Mattine, pomeriggi e notti scorrevano sempre quasi uguali, lì al reparto. Anche la posta scorreva di fronte, tutta simile a se stessa, frusciante di carta o appiccicosa di plastica, inserita e smistata da macchinari portentosi e rumorosi, che segnalavano rapidi il riempirsi di una, di mille, cassette gialle. La noia del lavoro era pari solo alla tristezza delle lettere: bollette, pubblicità, pubblicità, bollette. Riviste di dubbia qualità- Eppure. C'erano momenti in cui ti ritrovavi tra le mani una lettera colorata, disegnata, grafie instabili che raccontavano tutto l'amore del mondo in tutta la busta, intorno all'indirizzo, intorno al francobollo. Mi manchi, stiamo bene, vorrei rivederti, come va, ti amo, presto verrò a trovarti, manderò un pacco, i bambini, il sole...le uniche lettere piene di emozioni erano quelle per il carcere. Per carcere, case circondariali, luoghi della detenzione. Le uniche buste in cui il contenuto proseguiva dal dentro al fuori, per andare da fuori a dentro. A tratti commoventi anche senza essere aperte, con cuori rossi, gialli, l'azzurrino delle lacrime a fregiarle. Tanto dentro e fuori era uguale: erano lettere pubbliche, che sarebbero passate per molte più mani del solito rispetto alle sole mani del destinario. Tra queste mani, le mie e ogni volta il pensiero di quando e come e se sarebbero arrivate a destinazione Alice