Innanzitutto vorrei esprimere il mio rammarico per non aver potuto presenziare in aula, lì, sulla sedia che spetta al peccatore di turno, al prigioniero in agenda. Dispiacere non rivolto all’ennesimo giudizio nei miei confronti di una parte giuridica che per missione o lavoro mai miei, legge delle carte, dei numeri e, con lo stesso tono, dipinge quadri foschi,o, meglio, cornici senza tela! Il problema non è la colpa, ma l’analisi coerente, l’assenza di un corrispettivo sociale nella narrazione della vita del “colpevole”. Vale per me. Vale per ogni proletario messo spalle al muro da questa vita. Io scrivevo libri, dipingevo, lavoravo per diverse produzioni cinematografiche da precario divertito, fino a un maledetto martedì, che il cuore un’altra volta mi ha tradito e l’ospedale un’altra volta mi ha salvato. Fine del lavoro, nessun rimborso, nessuna copertura assicurativa, nessuna nuova chance. Volete due parole sul mio reato, su quel 17 dicembre ‘24? Quando in una schifosa celletta del commissariato, una guardia lusingata mi ha comunicato che mi venivano addebitate 200 panette di ottimo hashish, la mia reazione è stata una risata isterica, accompagnata da imprecazioni al cielo che qui non ripeto. E non è una questione di rispetto. Avevo chiesto che in questo “lavoro” , in questa breve commissione non c’entrassero mafia e sistemi vari. Che non vi fosse il rischio di trasportare eroina o cocaina per qualche schifoso boss o un suo sgherro. Di rovinare qualche quartiere già difficile, per il guadagno del prepotente di turno, che fosse in tuta o, peggio, in giacca e cravatta. Richiesta accolta, questo conta. Sapevo di rischiare qualcosa, certo! Ma solo sette mesi prima, un camice bianco ancora macchiato del mio sangue, mi aveva annunciato che avevamo ancora fregato l’estrema unzione, ma che, il muscolo non più umano che stenta nel mio petto, era destinato ad un’inevitabile conto alla rovescia, che la sabbia nella clessidra stava contando gli ultimi granelli: che bisognava cambiare l’attrezzo tutto, non più le sue parti. Un proletario con le spalle al muro.[….] Quel rischio di cui prima… era di colpo relativo. Ora, in un carcere zozzo e sovraffollato, stento a scendere dal letto, ma lo faccio; a fare le scale o passeggiare nei cubi di cemento. Ma lo faccio! Come dice l’ottimo cardiologo interno, sopravvivo nell’attesa che una delle numerose sincopi aritmiche sia quel tot più forte delle solite, affinché gli occhi non disvelino più quest’assenza di libertà, questa pochezza, questa inflazione di ferro, cemento e ignoranza. Ma, se ora leggo queste righe, non è solo per me e per il poco che potete decidere mi resti. Leggo parole scritte al lume di un fottuto faro di sorveglianza, spinto dalla rabbia di una coscienza che ancora scalpita e scalpiterà, ogni qual volta per i corridoi di questo parcheggio classista di anime incroci nonni sulla sedia a rotelle, malati cronici, ultrasettantenni, o giovani persi, malati per induzione di crak, eroina o psicofarmaci, a vantaggio dell’arricchimento dei soliti insospettabili; o davanti a persone rotte nell’anima da una vita di miseria, che finiscono col rassegnarsi a questa condanna per il solo fatto che non hanno i mezzi economici per tentare un riscatto… fuori di qui! Qualsiasi condanna questa corte scelga per me, la vita, il destino, dio o chi per lui, me ne hanno riservata una peggiore: mi hanno tolto la paura della morte e la possibilità di amare. Neanche loro sono riusciti a negarmi l’irriverente voglia di lottare! Per la mia dignità. Quella della mia gente. In fede “enko”