Macedonia-Grecia: profughi rom nel limbo 06.06.2003 Rom originari del Kossovo, espulsi da campi collettivi UNHCR, vengono bloccati al confine tra Macedonia e Grecia. Alle proteste sono seguite le cariche della polizia. in un campo di sfollati rom dal Kossovo “Rimarremo e moriremo qui” è stata l’affermazione estrema di uno dei rappresentanti di un gruppo di circa 680 rom bloccati oramai da giorni a Lazince, posto di confine tra la Macedonia e la Grecia. I rom, originari del Kossovo, hanno abbandonato Skopje in seguito alla chiusura da parte dell’Alto Commissariato dei rifugiati dei centri collettivi preso i quali alloggiavano, ed hanno tentato di dirigersi verso la Grecia per chiedere lì asilo. Al confine però sono stati accerchiati dalle forze di sicurezza macedoni. “Siamo a pochi passi dalla frontiera” ha riferito Martin Demirovski, corrispondente di Romanews “ma se tentiamo di spostarci siamo caricati dai soldati”. Secondo l’Associazione per i Popoli minacciati (APM) a giornalisti, attivisti per i diritti umani ed organizzazioni umanitarie verrebbe impedito di raggiungere i profughi. C’è preoccupazione per la situazione sanitaria in particolare dei bambini accampati sull’altipiano di Lazince. Secondo Medcins du Monde-Grecia, che la settimana scorsa hanno visitato il campo provvisorio, la maggior parte di loro soffre di bronchiti, disturbi respiratori, diarrea ed altre infezioni. Forti sono le pressioni sul Governo macedone per fare in modo che la situazione si sblocchi. L'APM si è rivolta al Capo di Governo macedone Branko Crvenkovski con una lettera aperta in cui protesta vivamente per la situazione. Si è attivato anche il Comitato di Helsinki macedone che ha richiesto al Primo ministro di permettere ai profughi di lasciare la Macedonia. Ma nonostante questi appelli le frontiere rimangono chiuse. Dal 1999 sono migliaia i rom che hanno dovuto lasciare il Kossovo e rifugiarsi in Serbia, Montenegro e Macedonia. Ancora scarso il rientro anche perché più di 40 rom che avevano fatto ritorno in Kossovo sono stati uccisi e molti altri hanno subito minacce e violenze. Indicativi a tal proposito i reportage del giornalista americano Paul Polansky che per conto dell’APM sta conducendo indagini dettagliate nei quartieri della minoranza rom in Kossovo. Secondo i suoi rapporti i profughi che tornano a casa sono costretti a subire forti pressioni e violenze da parte dei loro vicini albanesi. La situazione umanitaria di questa minoranza è terribile. Per loro è di fatto quasi impossibile trovare un posto di lavoro e spesso risulta difficile trovare di che sfamarsi. Morte lenta per i Rom del Kosovo 23.12.2005 Dopo il 1999 sono stati evacuati dalle proprie case e trasferiti in campi contaminati dal piombo a nord del fiume Ibar. L’emergenza, che doveva durare poche settimane, è giunta al sesto anno. Una situazione paradigmatica dello stato del Kosovo. Nostra traduzione Di Martin Fisher, Transitions Online, 15 dicembre 2005 (titolo originale: “Camp Life”) Traduzione per Osservatorio sui Balcani: Carlo Dall'Asta Budapest - Dopo i bombardamenti NATO in Serbia del 1999 nella città kosovara di Mitrovica, etnicamente composita, la popolazione albanese aggredì le comunità Rom. L’agenzia dell’ONU per i rifugiati (UNHCR) aiutò allora ad evacuarle a pochi chilometri di distanza, in una regione ora come allora controllata dai Serbi. L’idea era di porle fuori dalla portata degli Albanesi, che vedevano i Rom come alleati dei Serbi; ma i Rom finirono in un’area contaminata, non dall’odio etnico bensì dal piombo. Non era un segreto che il posto in cui erano andati a vivere fosse contaminato. Un rapporto delle Nazioni Unite del 2000 definisce non sorprendente l’alto livello di contaminazione della regione, dato che i tre campi sono in prossimità di una miniera di piombo responsabile, stando alle parole dei peacekeeper della KFOR, di un “massiccio inquinamento ambientale”. La giustificazione addotta per porre consapevolmente queste persone, oggetto di una dislocazione interna, in condizioni così pericolose era che esse sarebbero rimaste lì solo per 45 giorni. Oggi, sei anni dopo, sono ancora lì. Un problema ignorato Test condotti nel 2004 rilevarono che la maggioranza della popolazione esposta aveva elevati livelli di piombo nel sangue, una scoperta confermata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS). Test più recenti condotti dal dr. Klaus-Dietrich Runow sui capelli dei bambini rivelano livelli di avvelenamento da piombo tra i residenti anche più alti di quanto si temesse in precedenza. Come riferito da Transitions Online il 24 novembre, alcuni poteri in Kosovo stanno prendendo posizione riguardo alla situazione di queste famiglie. Soren Jessen-Petersen, Rappresentante Speciale del Segretario Generale delle Nazioni Unite, ha dichiarato che “le condizioni di vita sostenute dalle famiglie Rom in questi campi sono un affronto per la dignità umana”. Indubbiamente lo sono, ma lo sono state per sei anni. Allora perché nulla è stato fatto finora nonostante si fosse a conoscenza del rischio? Perché queste povere famiglie non sono state spostate dalla zona contaminata in un posto più sicuro? Sicuramente per l’ONU avere dei bambini che muoiono avvelenati dal piombo, sotto i suoi occhi, non è il tipo di cosa per cui vuole essere ricordata in Kosovo? Jean-Marie Guéhenno, Sottosegretario delle Nazioni Unite per le operazioni di peacekeeping, riconosce che “è imperativo spostare questa gente dalle terre contaminate”. Ma l’avvertimento che aggiunge rivela la situazione reale delle famiglie Rom: “la ricollocazione avverrà su basi ancora da definire”. È questo immobilismo che fa infuriare Dianne Post, del Centro Europeo per i Diritti dei Rom (ERRC) di Budapest. Diretta e determinata, essa è impegnata in una campagna per far pressione all’UNMIK facendo petizioni all’ONU, arrivando fino a Kofi Annan, perché sia tolta l’immunità allo staff dell’UNMIK specificamente responsabile della situazione, in modo da poterlo perseguire legalmente. Tutto ciò che le interessa è “porre fine ai campi” e alle interminabili riunioni e agli scaricabarile. La Post paragona la sua rabbia per questo ad un più noto caso recente di oltraggio dei diritti umani. “Ieri ho rivisto [il film] Hotel Rwanda”, ha detto, “e sono esasperata dal fatto che ancora una volta i governi e le agenzie internazionali temporeggiano mentre la gente muore. Essere massacrati con un machete è certamente una morte orribile e più rapida che morire di avvelenamento da piombo, ma la vittima è altrettanto morta, in entrambi i casi”, ha detto in riferimento al genocidio in Rwanda. Ma non è solo l’ONU ad essere coinvolta in questo caso. Indecisione Il Comitato Internazionale della Croce Rossa (ICRC) ha programmato che i residenti nei campi ricevano latte per meglio disintossicarsi. Un mese fa, Norwegian Church Aid ha rilevato la gestione dei tre campi dell’UNMIK, con un contratto annuale. La Federazione Internazionale della Croce Rossa/Mezzaluna Rossa e l’OMS prevedono di dispensare un supporto sociopsicologico per le famiglie dei campi. E il governo degli Stati Uniti finanzierà un programma dell’UNICEF per i bambini e le madri, per l’ammontare di 68.000 dollari, perché vengano istruiti sui pericoli legati all’avvelenamento da piombo e sui modi per minimizzare i suoi effetti attraverso una adeguata igiene e nutrizione. Tutte queste sono valide iniziative, ma non cambiano il fatto che le famiglie vivono su un terreno tossico. Anche se le agenzie internazionali stanno migliorando le disumane condizioni di vita nei campi, fornendo più cibo e più legna per il riscaldamento e provvedendo alla raccolta dei rifiuti, non per questo l’esposizione al piombo si riduce. L’unica vera soluzione è trasferire gli abitanti fuori da questi campi. Solo l’UNMIK può farlo. Spesso si dà alle vittime stesse la colpa di non voler lasciare i campi. Le si accusa di non parlare con un’unica voce e di preferire restare nei campi, nella speranza che alla fine siano costruite delle case per loro. In incontri organizzati dall’UNMIK e dal governo locale sono state proposte numerose soluzioni, ma nessun passo è stato fatto per metterle in pratica. Rinfocolato dalle discussioni sul futuro status del Kosovo, c’è un nuovo ottimismo che il problema sarà finalmente affrontato, e stanno arrivando donazioni dai governi di Germania, Irlanda e Svezia per trasferire i Rom in una ex base francese della KFOR. Certo, questo campo avrebbe acqua calda e sarebbe più pulito, ma è sempre vicino a dove sono ora, cioè a dove sono stati per sei anni, e rimangono dei dubbi sul livello di contaminazione di quel sito. L’UNMIK insiste che il trasferimento deve avvenire su base volontaria, per evitare lo smembramento delle famiglie. Questa potrebbe essere una considerazione valida in circostanze normali, ma da quanto risulta da tutti i rapporti stilati fino ad ora, non si può permettere che questa gente rimanga esposta a un ulteriore avvelenamento da piombo . L’obiettivo a lungo termine è il ritorno a sud del fiume Ibar, nel quartiere rom di Mitrovica (o Mahala), da cui proviene la maggior parte dei residenti. Ci sono ovvii problemi al riguardo, non ultimo che lo spostamento, specialmente se in piccoli gruppi, li esporrebbe a violenze da parte della popolazione di etnia albanese. Potrebbero i Rom fidarsi della KFOR, dell’UNMIK, o di una amministrazione kosovara dopo l’esperienza del 1999, quando la NATO non seppe proteggerli? Ma un secondo problema è che i fondi sono gravemente inadeguati, sia per una soluzione temporanea che per una permanente. Finora è stata raccolta solo la metà dei soldi necessari a ristrutturare adeguatamente il campo francese della KFOR, per non parlare degli 8 milioni di euro che secondo le stime servirebbero per tornare a sud dell’Ibar. Fu certamente opportuno allontanare i Rom nel 1999 da un immediato pericolo, anche se ciò voleva dire metterli in mezzo a un rischio ambientale per qualche settimana. Ma quelle poche settimane sono diventate ora sei anni. Forse i Rom sono esposti all’avvelenamento da piombo perché l’UNMIK vuole evitare un altro allarme sulla sicurezza proprio ora che i colloqui sullo status stanno progredendo? È chiaro che i Rom devono essere urgentemente evacuati dai campi. Ma la questione del perché essi siano stati tenuti lì così a lungo resta e dovrà rimanere aperta. Kosovo, se nel sangue circola piombo 25.04.2005 Campi collettivi nei pressi delle miniere di Trepca, nord del Kosovo. Vi vivono Rom, Ashkali ed Egiziani i cui figli sono ricoperti da piaghe. Diagnosi? Avvelenamento da piombo. Ma né le autorità di Mitrovica nord né l'UNMIK sembrano disposti a fare qualcosa Miniere di Trepca Di Hajrudin Skenderi – IWPR Traduzione a cura di Osservatorio sui Balcani Saban Cosa, ragazzino di tre anni, si aggira per il campo sfollati di Cesmin Lug con una larga ferita sulla testa. La sua famiglia, assieme a molte altre appartenenti alle comunità Rom, Ahskali ed Egiziani, si è rifugiata nel campo nel 1999, a seguito della guerra, cacciata dalla propria casa dagli albanesi. Il campo è situato a soli 500 metri dalle miniere di Trepca – attualmente in disuso – nel nord del Kosovo. Il padre di Saban, Agron, è convinto che la ferita del figlio sia una conseguenza di un avvelenamento da piombo, residuo della lavorazione mineraria e stoccato in una discarica poco distante. Cablare e Zitkovac, a due chilometri da Trepca, sono altri campi dove vivono Roma, Ashkali ed Egiziani. Come Cesmun Lug sono siti dove sono stoccati i resti delle lavorazioni della miniera. Chi vi vive denuncia l'inquinamento da piombo ed il rischio a cui si è sottoposti, che potrebbe portare a malattie mortali. Analisi condotte - nel giugno del 2004 - dall'Organizzazione Mondiale per la Sanità dimostrano che queste paure sono giustificate. Il 40% di coloro i quali sono stato analizzati presentano alti livelli di piombo nel sangue. Gerry McWeeney, rappresentante dell'OMS in Kosovo, afferma che il piombo arriva al sangue in vari modi, tra i quali la polvere ed il cibo incontaminato. Agron Cosa denuncia di non poter far molto per aiutare il figlio. "Abbiamo scoperto che Sabat aveva piombo nel sangue quando ha effettuato le analisi dell'OMS" ha dichiarato ad IWPR. "Dicono che dovrebbe andare a curarsi a Belgrado, ma non ho i soldi per mandarlo". Secondo gli abitanti del luogo il terreno è stato profondamente contaminato da elementi tossici – piombo e ossido sulfureo – fin dal 1927, quando la miniera di Trepca è stata aperta. Nel rapporto dell'OMS si afferma che i propri esperti hanno rilevato livelli eccessivi di piombo nel terreno, nell'aria e nelle acque. L'amministratore ONU di Mitrovica, Joe Kazlas, ha affermato il 17 dicembre 2004 che le Nazioni Unite erano coscienti del problema e che avrebbero preso provvedimenti in merito. "Le conseguenze dell'avvelenamento da piombo colpiscono soprattutto i bambini e le donne incinte, per questo motivo abbiamo affittato un hotel per alloggiare queste persone, in modo siano protetti dall'area a rischio", ha affermato. Kazlas ha poi aggiunto che molti bambini e donne incinte si sono rifiutate di accettare l'offerta poiché non volevano separarsi dalle proprie famiglie. Tatjana Cukic, pediatra presso l'ospedale di Mitrovica nord e che, di tempo in tempo, visita il campo di Trepca, ha affermato che i problemi riscontrati non sono causati dalla vicinanza delle miniere. A suo avviso la gente assorbe il piombo nel sangue perché non lava bene il cibo. "Se la gente non lava le verdure e la frutta prima di mangiarla, rischia di ingerire piombo". Molti dei residenti dei centri collettivi si lamentano del fatto che le autorità di Mitrovica fanno ben poco per risolvere il problema. "Nessuno si cura di noi, siamo emarginati" afferma Cun Hajdini, la cui figlia di quattro anni, Fljurija, soffre d'avvelenamento da piombo. Un'ipotesi era quella di uno spostamento temporaneo nella zona sud di Mitrovica, amministrata dagli albanesi. Ipotesi caduta perché nessuno voleva trasferirsi in territorio albanese. La dottoressa Cukic ricorda che la presenza di alti tassi di piombo nel sangue pone seri problemi di salute, soprattutto per quanto riguarda i bambini. Dopo aver visitato Saban Cosa ha ammonito: "il piombo può danneggiare il cervello e può causare problemi all'udito. Può essere anche colpito il livello ormonale, con il rischio del blocco della crescita". "E' certo che Saban non si libererà mai di problemi d'anemia e di pressione alta. Potrebbe anche avere problemi a parlare, a studiare e di memoria". La dottoressa ricorda come i bambini e le donne incinte che sanno di avere alti tassi di piombo nel sangue devono assolutamente mangiare cibi ricchi di calcio, che aiuta ad espellere livelli eccessivi di piombo dal sangue. Ma l'accesso a questa particolare dieta non è sempre facile per i residenti di questi campi, che ogni giorno si battono per sopravvivere. Un'altra vittima dell'inquinamento da piombo è Sadeta Gasnjani, 13 anni, il cui corpo è ricoperto di ferite. "All'inizio sembravano solo graffi" ha dichiarato suo padre ad IWPR. Quando le ferite hanno iniziato a peggiorare il padre ha portato Sadeta dal dottore, che ha confermato la presenza di piombo nel sangue. "Il dottore mi ha detto che deve prendere vitamine e mangiare cibo particolare, ma non ho i soldi per comperare queste cose per lei". Logo APM HOME | INFO | NEWS | >> DOSSIER | BACHECA / TERMINE | EDICOLA / KIOSK | LADIN Famiglia Rom davanti alle rovine della propria casa. Foto: T. Zuelch FINO A CHE L'ULTIMO "ZINGARO" NON HA LASCIATO LA REGIONE LA CACCIATA IN MASSA DI ROM ED ASHKALI DEL KOSOVO Report di Tilman Zülch Estratto dalla parte I [Fact-Finding Mission di Tilman Zülch, 04.08 - 18.08.1999] INDICE Presentazione | Anche gli albanesi sono stati vittime | "Pulizia etnica" contro Rom ed Ashkali | Rom ed Ashkali in Kosovo | Insediamenti Rom distrutti | Morti e scomparsi | Giustificazioni di parte albanese | Corresponsabilità dell'UÇK | Campagna e raccomandazioni dell'APM Uomini e donne dalla pelle scura, appartenenti alle minoranze Rom ed Ashkali, non possono mostrarsi senza pericolo di vita nelle strade e nelle piazza delle città del Kosovo d'oggi. Gran parte della popolazione kosovara-albanese, per un decennio vittima della politica di apartheid della Serbia, appoggia, sostiene, giustifica una politica di stretta separazione "razziale". In soli tre mesi gran parte della minoranza di antica origine indiana dei Rom e degli Ashkali, stanziata in Kosovo da secoli, è stata espulsa dai luoghi natali e cacciata dalla regione. La maggioranza delle loro case, dei loro villaggi e quartieri è stata distrutta. Circa tre quarti dei Rom e degli Ashkali sono costretti a sopravvivere in campi profughi o in baraccopoli nei paesi limitrofi: Montenegro, Serbia, Bosnia-Erzegovina, Macedonia ed Albania. A migliaia tentano la pericolosa traversata per l'Italia su sovraffollate e pericolose "carrette del mare". Non pochi di loro sono annegati nell'Adriatico. Molti dei Rom ed Ashkali rimasti in Kosovo sopravvivono in campi dell'ACNUR per "displaced persons". Si tratta di profughi in patria. suPRESENTAZIONE In qualità di presidente dell'Associazione per i Popoli Minacciati (APM), Tilman Zülch ha visitato il Kosovo tra il 4 ed il 18 agosto 1999: parlando con profughi Rom ed Ashkali in un campo gestito dall'ACNUR per queste minoranze, e raccogliendo testimonianze oculari e notizie confermate su saccheggi e devastazioni di insediamenti e quartieri Rom ed Ashkali da parte della popolazione albanese ivi rimasta ovvero rientrata. I risultati di queste indagini sono riportati nella prima parte della relazione. suANCHE GLI ALBANESI SONO STATI VITTIME IN KOSOVO Prima dell'espulsione delle minoranze Rom ed Ashkali da parte albanese-kosovara, la popolazione albanese era stata vittima, a partire dal marzo 1998, dei peggiori crimini dell'esercito, della polizia e delle milizie serbe. Si deve oggi valutare realisticamente che fino a 20.000 persone sono state uccise dalle truppe serbe. Altri 20.000 albanesi - vecchi, malati, feriti, handicappati, bambini e neonati - non sono probabilmente sopravvissuti alla cacciata nei paesi vicini ed alla fuga sulle montagne e nei boschi del Kosovo. Queste persone non sono con tutta probabilità comprese nelle statistiche, neanche in Kosovo, ma sono anch'esse vittime di genocidio. Il regime di Milosevic è responsabile pure della loro morte. La Società per i Popoli Minacciati, già nei primi giorni di giugno del 1999, prima dell'ingresso delle truppe KFOR nel Kosovo, ha documentato nel rapporto "Genocidio in Kosovo" (in tedesco e inglese) il fatto che l'armata serba, la polizia speciale ed i paramilitari hanno violato la convenzione delle Nazioni Unite per la prevenzione e la repressione del genocidio. La lunga repressione in Kosovo, a partire dall'incorporazione della provincia nel regno di Serbia dopo le guerre balcaniche del 1912-13, ha determinato un forte sentimento etnico tra gli albanesi di Jugoslavia, e spiega forse l'aggressivo nazionalismo che, dopo la liberazione del Kosovo da parte delle truppe della NATO, predomina in vasti strati della popolazione. Tutte le strutture dell'autonomia albanese erano state gradualmente liquidate dal governo Milosevic a partire dal 1989. All'ingresso delle truppe KFOR nel Kosovo l'apparato statuale serbo imposto al Kosovo si è sfasciato in pochi giorni. Così, per settimane e mesi dopo la fine della guerra nel giugno 1999, e fino ad oggi, nella regione ha dominato l'anarchia, solo parzialmente limitata dall'intervento delle truppe KFOR. Vandalismi di ogni genere, atti di vendetta di civili albanesi, aggressioni mirate da parte di bande armate dell'UÇK, ed azioni di una mafia in formazione, in parte immigrata dall'Albania: tutto ciò è favorito dalla mancanza di polizia, tribunali ed amministrazione. Tuttavia non è possibile giustificare il fatto che la maggior parte della popolazione albanese si rivolge con azioni barbariche contro minoranze "non desiderate". La popolazione serba della regione è stata ingiustamente considerata responsabile in massa della cacciata e del genocidio degli albanesi. I crimini contro Rom ed Ashkali non possono essere giustificati con presunti saccheggi e crimini di guerra di singoli appartenenti a queste minoranze. suLA "PULIZIA ETNICA" CONTRO ROM ED ASHKALI Nel caso della "pulizia etnica" ai danni di Rom ed Ashkali non è stato commesso un genocidio con le modalità già usate dai serbi, ma si è dimostrato che una fuga in massa si può ottenere anche soltanto attraverso semplici minacce ed intimidazioni; e per mezzo di singoli atti di maltrattamento, stupro, ed omicidio. Non è ancora possibile escludere che la cacciata causi morie di massa nei campi profughi dei Paesi vicini. Secondo l'art. II c) della Convenzione delle Nazioni Unite sulla prevenzione e la repressione del genocidio del 9 dicembre 1948 una simile situazione potrebbe portare all'accusa di genocidio per gli albanesi responsabili della cacciata in massa di Rom ed Ashkali. La popolazione albanese del Kosovo ed il suo movimento politico, che sotto la guida di Rugova ha messo in pratica per un decennio la resistenza non-violenta, stanno perdendo la propria buona fama. Centinaia di migliaia di albanesi devono avere assistito alle deportazioni degli "Zingari kosovari", ed hanno ogni giorno davanti agli occhi i quartieri Rom distrutti dai propri compatrioti. Ma gran parte della popolazione giustifica i maltrattamenti e le deportazioni. Fino ad ora s'è vista poca opposizione fra i giornalisti, gli intellettuali, i partiti albanesi, e nel movimento di resistenza armata UÇK, che è implicato nei pogrom in molteplici modi. Due terzi degli insediamenti e delle abitazioni di Rom ed Ashkali sono stati incendiati. Ogni giorno le distruzioni e le deportazioni proseguono. Gli Europei non devono tollerare che una minoranza, il cui sterminio era stato iniziato da Adolf Hitler, che un popolo stanziato nel nostro continente da mille anni, venga perseguitato in massa in una parte d'Europa che è stata liberata grazie all'impegno dei Governi europei, e la cui popolazione cacciata ha potuto far ritorno in patria. Giacché un genocidio ai danni di Sinti e Rom è già avvenuto in Europa al tempo del nazismo, non si può tollerare che degli Europei, solo per aver la pelle un po' più scura degli altri kosovari, vengano perseguitati e messi in fuga. L'APM denuncia anche il fatto che le truppe della KFOR prendono così poco sul serio il proprio compito; soprattutto il dovere di proteggere chi oggi rischia di esser cacciato. È ingiustificabile il fatto che alcuni degli insediamenti Rom ed Ashkali ancora abitati, ma perennemente minacciati, non siano protetti dalla KFOR 24 ore su 24. suROM ED ASHKALI DEL KOSOVO Nel Kosovo vivevano, prima della cacciata, circa 150.000 Rom ed Ashkali, di cui circa 30.000 erano emigrati come esuli politici verso l'Europa occidentale negli anni precedenti lo scoppio della guerra. Dopo l'intervento della NATO estremisti albanesi, profughi albanesi di ritorno, spesso vicini albanesi di Rom ed Ashkali, e di sovente anche membri dell'UÇK armati e in uniforme si sono rivolti contro le minoranze. Hanno intimidito e minacciato di morte uomini, donne e bambini, intimando loro un ultimatum - non di rado ad armi spianate - perché lasciassero le proprie case ed i propri paesi. Spesso è stato loro concesso un termine di poche ore o di pochi minuti. Molti Rom ed Ashkali hanno potuto salvarsi coi soli abiti che avevano indosso. Di regola le case sono state saccheggiate; il mobilio, gli elettrodomestici, le automobili ed in alcuni casi anche i trattori sono stati rubati. Con ironia alcune famiglie Ashkali, le sole rimaste nel loro quartiere, hanno riferito che il saccheggio "in stile albanese" è più radicale di quello "in stile serbo", perché sono state rubate anche le lastre di pietra e le tegole dai tetti. Spesso le vetture degli appartenenti alle minoranze sono rubate o "requisite". Nella maggioranza dei casi le abitazioni sono state distrutte col fuoco o con altri mezzi, ma in non pochi casi se ne sono impossessati dei profughi albanesi, le cui case erano state distrutte dalle truppe serbe. Secondo nostre stime approssimative, sono stati distrutti circa i due terzi delle case di Rom ed Ashkali. suINSEDIAMENTI ROM DISTRUTTI Disponiamo di informazioni sulla distruzione totale o parziale degli insediamenti Rom ed Ashkali nei seguenti villaggi, quartieri e città: Berrnice (albanese)/Velika Brnica (serbo) Breko (a./s.) Brest/Bresje Brestovc/Brestovica Dobratin/ Mala/ Velika Dobraja Doran/Doranja Doshevac/Dosevac Fushe Kosova/Kosovo Polje Golesh/Goles Han i Elezit/Ðeneral Jankovic Kolubar/Kulobarska Landovic/Landovica presso Prizren Rovine annerite dal fumo. Foto: T. Zuelch Lipljan/Ljipljane Magure/Magura Malisheva/Malisevo Medvegje/Medvec Mitrovica/Kosovska Mitrovica Obiliq/Obilic Plementin/Plementina Podujeva/ Podujevo Pomazatin/ Pomazatina Pristina Qungur/Cungur presso Peja/Pec Rahovec/Orahovac Rasadnik presso Mitrovice/Kosovska Mitrovica Skenderaj/Srbica Subotic (variante: Sobotic)/Subotica Uji Kuq/Crvene Vodica Vitomira presso Peja/Pec Vranidolle/Vranidol Vushtrri/Vucitern suMORTI E SCOMPARSI Nella loro cacciata gli appartenenti alle minoranze non vengono soltanto minacciati. Si è giunti di frequente a maltrattamenti e a sequestri, uniti a torture, a casi di stupro e ad omicidi. In più casi delle persone sono scomparse o risultano disperse. In almeno un caso una persona, un Rom handicappato, è arsa viva nella sua casa incendiata. Il numero degli assassinati, o delle persone perite nella fuga, è per ora difficile da quantificare. Ciò dipende soprattutto dal fatto che i testimoni albanesi per il momento non danno informazioni su crimini di questo genere né alla KFOR, né a rappresentanti del Tribunale dell'Aia, né a giornalisti occidentali. La maggioranza dei Rom ed Ashkali si trova nel frattempo fuori dal Kosovo. Dobbiamo per ora ammettere che il numero di omicidi ai danni di appartenenti a queste minoranze è ancora sotto i 50, e che d'altra parte numerose centinaia di Rom ed Ashkali sono "scomparsi". Altre migliaia di Rom ed Ashkali, dall'inizio della cacciata della minoranza, non hanno più contatti con i familiari. In diversi casi dei vicini albanesi hanno tentato - in parte con successo -, di impegnarsi in difesa di Rom ed Ashkali minacciati di deportazione. Tuttavia in genere hanno avuto la meglio gli estremisti albanesi, i vicini ostili o gli uomini dell'UÇK. In alcune località, come ad esempio a Podujevo, la popolazione ha impedito la cacciata delle minoranze. Così a Podujeva/Podujevo sono potuti rimanere oltre 1.500 Ashkali. In qualche luogo anche gli uomini dell'UÇK hanno tentato d'impedire simili atti. Gli appartenenti alle comunità minoritarie hanno ceduto quasi ovunque alle minacce e, presi dal panico, hanno lasciato i luoghi natii. Pare che non si sia giunti alla violenza di massa in tutti i luoghi ove gruppi di Rom od Ashkali non si sono piegati alle minacce. Nei luoghi in cui le comunità Rom ed Ashkali sono rimaste nei loro paesi e quartieri, i loro appartenenti devono tuttavia fare i conti con discriminazioni e violazioni dei diritti umani non appena lasciano il proprio insediamento. Così a Podujeva/Podujevo gli Ashkali lamentano di non potersi recare al lavoro fuori città, e sono pesantemente minacciati. Per esempio una famiglia Ashkali di 16 persone, che ha salvato la vita ad una famiglia albanese di Pristina nei mesi della guerra, non può lasciare la propria minuscola fattoria. Ad ogni tentativo di uscirne, anche solo per fare la spesa, i suoi componenti sono pesantemente intimiditi e perfino aggrediti. Chi abbia oggi la pelle scura e si lasci vedere sulle strade del Kosovo deve mettere in conto di essere offeso, vilipeso, provocato ed anche maltrattato. suGIUSTIFICAZIONI DI PARTE ALBANESE Gran parte della popolazione albanese, anche se non ha partecipato a simili atti, giustifica o legittima tuttavia la persecuzione collettiva di questi gruppi minoritari con la presunta partecipazione di Rom ed Ashkali ai saccheggi, alla sepoltura od all'occultamento di cadaveri di Albanesi uccisi; ovvero con la loro corresponsabilità in relazione a crimini di guerra. Tuttavia soltanto in due casi gli albanesi che sollevavano accuse del genere hanno potuto confermare di essere testimoni oculari di tali atti. Il contegno prevalentemente ostile della popolazione di etnia albanese nei confronti delle minoranze rende possibile la loro cacciata collettiva in massa. Tutto ciò è favorito dalla mancanza, durata mesi, di una polizia, di una giustizia, di un'amministrazione locale. La KFOR in molti casi non ha protetto a sufficienza le minoranze; non ha garantito una presenza militare continuativa nei loro insediamenti. Contro le persecuzioni di Rom ed Ashkali la KFOR spesso non è intervenuta, od ha arrestato i soli scontri, senza imporre il diritto all'abitazione ed all'incolumità delle persone minacciate, e più volte ha scortato costoro nei paesi vicini, favorendone così la deportazione. La parte estremista della popolazione albanese ha praticato apertamente, con l'appoggio o la tolleranza di larghi settori dell'UÇK, una politica di "pulizia etnica" ai danni delle due minoranze etniche di antico insediamento dei Rom e degli Ashkali; e tale politica è stata in gran parte conclusa con successo. Come "pulizia etnica" intendiamo qui la cacciata in massa di un gruppo etnico, senza il carattere genocida che ha assunto la politica della "pulizia etnica" in Slavonia Orientale (1991-92), Bosnia-Erzegovina (1992-95), nella Krajina croata (1995) e nel Kosovo (1998-99). Dobbiamo concludere che questa cacciata in massa di Rom ed Ashkali kosovari ha carattere sistematico ed è stata pilotata o quantomeno tollerata dalla dirigenza dell'UÇK. suLA DIRIGENZA DELL'UÇK È CORRESPONSABILE Certo la fuga e la cacciata in massa di Rom ed Ashkali nei mesi seguenti all'ingresso delle truppe della KFOR a metà giugno 1999 è stata accompagnata da casi di crimini come torture, sequestri, stupri ed omicidi. Tuttavia in questo caso non si può parlare di un genocidio pianificato. In ogni caso i colpevoli, tra i quali larga parte dell'UÇK e probabilmente anche la sua dirigenza, attraverso azioni od omissioni, devono assumersi la responsabilità non soltanto della cacciata in massa, ma anche della morte di singoli individui, neonati, bambini, vecchi, malati, handicappati e feriti, che sono morti o che moriranno in conseguenza della fuga o della loro cacciata. Tra questi ultimi vanno calcolati anche quelli che sono annegati nell'Adriatico tentando di raggiungere l'Italia. Le condizioni di vita nei campi profughi, particolarmente di quelli in Serbia e Montenegro, fanno temere che in inverno vi possano avvenire morie di massa. Si sono già manifestati i primi casi di epatite. Si devono respingere le accuse secondo cui Rom ed Ashkali avrebbero commesso collettivamente violazioni dei diritti umani nei confronti della popolazione albanese. I colpevoli sono sempre singoli individui. Vi sono sì testimonianze secondo cui singoli Rom od Ashkali avrebbero partecipato a saccheggi di proprietà albanesi, ed a maltrattamenti od uccisioni commessi dalle truppe serbe. Ma vi sono anche testimonianze che provano che non pochi appartenenti alla maggioranza albanese hanno saccheggiato e devastato le proprietà di Rom ed Ashkali. Non ne sono stati risparmiati nemmeno quei Rom ed Ashkali che erano stati perseguitati dalle truppe serbe, che avevano avuto parenti uccisi dalle unità serbe, che erano fuggiti nei paesi vicini od in altre parti del Kosovo per timore delle truppe serbe, e che erano tornati dopo l'intervento della NATO. suLA CAMPAGNA DELL'APM Nella sua storia, l'APM ha già sollecitato un svolta a riguardo dei Rom. Si trattava della politica della Germania nei confronti di Rom e Sinti. In quel caso si riuscì a mobilitare per questa minoranza l'opinione pubblica di vari Paesi, ed a determinare un mutamento della politica tedesca al loro riguardo. Ricollegandoci a ciò, questa documentazione, disponibile in lingua tedesca, inglese ed albanese, vuole far sì che si giunga ad un'azione di soccorso diretta a Rom ed Ashkali kosovari. Allo stesso tempo l'APM farà partire una campagna mirata sui diritti umani in favore di Rom ed Ashkali. suRACCOMANDAZIONI DELL'ASSOCIAZIONE PER I POPOLI MINACCIATI 1 . I rappresentanti di NATO, ONU, UE ed USA, nonché i governi europei, devono condannare con una dichiarazione ufficiale la politica della "pulizia etnica", cioè della cacciata in massa delle comunità etniche Rom ed Ashkali, e contenere l'allarmante razzismo di gran parte della popolazione albanese-kosovara. 2 . La continuazione degli aiuti al Kosovo deve dipendere dal contegno della popolazione albanese nei confronti delle minoranze. 3 . Si sollecitano le principali istituzioni ed i partiti kosovaro-albanesi a condannare immediatamente i crimini contro i gruppi etnici Rom ed Ashkali, a proclamarne pubblicamente la protezione, ed a mobilitare i propri membri affinché nelle città e nei villaggi siano presi provvedimenti contro qualsiasi discriminazione od attacco contro queste minoranze. Essi si devono inoltre impegnare per una riconciliazione tra la popolazione albanese e quella rom ed ashkali. 4 . L'UÇK deve render noti i colpevoli dentro e fuori delle proprie schiere e farne i nomi alle istituzioni internazionali. All'UÇK si richiede inoltre di sostenere con misure concrete il rimpatrio dei Rom e degli Ashkali fuggiti o cacciati. 5 . La KFOR, insieme alla polizia internazionale, deve prendere misure efficaci per la protezione degli insediamenti Rom ed Ashkali ed imporre la possibilità di muoversi indenni nelle città e nei villaggi del Kosovo. In tutti gli insediamenti Rom ed Ashkali KFOR e polizia devono esser presenti 24 ore su 24 a protezione della popolazione minacciata. 6 . Elementi Rom ed Ashkali devono - proporzionalmente alla loro consistenza percentuale nella popolazione - essere arruolati nel corpo di polizia kosovaro in via di costituzione. Negli insediamenti Rom ed Ashkali devono essere stanziati corpi di polizia mista, in cui le due minoranze siano rappresentate almeno dal 50% dei componenti. 7 . Rom ed Ashkali devono - proporzionalmente alla loro consistenza percentuale nella popolazione - essere considerati nell'impiego di forza-lavoro nelle imprese. Fino al ripristino dell'ordine pubblico l'amministrazione ONU deve prestare attenzione alla partecipazione delle minoranze non-albanesi del Kosovo nella divisione dei posti. 8 . L'amministrazione ONU deve subito dichiarare pubblicamente che le proprietà di Rom ed Ashkali fuggiti o cacciati sono inviolabili e che ogni occupazione di case, terreni, aziende ed altri beni delle minoranze verrà considerata un atto criminale. 9 . L'amministrazione ONU deve subito incominciare la ricostruzione degli insediamenti Rom ed Ashkali distrutti. Questa ricostruzione deve essere sostenuta in toto dal fondo di ricostruzione del Kosovo. Gli estremisti albanesi dovranno aver chiaro che con la distruzione delle proprietà delle minoranze essi comprometteranno anche l'impiego dei fondi per la ricostruzione dei beni della maggioranza albanese. 10 . ONU e NATO sono sollecitate a dare inizio, insieme alla ricostruzione, al rimpatrio di Rom ed Ashkali fuggiti dal marzo 1998, ovvero dalla metà di giugno del 1999, tanto nei paesi vicini (Serbia, Montenegro, Macedonia, Bosnia-Erzegovina) quanto verso l'Italia e gli altri Stati dell'Europa Occidentale. 11 . Si sollecita l'ACNUR a portare ad un livello ragionevolmente accettabile le condizioni di vita nei campi profughi per "displaced persons" in Kosovo, come ad esempio in quelli di Obiliq/Obilic, di Zvecan presso Mitrovica e di Gjakove/Djakovica. 12 . Si sollecita l'ACNUR a riconoscere i profughi Rom ed Ashkali in Serbia e Montenegro come "displaced persons", a registrarli e ad assisterli. Anche le persone fuggite verso la Macedonia, l'Italia o gli altri Paesi dell'Europa Occidentale devono essere registrate ed assistite con lo status di profughi ACNUR. 13 . ACNUR ed IKRK devono istituire un servizio di ricerca per la diaspora dei Rom cacciati e render loro possibili i contatti con i congiunti sparsi per l'Europa. 14 . Si sollecitano i governi europei ad accogliere le persone cacciate dal Kosovo e ad assisterle fino a quando il rimpatrio non sia effettivamente possibile e sicuro. 15 . Si chiede ai Governi europei di non espellere verso il Kosovo i profughi kosovari di etnia Rom ed Ashkali che prima della guerra erano riconosciuti o tollerati come profughi, come anche quelli che erano stati accolti durante i mesi della guerra; e ciò fino alla soluzione della questione delle minoranze. In Kosovo essi rischiano la vita. 16 . Poiché gran parte dei profughi e deportati, dopo le persecuzioni, rifiuta ogni idea di rimpatrio, ci appelliamo ai Governi europei, nordamericani e dell'Australia, affinché si accolga una parte di costoro con lo status di profughi. 17. La comunità internazionale deve documentare con cura tutti i crimini di guerra commessi in Kosovo a partire dal marzo 1998, indipendentemente dall'appartenenza etnica di colpevoli e vittime. Solo in questo modo si possono correggere le accuse di colpe collettive. 18 . Ci appelliamo in particolar modo ai governi della Repubblica Federale Tedesca e dell'Austria, ricordando la persecuzione di Sinti e Rom nel Terzo Reich, perché si impegnino a livello europeo ed internazionale per Rom ed Ashkali. La Germania, come anche l'Italia, deve utilizzare la propria influenza in Kosovo a favore di queste minoranze minacciate. 19. In un incontro a Pristina l'Associazione per i Popoli Minacciati (APM) ha chiesto al Consiglio kosovaro per la Difesa dei Diritti Umani e delle Libertà (Council for the Defence of Human Rights and Freedoms, CDHRF), fondato da Adem Demaci, ad impegnarsi coerentemente e con urgenza per i diritti delle minoranze dei Serbi, dei Rom e degli Ashkali kosovari. Si chiede in particolare al CDHRF di impegnare le ramificazioni della propria rete, profondamente diffusa in Kosovo, per la sicurezza di Rom ed Ashkali; di difenderli pubblicamente a livello locale, di visitare regolarmente i loro insediamenti, di documentare le violazioni di diritti umani in loro danno, e di appoggiare attivamente il loro ritorno. Oltre a ciò l'APM si appella al CDHRF affinché questa organizzazione impieghi attivamente collaboratori appartenenti alle minoranze in questione. Ultimo agg.: 21.4.2004 | Copyright | Motore di ricerca | URL: www.gfbv.it/3dossier/rom-it.html | XHTML 1.0 / CSS | WEBdesign, Info: M. di Vieste HOME | INDEX DOSSIER | Deutsche Fassung LA SITUAZIONE DELLA COMUNITA' ROM IN KOSOVO. SETTEMBRE 1999novembre 1999, Congresso Nazionale Rom La popolazione Rom del Kosovo non è omogenea, e comprende varie gruppi con tradizioni e lealtà diverse, sia a livello linguistico che religioso. I cosiddetti "rom etnici" si autoidentificano come rom ed usano la lingua rom come madre lingua, sebbene possano parlare anche l'albanese e/o il serbo-croato. Hanno una ricca tradizione culturale e legami con comunità rom all'estero. Invece gli "Ashkali", albanofoni, si sono sempre autoidentificati come albanesi e vivono vicino alle comunità di questi ultimi. Nonostante questo vengono tenuti abbastanza distanti dagli albanesi. Un'altra comunità sono gli "Egiziani" (da alcuni osservatori considerati Ashkali), anch'essi albanofoni, che dichiarano di essere originari dell'Egitto. I loro avi avrebbero seguito Alessandro il Grande dall'India all'Egitto, e qui si sarebbero stabiliti per un certo periodo prima di arrivare in Europa. Quale che sia la loro origine, sono percepiti dalla comunità albanese come dei rom per i quali il regime di Belgrado (una decina d'anni fa) creò una identità separata, per promuovere l'immagine di un Kosovo multietnico invece d'uno dominato dagli albanesi. Sia gli Askali che gli Egiziani sono di fede musulmana. Infine vi sono i Rom Cergari: di fede ortodossa, parlano serbo-croato (sebbene possano essere in grado di parlare la lingua rom) e conducono una vita nomade, viaggiando normalmente in aree popolate da serbi. Questo gruppo era strettamente allineato alla precedente amministrazione serba e per questo tendono ad esere evitati da parte degli altri Rom. Vi sono anche alcuni Rom di fede cattolica romana vicino alla comunità croata di Lipljan. Diversamente da molti altri Rom in altre parti d'Europa, questi gruppi sono generalmente sedentarizzati, pur avendo una posizione marginalizzata nella società kosovara. La situazione odierna dei rom in Kosovo dipende in parte dai rapporti che prima intrattenevano con la comunità albanese. Le accuse secondo le quali alcuni Rom hanno preso parte (spesso sotto costrizione) ad atti criminali insieme alle forze Jugoslave, o hanno effettuato saccheggi, hanno oscurato quanti invece sono del tutto innocenti di questi atti. La popolazione rom residua nella città di Pristina è stimata a circa 50 persone. Una famiglia che è tornata a casa nel centro della città con l'assistenza dell'UNHCR ha subìto un attacco con granate, e una bambina dodicenne è rimasta ferita. Alcuni villaggi serbi nella municipalità di Pristina hanno delle minoranze rom, mentre altri rom si trovano nei villaggi a maggioranza albanese di Businje (70 rom) e Zlatare (5). Il numero totale di rom nella municipalità (eccetto Pristina) sarebbe di 300-600 persone. La popolazione rom nella città di Kosovo Polje è di 1.500-2.000 persone (rispetto ai circa 3.500 del 1998), molti dei quali nel campo rom a Obilic. Molti rom di questa municipalità sarebbero partiti per altre parti della Serbia, per il Montenegro e per l'ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, mentre vi è stato l'arrivo di rom provenienti da altre aree. La restante comunità rom si trova concentrata in piccoli villaggi dei dintorni, con una relativa libertà di movimento (come l'accesso al mercato). Si ritiene che l'arrivo di altri profughi rom avrebbe un impatto importante sulla sicurezza di quanti oggi vivono in questa zona. La popolazione rom nella municipalità di Podujevo è ancora stimata a circa 850. Non è stato rapportato nessun incidente di rilievo. Nella municipalità di Obilic, circa 2.000 rom rimangono a Krusevac, a Plemetina, nella città di Obilic, a Crkvena Vodica e a Janina Voda. La comunità rom nel campo di Krusevac è di circa 1.200 persone; comunque molti di loro hanno espresso la volontà di tornare alle loro case di Kosovo Polje nel prossimo futuro. Nel villaggio di Plemetina ci sono ancora due quartieri rom con circa 450-500 persone. Meno di dieci famiglie hanno lasciato il villaggio dalla fine del conflitto, e circa 20 rom da altre zone (come Kosovo Polje) si sono rifugiati qui. Molti di loro lavoravano nella fabbrica di Obilic, ma non ci ritornano per paura: in tutta la municipalità c'è un risentimento verso i rom da parte della comunità albanese, con accuse di aver collaborato con i serbi durante la guerra. Sebbene la KFOR abbia dispiegato un'unità a Plemetina, i rom affermano di non sentirsi sicuri e sono particolarmente spaventati all'idea di allontanarsi dal villaggio. L'incendio di case di rom, intimidazioni e minacce verbali da parte di albanesi continuano. La comunità rom nella città di Obilic è di circa 200 persone. Rimangono piccole comunità rom a Crkvena Vodica, e nel vicino villaggio di Janina Voda, nonostante molte delle loro case siano state bruciate dopo il ritiro delle forze jugoslave. Circa 1.400 rom sono sparsi nella municipalità di Lipljan, di norma in aree albanesi - nella città principale, a Vrelo Rabovce, a Janjevo (mista albanese/serba/croata), e nei villaggi di Medvece, Magura e Mali Alas (con albanesi). Un numero significativo se ne è andato nelle scorse settimane: per es. 170 persone da Dobrotim e 120 persone da Medvece. Delle 40 famiglie rom che originariamente vivevano a Magura, solo una ne rimane - molte di queste famiglie dovrebbero essere tra i 130 profughi rom che si trovano a Vrelo, e altri dovrebbero essere nel campo rom di Obilic o nell'ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. Le cause di questi spostamenti vanno da preoccupazioni relative alla sicurezza a problemi alimentari. Se l'accesso all'aiuto umanitario non sarà migliorato, la comunità rom di Vrelo e Medvece nel prossimo futuro se ne andrà, nonostante intrattengano buone relazioni con la leadership albanese. I rom di Janjevo beneficiano dell'ambiente tollerante di questo villaggio etnicamente misto. Nonostante la stabilizzazione della sicurezza nella municipalità, i rom di Magura e di Mali Alas sono ancora in una posizione piuttosto precaria. Solo un piccolissimo numero di rom continua a vivere in modo disperso nella parte settentrionale della città di Mitrovica. I profughi rom nella municipalità di Leposavic e Zvecan sembrano sempre meno accettati dalla popolazione serba locale. Il 22 agosto scorso i 500 rom accomodati nel centro collettivo di Leposavic sono stati sottoposti a forti pressioni perché se ne andassero, in modo da liberare dello spazio per i profughi serbi che rientrano in Kosovo da altre parti della Serbia. In modo simile, a Zvecan il sindaco serbo sta facendo pesanti pressioni perché 270 profughi rom liberino la scuola che hanno occupato. Molti di loro si sono spostati a Zvecan nel giugno scorso dai dintorni della città di Mitrovica, dopo il ritiro delle forze jugoslave. Le loro case sono state bruciate nei giorni successivi da parte degli albanesi. Mentre prima erano desiderosi di tornare a Mitrovica, oggi non vogliono ritornare, temendo per la loro sicurezza e non sapendo più dove andare concretamente a vivere. Nella municipalità di Vucitrn solo 70 rom (su 1.700 prima della guerra) rimangono nella città di Vucitrn. Molti di quelli scappati se ne sono andati dalla metà di luglio. Invece tutti i 165 rom del villaggio di Priluzje rimangono, dopo che la situazione della sicurezza è migliorata grazie a colloqui con i loro vicini albanesi, facilitati dalla KFOR e dall'UNHCR. La comunità rom nella città di Gnjilane è concentrata in tre quartieri. A metà luglio consisteva di 530 persone, di cui ne rimangono oggi 445; come i serbi sono sottoposti ad attacchi crescenti. Il 26 agosto 40 di loro sono andati in altre parti della Serbia dopo che due del lro gruppo erano stati rapiti e picchiati. La comunità rom del villagio di Bostane (Novo Brdo) è ora di 45 persone. Nella città di Kamenica pochi sono andati nelle scorse settimane in altre parti della Serbia, e rimangono circa 100 rom. Comunque, visto che la situazione della sicurezza nella municipalità sta peggiorando, è possibile che altri se ne andranno nel prosimo futuro. Dei 500 rom che vivevano nella città di Vitina prima del conflitto, oggi ne rimangono 300. Nella città di Urosevac vivono circa 3.500-4.000, soprattutto in tre quartieri specifici. Fanno fronte ancora ad alcune intimidazioni, saccheggi e incendi. Lo scorso 4 agosto due rom sono stati rapiti da albanesi ed interrogati sulla loro comunità. altri rom sono presenti in pochi altri villaggi a maggioranza albanese: Tankosic (14 rom), Stari Miras (21), Kosare (35) e Zaskok (9). La KFOR ha aumentato il pattugliamento delle zone rom, ma la situazione è ancora tesa in almeno un quartiere di Urosevac. I rom continuano ad andarsene, ma in piccoli numeri, ed anzi alcuni rom sono rientrati dall'ex Repubblica Jugoslava di Macedonia. E' da notare che molti room di questa zona si definiscono albanesi. Almeno 200 rom vivono nella città di Stimlje, 200 nella vicina Djurkovce e 150 a Vojinovce. A Kacanik, solo una famiglia rom è rimasta, ma sembra che sia ben integrata nella comunità. Circa 50 rom hanno lasciato il villaggio di Landovica nella municipalità di Prizren dopo che albanesi hanno aperto il fuoco su alcuni di loro a metà di agosto. Si sono rifugiati a Dushanove, nella città di Prizren. Rapporto dal campo di rifugiati Stenkovac-2 al 10 settember 1999: Numero dei rifugiati: 2,375, di cui 6 neonati, 179 bambini con meno di un anno d'età, 375 che hanno da tre a cinque anni e 636 da sei a diciott'anni; gli adulti sono 1.179. Vi sono 41 donne incinte, sei uomini paralizzati e nove uomini invalidi. RomNews è pubblicata dal Roma National Congress per scopi non commerciali. 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