È un buon segno Il pub è quasi vuoto, aperto da qualche minuto. Un gabbiano rauco e un ratto calvo bevono senza guardarsi intorno. Sullo schermo in fondo all'angolo sfilano le immagini di una partita muta tra Celtic e Rangers. Dalle casse escono i Pearl jam, a tratti disturbati dal rumore delle zanzare incenerite nella trappola elettrica. La porta si apre con un cigolio ed entra un opossum malfermo. È una faccia nuova, ma è losca quanto basta e stanca come quella di chiunque. Si siede con fatica su uno sgabello al bancone e chiede una birra. Il cinghiale sudato dietro alla spillatrice gli fa notare che dalla gamba cola del sangue, e non poco. L'opossum liquida la questione con un gesto della mano. Il barista non ci sta e bestemmia dio perché il sangue tra le mattonelle del pavimento non viene via. “Bevo e me ne vado” sospira la bestia, “solo non chiamare le guardie che sto ai domiciliari.” Il barista c'è stato, sa che cosa significhi, non ha bisogno di spiegazioni. Gli mette davanti una Peroni da 66 e gli intima di bersela a casa, offre lui. “Eh, non posso. A casa c'è mio fratello.” “E quindi?” L'opossum spiega che è stato il fratello a tirargli la coltellata, non voleva che uscisse. Il cinghiale si fa meditabondo e si accarezza il mento. Anni di esperienza gli fanno trovare una soluzione, tira fuori una seconda bottiglia e mette tutto in un sacchetto del discount. “Vai. Una è per te, l'altra è per lui. Chiaritevi e fuori dai coglioni.” L'opossum capisce, fa un cenno con il capo ed esce con il sacchetto. Poi il barista prende il telecomando e cambia canale, tiene il volume un po' più basso, vuole sapere, sentire come tira l'aria nella periferia. Passa qualche ora. Non si sentono suoni di sirene. È un buon segno. Stanotte, forse, nessuno tornerà al gabbio.