Inviato da Leda il 12/2/2012 1:00:00 
Entrare
Fa un freddo allucinante qui fuori.
Sto aspettando che arrivi Giada, mi ha detto che è meglio essere
accompagnati da un viso già conosciuto, la prima volta che si
entra.
mentre cammino mi vengono in mente tutte le dritte e gli accorgimenti che ho ricevuto, per entrare.
Si
accavallano un po', Le parole di Giada sono quelle che ritornano
in modo più regolare; accelero il passo e vado al ritmo dei
pensieri che diventano più nitidi nella mia testa.
Soprattutto provo a immaginarmi la struttura fisica, della prigione.
Aspettando
qui fuori mi viene in mente che forse non arriverà mai nessuno, e io
dovrò entrare da sola. Mi rendo conto che sì, sono nervosa. "Alla fine
sei in una botte di ferro, se c'è un posto in cui la sicurezza è certa,
quello è il carcere." "Beh...te lo immagini, no? Come può essere una
galera?"
Un'idea ce l'ho: vivevo dietro il carcere. Così
nel tragitto mi perdo all'interno di questa idea . Dalla finestra
della mia stanza, vedevo la postazione rialzata della guardia che fa il
turno sopra, lassù, in piedi, in una scatola di vetro, a guardare,
curare, sorvegliare; guardavo la sua ombra che guardava il vuoto,
entravo con la fantasia dentro i corridoi, decidevo i colori dei muri,
le facce, semplificavo le immagini; a posteriori mi rendo conto che
erano immagini rubate a film, all'elaborazione mentale davanti agli
articoli che parlano di detenzione, ai racconti degli altri. Sono
arrivata davanti all'entrata. Do le spalle alla porta di vetro, la
telecamera in alto a sinistra, un gufo. Il telefono vibra:
"Sono già dentro, vieni".
"Ok".
Devo suonare
“Avevano chiuso la porta dietro noi civili […].
Una volta che sei
dentro, sei proprio dentro”
Céline, Viaggio al termine della notte
E
allora suono. E' il primo di una serie di campanelli, avrei imparato
presto che, prima di entrare, di soglie, ne devi varcare quattro.
La
prima si apre. Il primo agente mi guarda . Per me è il primo giorno,
per lui il milionesimo. Dal gabbiotto mi esamina un attimo, apre la
seconda porta per poi chiedermi chi sono. Dietro quella seconda porta a
vetri, che si apre lentamente, c'è Giada che mi sorride. Gli lasciamo
documento e telefono. Cerca su un fascicolo che ha la mole di una bibbia
scritta a mano, chi sono io e cosa sono venuta a fare. Eccomi, vedo una
scheda con il mio nome. Adesso in mano ho un cartellino con scritto
"visitatore esterno"che dovrei appendere alla giacca, ma la pinza è
rotta. Vabbè, lo metto in tasca. L'agente nota il mio gesto.
"Non lo perdere eh? che sennò non ti faccio uscire" mi dice con un forte accento sardo.
Primo checkpoint superato.
Campanello numero 2. Registrazione numero 2.
Una guardia segna distrattamente i nostri nomi, il mio, come al solito,
lo devo ripetere un paio di volte, segna comunque un nome sbagliato,
“ok?” mi chiede con gli occhi, faccio sì con la testa, si sta
spazientendo e non ho voglia di fare lo spelling. Lasciamo le borse e ci
prendiamo la chiave dell'armadietto. In tasca, anche lei.
Ed
ecco la prima immagine, questa volta reale, che immagazzino: le chiavi.
Chiavi d'ottone grandi come la mia mano, penzolano sui fianchi e
tintinnano. San Pietro, penso, però le chiavi non sono quelle del
paradiso. E le chiavi si infilano nella serratura delle prime sbarre, la
porta cigola, da manuale delle migliori storie inquietanti.
Ora
cammino per i corridoi, le braccia mi si aprono davanti, le griglie
delle sbarre mi si chiudono alle spalle. E porte di ferro verde, passi
accanto ai miei, risate, chiacchericcio, lamentele, rumore metallico. Mi
salutano tutti e mi guardano, un po' incuriositi, un po' scrutatori.
Mi fermo per capire dove devo andare, ascoltando le conversazioni che mi scivolano vicino, mi sono un attimo persa.
"Eccoci", la voce di Giada mi riporta alla realtà, "tu devi salire
quella rampa di scale e ci sei, se vuoi ti accompagno, comunque siamo
arrivate". No, se ne va.
Il corridoio lo attraverso
velocemente, dalle porte laterali, uffici, infermeria, sportello
alimenti, a seguire il mio passo, ci sono gli sguardi delle divise blu e
di qualche camice bianco, i dottori. E infatti sembra di stare un po'
in ospedale, se non fosse per il freddo : una colata di freddezza che
esce dai muri, che ti si rovescia addosso. I colori, i colori sono
ghiacciati. Appesi ai muri dei quadri che dovrebbero rendere il posto un
po' più "accogliente".
Mi fermo davanti alle scale, anzi, mi
fermano. Un agente viene verso di me e mi chiede dove vado. e di nuovo,
nome, ruolo, commenti, battutine. E cosa ci sono venuta a fare e che
senso ha e anche io vorrei andare a scuola e mi guarda da cima a fondo.
Siamo all'incrocio tra due braccia: il giudiziario e il penale. La
porta che ho appena varcato, adesso, è chiusa, dal vetro però si vedono
uomini che camminano, che si allontanano e si avvicinano, la divisa
segnala la differenza tra guardie e ladri, quello che arriva verso di
noi, è una guardia, giovanissima, dovrebbe riferire al suo collega che
posso andare avanti. E invece si mettono a chiaccherare, dell'Inter e
del campionato.
"E lei, che squadra tifa?"
"Cosa?"-ma che cazzo dici?-penso
"Che c'entra...quella è femmina" risponde il primo, indispettito dal
fatto che io potessi essere iclusa nella loro conversazione , in cui per
altro non voglio entrare.
Inizia un dialogo dell'assurdo
sull'impossibilità femminile di apprezzare il sacro giuoco del
pallone. Sento i tratti del mio volto irrigidirsi.
Il più vecchio rincara la dose, "Lei è un'insegnante..."
Mi spazientisco, "insomma posso andare?"
"Ah, sì, sì. Prego" Avrei una gran voglia di mandarli a cagare, però mi
giro e salgo le scale, mntre loro sono arrivati alle ex che si
lamentano per le domeniche davanti al processo di Biscardi, io,
finalmente vado dall'altra parte, dai ladri.
I LADRI

Buongiorno.
Sono tantissimi. O forse è l'aula che è piccolissima. Li conto: 16,
dalle voci sembrano 30. Mi salutano tutti, alcuni si alzano per
stringermi la mano. Dalle porte (sono due, una con le sbarre e un blocco
di ferro verde con un oblò che permette al controllore, di controllare)
testoline incuriosite entrano dentro l'aula, l'agente richiama
all'ordine, mi chiede se è tutto a posto e si allontana.
Facciamo
il giro dei nomi: impronunciabili nomi magrebini, soprannomi, accenti
arabi, calabresi, siciliani e campani, e pisani. Alcuni di loro vogliono
anche dirmi perchè sono finiti dentro. No, questo non mi interessa,
dico loro, alla fine dell'anno scolastico, me lo avrebbero detto
comunque. Sorridono e chiaccherano, con me e tra di loro.
Professoré- no, quest'appellativo, per quanto scontato, non me lo aspettavo- secondo lei ce la facciamo a fare quest'esame?
Io l'inglese non lo capisco proprio, e manco il computer. La storia poi…
Io lo odio, l'americano, e gli amiricani, sti cazz'i yankees.
Che c’entrano ora gli americani?
C’entrano sempre.
Diritto mi sa che lo conosciamo un po' tutti..
L’aula
si riempie delle loro voci che si sovrappongono, li ascolto e sono a
mio agio, completamente a mio agio. E' che ridono, ridono tanto- neanche
questo me lo aspettavo.
Adesso mi ricordo perchè sono entarta qui
dentro, perchè ho voluto venire qui. Davanti a me 16 uomini, dai venti
ai cinquant'anni, discutono, osservano, si perdono nei loro pensieri, mi
ignorano, cercano attenzioni, e alcuni, sicuramente, mi stanno odiando.
Un ragazzo in un angolo, carnato scuro, alza di tanto in tanto la
testa, rivolta alle mani che tiene sul banco, senza voglia, disturbato
dall'euforia dei suoi compagni di classe. Alain è sudamericano, quando
si presenta, biascica il suo nome tra i denti, non lo capisco e gli
chiedo di ripetere, ci mette un attimo, mi guarda storto e poi scandisce
la parola sillabandola, come se fossi un'idota. E il suo sguardo è
eloquente, mi sta dicendo: “ma che cazzo ci sei venuta a fare?”, come
l'agente di prima, ma in un altro modo. Gli sorrido, e la cosa sembra
dargli ancora più fastidio. Un pezzo di umanità, chiusa qui dentro,
lontana mille miglia da noi, da fuori. Un pezzo di umanità continua ad
esserci e adesso io ce l'ho davanti agli occhi. Adesso io sono dentro. E
l'odio che leggo negli occhi di Alain non mi dà fastidio, lo capisco:
nella tasca sento il cartellino plastificato, io da qui ci esco, anzi,
il rischio è che non mi ci facciano entrare, semmai.
Ho a disposizione solo mezzora, e vola, mezzora, oggi non è previsto che io faccia lezione.
Quando raccolgo la mia roba i ragazzi mi ringraziano, per essere
venuta, per avere deciso di seguirli, di insegnare. Alcuni escono di
fretta, a fumare una sigaretta. Davanti alla porta un gruppetto di
detenuti si sposta scortato da un agente. Alain è vicino a me, ma
lontanissimo,
Dove vanno?Gli chiedo più per rivolgergli la parola che per avere una risposta. Mi guarda appena.
Se van a la guerra.
Se
van a la guerra, risponde, a se stesso, non a me. Non mi vede, è
altrove,o forse è da troppo tempo che è qui dentro, a fare la guerra.
Non so dargli un'età precisa, sembra davvero giovanissimo, nonostante
una linea pesante gli attraversi la fronte. Lo guardo andare via.
Quando esco il mio passo è più sicuro, ho memorizzato il percorso.
Clac, clac, clac. Le porte ad una ad una si aprono per farmi uscire,
riprendo la borsa, la carta d'identità, il telefono. Faccio il viaggio
di ritorno.
"Arrivederci". L'ultima porta.
La telecamera-gufo. Fuori.
Accendo una sigaretta, cammino verso il centro.
Beh...Com'è andata? Com'è?
Fa un freddo allucinante, lì dentro.