Sono una ragazza trans detenuta in uno dei pochi reparti trans protetti dei carceri italiani. Mi piacerebbe fornire una testimonianza della nostra condizione, differente nella pratica, da quella degli altri detenuti, ma non sulla carta. Qui siamo quasi tutte e quasi sempre sex woker. Trans e sex worker significa fragilità. In seguito all’arresto, infatti, il nostro lavoro e dunque il reddito si interrompe di colpo, non avendo alcuna tutela lavorativa, non abbiamo, chiaramente liquidazioni, aspettative e assegni di disoccupazione di sorta. Ciò fa sì che mantenere e occuparci dei nostri alloggi. Siamo qui, ora, e dobbiamo organizzarci per vivere, in un modo tutto nuovo per ciascuna di noi. Saremo rieducate, risocializzate, reinserite! Ma siamo senza occasioni lavorative che possano avere un futuro “fuori”. Viviamo stra isolate dagli altri detenuti e, dal nostro reparto non usciamo quasi mai! Abbiamo cure mediche che non considerano le nostre peculiarità e, a volte, supporto psicologico scarso e supporto psichiatrico tendente alla “farmacizzazione” estrema. Niente semilibertà per un graduale reinserimento, e poche comunità terapeutiche per le dipendenze disposte ad accoglierci. É tutto da costruire! E siamo pochissime! Possiamo farlo però, urlando al mondo che CI SIAMO!