«L'accento sulla "a"» Le carcerate vengono pomposamente definite "persone private della libertà personale". Questa dicitura è assolutamente riduttiva. Non contesto il fatto della privazione della libertà, sancito da un Giudice, che non hai mai incontrato e che si ricorda di emettere una sentenza dopo decenni dal presunto reato da sanzionare, contesto invece il fatto che insieme alla libertà siamo private anche della dignità. Perché? Beh, questa privazione è quotidiana e sistematica. Non si può accedere all'ambulatorio se non è presente, oltre al medico e all'infermiere/a di turno, una guardia carceraria. E' come se una persona libera andasse dal suo medico della mutua scortata da un carabiniere. Che dire poi dei colloqui con i familiari? Oltre a subire, i familiari stessi, inutili e degradanti perquisizioni, la conta dei monili indossati, il metal detector e la verifica da parte del cane anti-droga, noi, che attendiamo con trepidazione l'incontro, veniamo perquisite (all'ingresso e all'uscita) e ci viene applicato un collarino di stoffa su cui è ironicamente scritto "utente". Se fosse vero che siamo utenti, vorrei poter cambiare gestore. E' grottesco anche il regolamento, finalmente palesato tramite affissione sulla bacheca del piano, dove solo elencati orari e azioni. Peccato che, mentre noi abbiamo l'obbligo assoluto di rispettare gli orari indicati, chi ce li ha imposti (gli orari) non li rispetta affatto. Quindi, perché non dire "persone private SOPRATTUTTO della dignità oltre che della libertà"? Sarebbe più corretto.