(di Suaad Genem)
Tutto il verbo ho imparato, e poi frantumato
a comporre una sola parola, la patria.
Mahmud Darwish
Il tempo scorre veloce. In carcere non c’è spazio per l’apatia; per molti aspetti è simile a un vespaio o a un nido di formiche; qui dentro, nonostante che le mura siano di cemento col filo spinato, la vita pulsa in continuazione; si avvicina l'ora d’aria; sono le dieci; chiamo la carceriera per ricordarglielo; si trasforma in lumaca e io devo insistere; sento il tintinnio delle chiavi di questa porta blindata, bianca tendente all’ocra; esco dalla stanza per fare un tratto di corridoio; un cancello con le sue sbarre separa le celle dal refettorio; lo apre, e mi trovo nel refettorio, ferma, in attesa che apra un secondo cancello, anch’esso di ferro; lo apre senza alcuna fretta;
passo e mi devo fermare di nuovo; accanto a me c’è la cucina e subito dopo la stanza delle aguzzine; un altro cancello; di nuovo devo fermarmi e aspetto; la carceriera sta camminando con lentezza estrema; lo fa di proposito; apre un’altra porta, riesco a vedere il cortile completamente recintato, ma per arrivarci c’è ancora un ultimo cancello. “Sbrigati, sorvegliante, l’ora d’aria sta per finire!”.
Il tempo, con i suoi minuti e secondi, diventa uno stratagemma, uno strumento col quale far pressione, e lei lo sa bene, lo sta facendo. “Stai calma!” è questa che deve essere la mia risposta; non devo agitarmi e non devo reagire in alcun modo; sono passati quasi quindici minuti, con lei che apre e chiude un cancello dietro
l’altro; alla fine arriviamo al cortile. Con gli occhi ne accarezzo tutti gli angoli; sono più di quattro anni che non vengo qui, l’ultima volta è stata ancora prima dell’isolamento nella sezione A; non è cambiato niente, tutto è esattamente come ricordavo; i nostri sogni sono sepolti qui, mescolati a questa sua terra. Quante parole avevamo piantato, appunto, nelle pieghe di questa sua terra,
poi vederle crescere, anime, fino ad abbracciare il cielo nonostante
l’alta recinzione e le stupide mura di cemento, fredde, come coccodrilli affamati pronti all’assalto. Cerchiamo di ignorare quest’architettura assassina che mira a corpo e anima, e andiamo avanti con la nostra quotidianità; riusciamo ad apprezzare il sole nonostante la recinzione e le sbarre inchiodate delle finestre attraverso le quali riusciamo a vedere la luna; la luce era dentro di noi e noi
volevamo crescere, imparare, istruirci e realizzare l'impossibile. In
questo cortile avevamo delineato il domani lasciando all’universo
la possibilità di appropriarsi del suo posto dentro di noi. È questo il mondo delle prigioni.
Ma adesso sono all’ombra dell’albicocco, accanto alla finestra della 42, sorrido e con molti sorrisi mi risponde Itaf.
Itaf, che dà una spolverata rapida agli occhiali e allunga la mano attraverso la recinzione adiacente alla sua cella; è la 42, che si affaccia ad angolo sul cortile proprio sotto l’albicocco proteso verso la finestra e le sue sbarre di ferro: una recinzione e alcune sbarre continuano a separarci.
Erano le sue dita a meravigliarmi. Instancabili, percorrevano l’intreccio della recinzione spostandosi di continuo nel tentativo di allargare qualche maglia. Durante l’ora d’aria, le sorelle si riunivano intorno a queste aperture per gli incontri culturali. Itaf Yusef era la coordinatrice della biblioteca e, grande lettrice, aveva in mente tutti i libri che c'erano. Noi due discutevamo sempre, su tutto. Appassionata di Samih al-Qasem. Un giorno le dissi con un sorriso accattivante: “Te lo assicuro, nessuno è più grande di Mahmud Darwish: è suo Scrivi, sono arabo”. Eravamo felici quando recitavamo i versi delle loro poesie. Sono grandi entrambi.
Continuiamo a scambiarci sorrisi d’intesa nel tornare indietro all’ottobre 1979. Allora ero nella sezione A e l’avevo salutata attraverso il recinto, adesso sono proprio davanti a lei, nel cortile della sezione B, ma è ancora una volta la prigione a riunirci.
Della mia ora d’aria sono passati già quindici minuti, ne rimangono solo quarantacinque e continuo a voler sapere tutto ciò che è successo durante la mia assenza. Itaf mi fa un breve riassunto degli ultimi quattro anni per poi raccontarmi, con i dovuti dettagli, gli ultimi avvenimenti che hanno coinvolto le detenute.
In seguito alle continue provocazioni, e relative umiliazioni, che avvenivano soprattutto in cucina, il 10 maggio 1983 per protesta le politiche si erano rifiutate di continuare a cucinare per sorveglianti e impiegati chiedendo di rientrare nelle proprie celle. L’ufficiale di turno aveva deciso perciò di convocare altre tre compagne le quali, solidali, a loro volta si erano rifiutate di mettersi al lavoro. L'ufficiale a quel punto aveva convocato tutte le altre prigioniere, una alla volta, e tutte si erano rifiutate di lavorare in cucina.
La protesta si era estesa anche alle carcerate che lavoravano nella fabbrica Tadiran, specializzata nell’assemblaggio degli interruttori elettrici. I locali della fabbrica erano costituiti da una sola stanza dove detenute comuni e politiche erano ammassate in condizioni di lavoro del tutto fuori da ogni regola sanitaria; non erano infrequenti perciò le recidive delle contratture muscolari alle mani, costrette com'erano a lavorare per otto ore consecutive, senza pause.
E ancora, la scarsa illuminazione, la cattiva ventilazione d'estate e la mancanza di riscaldamento d’inverno erano in aperta violazione delle quattro convenzioni di Ginevra, quelle del 1949 e del 1977.
Generazioni di prigioniere, una dietro l’altra, sono state colpite da malattie croniche, per non parlare delle continue vessazioni e delle pressioni psicologiche alle quali erano sottoposte. Era arrivato il momento della sfida e dello scontro. L’elevata coscienza politica diffusa tra le prigioniere ha permesso che fossero pronte a reggere le conseguenze del loro rifiuto a lavorare in tali condizioni. Da qui la decisione di intraprendere la lotta per poter lavorare in altri servizi, nei campi e nelle cucine per esempio, non essere obbligate perciò a cucinare per le guardie o a sottostare al loro servizio personale.
Da sottolineare è il fatto che le prigioniere non erano contrarie al lavoro in sé, lottavano però per poterlo scegliere nel rispetto della propria salute e dignità. Tutte le compagne, soprattutto quelle con condanne lunghe, erano dell’opinione che il lavoro debba garantire a ciascuna il tempo necessario per la sua crescita e per lo studio. E non è un caso che, rinchiuse in carcere da anni o arrivate da poco, in generale le prigioniere provenissero dalle università.
Col suo perenne sorriso, dopo un profondo sospiro, Itaf. Certa della risposta, mi chiede: “Compagna, che ne pensi?”.
Il cuore fa un sobbalzo: “Finalmente, è dal 1979 che aspetto questo giorno”.
La formazione di un ‘Comitato di lotta’ ha costituito una tappa fondamentale per la ricostruzione del “Movimento dei prigionieri”. Il ‘Comitato’, formato dalle rappresentanti delle diverse organizzazioni politiche, tra tutte le prigioniere ne sceglie due per interloquire con l’ufficiale della sicurezza, la Croce Rossa, la levatrice, ecc. col mandato di rappresentarle nelle trattative con la direzione.
Nelle sue riunioni il ‘Comitato’ programma le strategie e le tappe della lotta da intraprendere per migliorare le condizioni della detenzione.
Ma niente deve avvenire per caso, al contrario le azioni di lotta devono essere decise solo dopo un’analisi approfondita, non basata sulle reazioni emotive scatenate dalle provocazioni. Le detenute hanno lavorato con tenacia per creare un fronte ampio che comprenda tutte. Qualsiasi forma di lotta, che si tratti di sciopero o di disobbedienza civile, richiede un lavoro di sensibilizzazione e soprattutto che le iniziative di lotta si svolgano sulla base delle competenze di militanti con esperienza legale e giuridica. Un esempio di lavoro di sensibilizzazione all’interno di organizzazioni per le quali si sono rivelate necessarie le competenze giuridiche è quello svolto da Siham Barghuti, esperta nella difesa dei diritti dei lavoratori. La programmazione strategica per rendere giustizia alle prigioniere perciò, non può che basarsi sull’attenzione reciproca e soprattutto sulla legalità internazionale (sancita, come s’è detto dalle convenzioni relative ai diritti dell’uomo, in particolare dalla Quarta Convenzione di Ginevra del 1946 e del 1979).
Ma la nostra protesta comporta un caro prezzo per cui, tra le conseguenze, tra le altre, è prevedibile la punizione collettiva.