Guardie col monocolo e il cilindro: analisi sul lavoro intramurario in carcere. L'esempio di Regina Coeli. Il lavoro è la parola magica, la soluzione a tutti i problemi del carcere. Come se fosse un incantesimo che risolve tutto e mette d'accordo tutti. Il lavoro è la chiave della riabilitazione, è la soluzione contro la depressione, la solitudine, prevede i suicidi, impegna i detenuti altrimenti buttati sulle brande tutto il giorno. Il lavoro dà un senso alle pene, riduce la recidiva e rieduca. Abbiamo sentito tanti discorsi altisonanti e molto allineati anche se provenienti da gruppi politici assai distanti. Andando a spulciare tra i ritagli di giornali del passato, ci si imbatte nel mantra del lavoro in carcere senza soluzione di tempo. Eppure il sistema del lavoro intramurario sembra essere congelato e fermo alle regole di 50 anni fa, con la sola differenza che, nel corso degli anni, i posti disponibili sono addirittura diminuiti per via della contrazione delle risorse economiche. E' però importante analizzare in modo completo e oggettivo la questione del lavoro in carcere, mostrandone la vera natura, a partire dall'esperienza concreta di Regina Coeli. I "lavoranti" sono meno del 10% dell'intera popolazione carceraria. Non si chiamano "lavoratori" per distinguerli da chi opera in carcere "da persona libera". Le mansioni sono poche e pensate per mantenere lo stato di minorità del detenuto. Già nei termini si può capire questo: ci sono gli "scopini" (che si occupano di pulire gli spazi comuni con strumenti e materiali inadatti); gli "scrivani" (raccolgono la corrispondenza, le istanze, le cosiddette "domandine"); gli "spesini" (si occupano della distribuzione degli acquisti a carico dei detenuti); i portavitto (addetti alla distribuzione del vitto che spesso avviene con le mani non essendo disponibili attrezzi adeguati); poi ci sono i tuttofare della "mof", votati all'impossibile missione di gestire la piccola manutenzione (in un carcere vecchio e mal messo come questo, si riduce a interventi volti a tamponare problemi grossi che richiederebbero invece azioni strutturali straordinarie). In questo penitenziario oltre il 60% dei detenuti non ha la possibilità di fare spesa, è privo di risorse economiche e non può permettersi nemmeno un fornelletto, cibo o un bagnoschiuma. Parliamo di circa 700 detenuti che sopravvivono galleggiando, con qualche aiuto dai volontari che consegnano pezzi di sapone (col quale si fa tutto: la doccia, il bucato, ecc.), un rasoio usa e getta al mese, un paio di mutande. E' chiaro che questa condizione produce attività "illecite", costringendo le persone a trovare forme di guadagno per sopravvivere a questo inferno. A fronte di questo scenario drammatico, il lavoro (quello che potrebbe sostenere tanti soggetti fragili) coinvolge appena un centinaio di persone su 1150 internati. Occorre smontare la narrazione che tutti gli ultimi governi, di vari colori, hanno servito all'opinione pubblica, mostrando piccole e rare eccezioni, come Milano Bollate o le Colonie Agricole sarde, per nascondere "il deserto" della quasi totalità dei penitenziari italiani. Per questo è necessario inquadrare in modo più realistico il lavoro intramurario. In una istituzione totale come è il carcere, il luogo per eccellenza dove lo stato dovrebbe essere presente con tutte le sue leggi, il lavoro è diventato l'esempio più ignobile e imbarazzante delle continue e sistematiche violazioni delle norme e dei diritti. Aa partire dai contratti di lavoro che prevedono un monte orario irrisorio a fronte di un impegno reale 3-4 volte superiore a quello retribuito. In questo modo uno "scopino" firma un contratto da 15 ore a settimana, ma ne lavora dalle 30 alle 40. Ovviamente non retribuite, perché non esistono straordinari. Il giorno di riposo a volte salta perché il collega è in malattia o in udienza. Tutto ciò per un lavoro a tempo determinato che dura 3-4 mesi appena, con una retribuzione mensile ci circa 400 euro dalla quale il DAP preleva il contributo di mantenimento (circa 110 euro al mese). Chi lavora in carcere, per il carcere, non ha alcun diritto: non può scioperare, non può rifiutare un ordine o evitare di lavorare ben oltre le ore retribuite, non può disporre dei dispositivi di protezione individuali, nemmeno un paio di guanti per maneggiare spazzatura o stracci sporchi. C'è da domandarsi perché tante persone accettino passivamente di essere sfruttati e maltrattati fino a questo punto. La risposta è la stessa che si può trovare in un campo agricolo gestito da caporali. Ci sono due componenti: lo stato di assoluta necessità, quindi il bisogno, e la subalternità determinata dal potere esercitato dalle guardie, che possono in qualsiasi momento decidere di toglierti il lavoro. E' la legalizzazione informale del servilismo. I lavoranti diventano soggetti passivi, docili e obbedienti. Se si lamentano, i padroni in divisa minacciano di togliere il lavoro, così come l'hanno dato. Devi piuttosto ringraziarli per aver ottenuto quel posto! Questo strapotere non formale ma radicato e accettato dai vertici dell'amministrazione penitenziaria, fa sì che non ci sia alcun limite alle pretese degli agenti. Per questo c'è un uso spropositato dei lavoranti, anche per mansioni che non spettano, a qualsiasi ora del giorno e, a volte, della notte. Nel corso del tempo questo sistema si è radicato a tal punto che nelle sezioni c'è una sorta di "guerra" tra poveri per accaparrarsi il favore degli agenti che contano, e farsi scegliere per lavorare. Si attivano le medesime dinamiche che vediamo nelle campagne, dove centinaia di disperati devono supplicare i caporali per essere sfruttati nei campi. Così oggi, in questo luogo osceno che è il carcere, ci ritroviamo agenti penitenziari "col monocolo e il cilindro" in testa, riveriti da detenuti sfruttati. Agenti che non esitano un solo momento a esercitare il loro potere su chi si lamenta. Il nostro ordinamento stabilisce il diritto di sciopero e condizioni di lavoro dignitose. Eppure in carcere tutte le norme che regolano il lavoro nel nostro paese, sono discrezionali. E' il potere di decidere cosa si può o non si può fare, come e quando, tutto nelle mani di pochi, semplici agenti. Compreso il garantire la sicurezza: come per i migranti nei campi, i detenuti sono reietti, non hanno alcun valore. Poco prima di ferragosto è stata disposta l'applicazione di una barra metallica dotata di lame taglienti in cima alle grate che sovrastano i muri divisori dei cortili delle sezioni 3 e 8. Si trattava di saldare in cima alla grata a circa 8 metri d'altezza, queste barre. I quattro lavoranti hanno svolto l'intervento in condizioni critiche, in barba a qualsiasi norma sulla sicurezza. Erano arrampicati su un trabattello pericolante senza alcun imbraco, senza caschetto, senza guanti. Chi maneggiava la saldatrice elettrica lavorava a mani nude, senza lo schermo per occhi e viso nonostante i lampi accecanti, riparandosi il volto con la mano libera per evitare di essere colpito dalle scintille. Alcuni giorni prima tre lavoranti stavano ripulendo dalle piante infestanti un cornicione sulla palazzina degli alloggi riservati agli agenti. L'uomo che strappava via le piante con le mani, era con più della metà del corpo fuori dal parapetto, tenuto dagli altri due che lo tiravano per le gambe, evitando che precipitasse nel vuoto dal secondo piano. Queste scene, all'ordine del giorno, sono l'esempio più evidente di uno stato inadempiente, ipocrita e criminale, che abbaia parole d'ordine ad ogni morte sul lavoro, invoca la sicurezza in rispetto delle norme, e poi in casa propria infrange ogni regola, sanzionando chiunque osi lamentarsi. Le risposte sono sempre le stesse: se non ti sta bene, togliti di mezzo, tanto c'è la fila per fare il tuo lavoro! Fino ad oggi le poche cause di lavoro intentate contro l'amministrazione penitenziaria si sono tutte concluse con la condanna del DAP. L'ultima è di marzo 2024 (il tribunale di Roma ha ordinato un risarcimento record per tutte le ore non retribuite ad un ex detenuto). Peccato che in due anni solo quattro persone (tutte da ex detenuti) abbiano fatto causa al DAP. Nessuna azione è mai intrapresa da chi si trova ancora in carcere, tantomeno da chi lavora. Questo conferma la condizione di totale sottomissione e di servilismo passivo, indotta dal sistema stesso. E' un sistema di sfruttamento deprecabile dal punto di vista etico e legale, ma non solo. Crediamo che tutte le belle parole sulla rieducazione e sui modelli positivi, perdano totalmente di significato per chi nel lavoro trova solo rischi, paghe da fame e ricatti. Con l'aggravante del datore di lavoro che è lo stato. Tutto ciò che avviene qui dentro è protetto dalla coltre impenetrabile che avvolge il carcere. Per questo è quanto mai necessario rendere trasparenti questi muri e far entrare la società civile, garantendo un collegamento continuo tra il dentro e il fuori. L'isolamento ci espone a continue rappresaglie e ci rende inermi davanti allo strapotere del sistema che non perde occasione per ricordarci quanto le nostre vite non ci appartengano più. Con questo testo speriamo vivamente di poter dare un contributo al dibattito sul carcere e sul lavoro, al fine di individuare quanti più collegamenti con quei pezzi di società che vivono lo sfruttamento e la violazione dei diritti umani. Vi ringraziamo per l'attenzione e la vostra instancabile presenza. Tutti/e liberi/e!