Cari compagni e care compagne di Radio Onda Rossa, ci rivolgiamo a voi perché siete una delle poche voci libere e, diciamolo, coraggiose. Perché oggi è necessaria una bella dose di coraggio per riuscire anche solo a parlare, a esprimere dissenso. Vale per chi vive fuori, in quello che qui chiamiamo "mondo libero". Figuriamoci qui dentro, dove si subisce il peggior annullamento dell'individuo e dove la repressione è la regola. [...] Stiamo assistendo ad una deriva che coinvolge l'intera società. Un recente sondaggio ha mostrato con chiarezza gli effetti degli allarmi sociali e della paura seminata ad arte dalla politica reazionaria. Circa la metà degli italiani sembra favorevole alla reintroduzione della pena di morte. Di quel 50%, il 30% si dichiara favorevole alla pena capitale anche per chi è recidivo nei furti. E' la politica del "chiudiamo le celle e buttiamo le chiavi". Che ha idealmente alzato i già imponenti muri che ci circondano. E' un processo regressivo che sta riportando la pena ad essere retributiva, una vendetta finalizzata a far soffrire, a colpire non solo il reo, ma anche gli affetti, la famiglia. Non c'è nulla di riparativo, in questo! E gli stessi dati del Ministero della Giustizia offrono un quadro drammatico: il sistema penale italiano conta una recidiva (in carcere) che supera il 70%, contro il 20% per i soggetti sottoposti a programmi alternativi alla galera. In questi numeri si dissolve il ruolo del carcere come luogo preposto a proteggere la società. Il carcere è un'istituzione totale criminogena e patogena: produce altri crimini e sforna persone malate, prive di risorse. D'altronde, è il carcere stesso ad alimentare una cultura della violenza attraverso l'umiliazione, la cancellazione della dignità umana, l'uso della forza per sopraffare i più deboli. Perfino l'esercizio dialettico è oggetto di riposte repressive, come l'isolamento. Vorremmo far capire a chi non lo conosce cosa sia veramente il carcere, perché nessuno si senta al sicuro. Chiunque potrebbe finire qui dentro, anche per sbaglio! Per questo è opportuno allargare il campo visivo e parlare in generale di sistema giudiziario, che va dal processo all'esecuzione della pena inflitta. Nel nostro paese è sempre più facile finire in galera anche se sei solo indagato, per quel meccanismo infame che è la "custodia cautelare", che offre ai PM il potere di fare della tua vita ciò che vogliono, spingendoti a patteggiare, chiedere il rito abbreviato, ammettere colpe, attraverso la tortura della reclusione. [...] Anche convivere con gli incubi che ti perseguitano non è facile. Si rivivono immagini di corpi senza vita, come quello di Riccardo, impiccatosi a settembre a soli 21 anni, dopo 3 giorni di isolamento in una cella vuota e rotta, che non aveva nemmeno la luce funzionante. Riccardo è stato abbandonato. Quel sabato chiamava le guardie, gli infermieri. Insisteva ma nessuno si è degnato di rispondere alle sue richieste di aiuto. Così alle 22:00 Riccardo si è stretto un lenzuolo al collo. E' stato suicidato dallo Stato per il furto di una collanina d'oro. Era in custodia cautelare, non ancora giudicato. Poi c'è il sangue di chi si taglia le vene o ingoia lamette. Quelli che si danno fuoco con tutta la cella. Sono storie di gente invisibile per chi è fuori. Ma per noi rappresentano eventi traumatici, che ci fanno piangere e restare svegli per molte notti. Forse anche per questo in tanti (circa il 40%) scelgono di cedere, si imbottiscono di psicofarmaci. Se in carcere è difficilissimo ricevere cure (se ti ammali, sei fregato!), è vero che basta chiedere di essere sedato e la sera stessa ti portano "la terapia" direttamente in cella. Tendenza che vediamo applicata anche ai CPR (carceri travestiti). Da qui si arriva al cuore del problema. L'obbiettivo di questo sistema penale è quello di schedare, marchiare, incasellare individui, rendendoli spenti e obbedienti. Non devi parlare, non devi fare domande, non devi chiedere nulla. Devi annichilirti. Meglio se trascorrendo le giornate in branda. La storia ci ha insegnato che non c'è nulla di più distruttivo dell'incontro funzionale del potere col sapere. Lo abbiamo vissuto in tanti ambiti: dalla psichiatria al diritto. Il potere usa il sapere per classificare, correggere, isolare. Il sapere usa il potere per detenere un ruolo apicale e condizionare le masse. E' una simbiosi che si è lasciata dietro una scia di dolore e di morte. Tanto nei manicomi, quanto nelle carceri. Se non vai bene, vieni sedato. Se ti agiti o protesti, vieni trasferito, staccandoti dai tuoi cari. Devi imparare a subire ed essere mansueto. Soffrire in silenzio. Così il carcere si è trasformato in una moltitudine di solitudini ed è sempre più difficile mettersi insieme, farsi forza, organizzarsi. Con te, inoltre, devono soffrire tutti i tuoi cari, i familiari, gli amici, i figli. Loro non c'entrano nulla, ma sono vittime collaterali che nessuno calcola. La legge stabilisce che i rapporti con le figure affettive devono essere garantiti. Ci sono importanti pronunciamenti anche della corte costituzionale, a riguardo. Aggiungiamo noi che l'affettività non è solo un diritto, ma spesso è anche l'unica strada per sopravvivere e per sperare in un futuro diverso. A volte basta una parola per salvare una vita. Peccato che abbiamo una sola chiamata di 10 minuti a settimana. A nostro carico (sempre se hai i soldi per caricare la tessera). Ci sono volte in cui quei 10 minuti non bastano per darti la forza di andare avanti un'altra settimana. Questo è un luogo pieno di storie dimenticate. Di migranti indifesi e disorientati. Di malati psichiatrici abbandonati. Di emarginati. E' la vera discarica della società. Siamo fermamente convinti che questo sistema rappresenti la più sfacciata espressione del classismo. E' classista il sistema giudiziario, che da potere tradizionalmente reazionario e conservatore, infligge condanne sulla base della posizione economica e sociale dell'imputato (basta pensare ai tanti che non possono permettersi avvocati, consulenti, periti o altro che possa servire per un'assoluzione o una pena ridotta). E' classista il metro che misura il reato (se sei ricco e rubi un profumo sei solo un cleptomane, se sei povero e rubi un pacco di biscotti ti becchi 3 anni!). E' classista l'esecuzione della pena, perché se non hai risorse, se non hai qualcuno fuori che ti aiuta, vivi ancora peggio. Il sistema, nel suo insieme, è un microcosmo isolato e autoalimentato che estremizza tutte le ingiustizie e le disparità che si vivono fuori. Ma qui si è soli. Qui non si può dissentire. Disobbedire può costare molto caro (un pestaggio, un trasferimento). Qui si sopravvive a fatica. Ci si domanda ogni giorni se è meglio soffrire o farla finita. [...] Nella speranza che un giorno saremo in grado di costruire una società senza gabbie e galere. Grazie per non dimenticarvi che questi inferni esistono. Evviva Radio Onda Rossa! Evviva la libertà!