LA BATTITURA Ogni mattina un nuovo giorno entrava come un ladro dai blindi alle finestre, ad illuminare la nostra cella, la nostra miseria, al carcere di Monza. Un nuovo giorno in carcere a Monza voleva dire una nuova battitura. Le guardie entravano in cella scure in volto, con un manganello di ferro in mano. Noi detenuti, in fila come soldatini dritti in piedi manco fossimo alla NAIA, rimanevamo in silenzio, mentre una guardia batteva il manganello di ferro contro i blindi delle finestre. Nei nostri volti assonnati si poteva leggere l'ansia, la paura di aver dimenticato mutande o panni stesi ad asciugare sui blindi, in tal caso erano cazzi e nel migliore scenario non avresti più rivisto i tuoi vestiti. La battitura... Non ho mai capito se venisse fatta per valutare l'integrità dei blindi o per pura violenza psicologica. Quello che so è che ogni mattina alle 7 ti dava il buongiorno, tutti in riga. E se alle guardie girava così il teatrino veniva ripetuto anche il pomeriggio, magari quando avevi appena messo a stendere la biancheria. Quello che so è che una volta trovarono il blindo mezzo segato nella cella di Omar, un egiziano, e lo menarono talmente forte da fargli uscire il sangue dalle orecchie. Quello che so è che c'era un qualcosa di divertito, di sadico negli occhi di alcune di quelle guardie quando insistevano sulla postura da tenere. ''Non sei in villeggiatura Mariò e nemmeno a San Vittore. Sei a Monza'', e, come mi ricordava il simpatico appuntato, Monza è un carcere restrittivo punitivo. Quello che so è che tutte le guardie sono infami. NICCOLÒ MARIOTTI