Brani tratti dal libro “Esclusi” di Salvatore Ricciardi liberamente scaricabile qui: https://contromaelstrom.com/2019/09/13/un-libro-e-qui-potete-scaricarlo-e-eggerlo/ “esclusi dal consorzio sociale” martedì Agente devo uscire pe lavora’ me poi apri’. Guardia apri, devo annà in cucina! Guardia perché nun apri? Guardia me apri devo andare a lavorare, … minchia non apre, guardiaaa! Aooohh, qui chiudono le blindate e li spioncini! Guardiaaaaaa! Apriteeeee! So’ le sei passateeee! Guardia picchì nun apri? Una voce urla ma più sottovoce, nun aprono perché pare che ce sta er morto. Ma davero! E chi è morto? Umammamia, u mortu! Si rialza il volume delle urla. Guardia apriiii, c’è uno che sta a morìiii! Ce fate morì tutti!! Apriteeeee, nun ce la famo più!!! Ora le urla si moltiplicano, escono da ogni cella e si rovesciano nel corridoio. Guardie assassiniii!!! ce ammazzate tuttiiii! Bastaaaa! fatece usciii! È la mattina di un martedì primaverile in un carcere qualsiasi. Uno degli oltre 190 luoghi costruiti dallo stato per rinchiudere e annientare la personalità di donne e uomini cui viene imposto l’appellativo di delinquenti o criminali perché sono accusati di aver trasgredito le leggi. Lo scopo dichiarato del sistema della carcerazione, è la tutela dell’ordine sociale. Dentro quelle carceri ci sono esseri umani rinchiusi in angusti spazi tra sudice mura, senza una vita sociale, né un’identità se non il marchio loro imposto di malviventi, reietti! Ma chi s’è ammazzato? Mammamia che massacro!!! Guardiaaa!!! c’è uno morto alla cella affianco. Giggi, nella cella numero 12, si muove a scatti, va verso il fondo e torna indietro, su e giù nervosamente. La parola «morto» e la parola «ammazzato» gli rimbalzano nella testa che sente prossima a scoppiare, gli duole, martella. Improvvisamente si blocca, va verso la branda e vi si butta sopra bocconi, mettendosi il cuscino sopra la testa avvolgendola fin su le orecchie, come a nascondere quelle voci. Ahooo… ‘ndo sta er morto? Ma che cazzooo… guardia, perché chiudi!!! Sta bono! Hanno chiuso perché quello che stava alla 13 s’è ammazzato! Porcccc, ma chi era?, alla 13 ce stanno in due. Nun je la famo più….apriteeeee!!! Minchia pecché nun apri? Altre urla, grida, fischi, un inizio di battitura sui cancelli con pentole, che si smorza subito. Invocazioni e rimostranze che escono dalle fessure degli spioncini chiusi, si spargono per il corridoio, contenitore degli strazi e delle emozioni dei prigionieri. Suoni diversi. È una polifonia di accenti insoliti, urlati simultaneamente con vari significarti, sono improperi, bestemmie, lamenti, minacce, invocazioni di aiuto. …… Giggi è entrato nella cella 12, una settimana fa e non ha notato molti particolari. È entrato con la testa confusa, erano i primi giorni della rota1, quelli più tremendi, quelli in cui non hai altro pensiero che cercare la roba2. È stato scaraventato dentro da due guardie. Giggi era «scappato» dalla comunità e l’hanno accusato, secondo la legge, di evasione, ma lui ha semplicemente continuato a camminare in avanti, ciondolando sulle proprie gambe, lasciandosi guidare dalla testa confusa. Ha camminato così, finché l’hanno riacciuffato. Accusato di evasione, è stato portato al commissariato e tenuto una notte in cella di sicurezza dove gli sembrava di impazzire. Il giorno dopo è stato trasferito in carcere. Giggi non è riuscito a fissare né i nomi né i volti di quelli che c’erano in cella. Li ricorda oggi, a una settimana di distanza. Un uomo d’età ben oltre i sessanta, Marcello, capelli bianchi che spuntano dal berretto di lana calato fin sulle orecchie, il viso solcato da una ragnatela di rughe disegnate accuratamente che mantengono l’armonia di un volto marcato da eventi difficili. Poi Sergio, spesso assorto in pensieri e letture, cammina ciondolando, di età oltre la cinquantina, alto e magro con gli occhiali, ha il viso attraversato da pochi solchi ma profondi, appresso c’è Ciccio il cui soprannome ben definisce l’abbondante corporatura, più giovane di Sergio ha molti capelli raccolti con una specie di codino sulla nuca, anche lui rapinatore e buon conoscitore del carcere. Niccolò è arrivato nella cella 12 qualche giorno dopo Giggi. ……. Dai Giggi, puoi alzarti, l’hanno portato via il morto, non c’è più nel corridoio, Niccolò solleva di peso Giggi per toglierlo dalla branda col cuscino sulla testa. Ah Gi’, ora dobbiamo pensare a quelli rimasti vivi, Marcello prova a stimolare la reazione di Giggi, ve devo di’ che dobbiamo evitare che qualcuno di noi domani faccia come quello della 13. Ma se sa chi s’è ammazzato, domanda Niccolò? È quello biondino che era arrivato da poche settimane, risponde Sergio. Quello che stava sempre zitto, zitto. Ciccio ricorda, si, si, l’ho incontrato l’altra mattina c’ho fatto pure due righe ar passeggio. Gli ho chiesto come mai stava qui, lui stava sempre zitto, non ha risposto, poi, dopo un po’ ha cominciato a parla’. Mica guardava me, parlava, parlava con la testa buttata indietro, guardava in alto e parlava de cose che nun capivo e scrutava er cielo. Nun se rivolgeva a me, era come se parlasse all’aria. Nominava un giudice, che lì ner passeggio però nun c’era, ma lo chiamava. Je diceva, tu sei vestito bene, je diceva, caro giudice t’ho intravisto tra le divise dei caramba che me circondavano. Parlava e parlava, parlava bene, faceva un sacco de citazioni di articoli der codice, ammazza quanti ne sapeva de articoli. Je diceva, caro giudice quando mi hai chiesto se avevo qualcosa da dire, ti ho risposto che quello che avevo da dire non se poteva sbrigare in pochi minuti. Ce volevano ore, giornate intere, ce voleva gente capace di ascoltare, non smaniosa di giudicare, è una cosa complicata, è ‘na vita intera. Diceva, voi coi mantelli e i codici e voi schierati con le divise non mi potete capire, perché non sapete ascoltare. Diceva, voi state qui solo per condannare o assolvere, non per capire. Ammazza che ficata che ha detto, io nun c’avevo pensato, ma è vero, nun ce ascoltano mica, ce giudicano e basta, mo me la rivenno. Raccontava che dopo poco er giudice è arrivato con la sentenza. Er giudice l’aveva condannato senza nemmeno avello visto in faccia. E ripeteva e ripeteva, come fa un uomo a manda’ in galera un altro uomo senza vedere che faccia ha? Si chiamava Gianfranco. E che cazzo!, era giovane, giovane. Ma je l’hai chiesto per cosa era stato condannato? Domanda Niccolò. Si, m’ha risposto che Fausta è morta, risponde Ciccio, stava sul letto coperta da un lenzuolo bianco. Io me so azzardato a domandaje, ma l’hai uccisa te? Ha alzato ancora di più la testa e parlando all’aria ha detto, lei non voleva più vivere, lei l’amavo, lei era mia madre, lei aveva deciso di morire. Sono rimasto senza parole. Per Niccolò, appena entrato in carcere, questa morte è stata una martellata, ne è rimasto sconvolto, si confida con Marcello vecchio di carcere e di età. L’ho visto ieri pomeriggio, mi sembrava un tipo timido, ricorda Niccolò. Mi ha chiesto delle sigarette, gli ne ho date una decina perché mi era rimasto solo un pacchetto. L’ho smezzato con lui. Gli ho detto di chiederne altre in giro, mi ha detto no, me le faccio bastare! Dal corridoio alcune voci chiedono, Marce’ ma quanno s’è ammazzato? Stamattina all’alba, risponde Marcello, l’altro dormiva, non s’è accorto di nulla. Te credo, incalza Sergio, quello che sta in cella con lui è un bischero mezzo addormito e nemmeno fuma. Dal corridoio, a Marce’, che s’è impiccato? Se, se, risponde Marcello, ha fatto a strisce il copri-materasso, che è un tessuto più resistente del lenzuolo. Una tecnica da vecchio carcerato, chissà dove l’ha imparata. Pare che è stato tutta la notte sveglio per preparare il cordone e anche per scrivere una lettera. Er compagno de cella, che poi co ‘sto fracasso s’è svejato, dice due lettere, una alla sorella, che è quella venuta sabato al colloquio e una al giudice che l’ha condannato. Dal corridoio una voce, chissà che j’avrà scritto al giudice? J’avrà detto che ha distrutto una persona, sottolinea Ciccio, senza nemmeno avello visto in faccia! ………. Un pensiero urlato invade il corridoio, quannu moriamo nuatri nun je frega 'n cazzu a nuddu! ………. Giggi ha fatto l’esperienza dello «spazio grande». In ogni carcere c’è un grande camerone che viene usato raramente. È nel reparto nuovi giunti, dove le altre sono celle a un posto, cubicoli di circa metri 4,20 x 2,00, poco più di 8 metri quadrati, di cui calpestabili solo una piccola parte. In quella grande sala, che nessuno ha mai misurato, hanno buttato Giggi perché era arrivato col marchio di «tossicodipendente», per di più evaso dalla comunità, con la scritta pericoloso che attraversava diagonalmente il frontespizio della cartella. Per quanto si sforzasse di capire, il direttore del carcere di arrivo non riusciva a dare un senso a quel termine. Pericoloso per chi? Per se, quindi incline a procurarsi lesioni, oppure pericoloso per gli altri, ossia aggressivo. Il direttore, con i suoi oltre vent’anni di esperienza carceraria, non riusciva comprendere alcuni rituali del carcere, sapevano più di cerimoniali doverosi, non in grado di rappresentare comportamenti reali del detenuto. Aveva anche telefonato al direttore della comunità di provenienza, senza ottenerne chiarimenti. Giggi era pericoloso, punto! Così è scattato l’utilizzo di quella cella immensa utilizzata in situazioni di incertezza. Questa cella particolare è arredata in modo particolare, non ci sono stipetti, né tavoli, né sgabelli, soltanto una branda inchiodata al pavimento, nel centro dello spazio, col materasso, lenzuola e coperta e nient’altro. Sul fondo un piccolo lavandino sporco e il cesso alla turca in bella vista. Il vitto viene portato in piatti di plastica, con posate di plastica che devi restituire appena mangiato. Lì dentro non conviene tirar fuori dai sacconi neri le proprie cose per metterli sul pavimento sporco. Per fortuna la permanenza, normalmente, è breve, serve al direttore per capire che scelte fare. Quei pochi che ci sono passati raccontano di incubi tremendi. La carcerazione nello spazio indefinito, ha il sapore di carcerazione infinita. Giggi c’è stato tre giorni, così lo descrive, abituati a imprecare e dannarci per il poco spazio che abbiamo nelle celle, quelle dimensioni grandi ti sconvolgono. Una sorta di agorafobia, paura di piazze vaste e sconosciute. Un disagio che confina nel terrore di essere rinchiuso in un ambiente ancor più estraneo, non ti senti protetto dalle mura divisorie, troppo distanti, ti senti in balìa di qualsiasi evento possa accadere. Non è confrontabile con le celle del carcere e nemmeno con le case che abitiamo. Ti assale un incubo, non riesci a controllare la situazione. Giggi ricorda che si è ritrovato a vagare con gli occhi, senza sosta, nel vuoto. Non aveva senso parlare e nemmeno urlare, verso dove poi? La parola era scomparsa e la mente si era smarrita. Giggi aveva persino paura di alzarsi dalla branda, per andare dove? Saltano tutti gli schemi e i paradigmi costitutivi del carcere, precisa Sergio, come quelli individuati da Foucault sull’instaurarsi tra dominatori e dominati, o controllori e controllati, una corrente a doppio senso, si dissolve perfino il controllore. Scompare anche, per dirla con Bentham, quello del Panopticon, la disposizione di pieni e vuoti, di luci e ombre e la disposizione architettonica utile a far interiorizzare al detenuto, il potere della norma. Alcuni teorici della galera, sono convinti che lo «spazio grande» è la soluzione ottimale per annichilire i carcerati e costringerli a sottomettersi a qualunque comando, poiché riesce a togliere ogni volontà alla persona imprigionata. Probabilmente questa soluzione non si è affermata per costi troppo alti. Anche lo spazio ha un costo nel regime capitalistico. Segreti per segreti, dice Marcello vi racconto di un’altra cella particolare. Ascoltate, in ogni carcere c’è la cella liscia, ma sui giornali oggi viene chiamata cella zero, perché non ha numero, né potrebbe averlo perché ufficialmente non esiste. È presente in tutte le carceri e le autorità tranquillamente negano. Questa cella ha le dimensioni di un normale cubicolo, ma dentro non c’è nulla, ma proprio nulla. A volte una striscia di gomma piuma a mo’ di materasso, senza rivestimento buttato a terra e nient’altro, né branda, né lenzuola, né coperte, né sgabelli, né tavoli, nemmeno secchi per orinare e defecare. Il pavimento è in leggera pendenza verso un angolo dove c’è un buco attraverso cui gli escrementi sul pavimento vengono portati via da un forte getto d’acqua periodicamente attivato dai secondini. La cella liscia viene usata per i detenuti ritenuti agitati, quelli che urlano e cominciano a fracassare ciò che hanno intorno. La mancanza di ogni cosa è giustificata dall’amministrazione dal dover evitare che il detenuto si ferisca o peggio. Per non rischiare che il detenuto si ferisca lo si sottopone alla peggiore tortura! Ma come cazzo ragionano? Due celle anomale, sottolinea Marcello, nella prima, quella «infinita» la mente si sconvolge, nella seconda, la «liscia» il corpo torturato e annichilito fa sconvolgere la mente. ……… Ciccio rimbalza da un gruppetto all’altro, accompagnato da Nabil della cella di fronte, la 19. Sostengono la proposta di fare una fermata all’aria come protesta per le troppe morti e per altri problemi aggravati nell’ultimo periodo. Ciccio ha lasciato un gruppetto e si è unito a un altro e, insieme a Nabil, discute animatamente con altri. I due, dopo aver ascoltato silenziosamente il parlottare degli altri, pongono, con toni severi, il problema, a rega’ qui c’è un morto, i carcerati so’ sconvolti, bisogna reagire. Bisogna che facciamo qualcosa, incalza Nabil sennò nun ce resta che buttasse sotto la branda. Se, se, incita Ciccio, li raccojamo cor cucchiaino. Io propongo ‘na fermata all’aria. Sentiamo l’altre sezioni e sbrigamose. Questa loro attività produce una separazione nel cortile del passeggio. Lontano dalle orecchie delle guardie, ferme sul cancello d’ingresso, si portano i gruppi di detenuti che hanno accolto favorevolmente la proposta della fermata all’aria, sul lato opposto, vicino al cancello, sono parcheggiati quelli contrari o ancora indecisi. ………….. I rumori mattutini del carcere sono insolenti, il risveglio frantuma i sogni del prigioniero; nelle orecchie rimbombano rumori fastidiosi e voci ostili; nelle narici entra il nauseante odore degli scarponi polverosi e delle divise impregnate di sudore stantio delle guardie. Il risveglio in carcere offende, è violento e aggressivo. Il carcere piomba addosso ogni mattina ai detenuti con i suoi fracassi per riportare alla realtà chi vorrebbe continuare a navigare nelle penombre del sogno. Sono da poco passate le sei di mattina. È l’ora della conta mattutina, l’ordinario inizio della giornata carcerata; in altri paesi è chiamato “appello”. Sotto le armi, quando c’era la leva obbligatoria, il suono della tromba metteva fine ai sogni dei ventenni, qui in galera le fantasie notturne sono cancellate dal rumore di cancelli di ferro contro porte blindate. È il sonoro che accompagna il drappello di guardie che entra in ciascuna cella per contare i prigionieri e per battere le sbarre della finestra, per verificare che non siano state segate. In quelle prime ore mattutine si celebra una stravaganza; i prigionieri pur non contando nulla sul piano economico e sociale, e ancor meno su quello politico, sono le persone più contate. Il rituale della conta viene compiuto dalle guardie quattro o cinque volte al giorno. Le guardie aprono, una a una, le celle per la conta mattutina. Tre guardie tra cui un graduato, percorrono il corridoio e spalancano le sole porte di ferro chiamate blindate o blindo sbattendole contro il muro. Il cancello viene aperto e sbattuto contro la blindata dal successivo gruppo di guardie, quattro più un graduato, che aprono una cella per volta per entrare. Il detenuto di lungo corso non ama farsi trovare addormentato, oppure rannicchiato sotto le coperte, dal gruppo di guardie della conta, sarebbe come offrire le spalle al nemico. Marcello è già sveglio, seduto sulla branda con i sensi allertati, scalcia i piedi fuori dalla coperta e infila le ciabatte pronto a spostarsi verso il tavolo dove c’è l’armamentario per fare il caffè. Nel corridoio gli scarponi delle guardie sono troppi per la conta quotidiana, troppo pochi per una perquisa. L’attenzione di Marcello è tesa a percepire ogni rumore per capire in anticipo cosa potrà succedere, vuole avere qualche secondo di vantaggio. Prova a contare le guardie prima che queste entrino. Il rumore di tanti scarponi gli aveva fatto nascere un sospetto. Ma è la solita conta mattutina. Un respiro rilassato. Eppure il frastuono degli scarponi segnala più guardie. Chiede all’udito di afferrare altri rumori sullo sfondo. Sente che altre guardie stanno proseguendo per il corridoio. Perché? Dopo cercherò di capire, si dice. Sicuramente è connesso col suicidio di ieri. Una precauzione della direzione? Marcello fa molto rumore nel preparare il caffè per stimolare i compagni di cella al risveglio. Il corridoio si riempie del baccano provocato dalle azioni del pestare, dello sbattere, del percuotere. Azioni che, di lì a poco, invadono la cella numero 12, cinque guardie aprono il cancello. Con un occhio Marcello scruta le facce dei secondini che entrano, soliti grugni addormentati. Se avessero una tensione interna, per qualche emergenza, si muoverebbero a scatti e con nervosismo. È l’ordinario controllo per verificare che tutto sia in ordine secondo le regole dell’istituzione. È un avvertimento a ogni singolo detenuto per ricordargli che il carcere è attrezzato per spazzare via i sogni che coltiva di notte. È iniziata un’altra giornata di battaglia tra carcerato e carcere, il carcere si gioca subito le sue carte dando rilievo ai sostantivi frastuono, schiamazzo, trambusto, per scacciare le chimere ancora presenti sulla facce dei carcerati impregnate dal torpore notturno. È anche un monito per cancellare ogni speranza che non sia quella riposta nell’attesa rassegnata di qualche concessione da parte dell’autorità carceraria. I colori screziati dell’alba variopinta, diversi ogni mattina, in carcere non possono essere apprezzati, naufragano nella violenza del risveglio. Raggi di luce sbiaditi entrano nelle celle e si proiettano sulle persone stordite e spaesate. Vi rimangono per alcuni minuti, costringendo gli occhi inebetiti a girarsi verso il muro per tentare di riagganciare le immagini lasciate in sospeso. ………… Lo sai qual è il prodotto più usato in carcere? La domanda di Ciccio è a bruciapelo e Niccolò resta interdetto, non sa che dire! È il valium, afferma Ciccio. Molti di quelli che entrano in carcere per consumo di stupefacenti o per qualche sciocchezza e hanno poco da fare, si imbottiscono di valium o altri psicofarmaci e dormono dodici, quattordici ore al giorno. In questo modo si illudono che il carcere duri di meno. I primi tempi di carcerazione facevo anch’io così, mi piaceva dormire e le guardie manco le vedevo. Mi sono reso conto che buttavo via il mio tempo. Non è che qui dentro puoi fare molto altro, però quando ho conosciuto ragazzi come Marcello… Se, se, ragazzo, chiamalo er Vecchio, ironizza Sergio. Tranquillo, lo chiamo er Vecchio, sai quante discussioni se semo fatte, conferma Ciccio. Ho cercato di capire che è ‘sto posto dove mi hanno rinchiuso e a che serve, e invece del valium prendo del buon caffè, mejo essere svegli. Ma ormai il valium è passato di moda, dice Sergio. C’è un ricco menu di psicofarmaci per imbottirsi di altre schifezze, l’infermeria psichiatrica è piena de droghe che assopiscono. È ridicolo!, esclama Ciccio, i ragazzi hanno il divieto di assumere droghe, sono stati arrestati in nome della «legalità» e messi in carcere perché consumavano e spacciavano droghe. Ma una volta in carcere, possono prendere tranquillamente droghe «legali», che di differente da quelle «illegali» hanno solo la sigla della società produttrice. Sono tranquillanti, addormentanti, gioia delle guardie, devastazione del prigioniero. Droghe no, psicofarmaci si. Stranezze della legalità! Io so che i prodotti che ti danno in carcere sono comparabili alle droghe che se pijano fuori, è Giggi che conosce il problema, alcuni ragazzi restavano senza sordi pe’ la roba e se facevano porta’ in carcere per imbottirsi di psicofarmaci. Sono tutti derivati dell’oppio, quelli illegali e quelli legali. È così, conferma Ciccio, anche in questo carcere è più facile avere un tranquillante che un’aspirina, un sacco de ragazzi li pijano. Quasi due terzi dei detenuti ne fanno uso in dosi da cavallo. I sindacati delle guardie affermano che il 60, 70% dei detenuti fa uso di psicofarmaci. Se, se le guardie denunciano questo abuso non per rettitudine morale, ma per ottenere un soprassoldo, puntualizza Marcello, loro dicono che devono badare a detenuti difficili «malati di mente», persone drogate, stavolta dallo Stato. Questo andazzo è chiamato «camicia di forza chimica». Diventa un handicap terrificante quando il detenuto esce dal carcere, non riuscirà facilmente a districarsi nel groviglio di regole dei liberi, senza l’aiuto di un oppiaceo. …………… Intanto si preparano le domandine, dei moduli prestampati di formato A5. Su quel rettangolino di carta si avanzano le richieste alla direzione del carcere per ogni cosa inconsueta rispetto al rituale. Vuoi fare il colloquio con i famigliari? Fai la domandina. Vuoi far entrare alcuni libri, riviste o altro, vuoi cambiare cella, vuoi acquistare generi che non sono al sopravitto? Devi sempre fare la domandina, un piccolo foglio di carta capace di intrufolarsi negli ingarbugliati labirinti della burocrazia carceraria. Ogni tua richiesta è sottoposta al vaglio di tutti i gradini delle autorità che presiedono alla tua rieducazione. Queste operazioni dedicate alla sopravvivenza terminano quando, col consueto rotolio traballante del carrello, giunge il pranzo. Il pranzo consiste in un primo di pasta corta col sugo, a volte è minestra, il venerdì è pasta e ceci. Il secondo piatto è carne o pesce o salumi affettati e una mela o un’arancia. Tranne la frutta, è tutto regolarmente immangiabile, non solo a giudizio degli umani, ma anche dei felini. I gatti, presenti in buon numero in quasi tutte le carceri nelle sezioni al piano terra, non accettano il diktat della punizione e amano offrire compagnia ai colpevoli, condividendo con loro i «piaceri» delle celle. Quando gli viene offerto il vitto carcerario, i gatti assaggiano del pesce surgelato lesso, se c’è, ma rifiutano sdegnosamente la carne scuotendo la testa, l’istinto felino non accetta di essere rieducato, da chi poi? ………….. Sono scesi tutti nel passeggio, vogliono incontrarsi, parlare. Alcuni stanno seduti, quasi sdraiati a fare confidenza con i raggi del sole, oggi godibile o a fumare, a chiacchierare, altri camminano nervosamente su e giù facendo, con altri, le righe, per scaricare la tensione. Questo pomeriggio al passeggio si discute animatamente del suicidio e di una possibile risposta. Le opinioni sono distanti. Alcuni dicono che forme di protesta come le fermate all’aria non sono utili, innalzano la tensione con la direzione. Ma quello di ieri non è il primo suicidio, replicano i favorevoli alla protesta, si contano troppi morti e troppi atti di autolesionismo, ogni tanto si sente uscire da una cella un grido, Fischio s’è tajato! Ci sono troppe punizioni con la cella di isolamento. Un detenuto, soprannominato er Faina, si avvicina a Marcello che sta camminando con Nabil, e spiattella subito la sua proposta, mandare una lettera a chi si occupa di diritti dei detenuti. Ci sono associazioni, dice, che si battono per migliorare il carcere, per far si che la detenzione sia rispettosa dei diritti dei detenuti, insomma si battono per umanizzare le pene. Er Faina propone di aderire alle proposte di qualche parlamentare e giornalista democratico, segnalando al ministero tutto quello che non va nelle carceri per correggerlo e rendere la galera più umana. Er Faina propone che anche i carcerati si associno in questa lega per-i-diritti abbandonando le azioni di protesta del passato. Propone forme di lotta pacifiche in sintonia con quelle associazioni per i diritti, uno sciopero della fame o soltanto uno sciopero del carrello3, così non si creano tensioni con la direzione e con le guardie e si va sui media, ci penseranno queste associazioni a darci pubblicità. ……… Marcello lo guarda perplesso e gli risponde un po’ alterato, ti riferisci a quel gruppo di persone che nel periodo natalizio hanno visitato il carcere? Ma tu ci hai parlato? Hai visto quanto ne sanno di carcere? Niente! Pensi davvero che vogliano e possano fare qualcosa? Non ti sorge il sospetto che il loro interesse per il carcere sia dovuto alla ricerca di consensi e non a cercare di cambiare qualcosa? Sai quanti ne ho visti, negli anni passati, di personaggi fare la visita ai carcerati a Pasqua e Natale dicendo, che vergogna! Bisogna fare qualcosa! Ma da parte loro non è venuto nulla. Scusa, domanda Nabil, ma la pena è un tormento, fa male no?, che vor di’ umanizzarla? E poi, senti, ma secondo te chi è quell’autorità che dovrà decide qual è il grado di sofferenza che potemo sopportà? Co quali criteri si stabilirà il livello di dolore accettabile? Ma daje! L’opinione pubblica, replica er Faina, deve immaginarci rabboniti, vuole leggere cose di noi carcerati per farsi un’idea di persone conquistate alla retta via. Molti detenuti lo fanno già. Ci crederanno, non ci crederanno? Che ce frega? Se però diciamo queste cose, capace che il morso della galera si allenta e possiamo uscire prima. Sfogliando un libretto dice, ascolta cosa scrive un carcerato nel suo testo, intitolato “Dentro sono libero”, afferma “mi sono sporcate le mie mani di sangue”, ma il “dolore è fertile “ e “ci costringe al faccia a faccia con te stesso e può aiutarti a correggere l'errore iniziale”. Queste cose la gente vuol sentire dire da noi, vuole che diciamo che accettiamo la sofferenza per espiare la colpa. Lo so che è un discorso troppo vecchio ma è la realtà di oggi. Ma che cazzo dici! Marcello ha sgranato gli occhi, è fuori di testa nel sentire che un carcerato esalta il dolore che subisce, borbotta, e perché non gli chiediamo di torturarci? Ma no!, si fa per dire, con queste parole ci immaginano ravveduti, non più in grado di commettere reati e quindi possiamo uscire. Senti questo scritto, “Ero analfabeta quando sono entrato in carcere, un quarto di secolo fa, sono cresciuto tra le capre che portavo al pascolo. Ma ora l'uomo analfabeta scrive: è la scrittura che mi sta salvando. Sono un altro”. Nabil sbotta, bravo!, alleva’ le capre, quelle che poi la bella gente se pappa, è una colpa? Forse dobbiamo scusarci di non essere nati nei quartieri bene, mavatteneaffa… Senti quest’altro, insiste er Faina, ero prigioniero di “oppio lacrime whisky e sesso” che mi hanno reso “assassino della mia anima”. Scritti premiati in un concorso per la scrittura di detenuti. Marcello al sentire queste ultime parole, per evitare di incazzarsi, se ne va da un’altra parte del passeggi, urlando ciaooooooo. La prospettiva di una protesta aggrega persone nuove e amplifica l’elenco delle cose da rivendicare. Deve finire l’arroganza delle guardie, devono essere aggiustate le celle ridotte in condizioni pessime e sovraffollate, così le docce con poca acqua calda e fatte troppo di rado, gli spazi di socialità interna sono troppo ristretti, c’è troppa lentezza nel percorso per avere le misure alternative, le domandine e le istanze giacciono nell’ufficio del direttore o in quello degli educatori il cui numero continua a scendere. Questi punti si sono aggiunti allo sdegno per il detenuto suicidato e fanno aumentare i favorevoli alla protesta. Soprattutto la prepotenza delle guardie scuote le passività di molti che non la sopportano più. ……………….. Sono quasi le 12 di mattina e anche oggi si snodano i rituali attivati dagli spesini, dai porta vitto e dai lavoranti di sezione. In queste ore le guardie stanno in rotonda a chiacchierare tra loro così si può parlare e discutere tra occupanti di celle dirimpettaie. Marcello attaccato al cancello con il braccio destro che gesticola e la sigaretta tra le dita dell’altra mano, tira fuori un boccone amaro, a Fra' lo sai che a Renzo, quello che sta alla B, gli hanno rifiutato la semilibertà. Non lo sapevo, che infamità!, l'aspettava da tempo, con tutta la fatica che ha fatto per trovare un lavoro!, commenta Franco. Tre anni, so’ tre anni che ce prova. Fanno come cazzo je pare, denuncia Marcello. Un percorso premiale viene concesso solo a chi accetta il dogma del trattamento è individuale4, sconti di pena, permessi-premio, accesso alle misure alternative esterne al carcere, ecc. A Marce’ non riusciamo a essere come ci vogliono loro, commenta Franco, loro vogliono che ci concentriamo solo sui nostri problemi, isolati gli uni dagli altri, senza nessuna solidarietà. Te credo che far rotolare lo sgabello5 è l’unico modo per non farsi cojonàre, sottolinea Giuann, un uomo sui cinquant’anni, corporatura robusta, veneto, come si fa a sostenere queste stronzàde, che affondano nella nebbie della relijón del passato o nei deliri della genetica, no Marce’? Non solo questo, interviene Paolo, detto er Secco, ben oltre la trentina baffi e capelli neri un po’ arruffati, di origine sarda, anche lui della cella 19, ci schedano con l’osservazione scientifica, che non si capisce con quali strumenti la realizzano e non si basa su elementi verificabili, niente di scientifico, è una valutazione arbitraria. L’«osservazione scientifica» è un vecchio strumento, interviene Carlo, progettato per la popolazione carcerata di un tempo, i barboni, i senza casa, i disperati, i mendicanti, emarginati prima ancora che dal carcere, dall’ambiente sociale. Ma oggi, noi frequentatori del carcere siamo integrati nel contesto urbano, assai più delle guardie addette a rieducarci. Siamo stati inseriti nell’attività scolastica e lavorativa, poi ci hanno licenziati o ce ne siamo andati. Però noi, «delinquenti» di oggi non c’entriamo nulla con la tipologia del disadattato sociale. A Carlooo, emarginati qui dentro ce diventamo. Ce scordamo le amicizie e le relazioni sociali, corregge Giuann, qui dentro trionfano gli stessi odiosi traguardi dell’individualismo egoistico che regna fuori, arricchirsi, riuscire, vincere, ostreghéta. Come se non bastasse sentirsi il fiato sul collo della compagna oscura?, la solitudine, che non ti abbandona mai, aggiunge Paolo. Anche se stai in mezzo al fracasso, la senti addosso, è invisibile è aggrappata al collo. Si aggira in uno spazio avvolto su se stesso, ti porta in un labirinto mentale. Noi ci aggiriamo in questo groviglio ritrovandoci sempre più soli, come i deportati. ……………. La discussione sulla proposta di una fermata all’aria, non avveniva da anni in questo carcere e ha contagiato tutti, poi, come per magia, ha fatto venir fuori dalle bocche dei prigionieri proposte, idee e indicazioni finora taciute. Una creatività straordinaria. Un andazzo che si presenta spesso in carcere, dove l’ordinario è nullo e totalizzante da coprire ogni altra espressione. Ora l’ordinario si è incrinato per un’idea di protesta che circola e, da quella breccia, schizzano fuori idee e proposte non più oscurate dalla dittatura dell’ordinario. Sono idee a volte bizzarre che spuntano come margherite a primavera, sono progetti per organizzare i carcerati nelle mille attività innovative. In questa baldoria rinfrescante, accarezzata dal tiepido sole di aprile, si scompaginano le aggregazioni esistenti. Chi fino a ieri è stato gregario, oggi veste i panni di quello che ha qualcosa da proporre e che viene ascoltato perché espone riflessioni appassionate in un angolo del passeggio, lontano dalla porta dove stazionano le guardie, e le proposte entusiasmanti accendono gli astanti. Succede anche nella società «libera». È una caratteristica degli ambienti molto ordinati dove il dispotismo del rituale quotidiano è egemone, ma quando si apre una fessura, ne esce di tutto. Le proposte accantonate da tempo, sono esplose, sono tante e impressionanti. Ciascuno è convinto che la sua sia la migliore e la discussione si anima a tal punto che rischia in ogni momento di trasformarsi in zuffa. Ma ora la tensione si indirizza verso le guardie. Esplode al toc toc della grossa chiave della guardia sul cancello del passeggio, accompagnata dalle solite parole urlate, «si rientra», che arriva nel momento in cui molti capannelli sono nel bel mezzo della discussione giunta a un punto interessante. Così più di un carcerato risponde a brutto muso, ci rubate sempre dieci minuti, e qualcun altro, e aspetta!, facce pija un po’ de sole e vaffanculo! …………………… Si mette in moto il coinvolgimento di tutto il carcere formato da 4 sezioni. Per questi compiti sono decisivi i lavoranti della cucina, gli scopini, gli spesini e i porta vitto, che provengono dalle quattro sezioni e passano di cella in cella per tutte le sezioni e raccolgono pareri, consensi e divergenze. Ma ancora non basta, per far meglio viaggiare il dibattito ci si inventa un torneo di calcio da iniziare subito e da giocare nel campetto di calcio che usano le guardie. In carcere si gioca al calcio moltissimo, anche negli stretti spazi dei passeggi. A volte, su richiesta, si può utilizzare il campo in terra, comunemente usato dalle guardie. Si propone al direttore di iniziare un torneo tra le quattro sezioni, alla fine del quale, la selezione vincitrice potrà incontrare la squadra delle guardie. È chiaramente una proposta strumentale perché non tutti i carcerati gradiscono l’incontro calcistico con le guardie. Per il direttore è un invito stuzzicante, per lui sono punti di merito far svolgere una partita di calcio tra guardie e carcerati, iniziativa ben vista dal Ministero perché loda tutto il sistema penitenziario. A Via Arenula a Roma, i funzionari del Dap, considerano l’incontro, anche calcistico, tra guardie e detenuti un tragitto fondamentale della prassi rieducativa, si illudono sia possibile una collaborazione sincera tra i carcerieri che ti chiudono la porta e i carcerati, a cui quella porta viene chiusa. Stramberie che albergano nelle menti di funzionari, ma anche nei regolamenti e nelle leggi ……………. Intanto il dibattito sulla opportunità della protesta tra i carcerati delle quattro sezioni A, B, C, e D prosegue. Buone le comunicazioni, per lo più al di fuori dalle regole, ma efficaci, si svolgono con la teleferica. È questo un metodo antico con cui i detenuti di piani diversi comunicano. Si costruisce un cordoncino attorcigliando del filo, ad esempio srotolando un calzino, si cala dalle sbarre il cordoncino con in cima legato un foglio di carta con su scritto delle cose, dalle sbarre delle celle di sotto una mano ghermisce il foglio. Se le sbarre sono troppo strette per la mano è sufficiente l’ausilio di un mestolo o il manico di una scopa con in cima un piccolo gancio costruito con cucchiai di plastica riscaldata. Quando quelli di sotto vogliono comunicare qualcosa a quelli di sopra, bussano sul soffitto tre colpi col manico della scopa, è quello il segnale, si cala il cordoncino cui si attacca un foglio. La consultazione realizzata attraverso le partite di pallone, i giri degli spesini e dei porta vitto, nelle celle degli altri reparti e il dibattito per mezzo della teleferica è stata massiccia. Tutti i detenuti del carcere hanno potuto esprimersi, la gran parte vuole rompere questo silenzio mortifero che ha il sapore della rassegnazione e far sentire la propria voce su molti aspetti della condizione carceraria. La decisione si sta concretizzando. Il giorno che riscuote più consensi è il sabato, dopodomani. La protesta, fare una fermata all’aria pomeridiana. Farla nel pomeriggio per produrre maggior disagio al funzionamento del carcere. Il gruppo più consistente di guardie, quelle del turno giornaliero, terminata la conta pomeridiana dalle 15 alle 16, smonta dal servizio e se ne va a casa, dopo aver consegnato al turno pomeridiano-serale entrante il numero di detenuti verificati dalla conta. Con la fermata all’aria del pomeriggio si costringono le guardie del turno giornaliero a rimanere in carcere, finché non avranno chiuso tutti i detenuti nelle celle e verificato il numero. ………………….. Ore 15,00 la guardia come al solito batte la grossa chiave contro il cancello e urla, “si rientra”! Un gruppetto di detenuti, si avvicina al cancello del passeggio, uno di loro mette la mano sul cancello come a dire che quella porta non si deve aprire. E dice alla guardia di chiamare l’assistente, il graduato o il capo-turno perché devono dirgli una cosa importante. Arriva l’assistente, che, nella concitata discussione che segue, alcuni chiamano col vecchio termine di brigadiere. Emilio gli consegna un foglio con le rivendicazioni e afferma, con la solennità che riesce a esprimere, che i detenuti si rifiutano di rientrare in cella e attendono nel passeggio le risposte a quelle richieste. Dietro Emilio c’è Marcello con un sorriso esplicito, di nuovo Emilio è con noi. L’assistente risponde che va bene, il foglio lo consegnerà al direttore, però i detenuti devono rientrare in cella e lì aspettare la risposta. Tra i due detenuti, Emilio e Roberto, e l’assistente si avvia un tira e molla agitato che dura una decina di minuti. Non riuscendo a sbloccare questa situazione, l’assistente va a chiamare il capo delle guardie, oggi sovrintendente o ispettore, ieri maresciallo o marasca, nel linguaggio dei detenuti. Questi inizia con le minacce in tono burbero, vi faccio rientrare con la forza, vi butto tutti alle celle, vi denuncio. Ma non ottiene risultati e allora passa a esporre un ragionamento basato sul fattore tempo, ora il direttore non c’è, dice, viene domani, dovrà sentire il ministero, e conclude, voi rientrate in cella e domattina il direttore vi farà sapere. Nessun prigioniero si muove e uno di loro continua a mantenere la mano sul cancello e resta lì. La situazione è una sospensione del tempo imbarazzante per le guardie che aspettano ordini e anche rinforzi se devono fare un’azione di forza. I detenuti aspettano che succeda qualcosa, alcuni sperano che arrivino presto le 16,00. Un’ora di fermata è il tempo concordato per questa prima protesta e già mezz’ora è trascorsa. Alle 15 e 45 arriva il direttore, smentendo il capo delle guardie che lo segnalava fuori città, urla di rientrare altrimenti saranno guai per tutti. Nel passeggio nessuno si muove, sembra un fermo immagine. Quella immobilità inaspettata colpisce il direttore, abituato a ben altri comportamenti dei detenuti sotto la minaccia di provvedimenti disciplinari. Cambia registro e dice con tono colloquiale di rientrare in cella e nei prossimi giorni acconsentirà di incontrare una delegazione di detenuti. I due carcerati che hanno interloquito con guardie e direttore, con voce appositamente bassa e rallentata, dicono che è necessario che venga almeno fissata la data e l’ora dell’incontro. Sono due vecchi carcerati, Roberto e Emilio che conoscono le sfumature per far uscire dai gangheri l’altra parte. Difatti alcune guardie tentano una provocazione, fanno la mossa di voler aprire a forza il cancello ed entrare col manganello in mano, ma il direttore li ferma. I detenuti continuano a stare all’aria tranquilli chiacchierando e passeggiando. Se c’è tensione dentro ciascuno, e ce n’è, da fuori non si vede. Le guardie si organizzano e i rinforzi arrivano in massa. Sono quasi le cinque del pomeriggio, tra qualche minuto termina la fermata all’aria. Ma la punizione è ormai avviata e l’ordine istituzionale non può abdicare al suo ruolo punitivo. Entrano di forza nei passeggi e manganellano. Parapiglia, spinte, calci, urla e manganellate, qualcuno che fa più resistenza viene portato alle celle di isolamento, altri vengono presi a caso perché l’ordine è portarne un gruppetto alle celle secondo il tradizionale stile sbirresco, la punizione di alcuni deve risarcire la ribellione di tanti. Dopo la colluttazione di circa mezzora, vengono spinti, a calci e manganellate nelle sezioni. Tutto questo trambusto si protrae fino alle 17,00, quando tutti sono rinchiusi nelle celle. Qualcuno commenta a voce alta, molto alta, saremmo rientrati un’ora prima, alle 16, se non ci avessero aggredito. …………….. Il giorno dopo, domenica, niente andata all’aria e sono sospesi i colloqui con i familiari fino a nuovo ordine per tutte le sezioni. Si dice che ci saranno denunce e molti perderanno i tre mesi di sconto (la liberazione anticipata), molti perderanno i permessi e altri benefici. Ora ci sono quattro detenuti alle celle, molti con i lividi lasciati dai manganelli. …………….. Arriva l’ora della chiusura, passano i secondini e chiudono le blindate con la chiave. I loro passi sono stanchi, strascinati, 6 pedate di scarponi sul pavimento, tre guardie transitano buttando un occhio distratto nella cella, poi il clang della serratura di ferro che viene chiusa, il ritmo non cambia ma è spento, la guardia passa e chiude come una partita di carte annoiata. Si spengono le voci, nel corridoio regna il silenzio. Si chiudono anche gli sportelli degli spioncini, da quel momento è la cella l’unico habitat di quegli uomini, venti metri quadrati, il loro universo. In quello spazio ogni cella costruisce una dimensione e uno stile proprio. La chiusura verso l’esterno ne fa un bozzolo con ritmi propri, separato dallo spazio circostante, diverso dalle altre celle. Gli occupanti si ingegnano a organizzare ogni giorno venti ore e più di convivenza tra loro, per giorni, per mesi, per anni. La dislocazione degli oggetti, l’avvicendarsi nell’uso dei ridottissimi spazi comuni, la cadenza e il muoversi degli abitanti è peculiare di quel micro-universo, è il risultato della costruzione di un difficile equilibrio tra cinque o sei soggetti diversi, costretti a convivere. Ogni cella è differente dalle altre, anche se le persone che le abitano hanno molti punti in comune tra loro, anche se hanno fatto per anni la stessa attività politica, oppure amici di batteria di lunga data. In carcere si pretende ordine, come in ogni posto di lavoro, in una fabbrica, in una azienda agricola, in un ufficio, soprattutto quelli di nuova concezione e anche in una famiglia. Le persone devono adattarsi a questo ordine prestabilito, convivere e morire con esso. Finora non è mai successo il contrario: un ordine costruito sulle necessità delle persone cui le strutture si devono adeguare. ………………. È questo il carcere. Intriso di dolore, di lunghe attese e speranze. Il carcere è sempre lì in agguato, pronto a inghiottire corpi come fosse un mostro insaziabile. E lo è! Finché non lo aboliamo!