Dai microfoni di Radio Onda Rossa abbiamo più volte raccontato la solidarietà femminista fuori dalle aule dei tribunali. L’abbiamo fatto perché riteniamo che sia importante raccontare quello che avviene dentro le aule dei tribunali, quando il patriarcato, attraverso giudici e avvocati, tende a colpevolizzare la donna che ha subito uno stupro. Accompagnare le donne che lo chiedono dentro e fuori quel luogo ci è sembrato e ci sembra una pratica importante di solidarietà. Pratica che le femministe portavano avanti già dagli anni ’70: la storica Nadia Filippini ne racconta un pezzo nel suo libro Mai più sole: contro la violenza sessuale. Una pagina storica del femminismo degli anni Settanta quando il movimento femminista di allora accompagnò una ragazza che aveva deciso di denunciare i suoi stupratori, fuori dalle aule del tribunale di Verona. Si fecero assemblee, spettacoli teatrali e si entrò dentro il Tribunale durante le udienze. Il caos fu tale che il giudice decise di caricare le femministe e sgomberare l’aula.
L’abbiamo poi fatto negli anni ’90 a Roma durante il processo agli stupratori di Centocelle di Maria Carla Cammarata, e in tempi più recenti accompagnando Rosa, stuprata dal militare Francesco Tuccia, in servizio a L’Aquila nell’ambito dell’operazione Strade sicure.
Da quando la violenza è entrata nei codici penali, tra sette e ottocento, i processi per stupro sono stati i processi alle donne che li denunciavano, di cui si cercava di dimostrare il consenso o la provocazione distruggendone la reputazione, le intenzioni, la vita. Mettendo in discussione chi frequentavano, come si vestivano, a che ora uscivano e con quanta forza si erano opposte. I movimenti delle donne negli ultimi cinquant’anni fanno di quello che succede nelle aule dei tribunali uno dei terreni chiave nella campagna contro la violenza. Si chiedeva, e lo si continua a fare, da una parte che le donne che denunciano e scelgono di intraprendere la via del processo penale non siano sottoposte a processi di vittimizzazione ulteriore - vale a dire di colpevolizzazione - ritenute parzialmente o interamente responsabili di ciò che è accaduto loro; dall’altra che si riconosca che la condotta assunta in aula dagli avvocati che difendono gli stupratori e dai giudici che sostengono simili impianti, è di natura politica e, in quanto tale, implica una responsabilità individuale. Un avvocato che sceglie di difendere uno stupratore e insinua che la donna fosse consenziente e avesse provato piacere durante le violenze o che la colpa fosse la sua per come era vestita, compie una scelta precisa, niente affatto neutra o tecnica, figlia della stessa cultura dello stupro che dovrebbero processare: figlia del Patriarcato.
Durante il documentario Processo per stupro trasmesso dalla Rai nel 1979 e in seguito censurato e mai più proiettato, l’avvocata Tina Lagostena Bassi dirà: “nessuno degli avvocati direbbe nel caso di quattro rapinatori che con la violenza entrano in una gioielleria e portano via le gioie si sognerebbe di fare una difesa infangando la parte lesa soltanto. Ed allora io mi chiedo perché se invece che quattro oggetti d’oro l’oggetto del reato è una donna in carne ed ossa perché ci si permette di fare un processo alla ragazza? E questa è una prassi costante: il processo alla donna. Se si fa così è solidarietà maschilista perché solo se la donna viene trasformata in un’imputata solo così si ottiene che non si facciano denunce per violenza carnale. Una donna ha diritto di essere quello che vuole senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna stuprata io sono l’accusatrice di un certo modo di fare i processi per violenza”.
È per questo che alla solidarietà maschilista le donne hanno da tempo contrapposto la solidarietà femminista. Perché dal 1979 ad oggi nulla o poco è cambiato nelle aule dei Tribunali. Ne è prova uno dei più brutti processi per stupro che si sta svolgendo in questi giorni in Sardegna a carico di Ciro Grillo e dei suoi amici. Tanto che addirittura il Corriere della Sera, nel dicembre 2023, intitolava “Le domande choc alla ragazza in aula nel processo a Grillo jr: «Non si è divincolata? E gli slip?»”.
Riteniamo quindi ancora importante ed efficace far sentire una presenza femminista di accompagnamento alle donne che lo chiedono durante i processi per stupro, questo è ancor più importante perché sempre di più in Italia si sta usando il reato di diffamazione contro quelle donne che non solo denunciano gli stupri, che denunciano le violenze in famiglia (rompendo il patto patriarcale che assegna alle donne il ruolo della tacita accettazione e sopportazione) ma anche contro quelle donne delle reti di solidarietà che pubblicamente parlano del tribunale e dei suoi attori come protagonisti e difensori del patriarcato.
Siamo noi a voler scrivere la nostra storia e di questa storia ne deve rimanere traccia per le pratiche delle donne future, perché è attraverso la memoria delle lotte che impariamo ad osare. Da qui la necessità di continuare a denunciare pubblicamente, cioè nella pubblica piazza, quello che succede dentro le case e dentro i tribunali, che questi non sono fatti privati, che il possesso del corpo altrui, del corpo delle donne non deve più esistere. Bisogna continuare a rompere il silenzio: alzare la nostra voce è uno strumento che disturba la cultura dello stupro. Disturba perché ciò che doveva essere taciuto e subìto diventa visibile: la nostra esperienza, pur nel grande vociare delle menzogne militari-giudiziarie-politiche e giornalistiche, si fa sentire. La società non può tapparsi le orecchie. Quindi ogni forma che le donne trovano per rompere il silenzio e che esponendosi ricevono la vendetta e la violenza del sistema giudiziario dovrebbe trovare la solidarietà e la presenza delle altre donne. Questo fa sì che si cambi anche la narrazione: lo stupro lo vogliamo raccontare noi, attraverso la voce collettiva, attraverso Radio Onda Rossa, attraverso i volantini e questa Scarceranda. Quindi invitiamo anche le donne “libere” e le detenute che leggeranno questo scritto a chiedere aiuto, se mai ne avessero bisogno, alla solidarietà femminista per essere accompagnate nelle aule dei tribunali.
Le compagne di Radio OndaRossa.