# Migrazioni, confini e repressione al tempo della guerra.

Dall'inizio di quest'anno, Maysoon Majidi è in carcere a Castrovillari
in Calabria accusata di essere la "scafista" dell'imbarcazione sulla
quale ha attraversato il Mediterraneo orientale fuggendo dall'Iran
attraverso la Turchia. Per la stessa imputazione, favoreggiamento
dell'immigrazione clandestina, Marjan Jamali, anche lei in fuga
dall'Iran, si trova agli arresti domiciliari in una comunità, dove ha
potuto ricongiungersi con il figlio di 9 anni, dopo molti mesi di
carcere. Maysoon è una regista e attivista curda, Marjan è fuggita da
una storia di violenza domestica. È difficile pensare a due storie
altrettanto rappresentative dell'ipocrisia con la quale la classe
politica del nostro paese, da un lato, si erge a difesa dei diritti
delle donne (ma solo quando vengono rivendicati altrove) e, dall'altro,
utilizza la retorica della lotta agli scafisti per assolvere le
politiche dei confini dalle loro responsabilità di morte e scaricarle
sulle e sui migranti.

La rotta del mediterraneo orientale è la principale via di fuga per chi
proviene dall'Iran, ma anche da paesi come l'Afghanistan o l'Iraq. È la
stessa rotta che ha percorso il caicco che si è spezzato in due a pochi
metri dalla spiaggia Cutro, dove il conto delle vittime si è fermato a
94, e lungo la quale, solo pochi mesi dopo, è affondata un'altra
imbarcazione, davanti alle coste di Pylos in Grecia, dove sono morte
oltre 600 persone. In entrambi i casi, non sono state attivate le
procedure di soccorso da parte delle autorità nazionali: come spesso
accade, quindi, si è trattato di stragi che potevano essere evitate. Se
quelle del Mediterraneo centrale e orientale sono oggi le rotte
migratorie più letali è, infatti, frutto di politiche di chiusura dei
confini che lasciano morire le persone nel tratto di mare più trafficato
e controllato del mondo.

Il reato di favoreggiamento dell'immigrazione clandestina non serve
certo a evitare le morti in mare o alle frontiere esterne dell'Europa, o
a tutelare i diritti dei migranti "favoriti". Anzi, con le sue pene già
elevate, e ulteriormente elevate dal decreto approvato dal Consiglio dei
Ministri a Cutro a poche settimane dalla strage, il reato di
favoreggiamento ne è concausa, dal momento rinforza quell'apparato di
repressione e militarizzazione che trasforma i confini in trappole di
morte per chi li attraversa.

Si sa che basta poco per trasformare le donne in complici quando non si
uniformano ai ruoli passivi che vengono loro assegnati. Per Maysoon e
Marjan è stato sufficiente distribuire cibo e acqua agli altri migranti
presenti sulle imbarcazioni sulle quali viaggiavano per essere accusate
di favoreggiamento. Distribuire acqua o cibo, chiamare i soccorsi, o
avere un qualunque ruolo che consente all'imbarcazione di navigare è
quanto basta perché i migranti si vedano imputati di un reato che è
configurato per proteggere i confini e che criminalizza le condotte di
aiuto a prescindere da ogni scopo di lucro o ingiusto profitto. Se le
cronache si sono concentrate su casi esemplari di imputazione di
attiviste e attivisti, dall'equipaggio della nave da soccorso Iuventa a
Carola Rackete, fino agli attivisti di Mediterranea, sono centinaia ogni
anno i e le migranti arrestati allo sbarco per lo stesso reato, e
migliaia quelli che finiscono nelle carceri di tutta Europa.

I casi di Maysoon e Marjan non sono dunque il frutto di errori o sviste
nella sceneggiatura a lieto fine di *Io capitano*, bensì il risultato di
un utilizzo consapevole e mirato da parte della politica degli strumenti
del diritto penale per gestire questioni di carattere sociale. Una
tendenza che attraversa ormai da tempo le politiche sull'immigrazione,
ma che si estende anche alla gestione del disagio abitativo, allo
sfruttamento lavorativo, al lavoro sessuale, fino ai minori che, con il
cosiddetto decreto Caivano del settembre 2023, sono diventati passibili
di misure di sicurezza pubblica a partire dai 14 anni, nonché di
custodia cautelare in carcere in un novero molto più ampio di ipotesi.
Il risultato scontato è un aumento di un terzo del numero di minori
detenuti negli Istituti Penali per i Minorenni nel giro di appena un
anno.

Un ulteriore cambio di passo in questa tendenza è rappresentato dal DDL
1660/C del 2024 in materia di sicurezza pubblica e tutela delle forze
dell'ordine, presentato congiuntamente alla Camera dal Ministero della
Giustizia e da quello della Difesa. Le disposizioni in via di
approvazione mirano a colpire gli ambiti e le pratiche attraverso i
quali, negli anni recenti, si è espresso il conflitto sociale, dalle
lotte sulla casa, a quelle sulla giustizia ambientale, sul carcere e
contro i centri per rimpatrio dei migranti. Oltre all'introduzione di
nuove fattispecie penali e all'aggravamento delle pene per reati come
l'occupazione di edifici e il blocco stradale, la retorica della tutela
delle forze dell'ordine è utilizzata per criminalizzare ogni pratica di
conflitto, inclusa la resistenza passiva in luoghi detentivi come i
centri per rimpatrio e gli *hotspot*, che diventa reato, così come
l'istigazione a disobbedire alle leggi nelle carceri e l'inottemperanza
al fermo o la resistenza contro le unità di naviglio. Anche uno sciopero
della fame, come quello attuato da Maysoon qualche settimana fa, così
come da tante e tanti detenuti nelle carceri italiane, potrà essere
considerato resistenza passiva.

Non è difficile scorgere, dietro ogni nuova aggravante e nuova
fattispecie di reato, precise figure del dissenso sociale, dagli
attivisti climatici che diventano "ecoterroristi" (un termine che si
presterebbe meglio a designare le multinazionali dell'estrattivismo
invece di chi protesta contro la devastazione ambientale), ai precari e
ai lavoratori che partecipano alle occupazioni o ai picchetti delle
lotte sindacali, agli studenti delle *accampade* per il diritto alla
casa o contro la guerra, alle detenute e ai detenuti che testimoniano la
propria condizione con forme di resistenza che mettono in gioco i corpi,
agli attivisti del soccorso in mare e per la libertà di movimento che si
confrontano con gli ordini impartiti dai governi alle capitanerie di
porto. Le e i migranti compaiono in diversi ruoli, come target diretti
della repressione, tramite i "reati d'autore" che rilevano nei centri
per rimpatrio o tutelano un presunto bene giuridico dell'integrità delle
frontiere, ma anche come protagoniste e protagonisti delle lotte sociali
per il lavoro e la casa, per la cittadinanza, contro le guerre e la
triangolazione mortifera tra capitalismo, razzismo e patriarcato su cui
si regge il modo di produzione capitalistico globale. Quella che emerge
è l'immagine di una legge che invece di tutelare dagli abusi del potere,
si erge a protezione di un ordine sociale sempre più segregante,
suprematista, patriarcale, guerresco ma anche inevitabilmente decadente,
e per questo sorretto più dall'autoritarismo che dal consenso.

Nuovi nemici dell'ordine, come gli attivisti climatici etichettati con
il neologismo di "ecoterroristi", vanno a ingrossare le fila di
costruzione del nemico pubblico accanto a figure già note, come le
presunte minacce per la sicurezza nazionale rappresentate dai migranti
provenienti dai paesi islamici. La guerra genocida e asimmetrica in
corso a Gaza è diventata negli ultimi mesi il parametro interpretativo
della sicurezza dello Stato e l'espediente per negare o revocare la
protezione internazionale ai cittadini stranieri di origine araba che,
per la sola appartenenza culturale e religiosa, diventano soggetti
potenzialmente a rischio di radicalizzazione. Lo confermano le
molteplici dichiarazioni del Ministro dell'Interno Piantedosi, riportate
dai siti ufficiali, sul mandato conferito agli apparati di sicurezza
pubblica per attività di prevenzione del terrorismo che, dal 7 ottobre,
hanno portato all'espulsione per motivi di sicurezza nazionale di
moltissimi cittadini stranieri. Misure che colpiscono gli attivisti
titolari di status di rifugiato, colpevoli di aver espresso la propria
rabbia per il genocidio in corso a Gaza, con la complicità dei governi
occidentali e nell'indifferenza di parte della comunità internazionale,
o ancora, i rifugiati palestinesi in Italia, attraverso una falsa e
strumentale equiparazione della legittima resistenza all'occupazione
israeliana al terrorismo di matrice *jihadista*.

Guerre e confini sono gli strumenti che, a livello globale, hanno
guidato la transizione di fuoriuscita della pandemia verso un governo
permanente delle crisi - siano queste crisi sociali, ecologiche o
migratorie (con gli inevitabili nessi tra le une alle altre) - fondato
sulla militarizzazione della società e il contenimento di popolazioni
considerate in eccesso e, dunque, direttamente eliminabili o che possono
essere lasciate morire. Lo mostrano le morti dei migranti sui confini,
la cui matrice necropolitica rende la soglia di accettabilità
direttamente proporzionale al computo delle vittime; così come lo mostra
il genocidio di Gaza, dove a essere prese di mira sono le infrastrutture
necessarie a preservare e riprodurre la vita, dagli ospedali, alle
scuole, alle biblioteche. D'altro canto, la transizione resa impellente
dalla crisi ecosistemica del pianeta può essere gestita preservando le
risorse necessarie alla vita e rendendole accessibili, oppure
selezionando le vite che possono e potranno accedervi. È quasi superfluo
osservare che la direzione intrapresa sembra essere la seconda, e che su
questa via si stia consolidando un rinnovato suprematismo che accomuna i
fascismi di matrice diversa che prendono piede attraverso i continenti.

Il nesso tra confini, guerra e migrazioni non è certo una novità. Le
guerre si fanno per tracciare nuovi confini o confermare quelli
esistenti e, in questo modo, producono diaspore e migranti forzati. Ciò
che appare una novità è, però, come guerra e confini si siano saldati
insieme nell'imporre alle migrazioni una condizione di profuganza
permanente e militarizzata. Il nuovo patto europeo sulle migrazioni
fornisce un buon esempio di questo dispositivo che, attraverso la
finzione delle zone di confine come zone esterne al territorio,
riqualifica i confini come *no man's land* frontaliere, dove i migranti
possono essere privati della libertà personale e del diritto di asilo.
Il confine, da linea che segna una soglia di accoglienza e inclusione,
diventa insomma la finzione di una nuova frontiera di conquista, dove
operano nuovi dispositivi di subordinazione e repressione. Intere fasce
di popolazione sono ormai considerate un eccesso permanente, destinate
ai margini. Davanti a tutto questo, è necessario attrezzarsi per
connettere le lotte contro i diversi spazi di confinamento e detenzione,
siano essi carceri, centri per il rimpatrio o luoghi di frontiera, e
sperimentare nuove alleanze politiche e pratiche di resistenza contro
l'autoritarismo.