non ha bisogno di altra legna. Poi ammette: "E' ragionevole pensare che solo il 10 per cento dei 160 mila sia integrato". Lavorano nel commercio, a volte anche nei servizi pubblici, fanno i muratori. E il restante 90 per cento? Un' altra caratteristica, che diventa un problema, è l'endogamia: "Si tratta di organizzazioni sociali arcaiche, chiuse, patriarcali, non si fanno scalfire, si autoriproducono e non si mescolano". Dove vivono - I rom "italiani" nel tempo si sono per lo più "mimetizzati" andando a vivere in case popolari o in abitazioni che si sono costruiti in aree che il comune ha destinato a loro. Fondamentale per i rom è non dividersi e non mescolare con altri gruppi "la famiglia estesa" che può arrivare anche fino a 60 persone. L'ideale sarebbero i micro-villaggi. Gli esperimenti, però, raccontano per ora solo di fallimenti. A Cosenza, in un villaggio rom dall'urbanistica perfetta realizzato nel 2001, resiste il 70 per cento di evasione scolastica ed è un concentrato di microcriminalità. Non va meglio ad Arghillà, nei pressi di Reggio Calabria. Le cosiddette micro-aree stanno nascendo a Firenze, Modena, Padova: qui si chiamerà "Villaggio della speranza", undici casette di 54 metri quadrati ognuna con rimessa auto e giardino. I campi rom - Sono un centinaio quelli autorizzati e controllati dai comuni dove, nel tempo, ai container di metallo su due piani si sono sommati roulotte, tende, macchine, accrocchi di legno e metallo senza forma e alcun tipo di sicurezza dove vivono intere famiglie e dove spesso muoiono, per colpa di una stufa o di una bombola di gas, bambini piccolissimi. Almeno 500 sono i campi illegali e abusivi su cui, tanto a Roma quanto a Milano, si scatena di tanto in tanto la rabbia dei residenti. Sono abitati per lo più da ex jugoslavi e romeni. Di questi ultimi solo il 10 per cento vive in strutture pubbliche. Gli altri si arrangiano nelle favelas che spuntano qua e là lungo gli argini dei fiumi e in qualche spazio verde alla periferia delle città. La scuola - Non esistono dati certi sull'abbandono scolastico che è comunque altissimo. In genere si può dire che solo il dieci per cento di tutta la polazione rom presente in Italia arriva al diploma di terza media. Poche decine - e si parla delle primissime migrazioni - i laureati. Un numero secco e accertato parla da solo: sono ventimila i minori romeni che non vanno a scuola e sono analfabeti. In generale i pochi che frequentano, anche per brevi periodi, "non riescono a memorizzare, non riescono a stare concentrati, hanno difficoltà nella lettura e nella scrittura. Appartengono a una tradizione orale, un mondo di suoni e di azione, non di parole. L'italiano resta, anche dopo anni, la terza lingua". La sanità - C'è una vera e propria emergenza di "copertura vaccinale" tra i minori più piccoli. Tra i romeni sono ventimila quelli che non sono mai stati vaccinati. Tra gli adolescenti il problema è la tossicodipendenza e l'alcolismo che è in aumento con l'aggressività e i comportamenti devianti. Per le donne un dato su tutti che arriva da Foggia: se in generale vengono effettuati 130 aborti ogni cento parti, tra le donne rom la percentuale è di 300 aborti ogni cento parti. Da brivido la scheda delle patologie infantili più diffuse: malattie respiratorie, dermatologiche, addominali, carie, basso peso e bassa statura, disturbi del comportamento alimentare e disagio psicologico. La parola d'ordine, e obbligata, è integrare. Ma da dove cominciare? (1-continua) Vai alla seconda puntata (18 maggio 2007) ------------------------------------------------------------------------------------------------------ Quelli che sono riusciti a trovare un lavoro e a mandare i figli a scuola Da Milano a Roma passando per Fano. Ma solo il dieci per cento degli zingari ce la fa Le danze di Belykize e i camion di Arif Storie di ordinaria integrazione La storia di Vintila, rom romeno titolare di impresa edile e judicator nel suo campo Il paradosso di Walter, sinti, italiano, quattro figli, paga le tasse ma non riesce ad avere una casa di CLAUDIA FUSANI Leggi la prima puntata dell'inchiesta Le danze di Belykize e i camion di Arif
Storie di ordinaria integrazione
Canti e balli nel campo nomadi lungo la via Casilina ROMA - "Mi chiamo Belykize, nella mia lingua era il nome della regina di Saba. Ho 19 anni, sono zingara e ne sono fiera. E questa, l'Italia, è la mia terra". Belykize è una rom kosovara nata in Italia, a Napoli, dove la sua famiglia è arrivata nel 1985 da Mitrovica, città ora sotto il controllo delle Nazioni Unite, uno di quei distretti simbolo dei furori etnici scoppiati nei Balcani. Belykise è sempre andata a scuola, fin dall'asilo, e ora frequenta l'ultimo anno dell'istituto tecnico "Adriano Olivetti" di Fano. "So cucire, modifico i vestiti, so ballare, mi porto dietro tutti i colori e i suoni della cultura della mia gente e il mio sogno è aprire un negozio oppure lavorare come commessa". Poi le voci di Arif Thairi, il padre di Belykise; di Costantin Marin Vintila, rom romeno, un judicator a capo del cris, il tribunale della sua comunità che è il campo nomadi vicino al Cimitero Maggiore a Milano. E di Walter Tanoni, un sinti italiano, giostraio figlio di una famiglia di giostrai da quattro generazioni e ora preoccupato di segnare le differenze: "I sinti italiani sono zingari ma più nomadi: siamo cittadini italiani in tutti i sensi e paghiamo le tasse. Il problema sono gli altri zingari, gli slavi e adesso i romeni, che rischiano di avere più diritti di noi". Sono quelli che ce l'hanno fatta. Che si sono integrati senza omologarsi, senza rinunciare a ciò per cui i popoli e le culture zigane sono riuscite nel tempo - ma sempre meno - ad affascinare: quel misto di anarchia mescolato alla capacità di fare festa, di gioire e di convivere con le tragedie quotidiane. Secondo il presidente dell'Opera Nomadi Massimo Converso "in Italia solo il 10 per cento dei 160 mila rom ufficiali si sono integrati". Forse una percentuale ottimista. Di sicuro minima. Ognuno di loro ce l'ha fatta in un modo diverso. Belykize, 19 anni, fiera di essere zingara - La voce di Belykize arriva squillante via cellulare. E' domenica sera ed è appena tornata dal mare con gli amici "...e col mio fidanzato". Italiano? "No, rom kosovaro come me, della mia stessa città...". E le scappa da ridere. La prima cosa che impressiona è la qualità dell'italiano. "Per forza, sono nata qui, sono andata a scuola da sempre, fin dall'asilo. Comunque, oltre all'italiano, so parlare cinque lingue: romanì (l'idioma dei rom ndr), inglese, serbo, croato, bosniaco. Con i miei cugini però parliamo sempre italiano". Belykize abita a Fano, nella Marche. "Io e la mia famiglia viviamo in una casa, ho appena finito di cucire delle tende che a me piacciono molto, piene di colori, mi sono fatta dare degli scampoli nei negozi, li buttavano via e me li hanno regalati. Essere sempre vissuta in una casa è stata, forse, la cosa più importante, non mi sarebbe piaciuto vivere in una roulotte. Quando andavo a trovare mio nonno a Napoli, al campo, non mi piaceva. Ora vive in Francia, in un casa, anche lui" . Belikyze trasmette normalità e leggerezza. "Non mi sono mai vergognata di essere una rom. Anche a scuola, non ho mai avuto problemi. Io parlo, sono una aperta, se qualche volta qualcuno mi ha detto "tu sei una zingara" non l'ho mai rinnegato, anzi, me ne vanto. Lo so cosa vuoi sapere, te lo dico subito: mi vesto come una qualsiasi ragazza italiana, sono pulita e in casa mia nessuno è mai andato a rubare. Quindi nulla di cui vergognarmi. Quest'anno mi diplomo, ho già fatto degli stage di due settimane in un supermercato e in un negozio. Il preside è stato molto contento". La giornata tipo di Belykize è la mattina a scuola, "il pomeriggio aiuto un po' mia mamma in casa dove viviamo in otto e faccio i compiti" Le piace ballare, anzi è una apprezzata ballerina di cocek, tipo danza del ventre, e di oro, un ballo di gruppo gitano. "Appena posso guardo la tv, soprattutto i telefilm che mi piacciono tanto. Seguo molto anche i telegiornali per capire in che mondo mi trovo". La questione nomadi nelle ultime settimane è spesso nei tg. "Io non posso dare la mia mente e il mio cuore agli altri - dice Belykize - se questi rom trovano normale uccidere, rubare, bere, vivere con i soldi degli altri e non fare nulla, restare sporchi e incivili, io posso dire che sbagliano, che stanno sbagliando tutto. Lo dico, sempre, anche a scuola. Ma poi loro sono loro e io sono io. Voglio dire che noi zingari non siamo tutti uguali, non andiamo tutti a rubare e non siamo dei mostri". Zingaro deriva dal nome del monte Athinganos con cui i greci indicavano una setta eretica di intoccabili. Gitano e zigano deriva da egiziano. Rom vuol dire fango. Ma uno dei primi nomi degli zingari è stato anche bohèmien, chi vive in miseria della propria arte e delle proprie passioni, glielo aveva dato il re di Bohemia. La condanna, ma anche le contraddizioni, delle gente rom comincia dall'inizio, dal nome. E si nutre di secoli di ruberie, furti, violenze, maltrattamenti. Cervantes nel '500 così raccontava la vita con gli zingari in Spagna: "Sembra che gitani e gitane non siano sulla terra che per essere ladri; nascono da padri ladri, sono educati al furto, s'istruiscono nel furto e finiscono ladri belli e buoni al centro per cento". E l'inventore di Don Quixote era certamente un sognatore democratico. Belykize ne è consapevole. "Quasi comprendo il disprezzo per la mia gente. Molti rubano, sono sporchi. Ma qualcuno ce la può fare, se il padre lavora il figlio andrà a scuola, se la donna è rispettata anche la figlia lo sarà, se avranno un lavoro potranno avere una casa, pagare affitto e bollette e tenerla pulita. Da qualche parte bisogna cominciare". La prima cosa che farebbe Belykize è "riscattare le donne, toglierle dalla rassegnazione che devono subìre". "Nella nostra società - ammette - il capofamiglia è e sarà sempre un uomo ma questo non vuol dire che le donne debbano accettare un marito ubriaco che le picchia o fa altro". Arif, tre nazioni in una sola casa - Belykize non è un "miracolo". E quindi può non essere un'eccezione. Se lei ce l'ha fatta - e senza nemmeno troppo faticare - dietro di lei ci sono un padre e una madre che invece di fatica ne hanno fatta molta. Arif Thairi, il padre, oggi ha la sua partita Iva e una ditta di autotrasporti e facchinaggio a Fano. Prima, per 14 anni, ha lavorato nei cantieri navali. Prima ancora ha lottato con le unghie e con i denti nei campi rom di Napoli e Messina. E' originario di Mitrovica ed è arrivato in Italia nel 1985. Ha 45 anni ma se lo ascolti sembra che abbia già fatto sette vite. "Da Mitrovica negli anni è scappato un intero quartiere, 180 mila persone, prima per le persecuzioni poi per la guerre. La mia famiglia è di origine rom, zigana, ma noi a Mitrovica avevamo la nostra casa e quando ci passavano davanti quelli con le roulotte dicevamo che non avremmo mai voluto fare quella fine. Poi siamo dovuti scappare e adesso non abbiamo più documenti di nulla, nè della casa, nè del casellario giudiziario, nè del comune perchè Mitrovica non si sa più di chi è. Così, io che potrei avere la carta di soggiorno e chiedere la cittadinanza, non posso avere nulla perchè l'Italia non sa se sono serbo, kosovaro o croato". Non avendo un paese di origine, Arif e tanti altri come lui non possono neppure avere un paese che li accoglie. Un po' come Tom Hanks nel film di Spielberg The Terminal . Come Tom Hanks, Harif si è arrangiato. "Quando con mia moglie e due figli vivevo nel campo nomadi di Napoli, ho trovato lavoro nei cantieri navali di Fano. Ero abbastanza disperato, mi sono fatto coraggio, sono andato dal sindaco e gli ho detto che volevo trasformare la mia famiglia in persone tranquille e normali. Mi ha ascoltato e ha avuto fiducia". Nel 1987 Arif ha avuto il primo permesso di soggiorno. Dal 1990 ha vissuto per undici anni in una casa comunale. Ora in una casa popolare di cui paga affitto, bollette e tutto il resto. "Siamo in otto e tre paesi diversi: io e mia moglie kosovari, due figli croati, due figli e una nipotina di otto mesi italiani". Arif non ha dubbi su quella che può essere la via dell'integrazione: "La prima cosa che l'Italia deve fare è un censimento vero, reale, di tutti i rom dividendoli però per etnia. Poi ci deve essere una verifica altrettanto reale di chi ha la volontà di cambiare, di faticare e di inserirsi. A quel punto dare i documenti e la possibilità di un lavoro qualsiasi per responsabilizzare le persone. Vivere nel campo può andare bene all'inizio, appena arrivi, ma poi te ne devi andare perchè, se non ci sono controlli molto severi, il campo serve solo a moltiplicare chi ruba e chi si ubriaca. Chi sbaglia, chi delinque, deve essere fuori per sempre, dall'Italia e dalla comunità rom. Come quello di Napoli, quello che ha rubato la macchina e ha ucciso la donna: quello faceva meglio a buttarsi già da un ponte quel giorno". Arif mette in guardia da un rischio che si chiama rom romeni: "Loro adesso stanno arrivando in massa, senza controlli perchè sono cittadini europei e avranno molti più diritti di me che invece sono qui da più di vent'anni. L'Italia deve stare attenta perchè rischia di fare molti errori con questi nuovi arrivi". Vintila, il rom romeno - Una barbona bianca folta, 54 anni, venti nipoti, capo-famiglia di un clan di 50-60 persone: Costantin Marin Vintila è proprio lo zingaro dell'immaginario romantico, per quel poco che può sopravvivere in qualcuno di noi. "Sono anche judicator - racconta - sono l'anziano che giudica le liti interne e familiari, convoco il cris e decido chi ha torto e chi no". Una giustizia parallela a quella italiana? "No per carità, sto parlando di questioni interne, liti di famiglia. Per il resto posso dire che siamo l'occhio della polizia dentro il campo". Vintila è in Italia dal 1991, vive a Milano nel campo vicino al cimitero Maggiore che ospita 7-800 persone. Non è certo uno dell'ultimo flusso dalla Romania. Però si dichiara con grande orgoglio "cittadino europeo, sono come un francese e un tedesco". Non ha una casa, ("e come potrei se non ce l'hanno neppure gli italiani") ma ha una ditta edile e la sua partita Iva. "I miei figli lavorano con me, uno fa il benzinaio, qualcuno ha trovato casa, in affitto, ma non ha detto di essere rom". Vintila è per la tolleranza zero:"Servono più controlli e pene rigorose per i genitori che non mandano i bambini a scuola e li mandano a chiedere l'elemosina. Pene ancora più dure per gli adulti che rubano. Deve restare qui solo chi rispetta le regole. Gli altri fuori, altrimenti danneggiano tutti noi che siamo venuti per lavorare". Walter, il giostraio - In questo viaggio tra i rom che ce l'hanno fatta, la storia di Walter Tanoni è forse la anomala - è un sinti italiano, quindi cittadino italiano - e la più incredibile. E anche la più simile a un vecchio film. "Ho 38 anni, sono figlio e nipote di giostrai, veniamo dal nord Italia ma ho sempre vissuto nel Lazio. Mio nonno, per dirne una, lavorava con Moira Orfei che abitava nella roulotte davanti a noi. Quando ero ragazzino eravano ancora nomadi, giravamo di paese in paese e la gente ci veniva incontro felice perchè portavamo la festa, la musica e l'allegria. Avevo una ragazzina in ogni paese e mia moglie, che è italiana di borgata, è diventata la mamma dei miei quattro figli anche perché è stata l'unica che ha voluto seguirmi sulla roulotte". Da quando, nel 1998, è stato abolito il Dipartimento dello Spettacolo viaggiante e i giostrai hanno perso un interlocutore istituzionale vero e unico: "La nostra attività sta scomparendo. I giostrai sono sempre meno, restiamo sulle roulotte e non abbiamo una casa. Sono molto preoccupato". Il problema sono quelli che ottengono, per mille altri motivi, le licenze per i parchi giochi e simili. "Ci levano il lavoro e partono troppo avvantaggiati perchè hanno il terreno e i mezzi" spiega Walter. La sua è una battaglia per la sopravvivenza. Di un favola e di un sogno, come le giostre. "I giostrai hanno la fama di rapire i bambini? Guai a generalizzare. Anche i pastori sardi hanno questa fama...". Walter si è arrangiato così: "Grazie al comitato di quartiere mi hanno affidato un'area verde in zona Torraccia. Qui ho montato le giostre fisse, tengo pulito e sono un po' il custode del giardino pubblico della zona. Sono anche l'unico punto di aggregazione sociale in questa zona". Walter è amico di tutti nel rione. Ma preferisce non dire che è zingaro di etnia sinti e che vive con la famiglia in una roulotte a Casal Bertone, un piccolo campo di circa sessanta persone, tutte italiane. "Dico che sto in una casa popolare. Ho quattro figli dai quindici ai tre anni che vanno tutti a scuola, perfettamente integrati, bravi, pago le tasse ma quando chiedo la casa mi dicono che ho solo otto punti. E restiamo nella roulotte. Non capisco e non so più a chi chiedere". Far vivere il mondo delle giostre e dei giostrai. La via dell'integrazione dei popoli rom passa anche da qui. (2-continua) (22 maggio 2007)