Ancora sotto accusa chi salva la vita in mare Pubblicato lunedì 20 Agosto 2007 Versione stampabile Da dieci giorni in carcere in Agrigento i sette pescatori tunisini ‘colpevoli’ di aver salvato la vita a 44 migranti in pericolo. Ma è solo uno dei tanti casi in cui i governi invitano a spezzare le leggi del mare, che insegnano da sempre soccorso e solidarietà, e a lasciare morire donne, uomini e bambini. Proponiamo, al riguardo, una dettagliata ricostruzione degli eventi ed una accurata panoramica giuridica nazionale ed internazionale. Il 28 giugno di quest’anno un rimorchiatore maltese aveva soccorso 23 naufraghi in acque internazionali, 60 miglia a sud di Lampedusa, ripescando in mare il cadavere di una donna annegata. Secondo le testimonianze dei sopravvissuti, mancavano altre 4 persone all’appello: un uomo, due donne e un bambino. Dispersi sui fondali di un cimitero chiamato Mediterraneo, dal quale ogni giorno affiorano cadaveri di migranti. Negli stessi giorni un’altra tragedia le cui conseguenze sono state limitate per l’intervento di salvataggio di un peschereccio nelle acque libiche. Soccorsi dal peschereccio islandese Eyborg, della compagnia maltese Ta’ Mattew Fish Farms, 23 naufraghi aggrappati alle gabbie dei tonni trainate dall’Eyborg hanno parlato di almeno 7 dispersi in mare. L’Eyborg aveva recuperato il corpo di una donna annegata e aveva fatto rotta verso Malta, grazie alla determinazione del capitano Raymond Bugeja. Il governo maltese aveva imposto a Bugeja di riportare i naufraghi in Libia nel porto di Misurata, tradendo il diritto marittimo internazionale che prevede l’accompagnamento non certo nel porto più vicino ma in quello più sicuro. Ed è ben noto che a Misurata sono imprigionati centinaia di profughi eritrei che in violazione di tutte le convenzioni internazionali, che la Libia si rifiuta di riconoscere,vengono periodicamente riconsegnati al paese dal quale sono fuggiti. Il governo libico aveva già concesso l’autorizzazione per l’attracco nel porto di Misurata, ma il comandante Bugeja si era rifiutato, nonostante le pressioni delle autorità maltesi, che lo avrebbero minacciato di arresto con l’accusa di traffico di esseri umani. Bugeja aveva affermato che la Libia non era un “luogo sicuro” per un richiedente asilo politico.I naufraghi infatti erano in maggioranza eritrei. Alla fine La Valletta, sotto la pressione di diversi stati europei, e con la promessa di una successiva redistribuzione dei profughi tra diversi stati dell’Unione Europea, aveva deciso di inviare una nave per trasbordare i 20 giovani eritrei, etiopi, nigeriani e somali. E il comandante Bugeja non è stato arrestato. A differenza di quanto successo invece, pochi giorni fa, nell’isola di Lampedusa. La sera dell’otto agosto sono stati arrestati dalla polizia a Lampedusa sette pescatori che avevano soccorso e salvato 44 migranti alla deriva nel Canale di Sicilia in burrasca a 40 miglia a Sud di Lampedusa.I sette marittimi tunisini sono accusati di favoreggiamento dell’immigrazione clandestina, esattamente la stessa denuncia minacciata dalle autorità maltesi al capitano Bugeja. Si tratta dei comandanti e dei cinque uomini d’equipaggio di due motopesca della flotta di Monastir, dunque battenti bandiera tunisina. Gli immigrati, tra cui 11 donne e due bambini, avevano lanciato l’Sos con un telefono satellitare. Secondo le prime notizie di stampa diffuse dal Giornale di Sicilia il 9 agosto e poi dal quotidiano La Sicilia, quando i pescherecci si trovavano in acque internazionali, la Guardia Costiera avrebbe negato l’autorizzazione all’ingresso nelle acque territoriali, intimando ai comandanti dei due pescherecci di fare rotta verso le coste nordafricane. Secondo l’agenzia ADNKRONOS del 9 agosto, per gli investigatori “i due motopesca, che ... hanno salvato 43 clandestini alla deriva su un gommone a 40 miglia a sud della più grande delle isole Pelagie, potrebbero aver fatto da "nave madre"per lasciare i migranti su barche di piccole dimensioni in prossimità dell’isola". Ma la ricostruzione giornalistica appare in netto contrasto con il fatto che i migranti si trovavano a bordo delle due imbarcazioni battenti bandiera tunisina, con numerosi componenti di equipaggio, e non su scafi più piccoli senza bandiera, come quelli che a decine hanno raggiunto acque territoriali italiane in questi ultimi mesi. Delle piccole imbarcazioni sulle quali avrebbero dovuto essere caricati i “clandestini” nessuno ha trovato traccia. Sembrerebbe anche, da altre fonti di stampa, che la versione dei fatti dei pescatori tunisini sia stata confermata dalle dichiarazioni dei naufraghi. All’arrivo a Lampedusa è comunque scattato l’arresto «in flagranza di reato» dei sette marittimi e il sequestro delle due imbarcazioni, disposto dalla Procura di Agrigento. Successive dichiarazioni dei pescatori tunisini, visitati in carcere dal parlamentare europeo Giusto Catania, pubblicate il 12 agosto sul quotidiano Liberazione, fornivano una dinamica degli avvenimenti alquanto diversa rispetto alle contrastanti ricostruzioni ufficiali. I marinai tunisini avrebbero riferito, secondo quanto riportato dal giornale, “ di aver ricevuto un SOS proveniente da un gommone che stava affondando alle 7 di mattina e di aver lanciato l’allarme”. Dopo avere raggiunto i naufraghi ed averli caricati a bordo, sono sopraggiunte le motovedette italiane ”solo dieci ore dopo e i militari hanno intimato ai pescherecci di portarsi verso le acque prospicienti Lampedusa. A poche miglia dalla costa dell’isola hanno poi intimato agli stessi di tornare al largo, facendo segno che altrimenti sarebbe scattato l’arresto. Si era però alzato un forte vento e le imbarcazioni hanno attraccato per scaricare gli immigrati e ripartire”. Non è ancora chiaro, comunque, in quale lingua si siano svolte le comunicazioni tra i pescherecci tunisini e le unità navali italiane, e la incomprensione degli ordini trasmessi dalle autorità italiane potrebbe avere determinato l’erroneo convincimento su una autorizzazione all’ingresso nelle acque territoriali. Subito dopo l’ormeggio a Lampedusa i marinai tunisini venivano arrestati, perché le autorità italiane non avrebbero creduto alla versione dei fatti da loro fornita, soprattutto in quanto “ sui pescherecci non c’era né pesce né attrezzatura da pesca”. Anche secondo quanto riferito dal giornale La Sicilia dell’11 agosto, i migranti avrebbero però escluso che i pescatori che li avevano tratti in salvo fossero degli scafisti. Nella ricostruzione dell’ipotesi accusatoria formulata dalla polizia di frontiera risulterebbe determinante la prova indiziaria derivante dalla mancanza di reti a bordo dei pescherecci tunisini sequestrati dalle autorità italiane. Ma di altre imbarcazioni sulle quali avrebbero dovute salire i migranti per lo sbarco a Lampedusa non c’è traccia mentre sembra facilmente verificabile la dichiarazione dei due comandanti secondo i quali non avevano reti a bordo perché avrebbero condotto una battuta di pesca in collaborazione con altre imbarcazioni dotate di reti. In realtà, come riferisce il quotidiano Liberazione del 12 agosto,”i due natanti dovevano illuminare i fondali e aiutare un’altra imbarcazione a tirare le reti”. La visita di un medico a bordo di pescherecci aveva poi accertato le condizioni fisiche dei migranti definendole non particolarmente gravi allo scopo di escludere che i pescatori potessero invocare uno stato di necessità per giustificare il loro attracco a Lampedusa. Secondo le autorità mediche inviate dalla polizia di frontiera le condizioni di salute delle persone a bordo dei pescherecci tunisini non sarebbero state preoccupanti, come se gli obblighi di salvataggio a mare, o il divieto di respingimento collettivo, imposti dal diritto internazionale, fossero dipendenti dalle apparenti “condizioni di salute” dei naufraghi al momento dell’ingresso nelle acque territoriali. In realtà la previsione dell’art. 54 del codice penale che fa riferimento allo stato di necessità, come causa esimente che esclude la responsabilità penale di chi agevola un ingresso irregolare nel territorio italiano, si amplia sensibilmente per effetto del dettato dell’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione del 1998 che afferma espressamente come “non costituiscono reato le attività di soccorso e di assistenza umanitaria prestate in Italia nei confronti degli stranieri in condizione di bisogno comunque presenti nel territorio dello Stato”. Si osserva da parte della dottrina (CAMARDA) come “l’obbligo dello Stato di cooperare per la conclusione dell’operazione di soccorso in mare, consentendo lo sbarco dei naufraghi, impone comportamenti consequenziali che prescindono dal potere dello Stato stesso di perseguire i presunti favoreggiatori (comandante ed equipaggio) o di adottare verso i clandestini (ma in tutta sicurezza) i provvedimenti previsti dalla legge”. Rimane poi da verificare nella competente sede giudiziaria, soprattutto sulla base della documentazione delle comunicazioni intercorse tra le autorità italiane ed i pescherecci tunisine, la catena di comando, le modalità ed i contenuti delle comunicazioni radio e quindi la esatta dinamica dei fatti. Nel rispetto della autonomia della magistratura occorre fare chiarezza su quanto realmente avvenuto e sul doveroso rispetto dei diritti fondamentali delle persone. Nella ricostruzione fornita dalle autorità di polizia alla magistratura, desumibile dalla notizia di reato riportata dai mezzi di informazione, sembra non assumere nessun rilievo, ancora una volta, la circostanza che tra i naufraghi, già entrati nelle acque territoriali italiane, vi fossero donne, minori, potenziali richiedenti asilo, come gli eritrei che, in caso di respingimento verso la Tunisia o la Libia rischiano di essere rimpatriati nei paesi di provenienza, in violazione del divieto di refoulement previsto dall’art. 33 della Convenzione di Ginevra. Persino la lettura più restrittiva della normativa italiana in materia di asilo da parte della giurisprudenza ammette che” in assenza di una legge organica sull’asilo politico, che ne fissi le condizioni, i termini, i modi e individui gli organi competenti in materia di richiesta e concessione, il diritto di asilo deve intendersi non tanto come un diritto all’ingresso nel territorio dello Stato, quanto piuttosto, e anzitutto, come il diritto dello straniero di accedervi al fine di essere ammesso alla procedura di esame della domanda di riconoscimento dello status di rifugiato. Appare in sostanza inconfutabile che il potenziale richiedente asilo che entra irregolarmente nel territorio italiano esercita un diritto riconosciutogli dalla Costituzione, almeno per quanto concerne l’accesso al territorio e quindi alla procedura. Il Testo Unico sull’immigrazione del 1998, modificato nel 2002 dalla legge Bossi-Fini, prevede inoltre che non sono espellibili o respingibili in frontiera quelle persone che rischiano nel paese di transito, o nel paese di provenienza, in caso di un successivo “refoulement”, trattamenti inumani e degradanti. Nello stesso senso, l’art. 3 della Convenzione europea a salvaguardia dei diritti dell’uomo. Tutte le pratiche di respingimento in mare rivolte indistintamente verso un gruppo di migranti, soprattutto quando si verificano nelle acque territoriali, configurano la violazione di un divieto di refoulement (respingimento) perché impediscono un esame individuale delle singole posizioni ed una effettiva possibilità di difesa e di assistenza legale, in violazione degli articoli 10 e 24 della Costituzione italiana. Il respingimento collettivo di migranti è vietato anche dalla Carta di Nizza del 2000, documento che per giurisprudenza ormai costante si può ritenere fonte di diritto vincolante anche per il giudice nazionale. Il Libro verde sul futuro regime europeo in materia di asilo, presentato dalla Commissione Europea nel giugno scorso, ribadisce che i flussi migratori sono ormai “flussi misti”, composti in altri termini da persone che bisognose di protezione, come minori, donne e richiedenti asilo, oltre che di migranti economici, definiti genericamente come “clandestini”. Di fronte a questa evidenza, confermata anche dall’Alto Commissariato per i rifugiati delle Nazioni Unite, anche la Commissione ricorda come occorra “migliorare l’effettivo accesso alla possibilità di presentare una domanda di asilo” e quindi ottenere protezione internazionale nel territorio dell’Ue, mentre a tutti i migranti irregolari andrebbe comunque il riconoscimento effettivo dei diritti della persona umana, a partire dal rispetto da parte degli stati dei doveri di salvaguardia della vita umana a mare. Se la dinamica degli avvenimenti verificatasi dopo il salvataggio dei naufraghi da parte dei pescherecci tunisini, così come riferita dagli stessi migranti e quindi dai mezzi di informazione, sarà confermata in sede di indagine giudiziaria, si può fondatamente ritenere che le attività di soccorso prestate dai pescherecci tunisini non assumono rilevanza penale in quanto l’ingresso nelle acque territoriali e il successivo sbarco a Lampedusa, anche a seguito delle mutate condizioni del mare e della impossibilità di ritorno verso la Tunisia, configurava una attività di assistenza umanitaria che comunque rientrava nell’ambito territoriale dello Stato italiano, come tale non penalmente perseguibile in base all’”esimente umanitaria”prevista dall’art. 12 del Testo Unico sull’immigrazione. La stessa attività di assistenza umanitaria a mare non si può peraltro limitare soltanto ai potenziali richiedenti asilo, come se fosse possibile abbandonare in mezzo al mare tutti gli altri naufraghi, o respingerli (con un quale mezzo ?) verso il porto di partenza. In base alla Convenzione on Marittime Search and Rescue SAR 1979 si impone a tutti, mezzi militari e commerciali, un preciso obbligo di soccorso e assistenza delle persone in mare “regardlerss of the nationality or status of such a person or the circumstances in which that person is found”, stabilendo altresì, oltre l’obbligo della prima assistenza anche il dovere di sbarcare i naufraghi in un “luogo sicuro”. Una particolare considerazione merita la problematica relativa a ciò che debba intendersi per conduzione della persona salvata in luogo sicuro. Infatti è dal momento dell’arrivo in tale luogo che cessano gli obblighi internazionali (e nazionali) relativamente alle operazioni di salvataggio, che pertanto non si esauriscono con le prime cure mediche o con la soddisfazione degli altri più immediati bisogni (alimentazione etc.). Con l’entrata in vigore (luglio 2006) degli emendamenti all’annesso della Convenzione SAR 1979 (luglio 2006) e alla Convenzione SOLAS 1974 (e successivi protocolli) e con le linee guida - adottate in sede IMO lo stesso giorno di approvazione degli emendamenti alle convenzioni e protocolli - viene fatta maggiore chiarezza sul concetto di place of safety e sul fatto che la nave soccorritrice è un luogo puramente provvisorio di salvataggio, il cui raggiungimento non coincide con il momento terminale delle operazioni di soccorso. Le “linee guida” insistono particolarmente sul ruolo attivo che deve assumere lo Stato costiero nel liberare la nave soccorritrice dal peso non indifferente di gestire a bordo le persone salvate. Il luogo sicuro può anche essere il luogo di sbarco più vicino, ma quest’ultimo, come nel caso della Libia o della Tunisia, può anche non essere il “luogo sicuro” nel quale il comandante di una imbarcazione è obbligato a sbarcare i naufraghi. Secondo gli ordini impartiti dai mezzi militari, riconducibili al Ministero dell’interno, in base al decreto interministeriale del 14 luglio 2003 i naufraghi salvati dai pescatori, malgrado avessero già fatto ingresso nelle acque territoriali, e dunque nel territorio dello Stato italiano, avrebbero dovuto essere respinti verso il porto di partenza e consegnati alle autorità tunisine. Ma sono ancora drammaticamente attuali i casi di immigrati respinti verso la Tunisia ( i famosi “pirati” che lo scorso luglio avrebbero tentato addirittura il “dirottamento” di un peschereccio) e poi allontanati da questo paese verso la Libia, dove, anche donne e minori si sono ritrovati esposti ad ogni genere di abusi, al punto da rivolgersi -senza esito- alla rappresentanza dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati a Tripoli, mentre altri loro familiari venivano salvati da mezzi italiani e condotti a Lampedusa e quindi a Crotone. Quale che sia l’esito della vicenda giudiziaria che riguarda i pescatori tunisini sembra comunque possibile trarre da quest’ultimo caso alcune considerazioni sulle linee di politica internazionale e sulle prassi applicative seguite dal nostro paese nel “controllo dell’immigrazione clandestina via mare”. Le autorità italiane, nella delicata gestione delle frontiere marittime, sembrano ritornare ad una sostanziale continuità con il precedente governo Berlusconi, che pure era stato costretto, proprio negli ultimi giorni della passata legislatura, a sospendere i respingimenti collettivi dall’Italia verso la Libia, anche a seguito delle denunce del movimento antirazzista e delle successive condanne del Parlamento Europeo e delle principali agenzie umanitarie come Human Rights Watch ed Amnesty International. Anche in Tunisia, come in Libia, il trattamento riservato ai migranti irregolari, soprattutto se provengono dai paesi del centro africa, è durissimo. Come ricordava il giornalista Fabrizio Gatti in una sua inchiesta del 2003, in Tunisia, “hanno preso sul serio le pressioni del governo italiano e dell’Unione europea. Linea dura non solo contro chi guadagna con l’immigrazione. Ma tolleranza zero anche contro gli immigrati. Non importa se sono appena sopravvissuti a un naufragio, se sono stati rapinati di tutti i loro risparmi, se chiedono aiuto. Così 35 migranti sopravvissuti ad un naufragio a fine giugno di quell’anno a Sidi Daoud, “sono passati direttamente dai battelli di salvataggio alla prigione”. Sorte analoga è poi toccata a centinaia di migranti detenuti per mesi negli undici centri di detenzione tunisini o respinti verso i paesi limitrofi. Le iniziative della polizia di frontiera sembrerebbero riconoscere adesso nella Tunisia un “paese terzo sicuro” verso il quale potere respingere imbarcazioni che hanno compiuto interventi di salvataggio nel canale di Sicilia. Un riconoscimento che è tanto lontano dal vero quanto sono ben note le attività di rimpatrio verso paesi terzi che le autorità tunisine pongono in essere anche se, a differenza della Libia, almeno formalmente, la Tunisia ha aderito alla Convenzione di Ginevra del 1951. I migranti di paesi terzi , in particolare quelli provenienti dal Corno d’Africa e dall’Africa sub sahariana che hanno ottenuto il diritto di asilo in Tunisia sono poche centinaia, come risulta dai più recenti rapporti dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, mentre la maggior parte dei migranti irregolari non tunisini respinti dall’Italia viene successivamente respinta verso la Libia ed altri paesi confinanti, con la certezza di subire trattamenti inumani o degradanti. Sono poi numerose le testimonianze di migranti giunti a Lampedusa o negli altri centri di detenzione italiani che raccontano di come diverse imbarcazioni commerciali che li avevano avvistati nelle acque del Canale di Sicilia, avessero poi proseguito la loro rotta senza intervenire. Persino le autorità maltesi, in un recente caso, si sono limitate a rifornire di acqua e di giubbotti salvagente una imbarcazione carica di migranti che attraversava le loro acque territoriali proseguendo poi con i propri mezzi in direzione della Sicilia. In questo quadro, può costituire la premessa per gravi violazioni dei diritti fondamentali dei migranti, l’incriminazione dei pescatori tunisini accusati per avere effettuato un intervento di salvataggio. Sono già noti gli effetti delle denunce di pescatori che negli anni passati avevano salvato altri migranti. Molti sopravvissuti alle stragi nel Canale di Sicilia hanno testimoniato che, dopo queste denunce, sebbene non ci siano ancora state condanne da parte della magistratura, i pescherecci si rifiutano di intervenire tempestivamente nel salvataggio dei migranti in difficoltà, limitandosi ad avvertire le forze militari italiane con un inevitabile ritardo negli interventi di soccorso. Il caso di questi giorni ha un precedente lo scorso anno. Nel 2006 la nave Sibilla della Marina Militare italiana ha praticato nel canale di Sicilia, in collaborazione con unità navali della Marina militare tunisina, il primo respingimento in mare verso un porto tunisino, consegnando alle autorità di quel paese una imbarcazione carica di migranti che era stata intercettata in acque internazionali. Nessuna Convenzione internazionale prevede questo tipo di respingimento in mare, e il Decreto interministeriale emanato nel 2003 dal governo Berlusconi, che prevedeva il “blocco” in acque internazionali delle imbarcazioni cariche di migranti irregolari allo scopo di effettuare le ispezioni a bordo ( la cd. visita di bandiera) ed eventualmente il respingimento verso il porto di partenza, era rimasta per anni inattuata perché in evidente contrasto con il diritto internazionale del mare, oltre che per l’esemplare impegno di salvataggio della nostra marina. Come osservano gli studiosi di diritto internazionale del mare (SCOVAZZI), peraltro, l’Italia non ha mai istituito una “zona contigua” alle acque territoriali nella quale esercitare poteri di interdizione della navigazione delle imbarcazioni cariche di migranti irregolari, zona contigua che era prevista dal decreto 14 luglio 2003 del governo Berlusconi, ma che poi è rimasta lettera morta anche per la dubbia legittimità del decreto interministeriale. Nelle acque internazionali, al di fuori dei casi di terrorismo, pirateria ed inquinamento ambientale, solo da parte dello stato di bandiera ( o con la autorizzazione dello Stato di bandiera) si può esercitare un potere di interdizione della navigazione di una imbarcazione carica di migranti irregolari. Sul punto gli accordi di riammissione e di cooperazione di polizia sono assai lacunosi, almeno nei pochi testi che si conoscono, perché ciascun paese di transito tende ad evitare il respingimento verso le sue coste di cittadini di paesi terzi, che poi dovrebbero essere successivamente espulsi verso i paesi di provenienza. Nessuna norma di diritto internazionale del mare autorizza dunque uno Stato ad esercitare poteri di interdizione su imbarcazioni sospettate di trasportare migranti irregolari nelle acque internazionali (SCOVAZZI).“Le violazioni delle norme sull’immigrazione possono costituire illeciti rilevanti per gli ordinamenti nazionali degli Stati che ne sono coinvolti ( Stato di partenza o Stato di arrivo o entrambi). Ma è ovvio che qualsiasi illecito di immigrazione clandestina si consuma soltanto dopo che le persone coinvolte sono entrate nel mare territoriale dello Stato di destinazione ( o di uno Stato di transito), e non già prima, e cioè quando la nave che li trasporta si trova ancora in alto mare” ( così T. Scovazzi in Diritto, immigrazione e cittadinanza, 2003, n.4, p.52). Le prescrizioni eventualmente derivanti da direttive comunitarie, come quella che nel 2004 ha istituito l’Agenzia di controllo delle frontiere esterne Frontex, o la attuazione di Accordi internazionali come il Protocollo aggiuntivo alla Convenzione delle Nazioni Unite contro il crimine organizzato transnazionale relativo al traffico clandestino di migranti, non intaccano questi principi, autorizzando soltanto il diritto di visita in acque internazionali nel caso di nave senza nazionalità o non battente una bandiera di stato. Occorre depenalizzare al più presto gli interventi di salvataggio a mare da parte delle imbarcazioni commerciali e da pesca, in modo da rendere più tempestive le azioni di salvataggio ed adottare una legge organica sul diritto di asilo e sulla protezione umanitaria che garantisca l’accesso al territorio nazionale ed alla procedura per tutti coloro che fuggono da guerre, persecuzioni e violazioni sistematiche dei diritti fondamentali della persona. Le prassi di respingimento collettivo in mare indotte in base al decreto interministeriale del 14 luglio 2003, in attuazione della legge Bossi Fini, derivano da decisioni delle autorità politiche, che si sovrappongono agli interventi umanitari e di salvataggio, ponendosi in contrasto con il diritto internazionale del mare ed alimentando il rischio di nuove stragi. Queste prassi amministrative possono costituire una gravissima lesione del diritto di asilo riconosciuto a livello internazionale e dalla Costituzione italiana. Il Decreto interministeriale va immediatamente riformulato, con la precisazione degli obblighi di salvataggio, e dei diritti dei potenziali richiedenti asilo, con la cancellazione delle ipotesi di rinvio verso i porti di provenienza. La sicurezza dei cittadini, l’ordine pubblico e il contrasto dell’immigrazione clandestina in mare, nuovi totem davanti ai quali non si esita a sacrificare quotidianamente il destino di uomini, donne e bambini in fuga dalle persecuzioni e dal bisogno, non possono essere certo scalfiti, in un paese che conta sessanta milioni di abitanti, dal salvataggio di alcune migliaia di migranti che tentano la traversata del canale di Sicilia. Il principio di legalità va rispettato da tutti, a partire dagli obblighi di protezione della vita umana a mare imposti dalle convenzioni internazionali e dal diritto interno. Fulvio Vassallo Paleologo Associazione studi giuridici sull’immigrazione ( ASGI) Università di Palermo [ sabato 18 agosto 2007 ] ampedusa:nel centro "targato" coop Pubblicato mercoledì 22 Agosto 2007 Versione stampabile Nel centro «targato» coop, tra aperture e qualche silenzio Reportage In funzione da ieri la nuova struttura per immigrati di Lampedusa. Aperta alle associazioni e gestita dalle cooperative rosse. Obiettivo: l’«umanizzazione» Cinzia Gubbini (da Il Manifesto 12/8) Lampedusa Da ieri il nuovo centro di Lampedusa ha aperto i suoi cancelli. Trasferite tutte le persone che ancora alloggiavano in quello vecchio, dove per tutta la serata hanno continuato a svolgersi le operazioni di identificazione delle ultime 300 persone sbarcate sull’isola. Due giorni fa, lo abbiamo visitato. Nuovo di zecca, composto da container coibentati avana e azzurri su contrada Imbriacola (sottoposta a vincolo paesaggistico) può 336 persone. Numero che all’occorrenza raddoppa. La cancellata si apre su un budello d’ asfalto. Un cancello divide la parte maschile da quella per le donne e per i minori, che conta una cinquantina di posti. Ancora non è stato individuato, invece, quello per i nuclei familiari. In ogni stanza sei letti e un armadietto bianco. Non potrebbero contenere molto di più. I letti possono diventare a castello: è difficile immaginare dodici persone che dormono in queste stanzette. Ma la scelta di non aumentare troppo i posti è dettata anche dalla volontà di non scatenare l’ira degli abitanti dell’isola, che accusano gli sbarchi per il calo del turismo. Anche se questo è un centro di primo soccorso, non mancano gli elementi che lo accomunano ai centri di permanenza di nuova generazione: le sbarre intorno alle scale per salire ai piani superiori, i tavoli imbullonati nella sala mensa - che ancora devono arrivare dalla Cina - e la centralizzazione della gestione dell’energia elettrica. Luce e aria condizionata sono collegati a un monitor centrale, cui hanno accesso la polizia, i carabinieri e l’ente gestore. Insomma, vietato accendere la lampadina la sera. Il panico delle idee Quando i cancelli apriranno, la metamorfosi del sistema di gestione degli sbarchi sull’isola sarà definitivamente compiuta. Dopo le polemiche sulle scarse garanzie offerte dal centro di Lampedusa, sull’isola sono arrivate le Nazioni unite con l’Alto commissariato per i rifugiati e l’Organizzazione delle migrazioni, la Croce rossa e una task force del Viminale. Anche Medici Senza frontiere ha firmato un protocollo per lavorare dentro al nuovo centro. L’Arci ha ottenuto un mandato del ministero per offrire assistenza legale. E poi, l’arrivo delle cooperative aderenti a Legacoop nella gestione del centro. Hanno vinto l’appalto sconfiggendo le contestatissime Misericordie. Con un ribasso del 30% si sono aggiudicate la gestione, affidata a una neonata società a responsabilità limitata, la «Lampedusa Accoglienza». Nome che dovrebbe rappresentare il cambio di rotta. Ne è convinto Cono Galipò, amministratore delegato della società, che non ha ancora digerito le polemiche scaturite dall’articolo del manifesto sulla discesa in campo di Legacoop nella gestione dei centri per immigrati: «Ci avete accusato di risparmiare, ma non è vero. Il centro funziona benissimo». Sul fronte politico, e cioè se sia il caso che le coop rosse si sporchino le mani con i cpt, la partita è persa in partenza. E non perché quello di Lampedusa sia un «centro di primo soccorso» dove i migranti sostano al massimo tre giorni e dove non si procede con le espulsioni, ma perché Galipò è un vero e proprio ideologo dell’opportunità che le coop entrino nella gestione del sistema che ruota intorno alle migrazioni. Ex sindacalista della Cgil, ex Pci ora Margherita, ha difeso con le unghie e con i denti la scelta di misurarsi con la frontiera di Lampedusa anche davanti alle perplessità di Legacoop. Il suo slogan è: «Mai farsi prendere dal panico delle idee». Tradotto: «Non dobbiamo fare i don Chisciotte. Insistere all’infinito, per avere tutto e subito porta ad avere niente e per sempre. L’ho imparato da sindacalista. Ricordo lo sciopero di 42 giorni durante la costruzione dell’autostrada Palermo-Messina. C’erano gli oltranzisti di Lotta Continua che spingevano per non firmare l’accordo. Abbiamo perso». Il vecchio centro Dall’altra parte dell’isola, nella struttura in muratura che ospita da quasi dieci anni il centro per immigrati a ridosso dell’aeroporto, ora è tutto ridipinto. L’altro ieri c’erano 338 persone. Gli sbarchi quest’anno sono in diminuzione, anche se aumentano i minori: soltanto una volta si è raggiunto il «collasso», con una presenza di oltre 600 migranti. Entriamo grazie alla circolare del Viminale che permette le visite dei giornalisti dietro autorizzazione della prefettura. Ma l’«operazione trasparenza» del ministero deve fare i conti con le resistenze dei prefetti. Quello di Agrigento, per esempio, ci impedisce di parlare con gli ospiti. Cosicché bisogna accontentarsi di osservare il centro, trovato pulito e ordinato, e di fidarsi di tutte le informazioni offerte durante la visita guidata. I cancelli che dividono le varie sezioni - uomini, nuclei famigliari e donne - ora sono aperti. C’è una lunga fila davanti all’unico telefono funzionante. Un disservizio, questo, duro a morire: «E’ colpa della salsedine», spiega uno dei direttori, Mastione. I migranti sono tutti vestiti con la tuta d’ordinanza. E le scarpe? E’ evidente che non tutti hanno le stesse, nel senso che alcuni sono addirittura in ciabatte. Ma l’altro direttore, Miragliotta, assicura che a tutti viene dato il kit come da convenzione: scarpe, tuta, asciugamano, due magliette, slip e prodotti per la pulizia personale. La cucina, un posto veramente messo male e dove persistono i cattivi odori, è stata ormai chiusa. Ci sono ancora, invece, i materassini verdi di gommapiuma. Parecchie persone li trascinano fuori dai container per stendersi all’aria aperta. «Questo posto andrebbe chiuso subito», dice l’amministratore delegato «ma noi facciamo tutto il possibile perché la gente possa essere accolta con dignità». Sulle pareti dei container la carta dei diritti dell’Onu. Ma manca quella che dovrebbe informare gli ospiti su quanto gli spetta, «qualcuno deve averla staccata». Le persone che lavorano nel centro, per ora, sono 48, Galipò incluso. I numeri previsti dalla convenzione sono rispettati (con l’apertura del nuovo centro si prevedono altre assunzioni), ma proprio al limite. Come si fa con i giorni liberi dei lavoratori e quando si raggiungono punte di mille presenze? «Qui quando c’è l’emergenza tutti si infilano i guanti e fanno il loro dovere, servono anche ai tavoli. Direttori, amministrativi, tutti». Il personale è stato assunto con i contratti socio sanitari delle coop. Gli operatori percepiscono circa mille euro. La maggior parte sono a tempo indeterminato, ma ci sono anche contratti per inserimento lavorativo e di prestazione occasionale pagata a ritenuta d’acconto. I lavoratori delle Misericordie sono stati riassorbiti, mettendo a tacere le voci che volevano non riconfermati quei contratti. Galipò ha addirittura convocato una riunione in Comune dove si è impegnato ad assumere tutti. Tutto bene? La nuova era, d’altronde, è indubbiamente improntata alla collaborazione. Galipò parla con tutti, intrattiene rapporti e lo fa cordialmente. Periodicamente si svolgono riunioni con le organizzazioni umanitarie. Risultato: nessuno parla più. Nessuno ha voglia di guastare i rapporti. Se ci sono problemi, si cerca di lavare i panni sporchi in famiglia. Perché qualche problema c’è stato: il giorno del picco di presenze in cui finiscono le portate per il secondo. La notte tra il 16 e il 17 luglio alcune persone si sono sentite male dopo aver mangiato, qualcuno parla di epidemia alimentare. Tute non fornite a chi sbarca con segnali di scabbia, per evitare di doverne dare un’altra finito il trattamento. Nonché qualche voce sul fatto che si cerchi di risparmiare sulla fornitura di sigarette (dovrebbero essere dieci al giorno per ciascun migrante). Un ragazzo, con cui riusciamo a parlare di straforo nel vecchio centro, lo conferma: «Ne ho avute cinque». Galipò è uno che non si tira indietro, e risponde su tutto: «Quel giorno finirono le pietanze perché non era arrivata la nave di rifornimento. In quanto all’epidemia alimentare, non è vero. Ci sono persone che si sono sentite male dopo aver mangiato, ma erano solo cinque o sei e se fosse stato cibo avariato si sarebbero sentiti male tutti. E sulle tute per chi ha la scabbia, sì, lo abbiamo fatto fino a giugno ma solo con quelli che avevano vestiti buoni. Ci sembrava inutile buttare via una tuta. Infine le sigarette. Quel ragazzo ne aveva avute cinque solo perché le altre le diamo a cena». Detto questo, tutti assicurano che la coop ha reso più «umano» il centro. Ed è proprio «umanizzare i centri» quello che vuole fare Galipò: «Le coop già operano nei cpt in subappalto. Allora perché mai dobbiamo fare gli utili idioti? Io ci sto a fare la battaglia per chiudere i cpt. Ma nel frattempo cerchiamo di renderci utili. Portiamo innovazione: al Viminale sono entusiasti della mia idea di dare un nome di fantasia alle persone che non ce la fanno ad arrivare. Mi sembra disumano seppellire quei corpi con un numero». Altra vetta che Galipò si appresta a scalare con il suo consorzio di cooperative, è quella dei corsi di formazione nei paesi di provenienza degli immigrati: «Costruiremo una banca dati per offrire garanzie agli imprenditori che vogliono assumere». E per chi non può frequentare i corsi di formazione per entrare in Italia, rimane sempre il benvenuto di «Lampedusa Accoglienza». Convenzioni Tutto sulla gestione del cpt dell’isola La gara d’appalto Il Consorzio nazionale dei servizi di Bologna (Cns) e il consorzio Sisifo di Palermo si sono aggiudicati la gestione del centro di primo soccorso dell’isola di Lampedusa con un ribasso del 30%. Alla cooperativa vengono rimborsati 33 euro per ciascun immigrato ospitato. Le quote Il Cns ha affidato la sua quota - il 34% - alla agrigentina Bluecoop. La Sisifo, invece, mantiene il 67%. Insieme hanno dato vita a una società a responsabilità limitata: Lampedusa Accoglienza. Gli sconfitti alla gara d’appalto hanno aprtecipato diverse altre associazioni e enti. In ordine di arrivo si sono piazzate: Connecting People, Albatros, Croce Rossa, Misericordie La convenzione L’offerta era per la gestione del nuovo centro (190 posti, ma ne vengono calcolati 216) con l’invito a calcolare i costi sulla gestione del centro di prossima apertura, che ospiterà 336 persone. Centro a zero presenze La convenzione prevede che il ministero rimborsi all’ente gestore il 50% anche quando il centro è vuoto. Ciò vale fino al 31.mo giorno a presenze zero. In seguito il ministero ripaga soltanto i costi vivi. Continua il processo ai pescatori tunisini, degna conclusione di un’estate di morte e indifferenza [ Alessandra Sciurba ] articoli sullo stesso argomento Occupate le sedi del Consorzio Nazionale dei Servizi [ CPT Lampedusa ] Pratiche di "normalizzazione" del concentramento Apre il nuovo Centro di detenzione di Lampedusa gestito dalle cooperative aderenti alla Legacoop “Al Viminale sono entusiasti della mia idea di dare un nome di fantasia alle persone che non ce la fanno ad arrivare”. Queste le parole di Cono Galipò, amministratore delegato della società “Lampedusa accoglienza”, nuovo gestore del centro di Lampedusa, apparse sull’articolo del Manifesto di oggi firmato da Cinzia Gubbini. Di fronte alle perplessità esposte dalla giornalista che lo intervistava circa l’opportunità di gestire luoghi che rimangono in tutto simili a carceri amministrative, Galipò non ha avuto dubbi: “Cerchiamo di renderci utili. Portiamo innovazione”. Se non si riesce ad avere quel che si vuole meglio accontentarsi. E allora si accontentino le persone morte in mare tutti i giorni (spesso sotto gli occhi di imbarcazioni europee che hanno ormai imparato che non conviene salvare la vita umana): non ci sarà nessun numero sulla loro tomba. E si accontentino pure tutti quelli che hanno giurato di riuscire a vedere i cpt d’Italia chiusi anche fosse l’ultima cosa che fanno: ora ci sono tanti medici, avvocati, operatori e assistenti che renderanno il soggiorno dei migranti più gradevole. Le associazioni umanitarie e soprattutto la Legacoop penseranno a tutto, si può stare tranquilli. È finito il tempo delle denunce, della lotta, dei principi, della verità e del coraggio. È finito il tempo in cui dire che la detenzione amministrativa ci fa schifo e basta, che non ci possono essere mezze misure e compromessi perché tanto, anche se trattati di lusso, quelli che passano da Lampedusa fanno sempre la stessa fine. È finito il tempo di dire che per mare si muore non per caso, che chissenefrega se un morto lo seppellisci con un nome inventato o sotto una pietra muta: il nodo è che non hai fatto nulla per evitare che morisse. Che stanchezza. Non si può all’infinito ripetere le stesse cose. Che si è indignati, disgustati, addolorati. Probabilmente nel Cpt di Lampedusa non ci saranno più persone torturate. Può darsi che il telefono finalmente inizierà a funzionare. Magari qualche sudanese del Darfur potrà persino inoltrare una richiesta di asilo politico. Con la signora leghista dell’isola che ora è pure diventata vice sindaco si troverà un accordo: infondo questi poveri disgraziati si fermano solo per qualche giorno. Bisogna essere realisti. Al passo coi tempi, innovativi. Cordialità e buone maniere. Tutti amici. E se la nostra costituzione rifiuta la detenzione di gente innocente come principio, e se i pescatori del Mediterraneo pescano più cadaveri che pesci, e se il razzismo è diventato una modalità quotidiana di amministrare le città e la vita della gente, ormai poco importa. Il Signor Galipò è contento dell’entusiasmo del Viminale. Il Viminale è contento dell’idea del Signor Galipò. Finalmente qualcuno ‘di sinistra’ che ha smesso con quelle assurde richieste di cambiare una legge crudele che ammazza la gente costringendola a rischiare la propria vita per salvarla o migliorarla un pochino. A questo qui sì che possiamo dare ascolto; questo qui sì che ci chiede cose sensate. Una bella sepoltura pietosa e un bel nome da incidere sulla lapide: questo ce lo possiamo permettere, e non se ne parli più. di Alessandra Sciurba Fotografia di Elena Marioni li articoli sullo stesso argomento Una Guantanamo per gli immigrati [ CPT (Articoli generali) ] Pratiche di "normalizzazione" del concentramento [ CPT Lampedusa ] Occupate le sedi del Consorzio Nazionale dei Servizi A Bologna, Venezia, Roma Bologna, Roma, Venezia, queste le città in cui stamane, intorno alle ore 11.00, sono state occupate le sedi del Consorzio Nazionale dei Servizi. "Questo Consorzio, che aderisce a Legacoop, gestisce il Cpt di lampedusa". "Ancora una volta i movimenti per la libera circolazione delle persone si mobilitano per chiarire che i Cpt, in tutte le loro forme presenti e future, sono una vergogna e chi si presta al loro funzionamento è responsabile della profonda ingiustizia che essi rappresentano". Così recita il comunicato congiunto che gli attivisti protagonisti delle azioni di protesta nelle diverse città, hanno diramato. Da giungno infatti, la gestione del Cpt di Lampedusa sarà affidata alle cooperative Sisifo e Blucoop anzichè alla Confraternità Misericordia. Il Cpt di Lampedusa è il crocevia del percorso detentivo a cui sono sottoposti i migranti che sbarcano sulle nostre coste dopo i viaggi estenuanti che percorrono nei nostri mari. Lontani quindi da essere strutture di accoglienza, sono i luoghi in cui i migranti vengono detenuti prima di essere spostati negli altri centri di detenzione italiani. Mentre il governo è impegnato nella stipula dei "Patti per la sicurezza", nei nostri mari si susseguono le notizie di tragedie disumane. E se nel mare i migranti sono "buoni" quanto disperati, una volta approdati sulle nostre coste diventano "clandestini e pericolosi", preziosi per il mercato del lavoro quanto esclusi da ogni possibilità di accesso ai diritti. In una lettera gli attivisti invitano i dipendenti a "non essere complici nella gestione di queste strutture". Da tempo i movimenti hanno intrapreso una campagna contro chi è complice nella gestione delle strutture di detenzione dei migranti. Fin dai tempi della campagna elettorale, il governo di centro-sinistra, aveva aperto il ragionamento sul "superamento" dei centri di detenzione, attraverso la loro umanizzazione. Ma è evidente che non basterà ripulire le strutture delle abberranti violazioni che le caratterizzano per far digerire la loro stessa esistenza. Proprio la gestione delle cooperative aderenti alla Legacoop era stato il perno di questo ragionamento. Ricordiamo che in quelli che sono stati definiti "nuovi lager", sono detenute migliaia di persone per il semplice fatto di non essere in possesso del permesso di soggiorno. E’ evidente che è difficle parlare di "umanizzazione" quando si parla di internamenti: l’oggetto della contesa è la stessa esistenza di questi dispositivi di controllo. Alla conclusione dell’iniziatva, il direttore responsabile del CNS ha consegnato un fax ufficiale della direzione. "Personalmente in qualità di Direttore Generale di CNS scarl di Bologna dichiaro che non parteciperemo a nessun futuro appalto inerente la gestione dei Centri di Permanenza Temporanea" recita il testo del comunicato...e speriamo questo sia un altro passo verso il rifiuto di queste strutture... di Alessandra Sciurba, Progetto Melting Pot Europa La vicenda dei pescatori tunisini arrestati a Lampedusa l’8 agosto scorso è emblematica. Racchiude in sé tante delle cose che da anni accadono nel nostro paese, e ormai quasi dappertutto nel mondo occidentale. La criminalizzazione ai danni dei migranti, ad esempio, come di chiunque "si macchi della colpa" di interferire in qualche modo con le politiche di morte e violenza che cercano da lungo tempo di gestire le vite e condizionare la mobilità di questi "viaggiatori non autorizzati". Nel caso specifico, il reato per il quale si trovano imputati i membri dell’equipaggio tunisino in questione è quello di avere salvato la vita a 44 persone alla deriva nel Mare Mediterraneo e, per di più, di averle portate fino in Italia, invece di fare dietro front e raggiungere la Tunisia. Non importa che fossero più vicini a Lampedusa che all’Africa, e figuriamoci se importa il fatto conclamato e risaputo che, se qualcuno dei naufraghi tra cui si contano cittadini sudanesi, eritrei, etiopi, avesse voluto chiedere asilo politico com’è nei suoi diritti, in Tunisia avrebbe trovato solo la via dell’espulsione. L’Italia e l’Europa hanno stabilito da tempo ormai, che Ben Ali è un partner d’eccellenza nel "contrasto dell’immigrazione clandestina", come del resto lo è anche il dittatore libico Gheddafi, con buona pace della lega tunisina per la difesa dei diritti dell’uomo - il cui presidente ha rilasciato dichiarazioni che denunciano chiaramente la gravità delle violazioni perpetrate dal suo paese verso i migranti - e di tutte le Ong, le associazioni, gli attivisti e i ricercatori che hanno raccontato quello che avviene in Libia. Basterebbe ricordare l’allucinante racconto del pescatore Salvo Lupo circa quel che avviene sulle piattaforme libiche quando vengono intercettate imbarcazioni che trasportano esseri umani in viaggio verso l’Europa. Favoreggiamento dell’immigrazione clandestina a fini di lucro: questa l’accusa mossa ai pescatori tunisini. Fino 15 anni di carcere: questa l’eventuale condanna in cui potrebbero incorrere. Lo stesso giudice chiamato a presiedere anche il più famoso processo contro l’operato della nave Cap Anamur dovrà decidere del loro destino. E il suo esordio non è stato proprio dei migliori. La dott.ssa Antonia Sabbatino, probabilmente certa di poter risolvere la questione velocemente e potere tornare a pensare a cose più importanti della sorte di questi africani evidentemente colpevoli anche solo per il fatto di trovarsi in Italia, ha dovuto invece ascoltare la dichiarazione di sette imputati che, sicuri della loro innocenza, hanno rifiutato ogni ipotesi di rito abbreviato o di un patteggiamento optando per il rito ordinario. Alla prima udienza, il giudice ha deciso di accogliere solo sette testimoni della lista di 26 persone “accuratamente formulata e motivata”, escludendo veri e propri protagonisti di questa assurda vicenda di criminalizzazione del dovere civico e dell’umana solidarietà, come la donna marocchina mamma di due bimbi tra cui uno malato, trasportata d’urgenza a Palermo per venire ricoverata. Allo stesso modo non sono stati ascoltati i medici di Msf che hanno prestato il primo soccorso e quindi verificato la gravità delle condizioni di alcuni naufraghi, e sostanzialmente tutto il personale sanitario lampedusano e palermitano che avrebbe potuto comprovare l’assoluta urgenza di portare i migranti a terra il più velocemente possibile. Sono state ritenute superflue anche le dichiarazioni dei proprietari dei pescherecci sequestrati che avrebbero invece potuto dimostrare il fatto che gli imputati fossero davvero pescatori e non scafisti in cerca di soldi. E’ solo grazie alla tenacia degli avvocati che si stanno occupando di tutelare la situazione dei pescatori che la vicenda rimane fortunatamente ancora aperta. È triste dover ricordare, nel tentativo di discolpare questi "criminali", che tra le persone da loro salvate c’è anche un bambino di cinque anni affetto da paralisi spastica, un uomo in fin di vita, due donne incinte. È triste dovere convincere la Corte e l’opinione pubblica che proprio non si poteva fare altrimenti, che la drammaticità della situazione richiedeva di sorvolare sulle leggi nazionali e internazionali e di seguire una diversa legge morale che ormai si è di continuo apertamente invitati a mettere a tacere. È triste perché l’incolumità della persone umana dovrebbe avere la precedenza su ogni cosa, mentre per avere il diritto di sopravvivere, sembra sempre che alcuni debbano dimostrare il fatto che erano davvero sul punto di morire. È triste, e comunque non serve. A meno di smentite che accoglieremmo con stupore e gioia, questo sembra un altro di quegli episodi la cui fine debba simbolicamente servire da monito a tutti. Le leggi del mare sono spezzate, sono cambiate, sono stravolte. La gente non è tutta uguale. Le dichiarazioni universali sono carta straccia. Il razzismo è una modalità di governo della popolazione imprescindibile per i partiti di destra come per quelli di sinistra. I diritti umani non sono i principi sui quali basare le relazioni internazionali e la convivenza globale dei cittadini del mondo: sono merce di scambio per fini economici come lo sono i corpi dei migranti continuamente attraversati dai nostri confini. Dietro processi come quello in corso ad Agrigento, l’attenzione si concentra sulle accuse ridicole e sulla criminalizzazione degli innocenti, mentre i riflettori si spengono sulla sorte dei naufraghi soccorsi che sono già finiti a ingrossare le fila dei detenuti nei cpt, o centri di prima a accoglienza o come diavolo li si voglia chiamare. Donne e uomini con la colpa di essere sopravvissuti da espiare d’ora in poi attraverso una vita di clandestinità da mettere in commercio sul mercato del lavoro a nero, continuamente migranti senza il permesso di fermarsi e trovare un posto nel mondo. Soad Kufi, uno degli uomini tratti in salvo, ha raccontato al giudice di aver pagato 1.500,00 dollari per il viaggio suo e di sua moglie dalla Libia fino all’Italia. Di essere rimasto in Libia per sei anni, con tutto ciò che la vita in Libia comporta, prima di riuscire a raccogliere questi soldi e a partire. Chissà se il giudice si è fermato solo un attimo a pensare a quanta ingiustizia traspaia da una simile storia, uguale a quella di tantissimi altri. Al fatto che tutti quei soldi, più quelli che Soad ha speso per raggiungere la Libia sarebbero potuti servire per pagarsi un biglietto aereo fino a Roma e iniziare una vita più serena alla ricerca di un lavoro normale. Chissà se si è fermata a pensare che chi ha salvato la vita di Soad ora rischia la galera, mentre chi– prima affamando il suo paese e poi scrivendo leggi razziste sull’immigrazione e sull’asilo- ha costretto lui e la sua famiglia a mettere in gioco la propria esistenza per migliorarla almeno un pochino, invece non pagherà niente. È più facile prendersela con gli scafisti di turno che quando non sono persone del tutto estranee ai fatti come gli imputati in questione, sono spesso migranti come gli altri che hanno avuto la sfortuna di reggere il timone lungo il gioco alla roulette russa della traversata. Il processo è ancora in corso. Speriamo alla fine di poter scrivere per una volta qualcosa di diverso. t articoli sullo stesso argomento Pratiche di "normalizzazione" del concentramento [ CPT Lampedusa ] UE: contro la clandestinità, permessi temporanei [ Immigrazione ] Soccorso gommone a sud di lampedusa [ Sbarchi ] Sbarcano a Lampedusa Legacoop e Lega Nord Chiunque sia stato a Lampedusa negli ultimi anni, per motivi anche vagamente connessi alla presenza dei migranti sull’isola, al loro approdare, alla loro detenzione, alle loro espulsioni, non può non averci fatto caso. C’è una bandiera nella piazza del paese, che sventola alta e beata. È una bandiera verde e vederla suscita stupore. È la bandiera della Lega Nord che incredibilmente, da anni, a Lampedusa miete consensi in continua crescita. Nell’ottobre del 2004, quando circa 1200 persone non identificate furono deportate in manette, su cargo militari C130 dalla piccola isola siciliana fino a Tripoli e da lì abbandonate a una frontiera che è solo deserto, il leghista Borghezio raggiunse Lampedusa, assistette con soddisfazione alle colonne di uomini e ragazzini trascinati (anche con la collaborazione degli operatori della Misericordia) lungo la pista del piccolo aeroporto, stipati a forza su quegli aerei di cui ai migranti era persino sconosciuta la destinazione. Oggi, a distanza di nemmeno quattro anni, il lavoro svolto da questi soggetti, nell’angolo più a sud d’Italia, ha dato i suoi frutti più maturi. Con le ultime elezioni amministrative, che hanno visto ancora una volta la Sicilia affermarsi come la roccaforte dei partiti di centro- destra, la leghista pasionaria - quella sempre in guerra contro i migranti e contro tutti quelli che arrivano a Lampedusa per denunciare e contrastare i trattamenti inumani e degradanti riservati loro - è finalmente diventata vicesindaco. Angela Maraventano l’abbiamo vista in tutti i documentari su Lampedusa e “gli sbarchi” mentre raccontava, servendosi di slogan vecchi quanto le migrazioni, come sulla sua isola, le poche risorse disponibili se le prendessero tutte questi invasori stranieri. Una lunga campagna elettorale, quella della Lega Nord a Lampedusa, giocata a colpi di violazioni dei diritti fondamentali delle persone, di incitamento alla xenofobia, di deportazioni e disinformazione. Di fronte a un così grande dispiegamento di retoriche mediatiche ed allo sfruttamento massiccio delle paure recondite, della rabbia latente e dell’isolamento della gente (Lampedusa ex isola di deportati, Lampedusa che si considera abbandonata dalle istituzioni), a poco sono servite le iniziative di protesta e sensibilizzazione sfociate nella riuscita manifestazione della scorsa estate firmata Rete antirazzista siciliana. L’amministrazione, a grande componente leghista, non è però l’unica novità significativa che nell’ultimo periodo ha vivacizzato la cronaca dell’isola di Lampedusa. Laboratorio sperimentale della gestione della mobilità migrante, la stessa isola è - a seconda della convenienza politica - zona extraterritoriale rispetto allo Stato italiano, frontiera dilatata, luogo di assedio, palcoscenico privilegiato per le dimostrazioni del pugno di ferro contro i migranti o luogo per eccellenza di filtro del lavoro nero che sempre accompagna la clandestinità. Lampedusa sta vedendo anche l’insediamento delle cooperative aderenti alla Legacoop nella gestione del suo Cpt (o centro di primo soccorso?), che in questi ha cambiato molti nomi. Il fenomeno aveva in realtà già preso il via altrove, quando la cooperativa Minerva aveva vinto l’appalto per la gestione del Cpt di Gradisca. Ma il passaggio di consegne dalla Misericordia di Palermo alla Sisifo e alla Blucoop, spiega ancora meglio il progetto di legge Amato Ferrero, il concetto di “umanizzazione” dei luoghi di detenzione per migranti e la loro gestione sociale, che nella sostanza non modificheranno nulla dell’istituto della detenzione amministrativa. Cpt di sinistra e Lega al governo locale, sono le magie che l’isola di Lampedusa è riuscita a produrre in contemporanea. Merito certamente del connubio tra particolarità locali, politiche nazionali e sovranazionali. Il discorso sulle migrazioni, sempre più strumentalizzato per costruire un clima del terrore e dell’insicurezza che giova ai governanti di tutti gli schieramenti, produce ogni giorno di più i suoi mostri. Davvero la Lega a Lampedusa potrebbe fare peggio del sindaco Veltroni a Roma e dei suoi “villaggi della solidarietà” fuori porta dove deportare cittadini (anche appartenenti all’Ue o detentori di un permesso di soggiorno) solo in base alla loro etnia? Intanto è arrivata anche quest’anno la bella stagione, si è placato il vento, tornerà ad aumentare il numero delle barchette che tenteranno la traversata. Lungo rotte magari un po’ diverse rispetto a quelle dell’anno scorso, certamente più pericolose per la necessità di aggirare i nuovi ostacoli che l’Unione europea e gli accordi bilaterali pongono alla libertà di circolazione dei migranti. La settimana scorsa a Lampedusa sono arrivate più di 400 persone. Intorno alle acque territoriali maltesi, nel frattempo, si hanno vaghe notizie di trenta dispersi. Come fossero eventi strutturali, inevitabili, spuma del mare prodotta dal moto delle onde. le 2007 - Categoria: rassegna web terrelibere.org - terrediconfine - Segnala questa notizia Segnala questa notizia No Cpt Occupata sede Legacoop Sicilia contro gestione Cpt Lampedusa terrelibere.org terrediconfine - autore dell"articolo www.meltingpot.org La rete antirazzista di Palermo ha occupato la sede della Legacoop Sicilia per protestare contro la scelta di gestire il Cpt di Lampedusa da parte di due cooperative aderenti. Appeso uno striscione con scritto "No LagerCoop". Occupata sede Legacoop Sicilia contro gestione Cpt Lampedusa Alle 10 di questa mattina, gli attivisti del Laboratorio Zeta, dell'Ask 121, del Collettivo 20 Luglio e di altre realtà palermitane, hanno occupato la sede della Legacoop Sicilia che è anche sede legale della Sisifo, una delle due cooperative che ha partecipato all'appalto per la gestione del centro di Lampedusa. Chi ha lottato in questi anni contro l'esistenza di tutti i centri di detenzione amministrativa e, nello specifico, per la chiusura del Cpt di Lampedusa, non ha accettato il tentativo di legittimazione che passa attraverso l'affidamento di questi luoghi alle cosiddette cooperative "rosse". Le settimane appena trascorse avevano visto un vivace scambio di idee tra il giornalista de Il Manifesto Loris Campetti, il presidente di Legacoop Giuliano Poletti e il Laboratorio Zeta di Palermo. In un clima di imbarazzo generale da parte dei membri della Legacoop, tra i quali molti hanno affermato di non condividere la scelta di gestire il Cpt, gli occupanti sono stati ricevuti direttamente dal presidente della Legacoop Sicilia, Elio Sanfilippo. A seguito di questa iniziativa, diretta alla coscienza di chi si appresta a fare una scelta di connivenza con strutture inaccettabili come i Cpt, Totò Cavaleri del Laboratorio Zeta riferisce come Sanfilippo abbia invitato la Sisifo a riconsiderare la sua decisione perchè distante dalla "storia" e dalla "moralità" della Legacoop. Lo stesso Sanfilippo, però, intervistato dalla nostra redazione, ha invece ribadito come, seppur in disaccordo con l'esistenza di questi centri, la Legacoop accetti di gestirli: "Le nostre cooperative dovranno segnare una discontinuità col passato, ma chiudere i Cpt non è compito nostro" - afferma il presidente. "Siccome gli sbarchi degli immigrati continuano, ci deve essere sempre qualcuno ad accoglierli" - prosegue - "Cogliamo l'aspetto positivo e giusto di questa prootesta, anche noi abbiamo la preoccupazione che non basti cambiare la gestione, ma una volta che ci sono, cerchiamo di gestirli al meglio". Il concetto insomma è sempre lo stesso. Il ragionamento per cui "qualcuno dovrà pur gestirli..." continua ad affermarsi fino a coniare ossimori quali la "gestione sociale" di questi centri ipotizzata da Sanfilippo. A cui forse nessuno ha spiegato il significato dei termini "detenzione amministrativa". Intanto, dopo l'iniziativa di questa mattina del Lab. Zeta, il passaggio di consegne dalla Misericordia alla Legacoop che doveva avvenire il 16 aprile, è stato procrastinato di 30 giorni e per lunedì 16 aprile è stata fissata una riunione tra la Legacoop e le cooperative sociali Sisifo di Palermo e la Blu coop di Agrigento, vincitrici della gara d'appalto per la gestione del centro di Lampedusa.