## “Alto impatto”, o dello spauracchio delle periferie.

*Quarticciolo, quando i quartieri di edilizia residenziale pubblica diventano il set cinematografico per operazioni di polizia altamente spettacolarizzate.*

Negli ultimi anni a intervalli regolari un quartiere di case popolari diventa il bersaglio della stigmatizzazione dei media e di grandi retate poliziesche. Il copione è spesso molto simile: un episodio di cronaca particolarmente efferato, una serie di servizi televisivi che attribuiscono più o meno implicitamente la responsabilità di quanto successo al contesto in cui è maturato, le dichiarazioni minacciose di tutti gli schieramenti politici, interventi violenti e indiscriminati che colpiscono interi quartieri.
A Palermo, a Torino, a Roma, a Napoli dove c’è un palazzone o un lotto non si resiste alla tentazione di voler ripristinare l’ordine riconducendo i barbari alla civiltà. Il focus si sposta rapidamente dagli specifici eventi che hanno generato la canea e si passa a mettere sotto torchio tutti i comportamenti informali che in questi quartieri consentono di sopperire alla carenza di servizi e investimenti: lo spaccio di droga come gli allacci ai contatori della luce e dell’acqua, la presenza di organizzazioni criminali come gli “abusivi” negli alloggi pubblici.
Tutto uguale, tutto da raddrizzare a suon di arresti, di più: tutto un unico comportamento a cui opporre la stessa ricetta. “Ripristinare la legalità”, “lo Stato deve tornare a fare lo Stato”, “mettiamoli tutti in galera”. Che tu venda eroina a quintali o che tu viva in uno scantinato per non dormire in macchina, non fa alcuna differenza.
A Roma a questo approccio hanno dato un nome: *operazioni alto impatto*. Le organizzano prefettura, comune, regione e ministero degli interni. Non mancano mai le troupe televisive. Basterebbe la compagnia che le promuove a qualificarle, ma la cosa è ulteriormente problematica.

Per prima cosa queste operazioni, o approcci analoghi, cancellano completamente le condizioni di chi abita in questi quartieri. Levano dignità alle persone, le riducono a un trofeo: da conquistare o da liberare (se appartengono all’eterea cerchia “di quelli che fanno tanti sacrifici”). Comunque oggetti. Si liquida al massimo con un po’ di paternalismo la difficoltà di campare essendo nati nel posto sbagliato. Nessuno dice che nascere qui vuol dire avere meno probabilità di completare gli studi, di trovare lavoro, di ricevere delle cure decenti se si sta male, di non finire in prigione, di avere un’assistenza per gli anziani e un asilo nido per i bambini. Nonostante siano le statistiche censuarie a dirlo. Nonostante qualche anno fa l’Istituto Superiore di Sanità aveva raccontato come nascere in un quartiere di case popolari voglia dire campare diversi anni in meno di chi nasce in un quartiere di edilizia privata.

Un'invisibilizzazione che in occasione di questi show polizieschi diventa più esplicita ma che è esperienza quotidiana nell’interazione con le varie articolazioni dell’amministrazione dello Stato: chi nasce dalle nostre parti sbaglia sempre i modi, quasi mai compila il modulo corretto e spesso non veste neanche la moda giusta. Di fronte a un’assistente sociale, a un’insegnante, al magistrato, all’appuntato incontri spesso chi sente l’impellenza di spiegarti come campare, di ricordarti che lo stato già ti sopporta a fatica e che sta a te dimostrare di essere in buona fede. Ti viene ricordato ogni volta che non sei un abitante come gli altri, sei un abitante di serie B.

Per seconda cosa, queste operazioni “alto impatto”, cancellano completamente le responsabilità di chi ci governa. Le condizioni in cui campiamo non cascano dal cielo. Non si è abitanti di serie B per discendenza genetica né per altri tipi di ereditarietà del fenomeno. Nessuno si chiede perché un quartiere diventa una piazza di spaccio e un altro una location alla moda. Perché da noi si diffonde solo la monocultura del crack e nei quartieri accanto si radica l’industria del turismo. Ponendosi queste domande si finirebbe per mettere in fila le grandi e piccole scelte che le amministrazioni hanno preso per decenni. Ne diciamo alcune che riguardano il nostro quartiere, ma la lista potrebbe essere assai più lunga.

Non assegnare case popolari, costringendo le persone in sovraffollamento  o in alloggi impropri. Non manutenere le case popolari, costringendo le persone a vivere in posti malsani, dove piove dai soffitti. Deregolamentare il mercato del lavoro, costringendo le persone a lavorare per stipendi da fame. Chiudere o definanziare i servizi pubblici: le scuole, i presìdi sanitari, le biblioteche. Autorizzare la costruzione di grandi centri commerciali, cancellando il commercio al dettaglio.

Alcune di queste scelte riguardano specificamente i quartieri come il nostro, altre tutto il paese ma da queste parti hanno un effetto particolare perché qui, per i criteri di assegnazione stabiliti, si concentrano nello stesso posto persone con redditi molto bassi. Dietro ognuna di queste scelte prese c’è un atto firmato o un atto messo in un cassetto e lasciato marcire.

Un consiglio municipale o una giunta regionale che decide di spendere le risorse dove prende più voti, un’amministrazione comunale o un ministero che scelgono che se bisogna risparmiare è meglio partire da qui.
Le stesse persone che firmano o non firmano questi atti sono quelle che in occasione di eventi particolarmente cruenti mobilitano gli eserciti e le fanfare e promettono di riprendere il controllo della situazione, ma dopo avere dato in pasto all'opinione pubblica un nemico di cui aver paura e avergli inflitto una punizione esemplare tornano a costruire sistematicamente il deserto sociale da cui la fuga più facile è la prepotenza a chi hai accanto.

In fondo è innegabile che sia un sistema di governo efficiente; profondamente ingiusto, ma efficiente: si risparmiano soldi, si concentrano in luoghi perimetrati tutte quelle funzioni che comunque servono ma nessuna persona per bene vuole sotto casa (spaccio, prostituzione, lavoratori di settori essenziali ma non decorosi come gli addetti alle pulizie e alle cure alla persona o i facchini della logistica) e soprattutto si alimenta quel bisogno di sicurezza che deve spingere ogni cittadino onesto a chiedere costantemente più polizia, più arresti, più carcere.

Questa è l’ultima questione che ci sembra utile condividere su come vengono governati i quartieri popolari, soprattutto su un’agenda come questa. I nostri quartieri sono diventati lo specchio delle prigioni, non solo perché tanti di noi entrano ed escono da quelle mura anguste, ma perché la logica con cui vengono governati è la stessa. Punire crudelmente persone a cui viene negata la dignità di essere come tutti gli altri, ovviamente con il discrimine non indifferente che in carcere questa logica viene applicata a un regime detentivo.
Quando diciamo che la nostra lotta è “contro il carcere e la società di cui ha bisogno” a questo ci riferiamo: perché si possa continuare a rinchiudere le persone c’è bisogno che tutto il resto della società sia convinta che questo sia assolutamente necessario o peggio ancora auspicabile (ci suona nelle orecchie il terribile slogan “buttate la chiave”).
Le operazioni alto impatto sono uno dei tanti modi in cui questa opera di convincimento viene realizzata ogni giorno. Per questo, lottare per la dignità dei nostri quartieri vuol dire battersi per il superamento dell'istituzione carceraria e viceversa. Per questo, dare voce a chi è considerato un oggetto, uno spauracchio da agitare o un utile strumento per alimentare paure è un atto rivoluzionario. Per questo ci teniamo a contribuire a Scarceranda.

__Quarticciolo ribelle__