Il sistema campo: prigioni a cielo aperto La profonda messa a sistema dei dispositivi di controllo e repressione nei confronti delle persone immigrate, così come la vediamo oggi, ha vissuto un passaggio determinante con la cosiddetta "emergenza nordafrica" (2011). La differenziazione tra quelli che oggi vengono comunemente etichettati come "migranti economici", ovvero clandestini da deportare, e "richiedenti asilo" ha creato diversi circuiti di internamento, smistamento, gestione e controllo. Se per i primi, dai nuovi centri di identificazione forzata chiamati "hotspot", l'unico binario è quello dell'espulsione immediata o dell'internamento nei CPR (ex CIE) prima della deportazione, per gli altri, le persone costrette a richiedere protezione internazionale pur di avere un permesso, esiste un circuito di vaste proporzioni: piccoli o grandi centri di accoglienza con varie denominazioni ("seconda accoglienza"), ghetti di tende e baracche concentrati nei luoghi di produzione ("terza accoglienza"). Per descrivere lo sfruttamento della manodopera nelle campagne, non possiamo assolutamente circoscriverlo a chi fa ingresso oggi nel paese ma, la normativa repressiva nei confronti delle persone immigrate e il "sistema campo" sempre più affinato, hanno un peso riguardo la chiusura di un circuito in cui la mobilità si può esprimere. "Documenti, case e contratti" sono le rivendicazioni che le persone immigrate che vivono o lavorano nelle campagne portano in ogni loro azione di lotta: blocchi, scioperi, picchetti e cortei a cui si sommano le resistenze agli sgomberi dei ghetti. I ghetti, comunemente concepiti come insediamenti informali per lavoratori stagionali, negli ultimi anni sono luoghi abitati costantemente: da una parte la crisi economica che ha costretto soprattutto le persone immigrate a lasciare le metropoli e le città, dall'altra la perdita o il non ottenimento di un permesso di soggiorno ha trasformato questi luoghi nell'unico e ultimo posto dove poter vivere. Il consolidamento di questi insediamenti ha sviluppato una forte presenza dell'apparato umanitario/assistenziale, tipica dei contesti emergenziali, fatta di associazioni, ong e sindacati che gestiscono servizi, attivando una mediazione continua con lo Stato su ogni aspetto dell'esistenza, al posto delle persone stesse. Obiettivo ultimo dello Stato è rendere questi luoghi dei veri e propri campi di lavoro formali, per organizzarli e gestirli unicamente come serbatoi di manodopera. Il campo di lavoro, così come recentemente sperimentato nella Piana di Gioia Tauro, ha mura di recinzione, telecamere sul perimetro e all'interno, ingresso regolato da un sistema d'identificazione, orari d'ingresso e rientro, l'impossibilità di cucinare autonomamente, l'assenza di spazi comuni e la presenza costante di un servizio di guardiania. Davanti a questo ulteriore controllo delle esistenze, palesemente carcerario, si organizza la resistenza agli sbomberi da parte di chi abita i ghetti. Per concretizzare gli sgomberi e il conseguente trasferimento forzato, lo Stato sta attuando diverse strategie. Recentemente, nel marzo del 2017, le autorità hanno assediato per quattro giorni il Gran Ghetto di Rignano con l'intento di identificare e deportare nei campi di lavoro chi abita nelle campagne del foggiano. Nonostante le numerose proteste autorganizzate da chi abitava nel ghetto, la crudeltà dell'assedio creò le condizioni per un vasto incendio tra le baracche in cui hanno perso la vita due lavoratori delle campagne, Mamadou e Nouhou, compagni impegnati da anni nelle lotte.