I microfoni di Radio Onda Rossa sono sempre aperti: vogliono essere la voce di chi non ha voce. Per questo una mattina del mese di gennaio del 2024 è andata in onda un ascoltatore che raccontava la perquisizione della sua casa che aveva subito il giorno precedente da uomini della Digos.
Quella voce era di Seif, un algerino in Italia da più di dieci anni anni con lo status di rifugiato politico, dipendente del “prestigioso” Liceo Chautaubriand, il liceo francese di Roma, da otto anni a tempo indeterminato. Seif è un educatore, figura che non esiste nella scuola italiana, cioè colui che passa il tempo con ragazze e ragazzi quando non hanno lezione, presta loro attenzione e aiuto quando ne hanno bisogno.
Il mercoledì è il giorno libero di Seif, così mercoledì 17 gennaio l’uomo è in casa quando bussa la Digos: le guardie cercano in casa di Seif “armi, munizioni o materiale esplodente abusivamente detenuti” o più probabilmente usano questo pretesto per entrare senza il mandato di un giudice. Non trovano niente – “esito negativo” scrivono sul verbale – ma lo portano in caserma dove lo invitano a mostrare loro i suoi profili Whatsapp e Instagram. Seif non capisce che sta succedendo, le guardie gli chiedono conto di due post che giorni prima aveva scritto su Instagram (un profilo chiuso con 136 followers): davanti alla violenza delle immagini del genocidio in atto a Gaza, Seif aveva espresso dolore e rabbia verso l’Unione Europea e gli Stati occidentali sordi alla disperazione della popolazione di Gaza e pronti a continuare a fornire armi, aiuti militari e giustificazioni a Israele.
Il giorno stesso della perquisizione il preside del liceo “invita” per telefono Seif a rimanere a casa, la polizia italiana avrebbe chiesto alla scuola di lasciare il lavoratore a casa per il momento. Seif avrebbe appreso in seguito che le cose non sono andate esattamente così, che anzi sono il liceo Chateaubriand e l’Ambasciata francese a coinvolgere la polizia italiana che ovviamente non si tira indietro e, a pochi giorni dalla perquisizione, informa Seif dell’avvio a suo carico di un’indagine penale e del procedimento di revoca dello status di rifugiato: per la revoca viene convocato davanti alla Commissione territoriale il 1 febbraio 2024.
Cosa c’è dietro all’idea che Seif non avesse il diritto di esprimere – fra l’altro a poche persone – la sua rabbia per un genocidio, davanti a una devastante operazione di pulizia etnica, davanti all’inerzia e complicità del paese dove vive? Gli stati del cosiddetto Occidente divulgano da anni una propaganda arabo/islamofobica che istilla nelle persone l’idea che chi proviene da paesi a maggioranza musulmana è violento, retrogrado, forse terrorista. Le forze dell’ordine e le autorità giudiziarie spesso, agiscono di conseguenza. Inoltre l’arroganza coloniale europea pretende che chi arriva nei confini della fortezza UE non debba osare esprimere il proprio punto di vista, soprattutto se critico.
Pochi giorni dopo la perquisizione e la sospensione, Seif riceve per raccomandata la lettera di licenziamento: le sue affermazioni definite “violente”, secondo il liceo francese, negherebbero i principi fondanti della democrazia, nemmeno una parola sulla strage di civili in atto a Gaza dove l’esercito israeliano in quel momento aveva già ammazzato 20mila civili di cui quasi la metà bambine e bambini. Le espressioni di rabbia di Seif, secondo il liceo, lo renderebbero incompatibile con i “valori” di un liceo appartenente alla repubblica francese. Eppure proprio quella repubblica in nome della quale Seif viene licenziato ha occupato il suo paese, l’Algeria dove il Fronte di liberazione ha dovuto combattere per sette anni, fino al 1962, in una guerra in cui le vittime algerine furono duecentocinquantamila, per veder riconosciuta l’autodeterminazione del paese. Oggi la Francia che mai si è scusata, che è sul banco degli imputati di tutte le sue ex colonie africane, ancora attiva nella repressione della Nuova Caledonia (territorio ancora oggi francese nell’Oceano Pacifico) si erge a paradigma di democrazia tanto che il licenziamento di Seif è agito in nome dei valori democratici francesi.
Per quanto il fatto accada in Italia, a Roma, l’istituto Chateaubriand, diretta espressione dell’ambasciata francese, applica su Seif quella linea dura che in Francia è valsa il licenziamento di più lavoratrici e lavoratori che hanno espresso solidarietà alla Palestina. Una linea che include da decenni violente politiche di esclusione e discriminazione verso le seconde/terze/quarte generazioni di persone provenienti dalle ex colonie tanto che, per esempio, negli anni duemila i morti ammazzati dalla Bac (Brigata anticrimine) – una sorta di forza speciale attive nelle parti della città dove la pelle è meno bianca – sono centinaia.
Tornando alla nostra vicenda, tre mesi dopo la convocazione davanti alla Commissione territoriale per lo status di rifugiato, a Seif, che, ormai senza lavoro, vive dell’assegno di disoccupazione, arriva la notifica della revoca del provvedimento dello status di rifugiato e della sua espulsione dal territorio italiano, è accusato di “propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, etnica e religiosa”. Ecco il mondo alla rovescia: Seif proveniente da un paese che ha subito il colonialismo, appartenente a quella fetta di umanità che viene razzializzata e quindi emarginata, diventa il discriminatore! Di chi? Del ricco Occidente!
Quando gli viene comminata la revoca dello status di rifugiato, contestualmente gli viene tolto l’assegno di disoccupazione che riceveva da due mesi: non ne ha più diritto.
Ma non finisce qui: Seif, l’educatore incensurato del liceo fighetto di Villa Borghese è un “pericolo per la sicurezza nazionale”. La notifica non arriva per posta, la porta un numeroso gruppo di guardie che un giorno di maggio entrano in casa di Seif e lo portano via: destinazione il CPR di Ponte Galeria dove l’uomo rimarrà quattro giorni durante i quali si moltiplicano le espressioni di solidarietà davanti al reticolato di quel lager alla periferia della capitale; la notizia raggiunge anche le belle aule dello Chateubriand e anche un piccolo gruppo di studenti, docenti e genitori arriva a manifestare la propria solidarietà. Alla fine il giudice ha dovuto ammettere che non sussistevano i presupposti per la detenzione e non ha convalidato la reclusione nel CPR.
Da quel giorno Seif aspetta l’audizione davanti al tribunale che deciderà se confermare la revoca o ripristinare il suo diritto d’asilo. Contemporaneamente aspetta di poter difendere davanti a un giudice il posto di lavoro che gli è stato tolto da un giorno a un altro per due post non graditi su un profilo chiuso ed estraneo alla scuola dove lavorava. Guarda la sua vita completamente sospesa senza che lo Stato italiano si preoccupi della sua sopravvivenza anzi gli ha rilasciato un permesso temporaneo in attesa della conclusione del ricorso che non gli permette di lavorare. Oggi Seif può andare avanti solo grazie alla solidarietà di tante e tanti tra cui la Cassa di Solidarietà La Lima.
Dietro a tutto questo possiamo fare alcune riflessioni.
Anzitutto ci fa ragionare sull’uso dei social, spesso vissuti come spazi personali, trattati con leggerezza eppure i social media non sono piazze libere dove esprimere le proprie opinioni in tranquillità, al contrario sono proprietà di multinazionali e spesso diventano strumenti di controllo per le autorità giudiziarie.
Allargando lo zoom, la vicenda di Seif è uno dei tanti casi che oggi rendono palese quanto il diritto a esprimere la propria opinione sia sempre più fragile, soprattutto quanto il dissenso e la conflittualità siano messi in discussione dagli Stati occidentali che continuano a proclamarsi culla della democrazia e della libertà. Nell’ultimo anno, da quando nell’ottobre 2023 Israele ha iniziato operazioni militari nella striscia di Gaza che presto si sono rivelate un genocidio, le espressioni di solidarietà con la popolazione palestinese sono messe alla sbarra e perseguitate con diversi strumenti, anzitutto le accuse di antisemitismo e lo spettro del terrorismo: all’intifada studentesca che ha occupato le università è stata rovesciata addosso la violenza istituzionale accusando di violenza l* studenti stess*, le manifestazioni, le prese di parola individuali e collettive vengono ugualmente represse. La repressione del dissenso è talmente evidente che nel luglio scorso è divenuta l’oggetto di un rapporto di Amnesty International: “Poco tutelato e troppo ostacolato: lo stato del diritto di protesta in 21 stati europei”, dove si afferma che in quasi tutta Europa il diritto di manifestare è sotto attacco, poiché le autorità statali stigmatizzano, criminalizzano e reprimono sempre più chi manifesta imponendo restrizioni ingiustificate e punitive e ricorrendo a mezzi sempre più repressivi per soffocare il dissenso. D’altro canto, anche sui posti di lavoro negli ultimi anni è cresciuto il controllo su lavoratrici e lavoratori che sempre più spesso vengono sanzionati per le loro opinioni, i loro posizionamenti politici, le loro scelte anche fuori dal loro lavoro, come è accaduto anche a Seif.
Ma la questione più importante che il caso di Seif rende palese riguarda le persone che vivono in Italia o comunque nell’Unione Europea provenendo da altre zone del mondo: le autorità cercano di tenere sempre queste persone in uno stato di ricattabilità usando la minaccia di deportazione ogni volta che le autorità ne hanno bisogno. Accade, come nel caso di Seif, persino quando sono rifugiati o rifugiate politiche. Succede alle persone che vengono tacciate di essere migrate illegalmente, a chi ha un permesso legato al lavoro – e quindi al padrone – ma anche ha chi ha diritto ad essere accolto perché in pericolo nel proprio paese come i rifugiati e le rifugiate.
Se Seif non vincerà il ricorso per la revoca del suo status di rifugiato politico cosa dovrà subire? Persino difficile immaginarlo perché se lo Stato italiano gli ha riconosciuto l’asilo significa che nel suo paese di provenienza era in grande pericolo. Così Seif oggi rischia di perdere la propria vita, il luogo dove si era costruito la sua esistenza, il lavoro, le persone a cui vuole bene e di tornare a vivere in una situazione di rischio maggiore.
Ma Seif è anche un ottimo strumento per la repressione, per minacciare in maniera subdola tutte le persone senza cittadinanza, a cui, sotto sotto, viene detto: guarda che, se dici la tua, abbiamo il potere di espellerti e farti perdere tutto!
In particolare la lotta solidale con la popolazione palestinese coinvolge tante persone immigrate: palestinesi ma anche persone provenienti da tutti i paesi arabi e seconde generazioni. A tutte e tutti costoro viene implicitamente detto che non possono permettersi di esprimere la propria opinione e tanto meno di lottare, pena la perdita di tutto.
Un clima questo che caratterizza gran parte dei paesi europei, la Francia, per esempio, altro protagonista negativo di questa storia, persevera nella repressione giudiziaria di attiviste/*/i, in particolare di chi porta avanti lotte anticolonialiste e nell’emissione di espulsioni amministrative di esponenti di comunità musulmane coinvolte nella lotta.
Eppure noi, a Radio Onda Rossa, abbiamo un’idea ben salda: la lotta paga! Sebbene a volte abbia costi pesanti. La lotta paga anche perché è azione collettiva e protegge al proprio interno chi ha condizioni materiali di maggior fragilità.