*Come si usa questo pad Prima di tutto mostra l'indice. Per farlo, clicca sulla rotellina in alto a destra: * Lì, clicca su "Show table of contents" (forse è "Mostra indice" se hai il computer in italiano? non lo so bene, ma è la penultima cosa che puoi attivare. * A questo punto vedi l'indice sulla sinistra, che ti permette di spostarti facilmente tra le varie sezioni. MEGAROR Trasmissioni tematiche --> Asia --> dentro c'è sigla e stacchetto (da usare prima di clausole di salvaguardia) *Codici ISO paese AFG- Afghanistan BAN-Bangladesh BHU-Buthan CMB - Cambodia CHI - Cina INO - Indonesia KOR - Corea LAO - Laos MYA - Myanmar NEP-NEPAL PHI-Filippine RUS - Russia THA - Tailandia VIE - Vietnam JPN- Giappone Se nel testo ci sono due paesi, sono in ordine alfabetico con un meno (-) fra un paese e l'altro, senza spazi. Per es China-Russia CHI-RUS. Se cerchi una trasmissione su un paese guarda nel table of content e vedi i codici. *Risorse naturali e lavoro Ovvero niente lavoro senza materie prime 3.1 Intro Nella teoria di Marx, la vera fonte del profitto (plusvalore) è lo sfruttamento del lavoro nel processo di produzione. I capitalisti investono nei mezzi di produzione e nella forza lavoro. Estraggono plusvalore pagando i lavoratori e le lavoratrici meno del valore di ciò che producono. Il plusvalore diviene profitto quando le merci prodotte vengono vendute. E invece cosa è la finanza? Marx considerava la finanza come uno strato sovrapposto all’economia reale. Vedeva la finanza come dipendente, in ultima istanza, dal plusvalore generato nella sfera della produzione. Le attività finanziarie, secondo Marx, non creano nuovo valore; si limitano a redistribuire il valore già esistente. Marx spiega anche che la finanziarizzazione tende a concentrare la ricchezza nelle mani di un numero ristretto di persone che controllano le istituzioni finanziarie e hanno accesso ai mercati finanziari. Il settore finanziario estrae valore dal resto dell’economia attraverso commissioni, pagamenti di interessi e attività speculative, arricchendo ulteriormente i più ricchi a scapito dei lavoratori, delle lavoratrici e delle imprese produttive. Benvenuti alla trasmissione di oggi, in cui analizziamo in che modo il ruolo della Cina nelle catene di approvvigionamento globali metta in discussione il dominio del capitale finanziario occidentale come forma strutturale di modifica del paradigma economico occidentale. Come spiegava Marx, se il profitto è radicato nello sfruttamento del lavoro, quando la speculazione finanziaria prende il sopravvento sulla produzione, il sistema diventa instabile, si distacca dai bisogni reali ed è soggetto a crisi di sovrapproduzione. Un sistema di governo comunista, invece, dovrebbe rifiutare la finanziarizzazione. Cercheremo di descrivere come la Cina, con la sua economia controllata dallo Stato sotto la guida del Partito Comunista, abbia intrapreso un percorso diverso rispetto all’Occidente. Pur partecipando ai mercati globali, si è posizionata al centro di quasi tutte le catene di approvvigionamento, dalla manifattura alle materie prime . Il dominio esercitato dalla Cina non è solo una strategia economica: è un contrappeso alla visione occidentale dell’economia basata sulla massimizzazione dei profitti dell'imperialismo finanziario. Con questo dominio, la Cina interrompe l’accumulazione del capitale finanziario rimettendo la produzione stessa nello spazio conteso fra est e ovest. Questo cambiamento comporta delle conseguenze, per noi qui. Il declino della base industriale dell’Occidente, aggravato da decenni di finanziarizzazione e delocalizzazione, ha portato a una perdita di posti di lavoro e a un’instabilità economica per i lavoratori e le lavoratrici, specialmente negli Stati Uniti e in Europa. Esplorando il ruolo della Cina nella trasformazione della produzione globale, ci chiederemo: questa trasformazione sfida realmente lo sfruttamento capitalistico come dovrebbe fare un paese comunista? O sposta semplicemente il centro di gravità del sistema capitalistico? Approfondiremo la questione, ma facendo attenzione, perché questo ragionamento non è chiaro, non è così semplice come pensiamo, e mette in discussione molte delle narrazioni che abbiamo in mente sulla Cina, anche noi compagne e compagni e compagnu. 3.2 Introduzione: qualche basilare concetto economico Concetto per chi legge la trasmissione, ma non necessariamente da dire in radio: Una catena di approvvigionamento è una rete di organizzazioni, persone, attività, informazioni e risorse coinvolte nello spostamento di un prodotto o servizio dal fornitore al cliente. Rappresenta i passaggi necessari per trasformare le materie prime (e le loro componenti) in un prodotto finito e consegnarlo al cliente finale. * Immagine di una catena di distribuzione, per vostra informazione (coperta da copyright) (commento sull'immagine: la base della supply chain è il raw material o risorsa naturale, il top of the supply chain is the costumer, il cliente. Base e apice saranno concetti usati nel testo.) Una catena di approvvigionamento ha una base e un apice. Le materie prime sono all'inizio, o alla base; percorrendo tutta la catena, si arriva all’acquirente finale, il cliente. La catena di approvvigionamento inizia con la materia prima, ad esempio il petrolio, che viene poi estratto. Il petrolio viene estratto dal suolo. Qualcuno, che in termini economici può essere descritto come fornitore, nella catena di approvvigionamento porta la materia prima da un pozzo petrolifero ad una fabbrica. La fabbrica raffina la materia prima, ad esempio nella raffineria di petrolio. Dopo la raffinazione, c'è un distributore. Si tratta di un’azienda che prende il petrolio raffinato, la benzina per esempio, e la spedisce in tutto il mondo. A questo punto, la benzina è pronta per essere venduta e arriva al settore della vendita al dettaglio, cioè la stazione di servizio. Solo a quel punto, noi, i clienti, andiamo alla stazione di servizio e riempiamo il serbatoio della nostra auto. Tutta questa catena ci è oscura, ma "accade" per qualsiasi prodotto. Siamo l’ultimo anello di una catena che inizia con una risorsa naturale... può essere un seme per coltivare il cotone per una maglietta, una miniera per produrre minerali che entrano nei nostri telefoni cellulari o qualsiasi altra cosa. Dove si guadagna il denaro? Ok, direte voi, il denaro si guadagna alla fine, quando questo processo incontra il cliente. Ma qual è il soggetto più potente nella catena di approvvigionamento? Dove vengono prese le decisioni? Chi muove davvero tutta questa catena? Se ci pensate, è un dato di fatto che il vero potere sta alla base della catena, mai alla fine. Per es., le guerre si combattono per il possesso dei migliori giacimenti petroliferi o delle migliori terre coltivabili. Due Paesi in guerra potrebbero tentare di bombardare reciprocamenente le rispettive raffinerie di petrolio, mettendo a rischio i propri equipaggi aerei, ma è più probabile che inviino eserciti, via terra, per conquistare l'intero giacimento petrolifero. Eppure, l’Occidente di oggi, marzo 2025, non sembra sia riuscito a comprendere questa semplice realtà delle catene di approvvigionamento. Mentre le amministrazioni USA si concentrano sull’imporre dazi sui prodotti finiti—cercando di rendere più costosi i prodotti cinesi—la vera battaglia è già stata persa. La Cina domina, e non domina solo la manifattura; la Cina controlla le materie prime che alimentano la produzione globale, che alimentano le catene di distribuzione globali. Ha trascorso decenni a garantirsi l’accesso a risorse vitali—terre rare, litio per le batterie, acciaio e prodotti agricoli—assicurandosi che, indipendentemente da dove venga assemblato un prodotto, esso dipenda sempre e comunque da input controllati dalla Cina. Nel frattempo, le economie occidentali si sono concentrate sulla finanza e sul consumo, esternalizzando la loro capacità industriale. Gli Stati Uniti e l’Europa stanno ora cercando di riprendere un po’ di controllo, ma le infrastrutture e le reti di approvvigionamento richiedono decenni per essere costruite. Ecco perché i dazi sui prodotti finali sono inutili: La Cina ha già vinto la battaglia per le materie prime. Le aziende occidentali possono assemblare e marchiare i prodotti, ma lo fanno solo utilizzando risorse cinesi, componenti cinesi e, spesso, secondo condizioni cinesi. Cosa significa questo per il futuro del lavoro e dell’industria in occidente? Sia l’amministrazione Biden che quella Trump si sono concentrate e si concentrano sul riportare la manifattura negli Stati Uniti ma, senza il controllo sulle risorse naturali, è un'impresa impossibile. L’Inflation Reduction Act di Biden offriva sussidi per rilocalizzare la produzione, mentre Trump spinge sui dazi per costringere aziende come Apple a riportare le fabbriche indietro. Ma queste misure trascurano un fatto cruciale: una base industriale non può esistere senza materie prime, e l’Occidente le ha perse.. Senza accesso a minerali chiave, metalli e fonti di energia, i capitalisti non possono produrre; lavoratrici e lavoratori occidentali semplicemente non hanno un’industria a cui tornare. I posti di lavoro non torneranno ad aumentare senza una catena di approvvigionamento. 3.2 Some examples 3.2.1 Il reshoring delle batterie negli USA (reshoring si traduce rilocalizzazione, significa de-delocalizzazione, rientro a casa delle aziende) Nel novembre 2024, le esportazioni cinesi di batterie verso gli Stati Uniti hanno raggiunto un record: 1,9 miliardi di dollari in un solo mese, con un aumento del 27% rispetto al novembre precedente. Si tratta delle batterie che alimentano i veicoli elettrici, le batterie agli ioni di litio. Biden voleva riportare l’intera catena di approvvigionamento di queste batterie negli Stati Uniti, distribuendo grandi sussidi alle aziende in grado di ottenere le materie prime necessarie. Ma nelle batterie ci sono molti componenti: litio, grafite e molti altri minerali e la Cina detiene quasi il monopolio su pressoché tutti questi materiali: nichel, rame, grafite, litio. Tenete a mente questo dato: la Cina produce queste batterie che esportava, a novembre 2024, dietro un compenso di solo 2 miliardi di dollari al mese. La Cina estrae tutti i minerali necessari, li trasporta, li assembla, produce le batterie, le imballa e le spedisce a noi utenti occidentali. Il tutto con solo 2 miliardi di dollari al mese. E che c'entra questo con la ri-localizzazione - ossia il contrario della delocalizzazione - della produzione e con l'uso delle materie prime? Proviamo a spiegare. Ci vuole molto tempo in Occidente per costruire e rendere operativa una nuova miniera. La progettazione e le indagini geologiche possono richiedere anni. Poi bisogna ottenere permessi e deroghe ambientali. Occorre costruire strade per raggiungere le miniere, trovare fonti d’acqua e, in ogni fase del processo, ci sono vincoli ambientali da considerare, oltre alle proteste delle popolazioni. E per quanto possiamo essere d’accordo con queste proteste, dall'altro punto di vista aumentano costi e tempi. Quindi, cosa fanno i politici e i leader industriali occidentali? Anche quei pochi che hanno capito che è necessario rilocalizzare intere catene di approvvigionamento e non solo le fabbriche, non sono più in grado di farlo. Perchè? Per vari motivi: * Lo Stato capitalista non ha i soldi per farlo. * Lo Stato democratico non ha la stabilità per farlo. * Lo Stato occidentale non ha il contesto sociopolitico che accetti la distruzione dell’ambiente e delle colture locali Quali sono i problemi nella ricostruzione della catena di approvvigionamento delle batterie, per esempio? * Per prima cosa, bisogna trovare investitori in Nord America e in Europa disposti a rischiare il proprio capitale a lungo termine per trovare nuove fonti di materie prime. Il capitalismo, questo, non lo prevede. * Anche lo Stato è povero... non c’è alcun modo che lo Stato occidentale possa sostenere costi simili. * La Cina invece può realizzare grandi profitti a prezzi molto più bassi rispetto ai nostri costi di produzione, perchè possiede l’intera catena di approvvigionamento e ha salari più bassi (anche se adesso si sono alzati), quindi non c’è competizione Ossia, dovremmo creare una nuova catena di distribuzione, dalle riserve naturali alle batterie, che rientri nel massimo di spesa dettato dalla Cina, ovvero 2 miliardi al mese. Ma in occidente per la stessa quantità di batterie spendiamo, magari, 3-5-10 miliardi. Non siamo competitivi. Quindi, ai politici occidentali sembra di dover eliminare la competizione e l'unica possibilità di farlo è escludere le aziende cinesi dalla possibilità di vendere in Occidente. In altre parole, devono imporre dazi. Devono spostare la battaglia al vertice della catena di approvvigionamento (dazi sul prodotto finale) per poterla ricostruire a partire dalle risorse. Tuttavia, dazi del 25% o persino del 100% o del 300% non sono sufficienti ad attirare investitori per rendere operative le miniere che ci servono. Perchè? Per esempio, la grafite, uno di quegli elementi chiave utilizzati nelle batterie dei veicoli elettrici, è il 28% di una batteria. La Cina produce quasi tutta la grafite mondiale. Un gruppo commerciale statunitense, prima del governo Trump, insisteva con i legislatori affinché, per poter competere con la Cina, imponessero dazi del 920% contro i fornitori cinesi di grafite. Si 920%!!!! Ovviamente, a parte questa richiesta assurda, la relocalizzazione della grafite porterebbe a batterie molto più costose, che costerebbero almeno il doppio. Per esempio, già oggi produrre batterie negli Stati Uniti è il 20% più costoso che in Cina, nonostante le aziende statunitensi utilizzino grafite di origine cinese, ossia le batterie statunitensi oggi si basano sulla catena di distribuzione cinese. Gli Stati Uniti o l’Europa possono produrre grafite? Northern Graphite, un'azienda canadese situata in Québec, è l’unico produttore di grafite in Nord America. Anche se gli Stati Uniti trovassero della grafite nel loro territorio, il costo per portarla sul mercato sarebbe comunque elevato rispetto ai prezzi attuali della Cina. Per questo motivo, le grandi aziende chiedeno ai politici statunitensi di introdurre barriere e ostacoli commerciali per escludere le forniture cinesi. Tesla è un enorme acquirente di grafite proveniente da aziende cinesi. Negli ultimi quattro anni, Tesla ha chiesto e ottenuto esenzioni dal dazio del 25% sulla grafite cinese (il dazio di prima del Trump2). Nei suoi documenti ufficiali, Tesla sostiene che nessun fornitore al di fuori della Cina ha la qualità o la capacità necessaria per soddisfare le esigenze della Gigafactory in Nevada; in questo modo ha ottenuto l'esenzione. Tuttavia, ci sono due aziende sudcoreane con impianti in Michigan e in Georgia, e anch’esse hanno chiesto esenzioni ma la Casa Bianca a loro le ha rifiutate; quindi le aziende coreane, paese amico, trasferiscono il costo del dazio ai loro clienti americani. Di Martino Niente da dichiarare Quindi riassumiamo un po' l’elenco dei problemi: * Tutto ciò che riguarda l’estrazione delle risorse naturali, comprensibilmente, in una democrazia genera proteste. La Cina reagisce a questo problema semplicemente estraendo in altri luoghi o reprimendo il diritto di protestare. Più difficile in occidente. Ed è anche per questo che non ci piace il comunismo cinese, per via della repressione, giusto? * Il processo di apertura e autorizzazione di una miniera richiede diversi anni e coinvolge agenzie statali e regionali. * Poi c'è il costo del lavoro... * Tutto questo fa sì che le batterie con catene di approvvigionamento, negli Stati Uniti o anche in Europa, abbiano un costo elevato. Un prezzo alto per la grafite e per gli altri materiali distrugge la domanda interna di batterie e, di conseguenza, quella dei veicoli elettrici. Cercare di escludere la Cina, richiede dazi molto elevati o divieti di esportazione totali, il che fa salire i prezzi, e quei prezzi elevati distruggono la domanda. Questo sta già accadendo oggi. I prezzi dei veicoli elettrici negli Stati Uniti e in Europa sono di 60.000 dollari, mentre in Cina sono sotto i 30.000 dollari, e continuano a scendere. Un problema aggiuntivo. L’infrastruttura per supportare i veicoli elettrici è già presente in Cina e in tutti i mercati in cui vengono venduti i veicoli elettrici cinesi. Le stazioni di ricarica, le officine meccaniche, gli strumenti e le competenze per la loro manutenzione sono già diffusi in tutta l’Asia. Lo stesso sta accadendo, su scala minore, in America Latina. Ma nulla di tutto ciò sta avvenendo in Nord America o in Europa, perché i prezzi sono così alti che nessuno sta acquistando veicoli elettrici. Questo sta causando, per esempio, i problemi dell’industria automobilistica tedesca e persino la sua deindustrializzazione. 3.2.2 Altro esempio - Industria militare e diversi tipi di terre rare La Cina è il principale fornitore mondiale di 30 minerali critici. "Terre rare" non è un nome corretto, in realtà non sono terre così "rare". Tuttavia, il punto è che è necessaria una catena di approvvigionamento per estrarle, raffinarle e trasportarle dove vengono utilizzate per costruire molti prodotti. Per quanto riguarda le catene di fornitura di metalli rari per le applicazioni militari, il dominio della Cina può avere implicazioni per la NATO e per le capacità militari degli Stati Uniti. Ad esempio, la costruzione di un F-35 Joint Strike Fighter richiede 418 chilogrammi di terre rare. Il gallio è un componente chiave dei semiconduttori utilizzati nei sistemi di difesa. La Cina ha imposto controlli sulle esportazioni di gallio "per salvaguardare la sicurezza e gli interessi nazionali" e li ha applicati nel 2023. Le esportazioni cinesi di gallio sono praticamente scese a zero. La Cina raffina il 94% del gallio mondiale. Per ridurre la dipendenza dalla Cina rispetto al gallio, è necessario trovarne altro e costruire raffinerie per lavorarlo. Un deposito è stato scoperto negli Stati Uniti, ma ci vorranno 10 anni prima che l’estrazione e la raffinazione possano iniziare. L’antimonio è essenziale per le applicazioni militari, tra cui occhiali per la visione notturna, munizioni e armi nucleari. Attualmente, la Cina controlla il 56% di antimonio estratto ed è il principale produttore di antimonio lavorato. Diversamente da altri minerali, l’antimonio è, in effetti, piuttosto raro. Da settembre scorso, la Cina ha applicato restrizioni all’esportazione di antimonio, decidendo caso per caso a chi può essere venduto. Gli Stati Uniti non hanno attualmente una produzione interna di antimonio e dipendono completamente dalle importazioni. Russia e acquirenti europei stanno cercando di rifornirsi da Vietnam e Myanmar. Gli Stati Uniti stanno cercando di acquistarlo dall’India. Tuttavia, tutti questi paesi fanno parte dei BRICS, o sono vicini alla Cina e mantengono stretti rapporti diplomatici con Pechino. é quindi improbabile che condividano l'antimonio con l'occidente. È quindi logico che i prezzi dell’antimonio stiano aumentando vertiginosamente. Hanno raggiunto livelli record e, secondo gli esperti, continueranno a salire. 3.2.3 Rame, i paesi "amici" Anche se la Cina non dispone di vaste riserve di rame, ha comunque ottenuto il controllo del settore investendo massicciamente in miniere estere, in particolare in Cile, Perù, Repubblica Democratica del Congo e Zambia. Questi sono paesi amici dell'occidente, giusto? Sbagliato! Tutti questi paesi hanno ricevuto un sostanziale supporto finanziario e infrastrutturale dalla Cina. Così, il rame grezzo fluisce in Cina, dove viene raffinato: la Cina raffina oltre il 40% della fornitura mondiale, rendendo le industrie globali dipendenti dalla sua capacità di lavorazione. Questo rame raffinato alimenta direttamente la vasta base manifatturiera cinese—veicoli elettrici, energie rinnovabili e infrastrutture—garantendo che le fasi più redditizie della produzione restino sotto il controllo cinese. Nel frattempo, le economie occidentali, avendo esternalizzato la loro capacità industriale, si trovano ora dipendenti dal rame cinese per settori industriali critici. La Cina così ha trasformato una risorsa industriale essenziale che viene estratta in paesi della sfera occidentale, in un proprio strumento di potere economico e geopolitico. 3.2.4 Navi e trasporti Ma per dominare la catena di approvvigionamento è necessario anche controllare i mezzi di trasporto, e la Cina domina la catena di approvvigionamento globale della navigazione mercantile. Vogliamo dire che controlla la produzione di navi, le flotte mercantili, le infrastrutture portuali e la produzione di container. Costruisce oltre il 40% delle navi del mondo, con giganti statali. Le sue compagnie di navigazione controllano oltre il 10% della capacità globale di trasporto marittimo, condizionando tariffe e rotte commerciali. Oltre alle navi, la Cina con la Belt and Road Initiative ha investito in oltre 100 porti situati in 60 paesi, assicurandosi influenza su hub commerciali strategici come il porto del Pireo in Grecia. Questo controllo si estende anche alle attrezzature: la Cina produce oltre il 95% dei container nel mondo, rendendo la logistica globale interamente dipendente dalla sua produzione. Anche se le nazioni occidentali cercano di ridurre la dipendenza dai beni cinesi, restano comunque legate alla Cina per l'infrastruttura che permette di trasportare tali beni. Dominando ogni fase della logistica marittima, la Cina garantisce che i flussi del commercio globale rimangano sotto la sua influenza strategica, rafforzando il suo potere economico e geopolitico. Paolo Conte - Onda su onda 3.3. Conclusioni Vogliamo trarre, prima di tutto, qualche conclusione valida per l'Europa e per l'occidente, e poi qualche conclusione relativa alla Cina stessa e alle conseguenze geopolitiche. 3.3.1 CONSEGUENZE E CONCLUSIONI SUL GLOBAL WEST La prima sulla stretta attualità. Mentre parliamo sono in corso le trattative per la sconfitta dell'Ucraina, con gli USA che ivogliono impadronirsi delle terre rare dell'Ucraina. In realtà, si sa che le terre rare dell'Ucraina sono molto meno di quanto l'Ucraina prometta ma, soprattutto, pensare di iniziare, oggi, un'industria estrattiva in Ucraina non risolve nulla. L'ovest non ha i 10 anni di tempo necessari per sviluppare gli studi, i permessi ambientali e le insfrastrutture che servono per il processo di estrazione; non ha neanche le competenze tecniche per mantenere i prezzi più bassi della Cina. Lista di conclusioni più serie sull'ovest Conclusione Occidentale 1: Fine del lavoro e impatto sui movimenti sociali Passiamo alla prima conseguenza seria. Spesso parliamo di delocalizzazione delle imprese come scelta degli imprenditori dell'ovest. Stando a quello che vi abbiamo raccontato, potrebbe non essere vero: il processo che è stato guidato dalla Cina e su cui l'occidente si è buttato grazie all'ideologia capitalista e finanziaria che ci guida, è la più veloce rivoluzione industriale della storia, portata avanti dalla Cina su scala globale in soli 30 anni. Non c’è modo di tornare indietro. Abbiamo assistito alla fine del mercato del lavoro così come lo conoscevamo. Senza il controllo sulle catene di approvvigionamento, non ci sono industrie a sostenere i lavori per la classe operaia nel mondo occidentale. Le fabbriche sono scomparse, e con esse la promessa di un’occupazione stabile per milioni di persone. Quando le industrie chiudono e il lavoro stabile scompare, alla classe operaia rimane rabbia, insicurezza e un senso di tradimento. In questo contesto prosperano i movimenti di destra. Puntano il dito contro migranti, normative ambientali o concorrenza straniera, assumendo una retorica nazionalista che promette di “riportare nel paese i posti di lavoro” attraverso il protezionismo e la chiusura delle frontiere. Ed ecco che emergono figure come Meloni, Trump e altri. Cosa possiamo fare? Sicuramente, quando protestiamo contro la disoccupazione o i salari bassi, la lotta non può e non deve essere circoscritta all'interno dei confini nazionali. Non si tratta solo della chiusura di una singola fabbrica—si tratta di un intero sistema economico che ha rinunciato alla produzione in tutto l'ovest. Le proteste devono diventare transnazionali, perché le forze che stanno plasmando questa crisi sono globali. Bisogna cercare soluzioni sistemiche. Conclusione Occidentale 2 : O mio bel colonialismo Per secoli, le fabbriche europee hanno prosperato grazie al colonialismo e al saccheggio delle risorse in luoghi colonizzati. Le materie prime—cotone, gomma, petrolio—venivano estratte dal Sud Globale per sostenere l’industria occidentale. Il sistema in Occidente non è mai stato autosufficiente; dipendeva dallo sfruttamento violento all’estero. Significa che il crollo del mercato del lavoro è il crollo di un sistema occidentale che era basato sull’estrazione delle risorse. I movimenti occidentali devono assumere il punto di vista anticoloniale per capire perché i posti di lavoro stanno scomparendo e per poter essere davvero solidali. La stessa estrazione di risorse che un tempo alimentava l’Europa ora devasta il Sud Globale—le miniere di cobalto in Congo, i giacimenti di litio in America Latina, ecc. La cosiddetta “età dell’oro” dei lavori stabili in fabbrica e dei salari dignitosi in occidente è stata possibile solo perché le nazioni occidentali controllavano le risorse globali, il lavoro a basso costo e i mercati attraverso il dominio coloniale. Guardiamo alla storia: la forza lavoro industriale britannica prosperava mentre il Regno Unito saccheggiava l’India e l’Africa. La Francia ha sostenuto le sue fabbriche grazie al petrolio algerino, l'uranio nigerino, e la gomma vietnamita. Gli Stati Uniti hanno costruito il loro impero industriale sulle risorse dell’America Latina e su politiche commerciali imposte con il sostegno militare. Al contrario, i paesi senza potere coloniale—che si tratti dell’Europa dell’Est, dell’America Latina o dell’Africa— non hanno mai avuto una classe operaia industriale paragonabile a quella dell'America e dell'Europa. In quelle aree la classe operaia non ha mai avuto la stessa sicurezza e gli stessi salari. Dobbiamo chiederci qual è la riflessione dei movimenti sociali occidentali su questo? Le conseguenze dei movimenti nimby che non considerano la situazione geopolitica del mondo del lavoro Questa radio è da sempre la radio di chi non ha voce; in questo contesto, ci duole dover parlare delle consequenze di alcune lotte ambientali territoriali in chiave negativa, ma dobbiamo farlo. La società civile occidentale, ossia i cosidetti attivisti NIMBY (not in my backyard), opponendosi a progetti industriali o estrattivi nelle proprie comunità senza una lettura anticapitalista, senza offrire una visione alternativa, finiscono involontariamente per rafforzare lo status quo della supremazia occidentale e del colonialismo. La produzione non si ferma. Semplicemente si sposta altrove, spesso in paesi dove il lavoro costa meno, le tutele ambientali sono più deboli e lo sfruttamento è maggiore. Invece di affrontare i meccanismi globali del capitalismo, il NIMBYismo isola le lotte. Senza una lotta più ampia e transnazionale, che leghi le battaglie locali alle questioni sistemiche e strutturali dell'economia, la resistenza si frammenta e il potere rimane nelle mani di chi controlla l’economia globale. 3.3.2 Conseguenze geopolitiche Piccola introduzione alla conclusione: il comunismo esiste e NON lotta insieme a noi Dal 1989 ci hanno abituato a pensare che il comunismo fosse finito. In realtà, più del 20% della popolazione mondiale vive oggi in paesi comunisti. Il fatto che si pensi che il comunismo sia scomparso dipende dal fatto che non esiste più in Occidente, e quindi per noi semplicemente non esiste. È una forma di sentimento anti-asiatico: tutto ciò che è a est non conta. Adesso proviamo a guardare questa storia del "comunismo che non esiste" con i loro occhi. Nei paesi comunisti, ci sono i soviet, un Politburo, e il sistema si basa su due pilastri: un partito unico che decide e un governo che implementa. La società civile e il partito sono la stessa cosa, e tutte le persone lavorano per la società/partito. I governanti crescono all'interno del partito e vengono eletti a gradi superiori nel tempo. Sono dirigenti stabili, competenti e duraturi. In Cina dicono: "Noi cambiamo le politiche, loro cambiano i politici". Nei paesi comunisti si tengono elezioni, ma i nostri media non ne parlano. Il settore privato (chiamato "settore non pubblico" in Cina) non ha la libertà di fare ciò che vuole, è controllato. Abbiamo visto Jack Ma sparire per mesi, la finanziarizzazione del settore abitativo cinese cancellata, la scomparsa dell'industria delle scuole private, ma niente di tutto ciò è arrivato sui nostri media. I nostri media hanno detto che la Cina era in crisi per via del COVID quando, in realtà, ha deciso in modo pianificato di cancellare un sacco di industrie e anche tutti i debiti di queste industrie. Infine, il settore finanziario in Cina e nei paesi comunisti non è il benvenuto: il Partito vuole che il capitale accumulato venga investito nella produzione, non nella finanza. Insomma, noi pensiamo che il comunismo non esista più, ma andate in Cina, Laos o Vietnam a vedere. Quelli seguono Lenin, e hanno ragione loro. In occidente le linee guida sono finanziarizzazzione e delocalizzazione e ci tagliamo le gambe da soli. Ovviamente, ciò che ci confonde è il fatto che che i paesi comunisti siano anche capitalisti Nei paesi comunisti è stato adottato il capitalismo come sistema di mercato, come sistema di catene di distribuzione, pensando che il comunismo si possa realizzare solo quando una società è industrializzata. Quindi, era necessario passare attraverso una fase di industrializzazione e questo richiedeva una certa libertà di mercato. Hanno imparato dalla caduta dell'URSS. Ma il fatto che siano capitalisti non significa che il comunismo non esista più. Il comunismo esiste e come tutti i sistemi di governo può essere buono, cattivo, estrattivista o coloniale, oppure positivo e costruttivo. Il punto è che il comunismo che esiste oggi non è il nostro comunismo, non è quello che piace a noi che ascoltiamo radio onda rossa. Ma come sistema di governo esiste eccome, e questo va riconosciuto. Sulla base di questa riflessione, ragioniamo un attimo, a mente aperta, su come questo sistema comunista opera nelle catene di approvvigionamento globali. Inno ufficiale della Repubblica Popolare Cinese Conclusione Geopolitica 1. Analisi marxista: perché la Cina domina le catene di approvvigionamento Il dominio della Cina sulle catene di approvvigionamento globali non è casuale, ma è il risultato di un'economia pianificata guidata da una strategia statale di lungo termine. A differenza delle economie capitaliste, mosse da logiche di profitto a breve termine e dalla speculazione finanziaria, la Cina opera all'interno di un sistema in cui lo Stato svolge un ruolo centrale nella direzione dello sviluppo economico. Marx sosteneva che il capitalismo è intrinsecamente instabile a causa della sua dipendenza dall'accumulazione privata di capitale, dalla competizione e dalle crisi cicliche. Al contrario, un'economia socialista, con il controllo statale dei settori chiave, può aggirare queste contraddizioni dando priorità agli interessi collettivi di lungo periodo rispetto al profitto immediato. Questo è esattamente ciò che ha fatto la Cina. Attraverso il controllo strategico delle catene di approvvigionamento, dell'industria, delle infrastrutture e delle risorse naturali, ha assicurato la propria posizione ai vertici delle catene di approvvigionamento globali. La stabilità del sistema politico cinese permette una pianificazione economica di lungo periodo, cosa quasi impossibile nelle democrazie capitaliste. Mentre le economie occidentali si concentravano sulla speculazione finanziaria, la Cina ha investito sistematicamente, garantendosi il controllo sia delle materie prime, che della produzione industriale. Ossia, in conclusione, invece di pensare che la Cina è brutta e cattiva, dovremmo pensare di più a perchè i sistemi economici di governo dei paesi occidentali non sono lungimiranti e, in breve, non funzionano. Conclusione Geopolitica 2. Uso del surplus economico per comprare la supply chain La Cina finanzia la sua acquisizione delle catene di approvvigionamento a livello globale attraverso il surplus commerciale. È un circolo vizioso: la Cina produce molto ed esporta molto. Per fare un esempio, il surplus commerciale della Cina a dicembre è stato di 77 miliardi di dollari. Questo significa che, in un solo mese, la Cina avrebbe potuto finanziare l'equivalente di cinque ponti sullo Stretto di Messina, giusto per dare un'idea delle proporzioni. Questo surplus deve essere reinvestito. La Cina non investe molto nella finanza dell'Occidente, ma fa business; acquista materie prime, ma acquista - potremmo dire conquista - anche le sue stesse catene di distribuzione e comunicazione. Un esempio chiave è la Belt and Road Initiative (di cui parleremo un altro giorno), attraverso la quale la Cina ha costruito all'estero: * 100 porti, * tra 4000 e 6000 km di ferrovie, * sistemi di comunicazione, tra cui cavi in fibra ottica, data center, reti di telecomunicazioni, navigazione satellitare e infrastrutture digitali transfrontaliere. In questo modo, la Cina non solo si assicura l’accesso alle risorse, ma anche il controllo su mezzi di trasporto, distribuzione e comunicazione Tornando al ragionamento di inizio trasmissione, la cina, basandosi su un sistema di economia pianificata, usa il suo surplus commerciale per spostare su di sè la base della produzione, ossia materie prime e le catene di distribuzione . money money abba (Si mi piace) o madness E la ciliegina sulla torta? La dedollarizzazione Molti parlano di monete alternative e dedollarizzazione senza capirne la logica. Torniamo indietro, abbiamo detto che la Cina ha un sacco di dollari. ma ha problemi a usare i dollari perchè potrebbe incorrere in sanzioni e sequestri di denaro come è successo alla Russia. Quindi che fa la Cina oggi? Crea sistemi di pagamento alternativi, non necessariamente monete alternative. Per esempio, per costruire insfrastrutture fa prestiti a basso interesse ai paesi, ma non usa necessariamente la sua moneta; presta piuttosto dollari (che ottiene grazie al surplus commerciale). Presta dollari che sposta all'estero attraverso sistemi di pagamento alternativi, che non passano attraverso lo SWIFT gestito dall'occidente. Questo sta già succedendo oggi, anche se i media non ne parlano. Questo, con buona pace di Trump, crea un indebolimento del dollaro come valuta di riserva, determina una perdita di controllo finanziario da parte degli USA, e una riduzione dell’influenza economica americana. Ma dei dettagli di questo aspetto ne parleremo un altro giorno. Ricapitolando la conclusione in due parole e mettendo tutto insieme Il lavoro non esiste più, perchè dipendeva dal controllo coloniale delle risorse naturali. La Cina, grazie ad un sistema di governo che, che ci piaccia o meno, funziona bene, ha acquisito il controllo delle risorse naturali senza bisogno di fare guerre, e in questo modo ha preso il controllo del lavoro. I nostri governanti non hanno la capacità di capirlo, tanto meno di gestirlo, infatti impongono dazi, ossia lavorano sulla parte sbagliata delle catene di distribuzione, sulla cima e non sulla base. In questa situazione, sta ai movimenti fare analisi basate su dati di realtà e trovare soluzioni. Sigletta Clausole di salvaguardia L'idea di questa trasmissione è venuta ascoltando uno youtuber cristiano che vive e fa affari in Cina ed è abbastanza preoccupato. Abbiamo anche letto, per anni, le disarmanti notizie relative alle nuove industrie del digitale e del verde. Le informazioni e le conclusioni sono nostre. Non abbiamo trovato molti dati sulla situazione in Europa, ma immaginiamo che non sia molto diversa da quella degli USA. Ci sono, invece, un sacco di articoli sugli USA, per via delle grandi spese di Biden per la relocalizzazione Per coloro che pensano che questa trasmissione sia votata a supportare la Cina e la sua forma di comunismo: non è vero, abbiamo solo detto un sacco di cose che forse non sapevate. Del colonialismo della Cina e della dedollarizzazione, ci riserviamo di parlare in un'altra trasmissione perchè non vogliamo rischiare di semplificare e non c'era tempo. La questione del controllo del privato da parte dello stato cinese potete andare a cercarla sui media, è dappertutto. Parlando di Cina è sempre bene staccarsi dalla narrazione dei media occidentali e vedere le cose con un po' più di realismo. *INO Fiumi di plastica 1 Introduzione Oggi parleremo del settimo paese più ricco del mondo in termini di prodotto interno lordo a parità di potere di acquisto. Quale è questo paese? Musichetta con suspance? https://www.youtube.com/watch?v=kpSEdFEwCS0 ok? Questo paese è anche il quarto paese più popoloso al mondo, dopo China, India, and USA. Musichetta con suspance? La somma dell'area del paese più la sua zona marittima esclusiva è grande circa quanto il Brasile. Ed è l'arcipelago più grande del mondo. Ora lo sapete? Ora è facile.... Musichetta con suspance? Ancora no? Questo paese è il paese con la più numerosa popolazione musulmana al mondo. Musichetta con suspance? Il paese è l'Indonesia L'Indonesia, sin dall'indipendenza raggiunta nel 1949, ha sventolato le bandiere dell' internazionalismo e dell'anticolonialismo. Nel 1955, ospitò la Conferenza di Bandung che vide i leader di Asia, Africa e America Latina fondare il Movimento dei Paesi Non Allineati (NAM). In qualcosa che potrebbe essere visto come una continuazione di questo cammino storico o anche no, il 6 gennaio 2025 l'Indonesia è entrata nei BRICS, ovvero il raggruppamento di economie mondiali emergenti, formato originariamente da Brasile, Russia, India e Cina - BRIC appunto, con l'aggiunta poi di Sudafrica (2010 da cui si aggiunse la S all'acronimo), Egitto, Emirati Arabi Uniti, Etiopia, Iran (2024) e appunto Indonesia (2025). Dall'indipendenza ad oggi, l'Indonesia ha subito una significativa trasformazione economica. Oggi, l'Indonesia è una delle economie più grandi del sud-est asiatico, un'economia diversificata guidata dal consumo interno, dalla produzione e dalle esportazioni di risorse naturali. In termini di valore aggiunto della manifattura (MVA in inglese), l'Asia rappresenta circa il 55% del MVA globale e l'industria manifatturiera dell'Indonsia è la decima nel mondo. In Asia, solo la Cina e l'India hanno una produzione manifatturiera superiore a quella dell'Indonesia. Questo non avviene senza conseguenze in termini di inquinamento. E rispetto all'inquinamento dell'Indonesia, oggi ci limiteremo a parlare della plastica. 2. Il fiume più inquinato del mondo Non esiste una lista standardizzata dei fiumi più inquinati del mondo. Tuttavia, il fiume Citarum in Indonesia è considerato il fiume più inquinato del mondo. Situato nella Java Occidentale, è solo 270 km ma è il fiume più lungo del paese e sfocia nella Baia di Jakarta. Analizzeremo la zona del fiume Citarum come esempio, ma ci sono centinaia di zone industriali in Indonesia distribuite tra le principali isole. Lungo il fiume Citarum si trovano circa 2.000 fabbriche tessili, che giocano un ruolo significativo nell'economia indonesiana. Il 60% della produzione tessile dell'Indonesia è concentrato nel bacino idrografico di questo fiume. Il tessile indonesiano è una produzione importante: Il 70% viene esportato ed è significativo sottolineare che l'Indonesia produce il 13% dei prodotti tessili nel mondo: un rapido calcolo consente di dire che il 7% del tessile del mondo è prodotto nell'area del fiume Citarum. Le principali destinazioni di esportazione dei tessili indonesiani includono Stati Uniti, Giappone, Corea del Sud, Germania e Cina. Grandi marchi come GAP, H&M e Adidas acquistano da fabbriche in questa regione. Quindi, in sintesi, forse tu che stai ascoltando, potresti indossare ora un capo prodotto lungo il fiume Citarum. Le fabbriche tessili scaricano quotidianamente nel fiume 280 tonnellate di rifiuti industriali, tra cui sostanze chimiche tossiche come mercurio e arsenico, plastica e polistirolo. Oltre all'industria tessile, l'area del Citarum ha anche fabbriche di pelle, elettronica, impianti di trasformazione alimentare, fabbriche chimiche e petrolchimiche, e cartiere. Ma come abbiamo detto, ci concentreremo sulla plastica. Prima di tutto, cosa intendiamo quando diciamo che un fiume è inquinato dalla plastica? Ti invitiamo a cercare online una foto del fiume Citarum. * * * (queste immagini sono del Citarum River ma sono protette da copyright, non usare per la trx, trovata una usabile e la metto in calce) Quando parliamo di plastica in questo fiume, intendiamo che l'intera superficie del fiume è coperta da plastica, l'acqua non è più visibile, o il flusso dell'acqua è visibile solo in una piccola area e l'acqua è completamente inquinata da sostanze chimiche di ogni sorta. Ovviamente, la fauna selvatica e la biodiversità del fiume in queste condizioni sono perdute e non è né possibile né sicuro pescare. Per fare un esempio che illustra visivamente la quantità di plastica che scorre ogni giorno nel Citarum, online abbiamo trovato la storia di un team, pagato dal governo indonesiano, che raccoglie continuamente plastica (a mano o con strumenti molto semplici) spostandosi su una zattera, ogni giorno, per una lunghezza di 2 km. Quando smettono, ad esempio se hanno un periodo di vacanza di 2-3 giorni, il fiume si ricopre completamente di plastica per tutta la lunghezza dei 2 km. Un altro esempio. Potresti immaginare dei bambini che giocano in un fiume coperto di plastica in modo che l'acqua non sia più visibile. Li vedresti immersi nella plastica. Infine, potresti anche immaginare dei pescatori che navigano nella loro piccola e romantica barca asiatica, con i loro cappelli tipici, in quello che sembra una discarica, tranne che la barca lascia una piccola scia nell'acqua dove passa, così ti rendi conto che è acqua, ma del colore del petrolio. Non ci sono più pesci, quindi i pescatori usano la loro barca per raccogliere plastica che possono rivendere, poiché questa è rimasta l'unica opzione che possa permettere loro di guadagnare qualcosa. 3. Cause dell'inquinamento di plastica Ecco una breve lista delle principali cause della situazione specifica in questo fiume: Eccessivo Consumo di Plastica: L'uso diffuso di prodotti di plastica come buste, bottiglie e imballaggi nelle aree urbane e rurali contribuisce alla produzione eccessiva di rifiuti di plastica. Molti paesi, anche in Asia, hanno vietato l'uso di borse di plastica monouso. Tuttavia, la società capitalista si basa sulla distribuzione su larga scala che, a sua volta, non consente al consumatore di decidere di ridurre la plastica. Densità di Popolazione: Le aree densamente popolate attorno al fiume aumentano il volume dei rifiuti, che, senza una gestione adeguata, finisce nell'acqua. Scarico Illegale: È noto che privati e industrie scaricano rifiuti di plastica illegalmente nel fiume. Tra poco parleremo dello scarico illegale da parte delle industrie. Per quanto riguarda i privati, immagina di vivere in una zona in cui non c'è raccolta dei rifiuti, cosa potresti fare? Online ci sono diversi video di persone qualunque che semplicemente gettano i loro rifiuti dalle finestre nel fiume. Ma cos'altro potrebbero fare? Il sistema di raccolta dei rifiuti non funziona, tranne che in alcune aree urbane, l'infrastruttura complessiva di gestione dei rifiuti presenta lacune significative, particolarmente nelle regioni rurali. Le strutture di riciclaggio sono praticamente inesistenti, i tassi di riciclaggio in Indonesia sono relativamente bassi: l 2019, il Ministero dell'Industria ha riportato un tasso di riciclaggio della plastica di circa il 14%, mentre il Ministero dell'Ambiente e delle Foreste ha segnalato un tasso complessivo del 7%. Questo significa che i dati non sono chiari, ma sicuramente sono appena agli inizi. Comunque anche la scarsa consapevolezza della popolazione contribuisce a che la maggior parte dei rifiuti di plastica vengano bruciati o scaricati nei fiumi invece di essere correttamente trattati. E, infine, La debole applicazione delle normative permette che lo scarico illegale di plastica continui. I rifiuti Industriali però sono sicuramente il poblema maggiore infatti, nonostante nessuna fabbrica produca plastica nell'area, numerose fabbriche contribuiscono al problema della plastica, spieghiamo come. 3.1 Come i rifiuti industriali contribuiscono all'inquinamento da plastica Nella società capitalista, siamo costretti dal sistema di consenso fabbricato dai media a credere che abbiamo la responsabilità individuale per l'inquinamento, ma ovviamente non è vero. Nella società capitalista, la produzione è il cuore dello sviluppo sociale, e l'inquinamento è causato dalle aziende che possono agire illegalmente perché si trovano al centro dello sviluppo produttivo e quindi sociale. Questo è ancora più evidente in un paese che segue la dottrina del "desarrolismo" (sviluppismo) come l'Indonesia. Ma perché la plastica? È facile capire che i fiumi sono inquinati da liquidi e sostanze chimiche, ma perché la sostanza dominante è la plastica? Il problema è dovuto alla presenza di cartiere che utilizzano carta riciclata importata da vari paesi. Da quando la Cina, nel 2018, ha vietato l'importazione di rifiuti per la sua industria di riciclaggio e ha completamente chiuso all'importazione di rifiuti, i dati dicono che i materiali da riciclo hanno invaso altri mercati asiatici. In particolare, i container di carta riciclata (che è un materiale facile da esportare, perchè facile da riciclare) ora arrivano in vari paesi dell'Asia e del sud del mondo dall'estero illegalmente mescolati con plastica di ogni tipo. Fondamentalmente, succede che il consenso fabbricato dal Global West ci informa, noi consumatori, che dobbiamo riciclare. Noi ricicliamo. Tuttavia, il processo di riciclaggio è troppo costoso, o non c'è capacità di riciclare tutta la plastica, o ci sono aziende che agiscono illegalmente. Alla fine, i paesi ricchi, invece di vendere carta riciclata di buona qualità alle cartiere asiatiche, approfittano della situazione e semplicemente aggiungono plastica alle spedizioni di carta riciclata legale. E per essere sicuri che questo sia chiaro, nei container che contengono plastica illegalmente, la percentuale di plastica è abbastanza alta. Online puoi trovare immagini di quelli che dovrebbero essere contenitori di carta riciclata, ma in cui tutto ciò che vedi è plastica. Subito dopo il divieto totale della Cina, questo problema è diventato molto pressante per i paesi del sud-est asiatico. Ora stiamo parlando dell'Indonesia, ma questo fenomeno sta accadendo in gran parte dell'Asia, in paesi come Malesia, Thailandia, India, Filippine, e anche in Africa. Questi paesi hanno iniziato a reagire restituendo i contenitori ai paesi di origine. Ad esempio, nel giugno 2019, l'Indonesia ha annunciato che avrebbe spedito indietro carichi di rifiuti di plastica a causa della contaminazione e ha iniziato a verificare la qualità dei rifiuti riciclati ricevuti. Tanto che a luglio 2019 ha restituito otto container di rifiuti domestici all'Australia, dichiarando che il materiale era troppo contaminato per essere riciclato, e a settembre 2019 ha annunciato la restituzione di 547 container di plastica contaminata verso l'Europa. Molti paesi del sud est asiatico da allora hanno iniziato a implementare normative più severe per prevenire l'importazione di rifiuti contaminati e proteggere il loro ambiente. queste due foto è come un container di carta riciclata normale deve apparire * * Queste due foto sotto sono di 1) carta vista da un attivista in una fabbrica di carta, ricevuta dall'estero e 2) un conteiner rivevuto dall'estero controllato dalla polizia di frontiera. Entrambi sono pieni di plastica fra la carta e sono stati ricevuti in indonesia (il secondo rimandato indietro) * * 4 Impatto della plastica sulla vita non leggere il titolo Questo inquinamento ha un impatto devastante sulla vita di milioni di persone che dipendono dal fiume per il loro sostentamento, come agricoltori e pescatori. 4.1 Anzitutto ha un forte impatto su contadini e pescatori I rifiuti di plastica insieme all'acqua inquinata infiltrano le terre agricole, degradando la qualità del suolo introducendo microplastiche che riducono la permeabilità e interrompono l'assorbimento dei nutrienti. I sistemi di irrigazione spesso trasportano particelle di plastica e tossine, contaminando i raccolti e riducendo i rendimenti. Questo porta difficoltà economiche, costringe alcuni agricoltori a cercare fonti di reddito alternative, spesso lavori urbani malpagati o, ironicamente, attraverso il riciclaggio informale dei rifiuti. La perdita di terre fertili non minaccia solo la sicurezza alimentare, ma interrompe anche le pratiche agricole tradizionali. I rifiuti di plastica danneggiano anche gli ecosistemi acquatici, riducendo le scorte di pesce mentre la vita marina ingerisce microplastiche dannose. Le acque inquinate allontanano i pesci dalle zone di pesca tradizionali , costringendo a spostarsi più lontano i pescatori che comunque pescano meno pesce. I pesci catturati in ambienti contaminati sono poco salutari per il consumo umano e perdono valore di mercato, riducendo i guadagni. Inoltre, reti e barche subiscono danni perchè si intrappolano nella plastica, così aumentano i costi operativi. Man mano che le fonti di reddito diventano insostenibili, i pescatori abbandonano il loro lavoro, interrompendo le tradizioni e lasciando le comunità in difficoltà economiche. Molti agricoltori e pescatori, incapaci di mantenere il loro sostentamento tradizionale, sono stati costretti a cercare impiego altrove. In regioni come la Giava occidentale, alcuni si sono uniti all'economia del riciclaggio informale, lavorando come selezionatori o raccoglitori di plastica. Altri migrano nelle aree urbane per lavori a basso salario, abbandonando mestieri secolari. 4.2 un altro forte impatto è sui villaggi che in alcuni casi diventano discariche Nei villaggi vicino al fiume Citarum è anche emersa un'economia informale attorno alla separazione della plastica. Questo fenomeno è stato alimentato dal fatto che le fabbriche di riciclaggio della carta ricevono spedizioni contaminate da plastica, come abbiamo già detto. Di conseguenza, le comunità vicine si sono adattate trasformandosi in centri di smistamento dei rifiuti per le industrie di carta. Nei villaggi, le famiglie separano manualmente i rifiuti di plastica fra i diversi tipi di plastica. Queste attività vengono solitamente svolte nelle case o in impianti di smistamento informali. Le persone spesso lavorano in condizioni pericolose, esposte a rifiuti e inquinanti, senza adeguate misure di sicurezza. I villaggi sono in pratica stati trasformati in discariche illegali. Per molte famiglie, la plastica è la principale fonte di reddito. Il lavoro è intensivo, con guadagni basati sul volume e sul tipo di rifiuti separati. Questa economia informale quindi contribuisce al ciclo dell'inquinamento da plastica ma fornisce mezzi di sussistenza. La plastica che non può essere rivenduta o riutilizzata finisce spesso per essere bruciata, sepolta o scaricata nel fiume Citarum. L'esposizione prolungata alla separazione dei rifiuti comporta rischi per la salute, tra cui problemi respiratori, problemi alla pelle e esposizione a sostanze chimiche tossiche. Questa dinamica evidenzia un paradosso: mentre la separazione dei rifiuti fornisce posti di lavoro e reddito ai villaggi, rafforza anche un sistema che si basa sull'afflusso continuo di rifiuti contaminati, perpetuando costi sia ambientali che sociali. 4.3 Un'altra conseguenza è la nascita du Slums nelle discariche Migliaia di persone, compresi bambini, sopravvivono frugando e separando plastica e altri rifiuti riutilizzabili/riciclabili nelle discariche in Indonesia. Questi lavoratori e lavoratrici delle discariche, spesso chiamati "cercatori" o pemulung, setacciano montagne di rifiuti alla ricerca di materiali riciclabili come plastica, metallo e carta, che poi vendono per ricavarne un reddito minimo. Le discariche sono ambienti pericolosi, pieni di oggetti taglienti, sostanze chimiche tossiche e cumuli di rifiuti instabili che possono crollare. Chi ci lavora soffre di infortuni, malattie respiratorie e infezioni della pelle. L'incendio dei rifiuti di plastica, una pratica comune, rilascia fumi tossici. Molti vivono in piccoli slums o case di fortuna vicino alle discariche, senza accesso ad acqua pulita, servizi igienici e assistenza sanitaria. Questo ciclo perpetua la povertà, poiché il reddito derivante dalla separazione dei rifiuti è appena sufficiente a coprire i bisogni quotidiani, sicuramente non basta per pagare le scuole dei figli o per migliorare le condizioni di vita. Del resto i bambini e le bambine spesso partecipano al lavoro invece di frequentare la scuola. Questi lavori non sono illegali, sono autorizzati dalla discarica stessa per ridurre la quantità di oggetti riciclabili che altrimenti finirebbero bruciati. Nonostante il loro ruolo nella gestione informale dei rifiuti, questi lavoratori e queste lavoratrici rimangono emarginati e vulnerabili. 4.4 Dobbiamo inoltre prendere in cosiderazione l'Impatto sulla produzione industriale di cibo Le fabbriche alimentari che dipendono dall'acqua del fiume Citarum non riescono a garantire la qualità dell'acqua. La presenza di microplastiche, sostanze chimiche industriali e rifiuti organici nel fiume contaminano i prodotti alimentari industriali Un altro problema è l'uso della plastica come combustibile per cucinare i prodotti. Molte piccole fabbriche bruciano rifiuti di plastica come alternativa economica ai combustibili convenzionali come legno o carbone. Questo probabilmente impatta significativamente la salute di chi consuma questi alimenti industriali. 4.5 infine dovremmo trattare lìImpatto sulla biodiversità ma non riteniamo necessario entrare nei dettagli; l'impatto della plastica sulla biodiversità è altrettanto alto. PAUSA MUSICALE https://www.youtube.com/watch?v=PaqMmQZwzBU 5 quali potrebbero essere le Soluzioni? Numerose piccole e iniziative in Indonesia stanno affrontando attivamente l'inquinamento da plastica utilizzando materiali riciclati e promuovendo pratiche sostenibili. Alcuni esempi: * Ci sono start-up che sviluppano imballaggi biodegradabili realizzati con amido di manioca, con l’obiettivo di sostituire le plastiche tradizionali. * Ci sono start-up che utilizzano la plastica per produrre altri materiali, come mattoni da costruzione o piastrelle. * Alcune aziende gestiscono sistemi di cattura della plastica, con l'intento di rimuovere la plastica galleggiante e altri rifiuti prima che entrino negli oceani. Tutte queste soluzioni sono valide in linea di principio, ma vengono principalmente mostrate dai media internazionali, in particolare in Australia, che come detto è stato uno dei primi paesi a essere colpito dallo scandalo della carta riciclata contaminata. Si tratta di costruzione del consenso: gli stessi paesi che cercano di esportare rifiuti di plastica illegalmente in Indonesia mostrano piccoli successi per dire che il problema della plastica in Indonesia si può risolvere. E' una forma di greenwashing. Va riconosciuto che il governo indonesiano ha intrapreso diverse azioni per affrontare il problema dell'inquinamento da plastica, sia attraverso riforme politiche che con l’utilizzo di partenariati pubblico-privato. Su larga scala, ha ottenuto finanziamenti dalle banche multilaterali per programmi di gestione dei rifiuti di plastica. A livello locale, ha supportato iniziative come le "banche dei rifiuti" e ha distribuito biglietti gratuiti per l’autobus a chi porta sacchi di plastica ai punti di riciclaggio. Sul fiume Citarum, il governo ha coinvolto il personale militare negli sforzi di pulizia, riconoscendo l'urgenza della situazione. Ha lanciato campagne educative per sensibilizzare sull'impatto ambientale dei rifiuti di plastica. In sintesi, al di là delle piccole attività di alcune aziende, il governo indonesiano rimane l'unico che si dovrà occupare dei propri rifiuti che arrivino dall'Indonesia o dall'estero, e dovrà pagarne i costi con tasse o prestiti. Sarà un processo difficile e lungo, e l'impatto sulla salute della sua popolazione durerà a lungo, influenzando lo sviluppo complessivo del paese. 6 Altri problemi ambientali in Indonesia I problemi del sistema di sviluppo dell'Indonesia non finiscono qui. Il paese ha uno dei tassi di deforestazione più alti al mondo causato dalla deforestazione illegale, dall'espansione agricola (specialmente per le piantagioni di palma da olio, gomma e legno per la produzione di carta) e dallo sviluppo delle infrastrutture. La costruzione di infrastrutture, a sua volta, causa perdita e erosione del suolo. La palma da olio, in particolare, causa conflitti legati alla terra invadendo le terre indigene, sfruttamento del lavoro e problemi sanitari dovuti alle condizioni di lavoro. L'inquinamento atmosferico in Indonesia è principalmente causato dalle emissioni dei veicoli e dalle attività industriali, tra cui l'estrazione e la lavorazione del carbone. L'impatto degli incendi di foreste causati dal metodo "taglia e brucia" ha attirato l'attenzione dei media internazionali nel 2015, 2019 e 2023, anni in cui il fumo degli incendi ha raggiunto i paesi vicini. Abbiamo già accennato all'inquinamento delle acque causato dagli scarichi industriali, dalle acque reflue non trattate, dal deflusso agricolo (pesticidi, fertilizzanti) e dai rifiuti di plastica, dobbiamo aggiungere la perdita di biodiversità dovuta alla distruzione degli habitat, al commercio illegale di fauna selvatica e al bracconaggio. Nei mari, un altro problema è la pesca eccessiva che significa pesca illegale ma anche sfruttamento eccessivo delle risorse ittiche, pratiche di pesca distruttive come quella con la dinamite e quella con il cianuro. Il settore minerario, - carbone, l'oro, il nichel e altri minerali - rappresenta un altro grave problema ambientale. L'Indonesia ha una storia di successo anticolonialista che ha costretto le multinazionali a lavorare i minerali nel paese. Per esempio l'Indonesia ha vietato l'esportazione di nichel non lavorato. Allo stesso tempo, queste miniere danneggiano l'ambiente e la popolazione locale. Non solo le operazioni minerarie su larga scala contribuiscono al degrado ambientale, anche le miniere illegali e su piccola scala hanno causato danni. I minatori d'oro artigianali spesso usano mercurio o cianuro per estrarre i minerali. Le miniere informali o artigianali spesso operano senza supervisione o senza seguire nessuna legge, mettendo a rischio la vita dei lavoratori in miniere abbandonate dalle corporation dove si trovano solo miseri resti di minerale. Infine, la rapida urbanizzazione ha portato alla creazione di città in espansione con infrastrutture insufficienti per gestire gli impatti ambientali, inclusi il deflusso delle acque, la gestione dei rifiuti e l'inquinamento. Jakarta, ad esempio, soffre di subsidenza, che significa che si sta abbassando in alcune aree a una velocità di circa 10-20 cm all'anno, a causa dell'uso eccessivo di acqua sotterranea tramite i pozzi locali. Per affrontare le sfide della città, il governo sta trasferendo la capitale a Nusantara, nel Borneo. pausa musicale https://www.youtube.com/watch?v=j1Q9ppPPHjU 7 Conclusioni In sintesi, il processo di sviluppo rapido che ha portato l'Indonesia a diventare il settimo paese più ricco al mondo (a parità di potere di acquisto) si è basato pesantemente sull'estrattivismo, che non è solo legato alle miniere, ma anche alle piantagioni di palma da olio e alla produzione di legname, che contribuiscono in modo significativo al PIL ma comportano un alto costo ambientale e sociale. Questa dipendenza da pratiche insostenibili sta creando conseguenze a lungo termine per gli ecosistemi e le comunità. Mentre i progressi economici dell'Indonesia hanno portato infrastrutture e sviluppo, milioni di persone vivono ancora in condizioni difficili e come abbiamo cercato di spiegare, quasi indescrivibili. Mentre guardiamo sui media cosa accade e quanto siano difficili le condizioni in cui la gente vive e lavora, non possiamo non pensare alla distruzione di un paradiso naturale che ci arriva quasi solamente come famosa zona turistica. Eppure, il cammino è chiaro e sembra quasi impossibile per il governo indonesiano portare avanti il suo "sviluppismo" senza continuare questa distruzione. La distruzione ambientale in Indonesia è profondamente radicata nel sistema capitalista globale e nelle insaziabili richieste delle economie del Occidente globale. I mercati internazionali alimentano la necessità di palma da olio a basso costo, di tessuti a basso costo, e di riciclaggio della plastica a basso costo, alimentando pratiche insostenibili. Naturalmente, il governo indonesiano dovrebbe ricevere e riceve critiche per le sue scelte ambientali e di sviluppo. Tuttavia, non tutto è bianco e nero, bisogna considerare anche le sfumature. Giudicare il percorso di sviluppo dell'Indonesia senza riconoscere la nostra stessa storia di distruzione ambientale è intrinsecamente colonialista. Ad esempio, * - lo sviluppo dell'Europa è stato costruito sulla deforestazione del continente. Circa il 78% delle "foreste di alberi di alto fusto" europee sono scomparse dall'Impero Romano ad oggi. * - L'inquinamento industriale ha rovinato l'aria e i fiumi in Europa per secoli, e solo oggi iniziamo a vedere qualche miglioramento (forse perché l'Europa si è deindustrializzata). Infine, noi Europa non abbiamo distrutto solo l'Europa ma anche il resto del mondo. L'accumulo di capitale in Europa si basava sull'estrattivismo durante i tempi coloniali. Il colonialismo, considerato come "accumulazione primaria" riprendendo Marx, è inteso come processo violento di espropriazione dei mezzi di produzione diretta ai produttori diretti. Questo processo di espropriazione ha permesso alle potenze europee di accumulare ricchezza appropriandosi delle risorse e della manodopera dalle regioni colonizzate senza incorrere nei danni ambientali in Europa. Come quello che è successo in Indonesia durante la colonizzazione olandese,. Rimane, diciamo, il dispiacere, nel vedere la storia ripetersi—la bellezza incontaminata persa a causa dell'industria, i popoli indigeni sradicati, le forme di sfruttamento inaccettabili. Tuttavia, anche questo non è altro che il concetto del "fardello dell'uomo bianco" di Kipling. Attraverso la poesia, gli imperialisti americani giustificarono la conquista imperiale delle Filippine come una missione civilizzatrice ideologicamente legata alla filosofia di espansione continentale del destino manifesto (il destino manifesto sarebbe la virtù morale unica degli Stati Uniti). Idealmente, nell'Occidente Globale, pensiamo che il nostro "destino manifesto" (cioè il fatto che siamo ora più ricchi di paesi come l'Indonesia) ci dia l'imperativo morale di criticare lo sviluppo insostenibile di paesi come l'Indonesia. E non solo criticare, ma abbiamo anche il "fardello dell'uomo bianco" di sensibilizzare la loro popolazione, fare qualcosa, inviare i media per fabbricare il consenso, cercare di risolvere ciò che stanno facendo inviando ONG o agenzie di sviluppo o piccole aziende che si occupano di riciclaggio. Prima di tutto, siamo davvero più ricchi? A questo punto, l'Indonesia è più ricca dell'Italia, a parità di potere d'acquisto. Fa anche un po' impressione dirlo, vero? Ma soprattutto, ora, con il privilegio di avere una visione politica più alta e di essere più ricchi, imponiamo giudizi sulle nazioni in via di sviluppo che affrontano pressioni simili a quelle che noi stessi abbiamo affrontato tanto tempo fa. Chi siamo noi per dettare le loro scelte? E perché dovremmo essere credibili nel farlo, quando anche il nostro percorso verso il progresso è stato altrettanto distruttivo per l'ambiente? E infine, sembra che la plastica venga mandata proprio da noi e che siamo proprio noi che ne traiamo profitto. Il problema della plastica è dovuto a pratiche post-coloniali attuali, come l'invio illegale di rifiuti che non possono essere riciclati. Non solo questo causa inquinamento, ma i danni sono così grandi che il governo dell'Indonesia è costretto a contrarre debiti con le banche multilaterali di sviluppo del'Occidente Globale per ripulire il disastro. Ciò significa che, come società, inviamo loro immondizia mentre guadagniamo soldi tramite prestiti per pulirla, aumentando così un circolo di dipendenza economica post-coloniale. stacchetto musicale (preso dalla sigla) 7 Clausole di salvaguardia Le fonti di questa trasmissione provengono principalmente dai media del Global West e da alcuni social media. Dal Global West, è importante notare che siamo state disgustate dalla quantità di falsità e greenwashing diffusi dalle televisioni australiane. Questo è probabilmente legato allo scandalo riguardante la spazzatura australiana restituita dalle autorità indonesiane nel 2019. Durante la preparazione di questa trasmissione, ci siamo rese conto che il centro del riciclo della plastica sembra oggi essere l'India, e quindi forse avremmo dovuto fare una trasmissione sull'India, ma era troppo tardi. Ciò significa che gli sforzi del governo indonesiano hanno avuto un qualche effetto, ma non dimentichiamoci che questo probabilmente comporta costi monumentali che il governo sta sostenendo per ottenere risultati che sono minimi. Comunque, i paesi che producono più plastica ora sono sempre gli Stati Uniti e l'UE, seguiti da India, Cina e poi Indonesia, che ha perso un paio di posizioni. Perché non abbiamo parlato della plastica negli oceani? A livello globale, i fiumi sono ancora considerati la principale fonte di inquinamento da plastica negli oceani. Il 70% all'80% della plastica negli oceani proviene da fonti terrestri. Al contrario, la Great Pacific Garbage Patch (GPGP) è causata dalle attività di pesca, con il 75% all'86% della plastica nel GPGP proveniente dalle attività di pesca al largo e dall'acquacoltura. Detto ciò, e considerando che l'Indonesia si trova nell'Oceano Pacifico (cioè la regione indonesiana della Papua è nel Pacifico), abbiamo deciso di non trattare la plastica negli oceani perché non ne sappiamo abbastanza al riguardo. Va considerato che forse il problema più grande in Indonesia è la deforestazione dovuta alla coltivazione dell'olio di palma. C'è un potenziale dibattito sul nostro colonialismo anche su questo aspetto, poiché la nuova normativa dell'UE che limita l'importazione di prodotti derivanti dalla deforestazione potrebbe avere un impatto enorme sull'economia indonesiana attraverso il divieto di importazione dell'olio di palma nell'UE. Forse discuteremo di questo in futuro. Come al solito, sappiamo che gli attivisti e le attiviste ambientali affrontano parecchia repressione in Indonesia, tra cui attacchi, intimidazioni e incarcerazioni ingiuste. Non abbiamo informazioni su questo argomento, e sarebbe interessante fare una trasmissione su questo in futuro. *La geopolitica dei Passport Bros Ci sembra che, in questa situazione politica, sia necessario parlare di Trump, ed in particolare, vista la composizione di questo collettivo, di Trump e di donne. Però lo faremo con un taglio legato all'Asia. Parleremo di un gruppo crescente di giovani uomini occidentali che vanno all'estero in cerca di storie d'amore; un movimento che si definisce Passport Bros. I Passport Bros hanno come ideale andare all'estero, in paesi poveri, per trovare una donna che ritengono "veramente femminile" e premurosa che si fidi di loro. Non parleremo dei vecchi pensionati, che troviamo nell'Africa occidentale dilaniata dalla guerra, e che si accompagnano con adolescenti; non parleremo delle strade dell'amore a Bangkok. ll turismo sessuale non è niente di nuovo. Parleremo invece di giovani maschi, nati in Occidente, bianchi, o anche no, che cercano di soddisfare le loro aspettative e che provano a trovare qualcuna, che si metta al loro servizio. Sono giovani, potremmo dire normali, ragazzi semplici, tizi semplici, che non vogliono solo incontri veloci o solo sessuali. Chi sono? Cosa guida questa tendenza? Mentre alcune non vedono nessun problema in questi uomini, che vagano nel mondo in cerca di romanticismo, altre trovano le loro motivazioni di cattivo gusto, altre le trovano disgustose, altre ancora pensano che ci siano implicazioni geopolitiche in questo. Iniziamo raccontando questa storia. 5.1 Cos'è un Passport Bro? Un Passport Bro è uno dei tanti giovani uomini occidentali che si trasferisce o migra in un altro paese, paesi tipo America Latina o Sud-est asiatico o Est Europa, per cercare donne che considera più femminili. Più avanti cercheremo di definire cosa questi giovani uomini intendano con il termine "femminili". Intanto, consideriamo che l'obiettivo principale di questa migrazione è trovare una relazione a lungo termine e costruire una famiglia. Questi spostamenti costituiscono un cosiddetto "movimento" che si sviluppa sui social media ed è iniziato solo pochi anni fa. Si ritiene che il termine Passport Bro sia nato nel 2004 per descrivere il turismo sessuale in Brasile. Tuttavia, in seguito, è caduto per lo più in disuso. Ma alla fine del 2022, secondo Google Trends, è stato ripreso ed è esploso in popolarità. Il termine è diventato di tendenza su TikTok e su Instagram, dopo il Covid, quando le frontiere hanno riaperto e i viaggi internazionali sono ripresi. Su TikTok, ci sono decine di migliaia di video con l'hashtag Passport Bros . A novembre 2023, l'hashtag Passport Bros aveva accumulato più di 470 milioni di visualizzazioni su TikTok. Uscendo dalla pandemia, le Filippine hanno registrato un aumento del 20-30% di matrimoni tra persone locali e stranieri, mentre in Thailandia l'incremento è stato del 15%. Anche se non possiamo attribuire questo aumento esclusivamente al movimento Passport Bro, questi matrimoni erano quasi tutti tra un uomo straniero e una donna locale, mentre i casi di donne straniere che sposano uomini locali sono rari. E per chi di noi visita l'Asia di tanto in tanto, questa è ora una realtà dura da digerire e facilmente visibile. In ogni metropoli asiatica, si trovano comunità di mogli dei Passport Bros che si riuniscono, fanno sport insieme e si distinguono nella loro diversità rispetto alle altre donne impegnate in matrimoni "normali". A Manila, esiste persino un acronimo, AFAM, che sta per "a foreigner around Manila", slang per indicare un tipico uomo occidentale. Nel sud delle Filippine, tra spiagge bianche e sabbiose, la città di Dumaguete ha visto un afflusso massiccio di espatriati Passport Bros dopo la pandemia. Se sei una donna che sta a lungo in Asia, insieme alle donne asiatiche single e alle donne lesbiche, le mogli dei "passport bro" sono l'unico altro gruppo di donne con cui come donna occidentale puoi uscire per un drink o per giocare a badminton. Infatti, le donne sposate "normalmente" con un uomo locale non vorranno mai, non avranno mai tempo o non potranno mai permettersi di incontrare o trascorrere del tempo con donne occidentali. Invece, le donne sposate con uomini occidentali sono generalmente più benestanti, hanno più tempo libero, sono più a loro agio con la propria vita, meno bisognose di trovare un lavoro se non ne vogliono uno e, almeno visivamente, dal nostro ingenuo punto di vista, sembrano più felici rispetto alle loro connazionali sposate con uomini locali. Dovremmo biasimarle? Alcuni ricercatori e ricercatrici sostengono che la popolarità dei Passport Bros coincida con il declino delle relazioni romantiche in alcuni paesi occidentali, in particolare negli Stati Uniti. Ma cosa rende questo movimento di maschi diverso dal solito uomo bianco che va all'estero per trovare amore o sesso? Cosa è cambiato nella società per rendere questo fenomeno meritevole di una trasmissione radiofonica sull'Asia? 5.2 Qual è la narrazione "superficiale" o usuale sui Passport Bros? Questo movimento, per quanto si sa, è nato negli Stati Uniti d'America. In USA, sta anche avvenendo un grande cambiamento, che porta a una diminuzione dei matrimoni. Uno studio del Pew Research del 2022 ha mostrato che il 63% degli uomini statunitensi sotto i 30 anni si descriveva come single, rispetto a solo il 34% delle donne. Alcuni esperti ritengono che oggigiorno ci sia una grande differenza nelle aspettative tra ciò che vogliono le donne e ciò che vogliono gli uomini. In passato, le donne si sposavano per sicurezza finanziaria. Oggi le donne non ne hanno più bisogno. Ora vogliono sposarsi per amore, o per trovare un partner compatibile, che abbia valori fondamentali e obiettivi di vita simili, e un partner che non prenda decisioni da solo. Basandosi su un'analisi centrata sul maschio normale ed eteronormativo, i giovani uomini occidentali non sanno più cosa fare per connettersi con le donne occidentali. C'è stata una profonda divaricazione nella concezione della società tra genere maschile e genere femminile. Questo è risultato evidente, per esempio, a novembre, nelle elezioni di Trump . Le giovani donne negli Stati Uniti sono diventate sempre più liberali, mentre gli uomini hanno seguito una tendenza leggermente più conservatrice. Secondo alcuni analisti – con cui probabilmente non siamo d'accordo, ma non è questo il punto – questa divisione è diventata particolarmente evidente dopo il 2017, a causa del movimento Me Too, una campagna sociale di sensibilizzazione sul tema delle aggressioni sessuali e delle molestie contro le donne. Me Too è diventato virale dopo le accuse di abuso contro il produttore di Hollywood Harvey Weinstein. Da quel momento, dicono gli analisti, il divario di genere si è ampliato e ha influenzato anche le relazioni d'amore. I generi sarebbero diventati molto antagonisti l’uno verso l’altro, specialmente sui social media. Secondo questi analisti, in precedenza, le relazioni di genere non sarebbero state antagonistiche ma, di nuovo, questo non è il punto, quindi lasciamo perdere. Gli uomini sui social dicono che tutte le donne sono pessime, o che le donne stanno peggiorando e che in America non ci sono più brave donne. Le donne che vivono in un contesto moderno, improvvisamente, non hanno più bisogno degli uomini per ottenere risorse economiche, e questo appare inaccettabile per gli uomini. Tutto ciò impatterebbe sulle relazioni. Per esempio, uno studio del 2020 ha rilevato che un numero crescente di americani è sessualmente inattivo, specialmente tra i giovani uomini. Circa un uomo su tre, tra i 18 e i 24 anni, nel 2018 ha dichiarato di non aver avuto alcuna attività sessuale nell'ultimo anno. Un aumento significativo rispetto al 2000, quando questa percentuale era inferiore a uno su quattro. Basandosi su questa analisi superficiale, ne consegue che siccome, nel nostro ambiente occidentale moderno, la psicologia maschile non è più in grado di perseguire facilmente opportunità con le donne locali, si rivolgerebbe ad altre strategie per ottenere accesso al sesso o alla sfera romantica. E così che, per trovare una relazione, alcuni giovani uomini tentano la fortuna all'estero. Questi giovani uomini sono i Passport Bros. Molti di loro sono giovani nomadi digitali, professionisti che sfruttano la connettività e gli strumenti di lavoro remoto, che permettono loro di viaggiare e lavorare da qualsiasi luogo. Altri sono "bros" che semplicemente sviluppano un'attività all'estero in modo più tradizionale, specialmente considerando che l'Asia è l'economia in più rapida crescita a livello globale e non è difficile, diversamente dall'Italia, aver successo come imprenditori. Al centro di questo movimento c'è la convinzione del valore dei ruoli di genere tradizionali, che loro ritengono stiano scomparendo dalla società occidentale. Un Passport Bro è qualcuno che vuole sostanzialmente trovare una moglie tradizionale e una vita tradizionale. Facendo riferimento a questa analisi molto basilare, ci sarebbe una tale disconnessione tra uomini e donne che gli uomini stanno letteralmente sulla difensiva anche solo per interagire con una donna; quindi, poverini, stanno scegliendo di andarsene. Gli uomini vanno dove si sentono apprezzati, piuttosto che restare in un luogo dove si sentono solo tollerati. Vogliono trovare una donna con cui possano essenzialmente impersonare l’uomo tradizionale. Questo significa che vanno in paesi dove trovano una donna che ritengono davvero femminile e premurosa, che si fida di loro e con cui possono andare nella stessa direzione, condividendo gli stessi valori e ruoli tradizionali. Questo include, ovviamente, il fatto che le donne cucinino e puliscano, cose che invece in Occidente sarebbero viste come controverse o non scontate. Vomitevole, ma andiamo avanti ma prima una pausa musicale con le Bikini Kill che in White Boys gridano: ragazzo bianco, non piangere, non ridere: muori! 5.3 L'industria dei Passport Bros Sebbene non esista un'industria formalmente riconosciuta dei "Passport Bros" nel senso tradizionale, esiste una costellazione di aziende e di social che si rivolgono a questo fenomeno e ne traggono profitto. Ecco una panoramica di come si presentano: * Siti di incontri internazionali e servizi di matchmaking: Alcuni siti di incontri e servizi di matchmaking si rivolgono specificamente agli uomini interessati a trovare partner nei paesi spesso associati alla tendenza dei "Passport Bros". Questi servizi possono enfatizzare le differenze culturali o i presunti vantaggi che attraggono questo pubblico. * Coaching e consulenze: Alcuni individui offrono servizi di coaching o consulenza, sostenendo di aiutare gli uomini a orientarsi negli appuntamenti e nelle relazioni internazionali. * Creazione di contenuti e community online: Questo è un settore significativo. Sono emersi molti siti web, forum, gruppi sui social media e canali YouTube dedicati alla condivisione di esperienze e di consigli e alla promozione dello stile di vita dei "Passport Bros". Queste piattaforme possono essere monetizzate attraverso pubblicità, sponsorizzazioni, vendita di merchandising o contenuti premium. Ad esempio, esiste un sito web di una ditta che si autodefinisce come di supporto ai Passport Bros, lanciata negli Stati Uniti nel 2023. Gestita da Prometheus Worley e suo figlio Clifford, fornisce informazioni per aspiranti Passport Bros con consigli su: * come uscire con donne di culture diverse, * come trovare un alloggio, * come trovare voli, * come noleggiare un jet privato (sì, perché i Passport Bros probabilmente amano pensare di far parte di un'esclusiva società di ricchi che affittano aerei privati e non di essere un branco di sfigati). A parte che fa ridere che questi sfigati abbiano bisogno di informazioni su come trovare un volo aereo, la ditta fornisce servizio informativo a mezzo milione di iscritti, tutti uomini, tutti utenti gratuiti, senza alcun pagamento, almeno fino ad ora. Prometheus, il fondatore, ha iniziato a riflettere su questi aspetti quando ha divorziato dalla moglie, dopo 12 anni di matrimonio. Aveva 35 anni. La moglie lo aveva tradito, pover’uomo :-), e questo ha frantumato il suo ego. "Mi ha spezzato in mille pezzi", dice. Così è finito nel Sud-est asiatico, nel 2013, e ha iniziato una relazione. Anni dopo, suo figlio ha notato online che c'erano ragazzi che viaggiavano per trovare moglie e che pubblicavano video su YouTube. E alla fine, padre e figlio insieme, hanno deciso di fondare la ditta. Modernità tecnologica e medioevo sessuale. 5.4.1 Lo sguardo maschile oggettificante sulle donne del Sud-est asiatico (sguardo maschile oggettificante sarebbe male gaze in inglese, se avete una traduzione migliore cambiatelo) Nella pagina web suddetta, quattro paesi asiatici compaiono alla vetta della lista: Cambogia, Filippine, Vietnam e Thailandia. La pagina web produce una grande quantità di materiale (disgustoso) che permette di osservare quale sia lo sguardo maschile oggettificante sulle donne asiatiche. Gli uomini, sulla pagina, dicono che al di fuori dell’Occidente esiste una cultura e una mentalità femminile completamente diversa e che l’ambiente stesso è totalmente differente. Una frase riportata è: "Se sei un uomo in cerca di una donna con valori tradizionali, valori familiari, la troverai in questi paesi." Gli uomini riferiscono di ricevere molta più attenzione sulle app di incontri. Inoltre, notano che le donne non cercano qualcuno di bello, alto e ricco. Ossia, vanno bene uomini brutti. Gli uomini online raccontano di sentirsi sempre sostenuti nella loro relazione: "Lei dice tipo, sai, tu puoi farcela. Io credo in te." E alcuni uomini dicono addirittura su YouTube che sentirsi sostenuti è tutto ciò di cui un uomo ha bisogno. Che semplicità di vita... In un video, un uomo dice di volere una donna che apprezzi "un ragazzo normale, un uomo onesto". Un altro arriva persino a dire: "Ogni uomo dovrebbe provare questa esperienza, ogni donna dovrebbe provare questa esperienza, frequentando persone di culture diverse.". Non sappiamo bene come commentare questa etnicizzazione delle relazioni e come questo le cambierebbe; richiederebbe una trasmissione a parte, che non faremo. 5.4.2 Da dove viene questa percezione oggettificata delle donne asiatiche che hanno i maschi nell'occidente? Storicamente, la percezione delle donne asiatiche come sottomesse, deboli e iper-femminili è radicata in un complesso intreccio di fattori, tra cui colonialismo, orientalismo e la rappresentazione delle donne asiatiche nei media e nella letteratura dell'ovest * I media occidentali, in particolare all’inizio del XX secolo, hanno spesso ritratto le donne asiatiche in ruoli stereotipati, come la "bambola cinese" o la "geisha", rafforzando l'immagine di donne delicate, obbedienti e sessualmente disponibili. Queste rappresentazioni storiche hanno contribuito allo stereotipo duraturo delle donne asiatiche come sottomesse, deboli e iper-femminili, influenzando a lungo termine la loro percezione nelle società occidentali. * Durante il periodo coloniale, le potenze europee spesso rappresentavano le popolazioni colonizzate come inferiori per giustificare il loro dominio. Le culture asiatiche venivano descritte come esotiche e misteriose, e le donne asiatiche erano raffigurate come docili e servili nei confronti degli uomini occidentali. * Il concetto di Orientalismo di Edward Said evidenzia come l’Occidente abbia costruito una visione romantica e spesso falsa dell’Oriente. Questo includeva la rappresentazione delle donne asiatiche come l’epitome della femminilità, in contrasto con le donne occidentali, considerate più assertive. Nella società contemporanea, sebbene vi siano stati sforzi per sfidare e smantellare questi stereotipi dannosi, la percezione delle donne asiatiche come sottomesse persiste in varie forme. * Nonostante una maggiore diversità nella rappresentazione mediatica, le donne asiatiche vengono ancora spesso ritratte in ruoli stereotipati che perpetuano l’immagine di donne docili e sottomesse. Questo si riflette in film, serie TV e contenuti online che rafforzano i ruoli di genere tradizionali e le aspettative culturali. * Studi hanno dimostrato che alcuni maschi nutrono una preferenza per le donne asiatiche perchè le pensano più accondiscendenti, disponibili e desiderose di compiacere rispetto alle donne di altre etnie. Questo può portare alla loro oggettificazione e feticizzazione. * Anche le interazioni quotidiane possono essere influenzate da questi stereotipi, con le donne asiatiche che si trovano a dover affrontare preconcetti sulla loro personalità, capacità e background culturale. Questi stereotipi possono limitare le loro opportunità e ostacolare il riconoscimento della loro individualità e della diversità delle loro esperienze e prospettive. 5.5 Il punto di vista delle donne nel Sud-est asiatico sul fenomeno dei passport bros Online abbiamo trovato molte interviste a mogli o fidanzate di Passport Bros. Tutte le voci che riporteremo provengono dal Sud-est asiatico. Per esempio, una donna dice che, a suo avviso, tutti meritano di essere felici e di sentirsi amati, e comprende che gli uomini occidentali non vogliano stare in un ambiente a cui non sentono di appartenere o in cui ritengono di non essere apprezzati. Pensa anche che questi uomini vadano all’estero per trovare vere donne, il che per loro è la scelta giusta. Aggiunge che gli uomini cercano donne che li rispettino, che permettano loro di essere gli uomini che dovrebbero essere, cioè, dice, essere i leader della famiglia. E infine aggiunge: "E la maggior parte di noi filippine rispetta questo. Siamo molto orientate alla famiglia e anche più femminili e più tradizionali." Gasp. Un'altra donna spiega che gli occidentali che non sono Passport Bros criticano le donne che si sposano con i Passport Bros stessi. Racconta che gli occidentali credono che queste donne asiatiche interpretino il ruolo di sottomesse solo perché è un modo facile per uscire dalla povertà. Tuttavia, dicono, la loro tradizione, la loro cultura e la loro fiducia nel matrimonio tradizionale sono autentiche. Un’altra donna dice: "Pensiamo in modo molto diverso. Abbiamo motivazioni diverse, preoccupazioni diverse, obiettivi e priorità diverse. Quindi penso che si tratti di comprendere le nostre naturali… differenze e poi trovare una sorta di armonia tra il maschile e il femminile, tra uomini e donne." Un'altra donna spiega che le donne filippine vengono descritte come disperate, sottomesse, e che questo è offensivo. Dice che suggerire che le donne asiatiche siano bersagli facili per gli uomini occidentali è razzista. Questa donna ritiene che implicazione delle critiche femministe alle donne asiatiche è che le donne asiatiche valgano meno delle donne occidentali. Del resto, spesso, le donne asiatiche non hanno scelta rispetto alle aspettative che vengono poste loro riguardo al matrimonio, e quindi tanto vale sposare una persona benestante. Un’altra donna spiega che effettivamente nelle Filippine ci sono più donne che vivono in povertà rispetto agli uomini, più donne che lavorano nel settore informale e più donne che si fanno carico del lavoro di cura o del lavoro domestico, rispetto agli uomini. In questo senso, l’interesse a sposare un Passport Bro è comprensibile. Questo significa che le donne asiatiche hanno comunque la capacità di decidere con chi sposarsi e che le donne sono o dovrebbero essere in grado di fare scelte basate su ciò che ritengono migliore per loro, come ad esempio sposare una persona benestante, cioè un Passport Bro. Aggiunge: "È importante non vedere le donne come vittime." Per esempio, una donna thailandese, su YouTube, con un master ottenuto all’estero e una carriera di successo, spiega che parlare e passare il tempo con stranieri le sembra più stimolante rispetto a fare lo stesso con uomini della sua cultura. Lei non rientra nello stereotipo della donna poco istruita, dipinta da chi critica queste donne, ma comunque preferisce gli uomini occidentali. Un’altra donna spiega che c’è qualcosa di romantico nell’innamorarsi di uno straniero, come nella classica storia d’amore tra due persone unite dal destino, nonostante la distanza e le differenze culturali. Una donna intervistata in un video racconta che gli stranieri, anche se camminano in ciabatte e maglietta ordinaria in una chiesa o tempio, possono sembrare molto attraenti per le donne asiatiche. Racconta di aver conosciuto un ragazzo finlandese, con cui è andata in vacanza, e l’intensità emotiva della relazione è stata molto più forte di quanto si aspettasse. Tuttavia, in seguito, ha scoperto che lui, in quello stesso periodo, aveva un’altra relazione, a casa. Racconta che si aspetta sempre che questo possa accadere, ma che riproverà ancora. Dopo molti viaggi in Asia, bisogna ammettere che l’uomo asiatico medio mostra dei limiti agli occhi di una donna, per esempio i fiumi di alcol consumati ad ogni ora. Inoltre, i valori familiari tradizionali, in Asia, sono così rigidi che le relazioni probabilmente sono meno appaganti o almeno meno "rilassate" rispetto alle relazioni che si hanno in Occidente. In questo senso, sposare un Passport Bro, per quanto questa persona, in occidente, possa apparire molto tradizionale, significa probabilmente sposare qualcuno di assai meno tradizionale di un uomo asiatico. Poi c’è il tema dei legami familiari. In Asia, la maggior parte del tempo libero viene ancora trascorsa con la famiglia allargata. In questo senso, per queste donne, sposare un Passport Bro significa almeno accedere a un uomo che le colloca al di fuori della propria famiglia tradizionale. O meglio, esiste solo la sua famiglia - della donna - e non due famiglie, perchè quella di lui è negli Stati Uniti. * la cosidettà t-shirt cinese... se ne vedono tante in giro e fanno tanto schifo ... (foto protetta da copyright) Online si trova anche la storia di una donna che ha seguito il marito alle Hawaii e con lui ha aperto un canale YouTube. Dal canale è evidente che la relazione include una massiccia dose di gelosia e violenza psicologica, ma la coppia continua a pubblicare video regolarmente per diversi anni. A un certo punto, la donna riesce a invitare la sua famiglia a raggiungerla alle Hawaii, per una vacanza nella casa di famiglia . Durante questa vacanza, il marito maltratta il padre di lei in una breve lite, qualcosa che sembra quasi "normale" nella nostra cultura occidentale. Non appena questo accade, lei decide di lasciarlo e, dopo alcuni mesi, torna nel suo paese col figlio. In questo caso, il marito non ha capito che, in alcuni paesi asiatici, il rispetto per gli anziani è molto più importante del rispetto per sé stessi. La donna può sopportare qualsiasi violenza contro di sé, ma non può tollerare che si manchi di rispetto alla sua famiglia, nemmeno una volta. Detto questo, per tirare le somme sul punto di vista delle donne asiatiche, i ruoli di genere sono complessi. È semplicistico assumere che le donne asiatiche siano più subordinate agli uomini rispetto alle donne occidentali. Per esempio, le Filippine si classificano al 25° posto su 146 paesi negli indici di uguaglianza di genere, con un punteggio migliore del Canada (36°) e quasi 20 posizioni sopra gli Stati Uniti (43°). La Thailandia è un caso più ambiguo: si trova al 65° posto, ma ha il matrimonio LGBT, un re con varie concubine e una donna che è primo ministro. 5.6 Critiche Ci sono così tante critiche su questo fenomeno che non abbiamo la pretesa di elencarle tutte. Eccone alcune. 5.6.1 Manosfera antifemminista (manosphere in inglese) Il movimento Passport Bro viene spesso criticato perchè è associato alla Manosfera. A causa dell’enfasi sui ruoli di genere tradizionali, i critici affermano che il movimento dei passport bros è intriso di misoginia e antifemminismo, poiché implica che le donne dovrebbero occupare un ruolo subordinato agli uomini. Questo movimento viene spesso descritto come una reazione globale contro il femminismo. Coincide con l’ascesa dell’attivismo per i diritti degli uomini e dei movimenti iper-maschili, noti collettivamente come Manosfera. All’interno della Manosfera esistono diversi gruppi: * MGTOW (Men Going Their Own Way), uomini che vogliono tagliare ogni legame con le donne. * The Red Pill, coloro che credono che la società privilegi le donne e opprima gli uomini. Il nome deriva dal film The Matrix, dove la pillola rossa permette di scoprire la verità sul mondo. * Incels (Involuntary Celibates), uomini che non riescono a trovare partner sessuali e sfogano le loro frustrazioni – spesso con toni aggressivi e pieni di odio – in video online. Ci sono differenze e sovrapposizioni tra questi gruppi, ma in generale sono tutti legati da un'idea di fondo: la sensazione che gli uomini stiano "perdendo terreno". Secondo questa visione, le donne occidentali hanno maggiore autonomia e, nel contesto delle relazioni, questo viene percepito come una perdita di potere per gli uomini. Uno studio globale del 2022 ha rilevato che un uomo su tre crede che il femminismo abbia prodotto più danni che benefici, contro una donna su cinque. Una percentuale simile di uomini ritiene che la mascolinità tradizionale sia oggi minacciata e quasi un quarto degli uomini attribuisce la colpa al femminismo per la perdita di potere economico, politico o sociale degli uomini (contro il 15% delle donne). Per dare voce anche agli uomini del movimento dei passport bros, in un video abbiamo trovato il parere di un giovane uomo che sostiene che "gli uomini tendono ancora ad associare le donne alla cura della casa e all’accudimento, mentre vedono sé stessi come fornitori di protezione e risorse". Nella cultura occidentale moderna, molte donne probabilmente non sarebbero felici di tornare ai ruoli tradizionali espressi da questo tizio. Tuttavia, lo stesso uomo afferma che "l’uomo medio non è un misogino, non vuole opprimere nessuno, vuole solo trovare una moglie". Lui evidentemente è proprio uno che non si fa molte domande. 5.6.2 Costo della vita Un’altra grande critica è che questi uomini sfruttano una sorta di speculazione geografica (in inglese geographical arbitrage), le ingiustizie dell'ordine globale, dato che lavorano da remoto in Occidente con stipendi occidentali mentre vivono in paesi dove la vita costa meno. In questo modo, sono più ricchi rispetto all’uomo locale medio che guadagna lo stipendio in moneta locale. Sebbene questa sia una critica valida, è difficile affermare che i Passport Bros siano gli unici a fare questo tipo di speculazione geografica oggi. 5.6.3 Critica coloniale Secondo la critica coloniale, il movimento dei passport bros danneggia le società locali e, in generale, il mondo, perché si basa sulla convinzione che le donne debbano essere docili e sottomesse. Questo movimento introduce una dimensione razzista e coloniale, poiché si basa sull’aspettativa che le persone di colore debbano servire le persone bianche e che i paesi "di colore" debbano essere al servizio dei bros occidentali (bianchi o di qualsiasi altra etnia). Vale la pena far notare qui che i Passport Bros sono un fenomeno occidentale, e non un fenomeno dell'ovest globale. 5.6.4 Critica femminista La critica femminista analizza come il patriarcato, ovvero il sistema di relazioni sociali che favorisce gli uomini cis etero a discapito di tutte le altre soggettività, danneggi le donne e, più in generale, tutte le soggettività che opprime. La critica femminista aiuta anche a capire come i sistemi di oppressione interagiscono tra loro, rendendo impossibile descrivere l’oppressione delle donne senza analizzarla in modo strutturale, per esempio per come la povertà colpisce le donne in modo diverso rispetto agli uomini. 5.6.5. Fuga dal rifiuto o ricerca di compatibilità? Un'altra critica ai passport bros sostiene che questi uomini cerchino l’amore all’estero perché non sono abbastanza, non sono al livello necessario per le donne del loro paese d’origine. In un certo senso, questi uomini si arrendono riguardo alle possibilità di aver successo con le donne occidentali. È quasi come se pensassero di poter prendere una pillola magica (vedi il riferimento a The Matrix sopra), che è il viaggio, e che tutto cambierà semplicemente trasferendosi in un altro paese e incontrando una donna lì. Uno studioso conferma questa tesi, spiegando che molti di questi giovani uomini non hanno avuto grandi esperienze sentimentali in Occidente. Molti di loro sono giovani uomini medi che non riescono ad attirare l’attenzione delle donne che desiderano. Nel frattempo, vedono altri giovani uomini che vivono in Thailandia o Cambogia e hanno successo con le donne. Si rendono conto che in altri paesi le aspettative nei confronti degli uomini non sono così elevate come in occidente. Quindi, ci sembra di capire, stanno fuggendo dal rifiuto e dalla solitudine e cercano una serva. 6. Conclusioni - Geopolitica dei Passport Bros all'inizio del 2025 Gli osservatori politici hanno collegato la vittoria del presidente eletto Donald Trump alla sua strategia elettorale, che si è rivolta ai giovani elettori maschi disillusi. Il giorno delle elezioni, gli exit poll di NBC News hanno mostrato che la maggioranza delle giovani donne ha votato per Kamala Harris, mentre i giovani uomini hanno votato principalmente per Trump, su questo potete trovare anche un'analisi sul sito di Radio Onda Rossa Un esperto ha affermato che la maggior parte dei Passport bros americani che incontra e con cui interagisce sostiene Trump. Un’esperta filippina ha dichiarato di non essere sicura che le ragioni per cui il movimento Passport Bros predilige i ruoli tradizionali influenzino il modo in cui votano. Tuttavia, aggiunge, anche se al momento molte persone propendono per un presidente populista, forse si sta diffondendo in generale una tendenza alla rivalutazione dei ruoli tradizionali molto rigidi, indipendentemente dal presidente di turno. La marea, conclude, sta cambiando anche nel Sud-est asiatico. Un rapporto ha mostrato un aumento degli atteggiamenti che rafforzano i ruoli di genere tradizionali e minano i diritti delle donne. Per esempio, l’istruzione e le prospettive di lavoro sono considerate più importanti per gli uomini. Noi pensiamo che questi Passport Bros, a prescindere da cosa votano, siano intrinsecamente conservatori o anche reazionari. Troviamo quindi che ci siano varie conclusioni geopoliche possibili, spesso in contrasto tra loro, basandoci sul nostro assunto che i Passport Bros sono e rimangono retrogradi e conservatori. Ma prima un'altra pausa: ANTIPATRIARCA di ANA TIJOUX 6.1 Conclusione 1: Impatto sulle donne in Asia - I Passport Bros potrebbero rafforzare il tradizionalismo e, essendo generalmente più ricchi degli uomini locali, potrebbero portare un'influenza politica di destra sulla società intera dei paesi dove si sono trasferiti. - Rapporti recenti indicano un aumento del dominio maschile tradizionale. Questa tendenza minaccia i progressi compiuti nell’uguaglianza di genere, rafforzando aspettative obsolete sul ruolo della donna nella società. L'afflusso di espatriati con tendenze conservatrici potrebbe aggravare questa regressione. Studi dimostrano da tempo che le società che danno potere alle donne—attraverso l’istruzione, le opportunità di carriera e i diritti—sperimentano - una crescita economica più forte e una maggiore stabilità sociale. Se il fenomeno Passport Bros contribuisce a una cultura che scoraggia le donne dal cercare un'istruzione e l'indipendenza professionale, rischia di far retrocedere i progressi nei diritti delle donne. 6.2 Conclusione 2: Rafforzamento dell’influenza globale di Trump e della destra Il movimento Passport Bros è ancora relativamente piccolo ma, in linea di principio, ci sono tre motivi chiave per cui potrebbe rafforzare l’allineamento e il sostegno alle politiche e alla visione delle destre dell'ovest globale e di Trump, al di fuori dell’Occidente. 1. Molti uomini che si identificano con il movimento Passport Bros hanno visioni tradizionaliste, preferendo ruoli di genere che si allineano con ideologie conservatrici. Dato che Donald Trump si è costantemente posizionato come difensore dei valori tradizionali e come critico delle dinamiche di genere progressiste, il movimento si integra bene con la sua base politica. Poiché i Passport Bros si trasferiscono in paesi in cui le norme di genere conservatrici sono più diffuse, rafforzano questi valori all’estero, promuovendo sottilmente un’espansione ideologica che avvantaggia la leadership di destra. 2. La politica estera spesso punta a creare alleanze più forti con governi che condividono valori simili, in questo caso i valori tradizionali. Molti paesi preferiti dai Passport Bros, come le Filippine e la Thailandia, hanno sistemi politici che, sebbene in teoria democratici, riflettono queste tendenze. Man mano che i giovani uomini conservatori occidentali si integrano in queste società e sviluppano legami economici e familiari, potrebbero contribuire a rafforzare sentimenti pro-Trump e pro-destra. Ciò potrebbe creare un’influenza indiretta, ma tangibile, che rafforzerebbe le relazioni degli stati di destra con queste regioni, in particolare nel contrastare le politiche globali progressiste sostenute da altri leader occidentali meno conservatori. Conclusione 3: Impatto sulle donne in Occidente Vorremmo provare, per una volta, a trarre conclusioni super superficiali, invitando in maniera molto egoistica i Passport Bros a partire. Anzi, potremmo anche fare una raccolta fondi :-) Un ambiente di incontri più equilibrato? La partenza dei Passport Bros potrebbe significare che esisteranno meno interazioni con individui che vedono le relazioni di coppia come relazioni di potere o che pensano che le donne debbano conformarsi a rigide aspettative. Riduzione dell’opposizione alle politiche interne di Trump e delle destre La partenza degli uomini disillusi dagli Stati Uniti potrebbe ridurre un segmento della popolazione che potrebbe altrimenti essere una voce critica contro le politiche progressiste a livello nazionale. Scegliendo di partire e scegliendolo in numeri significativi, potrebbero i Passport Bros ridurre la resistenza interna verso le riforme sociali e civili più progressiste? Meno resistenza all’uguaglianza di genere? Una delle principali critiche ai Passport Bros è la loro opposizione ai ruoli di genere moderni, lamentando spesso il declino delle cosiddette "donne tradizionali" in Occidente. Autoescludendosi dalla società occidentale, potrebbero avere un ruolo positivo rimuovendo una fonte di attrito nella ricerca dell’uguaglianza di genere. Più reazione contro il femminismo? Da notare la contraddizione con il punto precedente. Mentre scelgono di andarsene, i Passport Bros stanno contemporaneamente validando la retorica delle destre, secondo cui gli Stati Uniti sono diventati inospitali per gli uomini "tradizionali". La loro partenza funge da implicita conferma di questa narrazione, e potrebbe contribuire a consolidare la convinzione dell'elettorato di destra rispetto alla necessità di una forte politica conservatrice. Stacchetto Clausole di Salvaguardia 1.Per questa trasmissione abbiamo usato come fonte un'inchiesta giornalistica realizzata dalla CNA, una televisione di Singapore. Ci è piaciuto che la trasmissione portasse varie voci di donne del sud est asiatico. In aggiunta abbiamo trovato migliaia di video di uomini e di donne che raccontano la lora storia. Si tratta di video talvolta disgustosi; noi potremmo aver per errore ascoltato più donne che uomini. Le conclusioni sono nostre, che ci risulti non ci sono troppe analisi politiche oltre il femminismo 2. Tutto questo fenomeno degli uomini occidentali che vanno nel Sud-est asiatico in cerca di mogli non è una novità. Prima dei passport bros, c’era il cosiddetto "vecchio sporcaccione", c’erano gli ordini di spose per corrispondenza, eccetera. Si stima che in Thailandia ci siano circa 300.000 lavoratrici del sesso. Qui, in media, una lavoratrice del sesso entra nell'industria all'età di 19 anni. Ogni anno, la Thailandia accoglie tra 800.000 e 2 milioni di turisti sessuali. Il turismo sessuale genera, secondo alcune stime, oltre 6 miliardi di dollari per il paese. Gran parte di questa industria è alimentata dalla povertà. Forse un giorno ci faremo una trasmissione , ma oggi non è di questo che stavamo parlando. 3. Tutte le nostre conclusioni si basano sull'assunto che i Passport Bros siano tanti, sulla base della nostra osservazione. Ciò nonostante, non esistono dati; magari, invece, sono un piccolo numero che non meritava questa trasmissione. L'unica cosa che pensiamo sia certa e di cui siamo convinte è che siano degli sfigati. 4. Va ipotizzato che i passport bros americani diminuiranno sotto Trump, ma questo non accadrà necessariamente in altre aree dell'occidente. SIGLa Finale *VIE Anvedi la Signora (La pronuncia è Tung Mi Lá in cui la i se sente a malapena, è cortissima e ha un suono molto chiuso.) Introduzione - Trương Mỹ Lan è nata nel 1956 a Saigon, oggi Ho Chi Minh City, in una famiglia di imprenditori. Inizialmente, gestiva un'attività di accessori per capelli. Essendo il Vietnam un Paese comunista, nessuna entità del settore privato può svilupparsi senza connessioni con il Partito. Grazie ai suoi legami con il Partito, Lan ha poi creato una società immobiliare specializzata in edifici residenziali di lusso, uffici, hotel, centri commerciali e servizi finanziari. Dal 2012 al 2022, Lan ha controllato la Saigon Joint Stock Commercial Bank (SCB), la più grande banca del Vietnam in termine di attivi. La SCB è stata fondata nel 2012 dalla fusione di tre banche in fallimento. Questa fusione, coordinata dalla banca centrale, ha sollevato interrogativi sulla supervisione e sull'integrità delle regolamentazioni bancarie dell'epoca. - Come che sia, la Banca Centrale del Vietnam autorizzò la fusione delle tre banche. Va notata una cosa. Un investitore vietnamita può possedere fino al 5%, e nessun azionista, insieme a persone collegate (per esempio prestanome), può superare il 15% complessivamente. Tuttavia, Lan riuscì a controllare la banca oltre il limite legale tramite più di due dozzine di intermediari. Per aggirare il limite legale sulla proprietà bancaria, Lan creò numerose società di comodo e entità fittizie che mascheravano il suo reale controllo sulla SCB. Con questo metodo, Lan arrivò a possedere in realtà oltre il 91% delle azioni della banca. - Per sottrarre denaro, il suo sistema includeva la falsificazione di richieste prestito per numerosi "clienti" che erano in realtà parte della rete di Lan composta da oltre 1.000 entità e persone. Il suo team falsificava documenti per ottenere prestiti, spesso gonfiando il valore delle garanzie in collusione con società di valutazione. All'interno di SBC, le richieste erano contrassegnate con un codice specifico ("HSTT") che segnalava al personale della banca di accelerarne la valutazione e l'erogazione, bypassando le procedure standard. Ciò ha portato all'emissione di circa 2.500 prestiti grazie alle quali entità legate a Lan hanno ricevuto il 93% dell'intero portafoglio prestiti della banca destinato. Questo è stato possibile grazie alla corruzione di funzionari della Banca Centrale del Vietnam affinché ignorassero le violazioni e garantissero che la SCB non fosse sottoposta a controlli durante le ispezioni. Tra queste presunte tangenti, si segnala un pagamento di 5,2 milioni di dollari al capo di una squadra ispettiva. - Nel tempo, Lan ha poi diretto il prelievo di questi fondi. L'importo totale appropriato tramite questo schema è stato stimato intorno ai 12 miliardi di dollari, portando sul lastrico la SCB e causando ripercussioni nell'intero settore bancario vietnamita. Lo scandalo non ha solo colpito la SCB, ma ha anche sollevato preoccupazioni sull'integrità complessiva del sistema bancario e della governance in Vietnam. Il caso ha contribuito ad una perdita di fiducia pubblica nelle istituzioni finanziarie e nei funzionari governativi. - Lan è stata arrestata il 6 ottobre 2022 dopo anni di indagini. È stata accusata di aver emesso illegalmente obbligazioni per decine di milioni di dollari nel 2018 e 2019 e di aver utilizzato richieste di prestito false per appropriarsi di oltre 12 miliardi di dollari. Dopo l'arresto, tre dipendenti della SCB si sono suicidati, il 6, 9 e 14 ottobre, e l'arresto di Lan ha scatenato un massiccio ritiro di depositi dalla SCB, portando a un calo dell'80% dei depositi entro la fine del 2022. Lo scandalo è considerato il più grande caso di corruzione nel sud-est asiatico. Il fatto che Lan sia riuscita a consolidare il controllo sulla SCB eludendo le restrizioni legali indica una corruzione sistemica nel settore bancario. - Il 5 marzo 2024 è iniziato il processo presso il Tribunale Popolare di Ho Chi Minh City con altri 82 imputati, molti dei quali provenienti dalla stessa banca. L'11 aprile 2024, Lan è stata condannata a morte mediante iniezione letale per appropriazione indebita. Il 19 settembre 2024 è iniziato un secondo processo per Lan e altri 33 imputati accusati di riciclaggio di denaro, vendita illegale di obbligazioni e trasferimento illegale di 4,5 miliardi di dollari dentro e fuori dal Vietnam tra il 2012 e il 2022 tramite 21 società controllate dalla sua azienda immobiliare. Il 17 ottobre è stata condannata all'ergastolo per queste accuse. Lan ha poi perso l'appello contro la condanna a morte il 3 dicembre 2024; per evitare la pena di morte e ottenere la riduzione all'ergastolo, Lan dovrebbe restituire 11 miliardi di dollari. - All'inizio del processo, Lan si è mostrata sicura di sé. Questa situazione ha suscitato commenti e reazioni ironiche, in particolare riguardo all'entità dei fondi sottratti e agli aspetti più surreali del caso. Ad esempio, è emerso che Lan avrebbe nascosto oltre 4 miliardi di dollari in contanti nelle sue proprietà, portando a battute sul fatto che "nuotasse nei soldi come Paperon de' Paperoni". Un'altra osservazione ironica riguarda la logistica delle sue attività finanziarie: il ritiro di 108 trilioni di dong vietnamiti, pari a 216 milioni di banconote , ha evocato immagini comiche di montagne di denaro fisico. - Durante un'udienza del processo, il 3 dicembre 2024, Lan ha dichiarato: "Volete la mia ricchezza? L'ho nascosta nell'oceano. Se la volete, andate a cercarla." Questa frase ha suscitato ilarità, poiché ricorda una battuta di un fumetto molto popolare in Vietnam. Secondo alcuni media, Lan avrebbe recentemente mostrato segni di rimorso, tentando di recuperare il denaro, probabilmente per evitare la pena di morte. Circa 36.000 persone sono state riconosciute come vittime della sua frode a SCB. PAUSA MUSICALE La “Fornace Ardente” (BF) - L'allora Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam (PCV) Nguyễn Phú Trọng avviò nel 2013 una campagna anti-corruzione nota come "Fornace Ardente". È difficile reperire dati precisi sull’efficacia della campagna, ma alcune fonti riportano che dal 2013 quasi 20.000 membri del Partito sono stati "disciplinati", mentre dal 2021 circa 7.500 persone sono state indagate per corruzione. Il PCV ha anche approvato una nuova legge anticorruzione nell’Assemblea Nazionale il 20 novembre 2018, entrata in vigore il 1° luglio 2019. La legge stabilisce regolamenti e azioni per prevenire e individuare la corruzione. - Ecco un elenco delle figure di rilievo cadute sotto la Fornace Ardente: * Ministro dei Trasporti. * Ex Maggiore Generale della Pubblica Sicurezza del Popolo del Vietnam. * Ministro della Sanità (coinvolto in uno scandalo legato alla fornitura di materiali per il COVID-19). * Ex capo della Petrovietnam Construction Joint Stock Corporation. * Direttore del Dipartimento di Forniture Mediche presso il Centro per il Controllo e la Prevenzione delle Malattie nella provincia di Ninh Thuan. * Ex Vice Ministro degli Affari Esteri, accusato di aggiungere illecigamente aziende alla lista di fornitori di voli di rimpatrio durante il COVID-19. * Nguyễn Xuân Phúc, 11° Presidente del Vietnam dal 2021 fino alle sue dimissioni nel 2023 per "errori e violazioni" commessi da 539 subordinati del suo governo. * Vuong Dinh Hue, Presidente dell’Assemblea Nazionale, ha lasciato l’incarico nel 2024 per "violazioni e carenze". - Cerchiamo allora di chiarire il ruolo e l'impatto di questi arresti all'interno del sistema politico vietnamita. Il Vietnam è uno Stato ad organizzazione marxista leninista con una struttura politica organizzata intorno a quattro posizioni chiave, note come i “Quattro Pilastri”: il Segretario Generale (la figura più potente, rappresentante del Partito), il Presidente dello Stato, il Presidente dell’Assemblea Nazionale (come il nostro Parlamento) e il Primo Ministro che è una figuta di rappresentanza. - Per capire l'impatto della Fornace Ardente, va notato che Nguyễn Xuân Phúc, Presidente, era il numero 2 del Paese, e si è dimesso nel 2021 senza subire processi legali, mentre Vuong Dinh Hue era il il numero 3, ha lasciato il suo incarico per irregolarità nel 2024. Secondo diversi media, tra gli arrestati figurano un membro del Politburo, un ex membro del Politburo, quattro membri attuali o ex del Comitato Centrale del Partito e 186 altri membri del Partito sotto la gestione del Comitato Centrale. Tuttavia, non ci sono sufficienti informazioni sul sistema politico vietnamita per comprendere esattamente chi siano queste persone e quale sia stato il loro destino. Ma sottolineamo che è una campagna che colpisce anche persone di altissimo livello. - E' da notare anche che la Fornace Ardente ha subito un'accelerazione significativa durante la pandemia, con scandali di grande portata relativi a fissazione dei prezzi, tangenti per kit di test COVID-19 e mazzette per garantire posti sui voli di rimpatrio dei cittadini vietnamiti. Questi scandali hanno portato alla caduta di decine di funzionari, coinvolgendo direttamente il Ministro della Sanità e il leader di Hanoi. PAUSA MUSICALE - Quali sono state le conseguenze della "Fornace Ardente"? La situazione in Vietnam adesso è confusa. In aggiunta a questa ondata di arresti e dimissioni, Nguyễn Phú Trọng, Segretario Generale del Partito Comunista del Vietnam e figura numero uno del Paese, è deceduto il 19 luglio 2024 all'età di 80 anni, dopo una lunga malattia. Dopo la sua morte, Tô Lâm, ex Ministro della Pubblica Sicurezza, ha assunto il ruolo di Segretario Generale. - Tô Lâm ha avviato una serie di riforme, tra cui la riforma del settore pubblico, e ha concentrato i suoi sforzi su stabilità e sicurezza interna. Si prevede che la campagna della "Fornace Ardente" continuerà sotto la sua guida. Questa campagna ha avuto conseguenze sia positive che negative in Vietnam, con impatti che vanno ben oltre la sfera politica. - Per quanto riguarda gli effetti negativi, possiamo menzionare: * Blocchi nella spesa pubblica: Uno degli effetti più visibili è il il fatto che tutti i livelli di governo non sono più in grado di usare e distribuire i fondi pubblici. Il denaro destinato ai progetti non viene utilizzato, causando ritardi significativi. * Clima di paura tra i funzionari: Anni di arresti e dimissioni spaventano molti funzionari governativi che hanno visto i loro colleghi arrestati. Anche coloro che agiscono in buona fede temono di essere puniti per errori involontari, specialmente a causa di regolamenti complessi, in particolare nel campo degli appalti pubblici. Per evitare responsabilità, i funzionari spesso ritardano decisioni importanti. Tuttavia, essendo un governo comunista, i funzionari che ritardano i lavori pubblici rischiano punizioni anche per il mancato rispetto delle scadenze o per la mancata distribuzione dei fondi assegnati. * Paralisi nei settori pubblico e privato: La campagna ha creato un’atmosfera di paura e ansia che colpisce sia il settore statale che quello privato. La repressione delle attività fraudolente di grandi sviluppatori immobiliari ha scatenato timori che il settore immobiliare stesso possa crollare. * Progetti pubblici bloccati: Nel 2022, è stato riportato che a Ho Chi Minh City ben 100 progetti pubblici non hanno ricevuto i fondi pianificati. Progetti importanti, come linee della metro, ponti, aeroporti e ospedali, sono fermi in tutto il Paese a causa di problemi di acquisizione dei terreni. Sempre nel 2022, si è scoperto che il 65% delle strutture mediche in Vietnam affronta carenze di attrezzature e medicinali a causa dei blocchi di fondi. Inoltre, grandi progetti come l'aggiornamento dell'aeroporto di Saigon sono stati sospesi. - * Performance economica a rischio: Questo blocco ha effetti a catena sull'economia del Vietnam, con progetti chiave fermi e difficoltà a soddisfare le esigenze sanitarie e infrastrutturali del Paese. * Corruzione come "lubrificante" burocratico: In alcuni casi, la corruzione funzionava come una sorta di "lubrificante" per accelerare i processi burocratici. L'eliminazione delle tangenti ha rallentato il sistema, causando disagi temporanei nei servizi essenziali come la sanità. Tuttavia, questo tipo di problemi legati alla mancata lubrificazione sono sono considerati transitori e destinati a ridursi man mano che la corruzione viene eradicata. - Per quanto riguarda, invece, gli effetti positivi: * Riduzione dei costi informali: Uno degli effetti positivi più significativi dovrebbe essere la diminuzione dei costi informali per fare affari. Un'indagine della Camera di Commercio e Industria del Vietnam ha rilevato che la percentuale di aziende che pagano "commissioni non ufficiali" (mazzette in pratica) è scesa del 39% tra il 2006 e il 2021. Ciò nonostante, ancora al 2021 l'indagine diceva che il 41% di aziende pagava mazzette. * Benefici per innovazione e produttività: La riduzione della corruzione dovrebbe effetti positivi sull'innovazione e sulla produttività, settori centrali per l'economia del Vietnam, che, come la Cina, punta su industrie innovative. * Maggiore attrattiva per gli investimenti stranieri: La lotta alla corruzione ha reso il Vietnam più attraente per gli investitori stranieri, aumentando la fiducia nelle sue istituzioni economiche e politiche. - In effetti la Economist Intelligence Unit ha detto che il Vietnam ha guadagnato 22 posizioni, a livello mondiale, nell'indice per la facilità di fare businness. Trasparency International ha detto che il vietnam è passato dal 33esimo posto per corruzione nel 2018 al 42esimo nel 2022. Il vietnam ha visto un aumento del 39% in investimenti stranieri diretti nei primi mesi del 2024. Sembrerebbe che la "Fornace Ardente" stia trasformando profondamente il Vietnam, bilanciando difficoltà a breve termine con prospettive più stabili e trasparenti a lungo termine. Detto ciò, visto gli scarsi dati, non è facile capire cosa stia succedendo e quali siano le conseguenze. Detto tutto ciò, piccola pausa musicale e poi cercheremo di capire perchè la corruzione è così diffusa in Vietnam in particolare. PAUSA MUSICALE - Quindi perché i funzionari governativi sono corrotti? Tutt* sono daccordo che una delle cause principali della corruzione in Vietnam è lo stipendio estremamente basso dei funzionari pubblici. Lo stipendio base per i dipendenti pubblici è di circa 73 dollari al mese, e anche per quanto riguarda i dipendenti più senior con stipendi più alti, si tratta comunque di stipendi che non sono sufficienti a coprire il costo della vita, specialmente nelle grandi città. - Il Vietnam ha lottato per decenni contro la corruzione, che continua a essere un problema diffuso. Nel 2023, il Paese si è classificato 83° su 180 nell'Indice di Percezione della Corruzione, con il 64% dei vietnamiti che ritiene la corruzione un problema grave e il 15% degli utenti dei servizi pubblici che ha ammesso di aver pagato una tangente negli ultimi 12 mesi. Uno dei motivi alla base della corruzione diffusa è la percezione che smascherare la corruzione all'interno del CPV possa minare il potere del Partito e rivelare debolezze. Questo vuole dire che in un paese in cui "tutti" lavorano per il partito o per il governo, smarcherare o rivelare la corruzione viene ritenuta una forma di rivelare i problemi del Vietnam. Lo spiego sotto. - Si tratta quindi di un problema sistemico. La corruzione in Vietnam è profondamente radicata e ha raggiunto un livello di "coesistenza" con il sistema politico, per via di una combinazione di fattori oggettivi e soggettivi: * Apparato statale ingombrante: la burocrazia è eccessivamente complessa e inefficiente. * Salari e benefici inadeguati: le retribuzioni basse spingono molti dipendenti pubblici a cercare fonti di reddito alternative, spesso tramite pratiche illecite. * Sproporzionato potere statale: l'autorità dello Stato è talmente pervasiva che facilita l'abuso di potere. - Stiamo parlando di un numero di funzionari pubblici impressionante. Recentemente, molti vietnamiti sono rimasti sorpresi quando il Ministero della Pubblica Sicurezza ha rivelato che le forze di Difesa Civile e altre forze di sicurezza locali contano 1,5 milioni di persone, equivalenti a circa l'1,5% della popolazione vietnamita. Tutte queste persone sono stipendiati dal governo. In aggiunta esiste un cosidetto settore pubblico non economico: settori come educazione, sanità, cultura e sport impiegano più di 2,5 milioni di persone, distribuite in 73.600 unità. Organizzazioni politiche e associazioni: Anche queste organizzate nell'ambito del partito sono circa 35.100 e impiegano 237.000 persone. - In un sistema comunista come quello vietnamita, è difficile per noi capire chi viene pagato direttamente dal governo e in che modo. Va però detto che fra macchina amministrativa statale, servizi (chiamato settore pubblico non economico), e tutte le assiciazioni legate al partito (ossia praticamente tutta la società civile) i numeri sono impressionanti rispetto alla dimenzione dello stato per esempio in Occidente. - In Vietnam, inoltre, la corruzione viene vista anche come un "investimento". Un altro fenomeno noto, infatti, è il pagamento per accedere a posizioni nel sistema statale dei vari tipi detti prima. Le persone pagano per entrare nell'apparato governativo e poi usano il potere acquisito per partecipare a pratiche corrotte. Questo circolo vizioso è diventato parte integrante del funzionamento del governo. Candidarsi e pagare per posizioni di potere è talmente comune che il capo del Comitato di Ispezione del Partito di Hanoi ha ammesso pubblicamente: "Compagni, oggi si dice che con meno di 100 milioni di dong non si può comprare una posizione" (circa 4.000 dollari). - Un ultimo elemento è quello dell'assenza di controllo pubblico. Non esiste, infatti, un meccanismo efficace per permettere ai cittadini o alle organizzazioni della società civile di denunciare, criticare o intervenire contro la corruzione in modo organizzato. Il processo per affrontare la corruzione dipende interamente dalla volontà politica delle forze interne al Partito Comunista, ossia le denuncie nel sistema politico del Vietnam vanno fatte direttamente alla cellula locale del partito. Di conseguenza, è praticamente impossibile denunciare la corruzione a un'entità, che è sempre e comunque legata al Partito, che è essa stessa sempre coinvolta nella corruzione. (nota di M, non so se si può dire qui, ma questa è la ragione chiave per cui i sistemi comunisti non funzionano: l'implementatore è anche il controllatore). PAUSA MUSICALE - Parallelismi sistemici in Asia. In realtà ci siamo focalizzate sul Vietnam perchè è l'ultimo paese che affronta grandi scandali di corruzione, e anche perchè la figura di Lan appare un po' come una Crudelia Demon del comunismo sui nostri media, mentre un'altra parte dei media si stupisce di come una vecchia signora possa essere condannata a morte. - In realtà, negli ultimi decenni, l'Asia è stata teatro di numerosi scandali di corruzione, evidenziando come questa piaga sia radicata in fattori storici, politici ed economici comuni. Tra i casi più noti: * Cina: Dal 2012, Xi Jinping ha avviato una campagna anti-corruzione su larga scala. * Malesia: Lo scandalo 1MDB ha coinvolto l'ex Primo Ministro Najib Razak. * India: Lo scandalo delle licenze per il 2G ha causato perdite di 29 miliardi di dollari. * Indonesia: Setya Novanto, ex presidente della Camera dei Rappresentanti, è stato condannato per appropriazione indebita di fondi. * Filippine: Lo scandalo Fertilizer Fund ha visto il dirottamento di fondi destinati agli agricoltori. * Corea del Sud: L'impeachment della Presidente Park Geun-hye per appropriazione indebita di milioni di dollari. La persistenza della corruzione in Asia non deriva solo da pratiche contemporanee, ma da debolezze strutturali ereditate dal colonialismo, dalle influenze geopolitiche esterne e dalle sfide di governance post-indipendenza. Parliamone un po'. - Il primo elemento da considerare riguarda i bassi salari nel settore pubblico. Molti stati asiatici ereditano stipendi insufficienti per i dipendenti pubblici, una pratica introdotta dai governi coloniali, che consideravano i funzionari come strumenti di controllo, non come servitori pubblici. Dopo l'indipendenza, i nuovi stati si sono trovati con burocrazie enormi e con risorse finanziarie limitate, quindi molti funzionari hanno ricorso a tangenti come strategia di sopravvivenza. * In Vietnam e India, i salari dei funzionari pubblici sono ben al di sotto del costo della vita. * Nelle Filippine, il ricorso a "tasse informali" risale al periodo coloniale americano. - In secondo luogo, è necessario considerare le reti di clientelismo Le reti di patronato e clientelismo, radicate nei sistemi coloniali, cooptavano le élite locali per mantenere il controllo. Dopo l'indipendenza, molti governi non sono riusciti a creare sistemi meritocratici, lasciando spazio a favoritismi e legami politici-commerciali. * In Indonesia, le politiche coloniali olandesi rafforzarono le relazioni con le élite locali, evolvendo in reti di patronato post-indipendenza. * In Sud Asia, le concessioni britanniche a famiglie privilegiate hanno consolidato i legami tra politica e affari. La Guerra Fredda rafforzò ulteriormente queste reti: potenze come gli Stati Uniti e l'Unione Sovietica appoggiavano élite locali fedeli, trascurando la governance. - Inoltre, c'è una debolezza strutturale dei controlli e la cattiva governance Molte amministrazioni coloniali evitarono deliberatamente di costruire sistemi di governance trasparenti, temendo ribellioni. Dopo l'indipendenza, i nuovi stati spesso mancavano delle strutture istituzionali necessarie per garantire responsabilità e trasparenza. * La Guerra Fredda ha aggravato queste debolezze, con risorse internazionali che venivano spesso utilizzate per sostenere regimi autoritari senza controlli adeguati. * L'assenza di movimenti democratici indipendenti ha ulteriormente indebolito la capacità di supervisione, come visto in Vietnam e anche in altri paesi con limitata società civile come Laos e Cambogia. - Infine, non possiamo non menzionare le norme culturali e storiche. Con il chiaro rischio di sembrare coloniali, siamo forzate ad aggiungere che in molte società asiatiche, la corruzione si intreccia con tradizioni culturali di dono e reciprocità. Queste pratiche, seppur inizialmente benigne, sono state cooptate dai governi coloniali e post-coloniali per giustificare comportamenti opportunistici. - Tutto questo richiederebbe una trasmissione a se perchè i casi sono numerosissimi. Basti dire In generale, rispetto all'Occidente, nella società c'è un rispetto molto formale per le figure più anziane o per le figure con più potere, che sono viste come guida. Quando queste figure sono corrotte, la corruzione diventa facilmente sistemica. PAUSA MUSICALE - Quella che possiamo trarre dal Vietnam è una lezione globale La corruzione in Asia riflette un'eredità storica e geopolitica che non è unica della regione ed è fortemente legata all'eredità coloniale e alle dinamiche geopolitiche. Durante la Guerra Fredda, il sostegno statunitense a reti come la mafia in Italia hanno mostrato come le alleanze strategiche possano erodere l'integrità istituzionale ovunque, non solo in Asia. - Questi esempi sottolineano che la corruzione non è un problema di "altri", ma una sfida globale modellata dalla geopolitica e dalla storia. Riconoscere queste connessioni storiche è fondamentale per costruire sistemi più trasparenti e responsabili a livello mondiale. BREVE MUSICHETTA PER STACCARE (TROVIAMO UN JINGLE O UN TAPPETO MUSICALE PIù CHE UN'INTERA TRACCIA) E ora, prima di concludere, alcune importanti clausole di salvaguardia ... - Riconosciamo che questo approfondimento non ha trattato alcuni aspetti cruciali del sistema vietnamita, in particolare: La Repressione del dissenso e attivismo: La gestione del dissenso politico, dei movimenti ambientalisti e di altri tipi di attivismo in Vietnam è una questione complessa. Tuttavia, affrontare questo tema avrebbe richiesto uno spazio molto maggiore rispetto a quello disponibile in questa analisi. - Il Ruolo della società civile: Il contributo della società civile nei recenti scandali di corruzione è poco documentato, principalmente a causa del forte controllo delle informazioni esercitato dal governo vietnamita e anche dal fatto che la maggior parte della società civile in Vietnam è nei fatti parte del Partito. È difficile valutare in modo esaustivo il peso che organizzazioni locali o internazionali potrebbero avere nel promuovere trasparenza e responsabilità. - Fonti e limitazioni: Gran parte delle informazioni utilizzate proviene da media occidentali, da Wikipedia e da alcune fonti asiatiche in lingua inglese. Questo contesto introduce potenziali errori o distorsioni nei dati e nelle interpretazioni presentate. La mancanza di accesso diretto a fonti vietnamite limita la possibilità di verificare i dettagli e comprendere pienamente il quadro interno. In aggiunta, alcune delle considerazioni finali vengono da ricerche sociologiche che hanno studiato le società colonizzate e post-coloniali. - Possibili influenze esterne A rischio di sembrare complottiste, sebbene non ci siano prove dirette o specifiche del coinvolgimento della CIA o di altre agenzie straniere nella situazione attuale del Vietnam, è ragionevole supporre che possano esistere influenze esterne, considerando il ruolo tradizionalmente attivo degli Stati Uniti nella regione. Tuttavia, questa rimane una speculazione non confermata. - Questo contesto di incertezza ci spinge a considerare questa analisi come un punto di partenza, con l'auspicio che futuri approfondimenti possano arricchire e bilanciare il quadro presentato. *CHI-RUS Oltre il confine orientale INTRO E UN PO’ DI STORIA Iniziamo con un concetto: la Russia è Asia. Si, la Russia si trova in Asia, ma culturalmente appare in parte europea, soprattutto per la sua leadership, il governo e la classe dirigente. Nonostante il 77% del suo territorio si trovi in Asia, l'80% della popolazione vive nella parte europea. Questa dualità geografica e culturale ha segnato profondamente la sua storia. La Russia si è espansa come un impero coloniale interno, conquistando terre come la Siberia, la regione del Volga e il Caucaso. Questo processo ha portato all'integrazione di popoli diversi, spesso non slavi e non cristiani, con una forte somiglianza al colonialismo classico, fatto di sfruttamento delle risorse, dominio culturale e sottomissione delle popolazioni indigene. Dopo il crollo dell'Unione Sovietica nel 1991, la Russia ha vissuto una profonda crisi d'identità. La fine dell’URSS ha generato un senso di perdita, una riduzione dello status globale e un desiderio di riscatto. Molti russi hanno vissuto questa fase come una ferita nazionale, un'umiliazione da superare. Putin si è presentato come il leader deciso a ristabilire il prestigio e il ruolo della Russia come potenza globale, rispondendo a queste aspirazioni attraverso le sue politiche interne ed estere. Anche la Cina ha vissuto il "Secolo dell’Umiliazione" (1839-1949), un periodo drammatico caratterizzato da invasioni straniere, “trattati ineguali” (unequal treaties) e conflitti interni. Questo periodo iniziò con le Guerre dell’Oppio, durante le quali la Cina fu devastata dall’uso massiccio di oppio, spesso legato allo sfruttamento straniero. I cosidetti “trattati ineguali”, imposti da potenze occidentali - tra cui la Russia - su alcuni paesi asiatici, sottraevano risorse e territorio, lasciando la Cina in una condizione di dipendenza e fragilità. Con la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, Mao Zedong avviò una fase di rinnovamento, simbolo della volontà di riprendersi sovranità e dignità. I rapporti tra la Cina e l’Unione Sovietica, inizialmente basati su un’alleanza ideologica, furono però complicati. Mao Zedong nutriva un risentimento personale verso Stalin per la prigionia di suo figlio, Mao Anying, in URSS durante la fine degli anni ’30 e l’inizio degli anni ’40. Nonostante la cooperazione iniziale tra i due paesi, le tensioni aumentarono dopo la morte di Stalin nel 1953. Nel 1959, l’Unione Sovietica interruppe il suo supporto tecnico e il suo support al programma nucleare cinese, e Mao cominciò a distanziarsi sempre più dall’influenza sovietica. Questo distacco fu sfruttato dagli Stati Uniti durante la Guerra Fredda. Nixon e Kissinger usarono la rivalità tra Cina e URSS per avvicinarsi a Pechino e creare una nuova alleanza contro Mosca. Un riavvicinamento paradossalmente consolidato con la caduta del muro di Berlino e dell’Unione Sovietica. Ma ora basta con la storia: concentriamoci sul presente! Oggi Oggi, sia la Cina che la Russia cercano di restaurare il loro prestigio nazionale dopo periodi storici di umiliazione. Tuttavia, le loro esperienze e strategie sono molto diverse. Queste narrazioni di "restaurazione" guidano gran parte delle loro politiche interne e delle relazioni internazionali, posizionandole come sfidanti dell’ordine globale dominato dall’Occidente, che in passato ha contribuito, in modi e tempi diversi, alla loro umiliazione. Parleremo quindi delle relazioni economiche tra questi due giganti, il Drago e l’Orso, lungo il confine dell’Estremo Oriente, e di come gli sviluppi geopolitici stiano influenzando i loro rapporti. Ma cosa sappiamo dell’Estremo Oriente russo? Sappiamo che c’è una città importante chiamata Vladivostok. Forse sappiamo o forse no che il Giappone non si trova di fronte alla Cina, ma alla Russia, guardando una mappa. E sappiamo che lassù fa molto freddo… in un’area della Russia che generalmente chiamiamo Siberia. Però non sappiamo quasi nulla di ciò che si trova al confine nordorientale tra Russia e Cina. Il confine sino-russo si estende per oltre 4.200 chilometri, circa la metà della lunghezza della costa italiana, ed è il sesto confine internazionale più lungo al mondo. Nonostante questa vastità, c’è un forte contrasto tra le infrastrutture e lo sviluppo dei due lati del confine. Dalle immagini satellitari appare quasi scioccante, la Cina appare chiaramente sviluppata, mentre il lato russo è vuoto e sottosviluppato. * Economia della relazione sino-russa Gli scambi bilaterali tra Cina e Russia hanno raggiunto circa 240 miliardi di dollari nel 2023, pari solo allo 0,75% del commercio globale. Tuttavia, la crescita è rapida, con un aumento del 26,3% rispetto all’anno precedente e un triplicarsi degli scambi dal 2021. Nel 2020, oltre il 24% delle importazioni russe proveniva dalla Cina, rispetto al 2% nel 2001. Nel 2023, le esportazioni cinesi verso la Russia hanno toccato i 111 miliardi di dollari, un aumento del 67% rispetto al 2021, comprendendo veicoli, macchinari ed elettronica. Le esportazioni russe verso la Cina, principalmente gas ed energia, rappresentano solo il 5,1% delle importazioni totali cinesi. Questi dati, modesti per la Cina, sono cruciali per la Russia, che si sta spostando sempre più lontano dai mercati europei. Al summit BRICS 2024, Putin ha sottolineato che il 95% degli scambi tra Cina e Russia avviene ormai in valute locali, segnando un passo verso la de-dollarizzazione. Trasporti e insfrastrutture al confine fra Cina e Russia Lo sviluppo dei trasporti tra Cina e Russia è stato essenziale per il rapido incremento degli scambi bilaterali, sostenuto anche dall’Iniziativa Belt and Road cinese. Negli ultimi anni sono stati completati diversi progetti infrastrutturali di rilievo, che hanno trasformato il paesaggio commerciale della regione: * Ponte autostradale Blagoveshchensk-Heihe: Questo è il primo ponte stradale costruito tra Russia e Cina, lungo circa 1 chilometro e situato sul fiume Amur. È stato realizzato congiuntamente dai due paesi a un costo stimato di miliardi di dollari. Questo ponte ha eliminato la dipendenza dai trasporti via acqua, che prima erano soggetti alle condizioni climatiche e al blocco causato dal ghiaccio per quattro mesi all’anno. Ora consente il passaggio costante di merci come prodotti agricoli, legname e beni manifatturieri, accelerando il commercio e riducendo i costi logistici. Per facilitare ulteriormente gli scambi, sono stati implementati sistemi doganali avanzati e create zone di libero scambio con stazioni di ispezione dedicate. * Ponte ferroviario Tongjiang-Nizhneleninskoye: Questo ponte ferroviario, completato nel 2021, collega la città di Tongjiang, nella provincia cinese di Heilongjiang, con Nizhneleninskoye, nella regione autonoma ebraica russa. Lungo 2.200 metri, di cui la maggior parte sul lato cinese, il ponte ha richiesto diversi anni per essere costruito, dal 2014 al 2021, a causa di ritardi. La sua capacità è di 21 milioni di tonnellate di carico all’anno, rendendolo un elemento cruciale per il commercio. Inoltre, il ponte riduce di 809 chilometri la distanza ferroviaria tra Heilongjiang e Mosca, accorciando i tempi di viaggio di oltre 10 ore. Questo progetto è parte integrante della Belt and Road Initiative, poiché collega la rete ferroviaria nordorientale cinese con la Transiberiana russa, rafforzando il collegamento tra i due paesi. * Ponte stagionale di barche: Durante l’inverno, un ponte-pontone temporaneo, costruito vicino a Heihe e Blagoveshchensk, consente il passaggio di veicoli. Questo ponte è costituito da una serie di barche congelate nel ghiaccio del fiume Amur, sopra le quali viene posizionata una strada asfaltata temporanea. Ha una capacità di circa 400.000 veicoli all’anno, offrendo un’alternativa durante i periodi in cui le condizioni climatiche impediscono l’uso del ponte principale. Le grandi città che beneficiano di questo sviluppo recente Harbin (Cina): Harbin, famosa per il suo Festival delle Sculture di Ghiaccio, attira visitatori da tutto il mondo con i suoi imponenti castelli di ghiaccio e sculture di neve. La troviamo ogni anno anche sui media europei quando il Festical apre, ma niente di più- La città, con una popolazione che per i livelli europei è importante conoltre 10 milioni, è un importante centro economico e di trasporto nel nord-est della Cina, prosperando nei settori della produzione, trasformazione alimentare e biotecnologia. La sua architettura riflette una fusione di influenze russe e cinesi, testimonianza della sua storia come tappa sulla Transiberiana. Harbin ospita istituzioni di prestigio come l'Harbin Institute of Technology (HIT), noto per la ricerca in aerospaziale, robotica e scienza dei materiali. La rete di trasporti della città, che include ferrovie e un aeroporto internazionale, favorisce il commercio regionale e la connettività. Vladivostok (Russia): Situata a soli 500 km fa Harbin, Vladivostok è una città di importanza strategica, economica e culturale ma con una popolazione di meno di 600.000 abitanti. Questo porto è una porta di accesso principale nella regione Asia-Pacifico, supportato da strutture attrezzate con rompighiaccio per operazioni durante tutto l’anno. In qualità di centro amministrativo della regione di Primorsky Krai, la sua economia si basa principalmente sulla costruzione navale, la pesca e la produzione, garantendo stabilità e crescita regionale. Vladivostok riveste anche un'importanza militare, essendo la base della Flotta del Pacifico russa, un ruolo cruciale fin dalla sua fondazione come avamposto militare nel 1860. La regione di Primorsky Krai, in Russia, sembra è destinata a uno sviluppo congiunto con la Cina, con progetti per un nuovo porto che supporti la Rotta del Mare del Nord, una via di navigazione più breve tra Asia ed Europa. Questo porto è considerato più importante del progetto dell'estuario del fiume Tumen per la sua connessione diretta con il Mar del Giappone, fondamentale per la Cina nordorientale. Nel giugno 2023, il porto di Vladivostok è diventato un "hub di transito per il commercio domestico" per la Cina, aumentando il volume del traffico containerizzato (per chiarire, questo significa che è diventato simile ad un porto nazionale cinese). Nel 2023, il porto ha gestito 89.400 TEU, un incremento del 12% rispetto all’anno precedente. TEU è l'acronimo di "Twenty-foot Equivalent Unit," un'unità standard per il volume dei container di trasporto. Approfondiremo questa rapida espansione più avanti. Implicazioni geopolitiche I legami economici sempre più stretti tra Russia e Cina sono fondamentali per entrambi i paesi. L’impegno della Cina per diversificare i propri partner commerciali ha reso la Russia un'alternativa interessante ai mercati occidentali grazie alle sue ricche risorse naturali. Questo è particolarmente importante poiché la crescita economica cinese porta a un aumento della domanda di energia e a preoccupazioni per la sicurezza delle forniture da regioni instabili come il Medio Oriente. Le risorse russe aiutano la Cina a rafforzare la propria sicurezza energetica e a ridurre i rischi di approvvigionamento. La partnership strategica tra i due ha creato un ambiente favorevole al commercio e agli investimenti. Gli sforzi per ridurre la dipendenza dal dollaro USA nel commercio bilaterale proteggono ulteriormente i legami economici dalle sanzioni occidentali, migliorando la stabilità finanziaria. Lo sviluppo di sistemi alternativi come il CIPS cinese e l’SPFS russo (che sono sistemi alternativi per i trasferimenti di denaro) riflette la loro ambizione di diminuire la dipendenza dalle piattaforme dominate dall’Occidente. Questa relazione in evoluzione aumenta l'influenza di entrambi i paesi nei mercati globali del commercio e dell'energia. La cooperazione militare tra Russia e Cina evidenzia i legami sempre più stretti, con esercitazioni congiunte come Vostok che dimostrano un allineamento difensivo. Nell’Artico, il controllo russo della Rotta del Mare del Nord complementa l'iniziativa cinese della Polar Silk Road, allineando gli interessi strategici di entrambi. Lo scambio tecnologico, i programmi culturali come gli Istituti Confucio e la promozione della lingua russa, così come la narrazione mediatica coordinata, rafforzano la comprensione reciproca e l'unità ideologica, sfidando l'influenza occidentale. A livello regionale, l'impatto è significativo: per esempio stretti fra i due giganti i paesi dell'Asia Centrale bilanciano il potere economico cinese con la leadership russa in ambito di sicurezza, mentre la Mongolia funge da collegamento strategico, come dimostrano progetti come il gasdotto Power of Siberia 2. A livello globale, Cina e Russia hanno posizioni comuni alle Nazioni Unite e la leadership nel Global South rafforzano l’impegno per un governo alternativo e per contrastare le potenze occidentali, incluso il loro forte sostegno al progetto dei BRICS. Ma c’è un aggiunta: Il Corridoio Polare e la Visione Strategica di Putin La Cina ha fame di energia, mentre la Russia è ricca di risorse e ha fame di flussi di contanti. Un aspetto cruciale di questa dinamica è la crescente importanza della Rotta del Mare del Nord (Northern Sea Road - NSR), ossia la rotta navigabile artica resa agibile dal riscaldamento globale, che sta riducendo il ghiaccio marino stagionale e permettendo il trasporto marittimo. Questa rotta accorcia il percorso da Vladivostok ai Paesi Bassi del 40% rispetto al tradizionale passaggio attraverso il Canale di Suez, ora tra l’altro reso inaccessibile per via delle tensioni mediorientali e dei blocchi navali. Pochi sanno però che Vladimir Putin ha un dottorato in Scienze Economiche, conseguito nel 1997 all'Istituto Minerario di San Pietroburgo, con una tesi intitolata "Pianificazione Strategica della Riproduzione della Base di Risorse Minerarie di una Regione in Condizioni di Formazione di Relazioni di Mercato". Questo dettaglio offre una prospettiva diversa su Putin come leader: in realtà Putin è anche un tecnico esperto che ha sempre creduto che l'estrazione delle risorse sia fondamentale per lo sviluppo economico della Russia. Tra l'altro, nel mondo occidentale si dice che la sua tesi fosse un plagio, ma non abbiamo modo di verificarlo e comunque di Putin si parla sempre e solo male sui media dell’Ovest Globale. Fin dall'ascesa di Putin, Gazprom, la compagnia petrolifera nazionale russa, è stata uno strumento potente nella politica estera russa, influenzando la politica europea tramite lobbying, corruzione e leva energetica. I gasdotti Nord Stream, in particolare Nord Stream 2, che recentemente è stato reso inutilizzabile, sono esempi chiari di questa strategia. Questi eventi hanno avuto impatti significativi sulla sicurezza, l'indipendenza energetica e i valori democratici in Europa, evidenziando il ruolo di Putin e della Russia come attori chiave nella geopolitica globale. Cosa fa la Russia per controllare l’Artico e la rotta NSR? La Russia sta rafforzando il suo controllo sull'Artico attraverso ampie ricerche scientifiche, mappatura del fondale marino e raccolta di dati per sostenere le sue pretese territoriali. Il paese ha accresciuto la sua presenza militare costruendo basi, schierando truppe e modernizzando rompighiaccio e sottomarini nucleari per scoraggiare sfide e affermare il proprio potere. La Russia sta cercando il riconoscimento delle sue pretese da parte di organismi internazionali come le Nazioni Unite e sta negoziando con altre nazioni artiche. Se avrà successo, la sua rivendicazione di 1,7 milioni di chilometri quadrati potrebbe garantire l'accesso a 17,3 miliardi di tonnellate di petrolio e 85,1 trilioni di metri cubi di gas. La Russia sta anche investendo in infrastrutture artiche, come porti, oleodotti e ferrovie, per rafforzare la propria presenza e il proprio impegno nella regione. Questo sviluppo economico mira a consolidare la sua presenza e a dimostrare il suo impegno per l'Artico. Per esempio, la Russia sta costruendo o ha costruito nuovi porti lungo la Rotta del Mare del Nord, inclusi un grande terminal petrolifero nella penisola di Yamal e porti a Murmansk, che sono vicini sia all'Europa che a Vladivostok, quest'ultimo ora usato come porto "locale" cinese, come abbiamo detto. Possiamo trovare diverse mappe online, che mostrano da 4 a 7 porti nella zona artica. Non siamo esperte, ma cercheremo di spiegare comunque portando qualche dato. * * Il Terminal Oilifero di Baia Sever sulla Penisola di Taimyr, più o meno al parallelo del Kazhakstan, ha iniziato le operazioni nel 2024 e aumenterà la capacità di esportazione di petrolio artico della Russia. Situato a Dikson, al di sopra del Circolo Polare Artico, inizialmente gestirà fino a 30 milioni di tonnellate di petrolio all'anno, con piani di espansione fino a 100 milioni di tonnellate. Il terminale exporterà anche carbone dalla miniera di Syradasayskoe e, in futuro, gas liquefatto. Per contestualizzare, 100 milioni di tonnellate corrispondono a circa il 2,2% del commercio globale di petrolio. Il terminale sarà collegato alle risorse tramite il fiume Enisei, il quinto fiume più lungo al mondo con 3.487 chilometri. Il bacino del fiume è ricco di carbone, metalli come rame e nichel, legname, prodotti petroliferi, cereali e materiali da costruzione. Il Distretto di Severo-Yeniseysky, include anche la miniera d'oro Olimpiada, la più grande della Russia. Più a est, le strutture di Sabetta LNG nel Yamal, gestite da Novatek, sono fondamentali per la strategia di esportazione di GNL (gas natural liquefatto) della Russia. L'impianto produce 16,5 milioni di tonnellate all'anno di GNL e 1,2 milioni di tonnellate all'anno di GNL. Questa struttura dovrebbe contribuire a più del 3,5% della produzione globale di GNL. Proseguendo verso est, la Yakutia, una vasta repubblica russa che copre 3,3 milioni di chilometri quadrati—leggermente più piccola dell'India—sarebbe l'ottavo paese più grande se fosse indipendente. Situata sopra Mongolia e Cina, la sua capitale, Yakutsk, è ricca di risorse naturali come diamanti, oro, terre rare, carbone, petrolio e gas, rendendola fondamentale per l'economia russa. Il fiume Lena, lungo 4.294 chilometri, è l'undicesimo più lungo al mondo e collega la regione alla NSR. La recente crescita industriale, inclusa la pipeline "Power of Siberia" che parte dal campo Chayandinskoye fino a Vladivostok e Cina (sì, proprio quella di cui abbiamo parlato sopra. Vista la distanza, chiariamo adesso che questa pipelina sta coprendo una distanza simile a quella tra Dublino e New York). Porti artici chiave come Tiksi fanno parte di un piano di investimento volto a gestire 30 milioni di tonnellate di carico annualmente, nonostante siano ghiacciati per 8-9 mesi all'anno. Proseguendo più a est, più vicino all'Alaska che all'Europa, troviamo il Circondario Autonomo di Chukotka nel Mare di Siberia Orientale, che ospita Pevek, un piccolo centro con 4.000 abitanti, che gioca un ruolo fondamentale nel trasporto di materiali come oro, rame e uranio dalle miniere vicine. Pevek gestisce circa lo 0,7% della produzione mondiale di oro, proveniente dalla Miniera d'Oro di Mayskoye e dal Progetto Baimskaya. Infine, la connettività in Russia è sviluppata con la costruzione di nuove pipeline per trasportare petrolio e gas dall'Artico ai mercati in Europa e Asia, dirigendosi in particolare verso la Cina anche attraverso la Mongolia. La Russia sta anche espandendo la propria rete ferroviaria nell'Artico, modernizzando aeroporti esistenti e costruendone di nuovi, e stendendo nuovi cavi in fibra ottica per migliorare la connettività internet e telefonica. Innovazione technologica Storicamente, si sa che l'innovazione tecnologica è la base e guida lo sviluppo. Pensiamo alla rivoluzione industriale e alla Gran Bretagna per esempio. Noi pensiamo spesso all’ex URSS come una regione in cui lo sviluppo tecnologico è fino con la caduta del muro. Ci sbagliamo. La Russia ha fatto importanti progressi nell'estrazione mineraria artica, nel petrolio e nell'esplorazione del GNL, sfruttando le sue vaste risorse naturali e le iniziative strategiche. Sebbene la Russia abbia sviluppato proprie tecnologie e capacità, collabora anche con altri paesi per migliorare le proprie operazioni, come Total, BP, Exxon, e compagnie cinesi, eccetera. La Russia sta inoltre espandendo la propria flotta di rompighiaccio per mantenere aperte le rotte di navigazione nell'Artico tutto l'anno. Il ministro dell'Industria e del Commercio russo, ha affermato che, per lo sviluppo della Rotta del Mare del Nord fino al 2035, la Russia ha previsto di costruire 120 navi di vari tipi e scopi. Al momento, sembra che la Russia possieda la flotta di rompighiaccio più grande al mondo, con un totale di 60 navi. Gli Stati Uniti hanno la seconda flotta più grande, con 20 rompighiaccio, mentre la Cina ne possiede 3. La Russia ha l'unica flotta di rompighiaccio nucleari, con un totale di 7 unità. Per dire la tecnologia… Esempi sono quelli chiamati “50 Years of Victory” e “Yamal”, con una capacità di 75.000 cavalli vapore e una bocca di squalo dipinta sulla prua, apparsa per la prima volta nel 1994 durante uno dei programmi umanitari per bambini. Sì, c'è una bocca di squalo sorridente sulla prua del rompighiaccio nucleare per renderlo più divertente per i bambini. Implicazioni della superiorità tecnologica e militare della Russia nel Nord La Russia considera la Rotta del Mare del Nord come una propria via interna. Di conseguenza, richiede alle navi da guerra straniere di fornire un preavviso di 45 giorni e ottenere un permesso espresso dal governo russo prima di attraversare la rotta. Nel 2023 sono stati effettuati sette viaggi di navi portacontainer, di cui quattro provenienti dalla Cina. Sebbene questo sia esiguo, solo l'1% del commercio globale, è un incremento del 7,5% rispetto all'anno precedente. Il Corridoio del Nord, in particolare la Rotta del Mare del Nord (NSR), gioca un ruolo significativo nelle relazioni sino-russe, offrendo vantaggi strategici ed economici che vanno oltre i numeri attuali. La NSR, situata lungo la costa artica della Russia, è una rotta marittima alternativa fondamentale che collega Asia ed Europa. Come detto, accorcia la distanza di navigazione tra la Cina e l'Europa del 40% rispetto alle rotte tradizionali come il Canale di Suez, potenzialmente risparmiando tempo di transito e costi per le merci cinesi. L'interesse crescente della Cina per la NSR si allinea con le sue ambizioni artiche sotto l'iniziativa "Polar Silk Road", che complementa la Belt and Road Initiative. Per la Russia, la NSR è una risorsa chiave nel suo orientamento verso l'Asia, soprattutto dopo le sanzioni dei paesi occidentali. Offre opportunità per monetizzare le sue vaste risorse artiche, inclusi energia e minerali, facilitando le esportazioni verso la Cina. Progetti congiunti, come il progetto Yamal LNG, dimostrano questa sinergia, con la Cina che contribuisce con investimenti significativi e supporto tecnologico. Questa cooperazione sottolinea l'interdipendenza economica favorita da questo corridoio. Tuttavia, la collaborazione riflette anche una dinamica di potere in evoluzione, con la crescente influenza della Cina nelle infrastrutture artiche, come la costruzione di porti e rompighiaccio, e il suo aumento di influenza nella NSR, che evidenzia la dipendenza della Russia dagli investimenti e dall'expertise tecnologica cinese. Questa dipendenza potrebbe inclinare l'equilibrio dei rapporti, posizionando potenzialmente la Russia come un partner subordinato negli affari artici. Oltre al commercio, la NSR ha implicazioni geopolitiche. Sviluppando la rotta, la Cina aumenta la sua presenza nell'Artico, accrescendo la sua partecipazione alla governance artica globale. Per la Russia, mantenere il controllo sulla NSR è cruciale per la sovranità e la dominanza regionale. Insieme, la loro collaborazione potrebbe sfidare l'influenza occidentale nell'Artico, creando un ambiente multipolare. In sintesi, il Corridoio del Nord è un elemento strategico nelle relazioni sino-russe, che promuove commercio, energia e obiettivi geopolitici, esponendo al contempo le asimmetrie sottostanti nella loro partnership. Siberia Oil business… as usual Le sanzioni hanno reso difficile per la Russia vendere il suo petrolio ai mercati europei. Ora, la Russia sta esportando più petrolio prodotto nella regione artica verso la Cina e l'India. Questi non erano tipicamente esportati in queste regioni prima delle sanzioni. Gli acquirenti asiatici sono attratti dai significativi sconti offerti dalla Russia. Inoltre, i venditori stanno assorbendo i costi di spedizione più elevati per rendere gli affari più attraenti. Non solo la Cina, ma anche l'India è stata la principale beneficiaria di questo cambiamento, diversificando le sue fonti di approvvigionamento petrolifero per ridurre la dipendenza dal Medio Oriente. Magari dell’impatto del nuovo petrolio meno costoso sull’India ne parleremo un’altra volta. La Russia utilizza la "shadow fleet", un termine usato per descrivere un gruppo di navi difficili da tracciare e che si ritiene siano coinvolte nel trasporto di petrolio e gas russi, in particolare dalla regione artica. Queste navi sono spesso di proprietà di entità sconosciute, spesso basate in paesi con normative meno rigide e requisiti di trasparenza minimi. Tuttavia, l'uso di una flotta oscura comporta anche dei rischi. Queste navi potrebbero non essere mantenute o assicurate come le navi da carico tradizionali, aumentando il rischio di incidenti e sversamenti. Reazione del Ovest Globale alla rotta siberiana… nothing, as usual.. I governi dell’Ovest Globale ovviamente appaiono molto preoccupati degli sviluppi nella rotta siberiana, e ci sono grandi “conflitti diplomatici” fra i paesi che si affacciano sull’Artico. Ma come spesso succede, l’Ovest Globale fra grandi annunci e nessuna vera azione. Gli investimenti cinesi e russi sono guidati dagli stati o da imprese statali, e quindi vanno avanti a prescindere dai benefici economici immediati. Invece noi siamo capitaliste, ci piaccia o meno. Questo significa che lo sviluppo dell’Artico, per noi, deve farlo il settore privato. Ma il settore privato del Global West vede troppe difficoltà legate al clima rigido e alla posizione remota. Le aziende private supportano in parte la Russia, ma non sono molto interessate alla ricerca di petrolio e gas nell'Artico per diversi motivi: i costi elevati dovuti al clima difficile e alla posizione remota, il prezzo del petrolio che oscilla e rende difficile giustificare i costi dei progetti artici, le preoccupazioni ambientali che possono causare opposizione pubblica e ostacoli normativi, e le opportunità alternative: le aziende possono trovare opportunità più redditizie e meno rischiose in altre regioni, come il Mare del Nord, la Nigeria e il Venezuela. Collaborazione e tensioni - Qualche conclusione fra Dragone e Orso Ripartiamo dalla storia. La Cina vede i "trattati inequali" del XIX secolo, che hanno ceduto grandi parti del suo territorio alla Russia, come un’ingiustizia storica. Il fiume Amur, una importante via navigabile della regione, potrebbe in future essere usato dalla Cina come rotta strategica per la Cina per reclamare territori nella Manciuria esterna, consentendo una rapida mobilitazione di truppe e rifornimenti in caso di guerra fra Cina e Russia. Per esempio le tensioni per “l'Isola Grande Ussuri”, un territorio conteso lungo il fiume Amur, sono riemerse nel 2022, quando la Cina ha incluso l'intera isola nelle sue mappe, ignorando gli accordi precedenti. La Cina potrebbe avere gioco facile. La disparità demografica lungo il confine è evidente: la regione del Estremo Est russo conta circa 8 milioni di persone, mentre oltre 100 milioni di cinesi vivono proprio dall'altra parte del confine. I contadini cinesi che si trasferiscono nel Primorsky Krai russo stanno cambiando l'economia locale, spesso superando tecnologicamente i contadini russi nell'agricoltura su larga scala. Questa tendenza riflette la strategia più ampia della Cina per garantire risorse e terreni agricoli di fronte alle proprie sfide interne. Alcuni analisti ipotizzano che la Cina possa adottare una strategia simile a quella della Russia con la distribuzione di passaporti alla popolazione nei territori limitrofi al proprio confine, offrendo passaporti cinesi agli etnici cinesi come possibile pretesto per un intervento. Nel frattempo, Putin ha dovuto accettare la gestione commerciale dell'area di Vladivostok, che era anche territorio cinese prima dei trattati ingiusti, ceduta alla Cina, come spiegato in precedenza come porto locale e per investimenti di sviluppo. Con l'aumento dell’importanza della posizione globale della Russia grazie agli effetti inaspettati delle sanzioni occidentali, cresce però anche la sua dipendenza dalla Cina visto che la Russia ha bisogno di fare commercio verso Est. Quindi in Russia ci sono preoccupazioni sul fatto che Mosca possa diventare subordinata a Pechino. Questa dipendenza rischia di favorire una "sinicizzazione" graduale della Siberia, con cambiamenti demografici che favoriscono l'immigrazione cinese. Anche se il partenariato Russia-Cina sembra solido, queste tensioni sottostanti potrebbero rimodellare l'influenza e il controllo, in particolare in regioni come la Manciuria esterna (quella appunto che la Cina chiama Manciuria esterna - alla Cina, ossia la Russia), dove i progetti economici comuni stanno testando la stabilità della partnership. La reazione della Russia alle recenti tendenze neocoloniali cinesi nel Estremo Est è complessa. Pur cercando di beneficiare degli investimenti cinesi e di rafforzare i legami economici, la Russia tenta anche di contrastare queste influenze riaffermando la propria sovranità e affrontando le preoccupazioni locali. Il futuro di questo rapporto dipenderà probabilmente da quanto efficacemente la Russia sarà in grado di affrontare queste sfide, mantenendo l'integrità territoriale contro le presunte incursioni da parte della Cina. Anche se Cina e Russia condividono esperienze storiche di umiliazione che potrebbero favorire una comprensione reciproca, l'attuale relazione sembra caratterizzata più dall'opportunismo strategico che da una reale amicizia. Le complessità delle loro rivendicazioni storiche creano un paesaggio in cui la cooperazione esiste accanto a una significativa sfiducia e cautela. Questa dualità fa si che i due paesi non comprendano o empatizzino pienamente con il passato dell'altro, poiché le loro interazioni sono fortemente influenzate dalle realtà geopolitiche contemporanee e dagli interessi nazionali. Certamente, lo stile diplomatico di Cina e Russia è caratterizzato da un focus molto su soluzioni pratiche e collaborazione economica, evitando le tattiche più conflittuali spesso viste nella politica estera occidentale. Con il rischio di avere uno sguardo coloniale, sembrano avere una relazione paludata e calma “di stile asiatico”. La loro capacità di navigare in complesse rivendicazioni storiche come la Manciuria Esterna mantenendo un fronte cooperativo dimostra una comprensione sfumata delle dinamiche regionali, permettendo loro di affrontare le sfide in modo da enfatizzare stabilità e vantaggi reciproci. C’è anche altro che li lega. Rimane però un rimasuglio di storia dell’URSS che, - sorprenderà chi ascolta - accomuna i due paesi ancora oggi. Noi consideriamo la Russia un paese completamente capitalista ma non lo è, o non completamente o comunque rimangono legami col passato. Noi consideriamo la Cina capitalista ma non lo è, è un economa pianificata basata sul socialismo di stile cinese. Come conseguenza, sia gli investimenti cinesi che quelli russi sono ancora oggi guidati dagli stati o da imprese statali, e quindi vanno avanti a prescindere dai benefici economici immediati. Questa è una differenza sostanziale fra i due paesi e l’Ovest Globale, ed è probabilmente la ragione per cui i due paesi hanno, in campi diversi, una tecnologia talmente più avanzata dell’ovest applicata a larga scala nel settore industriale. Questo accade in Cina attraverso un sistema di governo chiamato comunismo, in Russia si potrebbe dire che accada attraverso una plutocrazia che gestisce imprese statali legate al passato sovietico con l’aggiunta della coercizione della società civile. Questo però fa si che entrambi gli Stati, sovrani e legati al proprio passato imperiale e alla propria rispettiva storia di umiliazione, abbiano anche una visione comune di cosa uno stato può e non può fare, abbiamo entrambi una società civile debole che non impedisce l’avanzamento industriale e la conseguente distruzione ambientale che ne deriva, e una forte capacità di programmare investimenti di lunghissimo periodo. Una considerazione potrebbe anche essere l’impatto che le politiche dell’Ovest Globale hanno su questa relazione bilaterale. Questi due paesi imperiali hanno una lunga storia di scarza collaborazione e di conflitti, ma essendo oggi entrambi indicati come nemici dell’occidente li stiamo forzando a collaborare. Questo, a sua volta, li porta a minare la supremazia occidentale e il cosidetto rule based orden americano. Non che la supremazia occidentale ci piaccia, ma di fatto li spingiamo a lavorare insieme contro di “noi”. Siamo quindi agenti di un processo che ci danneggia sia perchè “noi” non abbiamo capacità di programmare insfrastrutture di lungo periodo, sia perchè le “nostre” politiche hanno una visione a breve termine e conflittuale. Come abbiamo suggerito nella scorsa tramissione, come compagnitudine cerchiamo di capire di più id questa storia. Andiamo e visitiamo la Siberia in Russia, facciamo una crociera su uno dei fiumi più lunfghi el mondo, visitiamo un lago gelato, andiamo a parlare con i pastori. Andiamo a vedere la Mongolia Interna in Cina, visitiamo Herbin. Queste zone sono parte del cuore delle dinamiche geopolitiche attuali, influenzano come noi riceviamo energia, e sono zone delle quali noi compagnitudine non sappiamo praticamente niente. Clausole di salvaguardia 1. La colonizzazione russa ha avuto un impatto tremendo sul territorio nazionale attuale e su quello ex-sovietico. Inoltre, non abbiamo parlato del terribile impatto del colonialismo interno Russo sui popoli indigeni della Siberia e sulla società civile autoctona attuale, un impatto che continua sin dai tempi dell’URSS. Sappiamo che esiste, ma è un argomento troppo vasto per essere unito a quello di cui abbiamo discusso 2. È importante sottolineare che sappiamo che la Russia è un grande contributore ai cambiamenti climatici, non tanto per il consumo di risorse, ma per l'estrazione di queste risorse. Anche questo era un argomento troppo vasto per questa trasmissione. 3. Non abbiamo parlato del confine Altai, un confine di 97 km tra Cina e Russia fra Mongolia e Kazakistan, in cui si pianifica la costruzione di una grande infrastruttura energetica. Eh si, la Russia e la Cina sono talmente grandi che si toccano in due punti. 4. Abbiamo cercato le informazioni per questa trasmissione come segue: 1. per la parte tecnologica sulle nuove insfrastrutture soprattutto sui media della propaganda cinese e russa - soprattutto cinese - e anche un po’ anche sui media indiani che invece di queste cose un po’ ne parlano. Tutti questi paesi hanno dei loro canali televisivi in inglese… 2. Per la parte sulle innovazioni delle rompighiaccio e sull’importanza geopolitica della rotta polare su canali youtube vari indipendenti gestiti in genere da maschi a cui piacciono le grandi storie. 3. Le considerazioni politiche sono nostre, perchè nessuno - NESSUNO - analizza la situazione fra Russia e Cina se non sulla base degli interessi occidentali. 5. Siamo forzate ad analizzare la situazione dal punto di vista di un “noi” a cui ovviamente non diamo nessun rispetto. VOLENDO SI PUò ANCHE DIRE L'impatto ambientale della Rotta Marittima del Nord (NSR) è significativo. L'inquinamento industriale, in particolare derivante da attività di estrazione mineraria e di petrolio e gas, può contaminare le fonti d'acqua, il suolo e l'aria, danneggiando sia la salute umana che gli ecosistemi. Il rischio di fuoriuscite di petrolio è elevato e può avere conseguenze devastanti per l'ambiente artico. Il clima rigido e la posizione remota dell'Artico rendono difficile la pulizia di questi sversamenti, e gli impatti ambientali a lungo termine possono essere gravi. Il disgelo del permafrost è un ulteriore problema che può causare danni alle infrastrutture, il rilascio di gas serra e la contaminazione delle fonti d'acqua. Questo rappresenta una sfida importante per i piani di sviluppo a lungo termine della Russia nell'Artico. Infine, l'estrazione continua di risorse naturali contribuisce ai cambiamenti climatici, che si riflettono in temperature in aumento, scioglimento del permafrost e una maggiore frequenza degli incendi boschivi, anche nell'Artico. Questi cambiamenti possono portare al rilascio di gas serra, aggravando ulteriormente il cambiamento climatico e sconvolgendo gli ecosistemi fragili. *CMB-LAO-MYA Zone economiche speciali ZES: Le implicazioni globali delle "zone economiche speciali" locali 1. INTRODUZIONE Il "Secolo dell'Umiliazione" (1839–1949) segna un'epoca turbolenta nella storia della Cina, caratterizzata da invasioni straniere, maltrattamenti delle popolazioni locali, conflitti interni, a partire dalle Guerre dell'Oppio. Durante questo periodo, l'uso diffuso di sostanze illecite come l'oppio, spesso spinto e aggravato dallo sfruttamento straniero, afflisse la nazione. Dopo la fondazione della Repubblica Popolare Cinese nel 1949, Mao Zedong lanciò campagne su larga scala per estirpare l'abuso di sostanze, combinando l'applicazione rigorosa della legge, la riabilitazione e la mobilitazione di massa. Questi sforzi eliminarono efficacemente il commercio e la dipendenza dall'oppio, simboleggiando un punto di svolta nel ripristino della sovranità e della dignità della Cina. Queste informazioni saranno rilevanti più avanti… 1.1Cosa sono le Zone Economiche Speciali (ZES) (o SEZ in Inglese) e cosa accade al loro interno Una Zona Economica Speciale (ZES) è un'area designata all'interno di un paese che opera sotto regolamenti economici diversi rispetto al resto della nazione. Queste zone sono state istituite per promuovere gli investimenti diretti esteri (IDE) (foreign direct investment (FDI)), migliorare il commercio e creare opportunità di lavoro, offrendo un ambiente più favorevole per gli affari. Le ZES sono un fenomeno relativamente recente. Le prime ZES furono create in Cina negli anni '80. Esiste un problema significativo e in crescita legato alle ZES sviluppate nell'ambito dell'Iniziativa "Belt and Road Initiative" (BRI) della Cina, al di fuori della Cina stessa. Queste zone sono spesso diventate focolai di attività illecite a causa di una governance debole e della mancanza di sovranità locale. Il problema è particolarmente grave nelle regioni dilaniate dai conflitti, dove le iniziative economiche si sovrappongono all’instabilità politica, alla corruzione e alle imprese criminali. Discuteremo di casi che sono stati trattati dai media dell’ "ovest globale", ma siamo consapevoli che potrebbero esserci molti altri casi, e sicuramente non siamo completamente informate. Deve esserci un motivo per cui governi deboli accolgono queste operazioni. Deve esserci un motivo per cui la Cina lascia accadere queste cose. Inoltre, non abbiamo accesso all'altra faccia della medaglia, ovvero i giornali locali in lingua del Sud Est Asiatico e della Cina. 2.ESEMPI DI ZES NEL SUD EST ASIATICO 2.1**Myanmar e le Attività Illecite nelle Zone Economiche Speciali (ZES)** Il Myanmar, in particolare lungo il suo confine orientale con la Thailandia, ospita ZES o strumenti di investimento simili che sono stati creati con la promessa di favorire la prosperità attraverso investimenti in infrastrutture e industria. Tuttavia, queste zone operano spesso in aree controllate da gruppi armati piuttosto che dal governo centrale, o in zone di conflitto fra i due. La mancanza di supervisione e la storia di conflitti della regione hanno reso queste aree rifugi per attività illecite, tra cui il gioco d'azzardo, il traffico di esseri umani e le frodi finanziarie. Alcune ZES sono state cooptate da reti criminali travestite da imprese legittime, trasformandole in hub per truffe internazionali. Uno dei fattori chiave che permette queste attività è la natura unica delle ZES, che spesso concedono un'ampia autonomia agli investitori privati. Questa autonomia può creare un vuoto di governance, specialmente in paesi come il Myanmar, dove l'autorità centrale è già debole. Queste regioni sono spesso governate da attori non statali che sfruttano le ZES per il profitto, minando ulteriormente la sovranità del Myanmar. La situazione è aggravata dal coinvolgimento di potenti investitori stranieri, molti dei quali legati a interessi statali cinesi o al crimine organizzato. Questo crea una doppia crisi: mentre il Myanmar perde il controllo del proprio territorio, le reti criminali internazionali prosperano sotto le spoglie dello sviluppo economico. La "Belt and Road Initiative (BRI)" ha facilitato lo sviluppo di queste zone, ma ha anche sostenuto involontariamente il loro abuso. In Myanmar, ciò ha portato alla rapida costruzione di città del gioco d'azzardo e di altre strutture che favoriscono operazioni illegali. Sebbene i progetti siano stati inizialmente celebrati come simboli di progresso e sostegno alla connettività regionale attraverso insfrastrutture come treni e porti, sono stati successivamente visti come coperture per frodi e sfruttamento. In questo contesto, anche se non è specificamente una ZES, è interessante parlare del KK Park, situato a Myawaddy, Myanmar, vicino al fiume Moei al confine con la Thailandia. È un noto centro per il traffico di esseri umani e le frodi su internet, in particolare nel contesto delle truffe legate alle criptovalute. Questo complesso ha guadagnato notorietà per le sue condizioni brutali, dove migliaia di lavoratori in schiavitù sono costretti a compiere truffe online sotto gravi minacce. Si ritiene che la struttura sia gestita da bande di crimine organizzato cinesi in collaborazione con gruppi armati locali. Di questi gruppi armati parleremo in un altro momento. 2.2**the Golden Traingle** Se chiedo a ChatGPT, questa è la definizione del Triangolo d'Oro: Il Triangolo d'Oro è una regione del Sud-est asiatico dove i confini di Thailandia, Laos e Myanmar si incontrano presso la confluenza dei fiumi Mekong e Ruak. Storicamente noto per il suo commercio di oppio, oggi l'area è una popolare destinazione turistica, che offre paesaggi mozzafiato, esperienze culturali e visite alle tribù delle colline. I visitatori esplorano paesaggi lussureggianti, templi antichi e mercati vivaci, imparando la storia complessa della regione. La ZES del Triangolo d’Oro si trova fisicamente nella regione di Bokeo in Laos, chiamata Golden Triangle Special Economic Zone (GTSEZ), e si trova di fronte alla Thailandia e al Myanmar. La GTSEZ ospita numerosi hotel e resort, che accolgono principalmente turisti cinesi. Il Kings Romans Casino è una delle principali attrazioni, attirando visitatori per il gioco d'azzardo e l'intrattenimento. Il Casino è tutto pieno di false statue romane e ha architettura romana, da cui il nome. Le sue principali attività illecite sono il traffico di droga, in particolare oppio e metanfetamine, il traffico di esseri umani, il riciclaggio di denaro e le truffe in generale. Le droghe sono prodotte in aree remote del Myanmar e contrabbandate attraverso i confini verso i mercati globali. Il commercio in Myanmar a sua volta alimenta il crimine organizzato e la violenza, fornendo finanziamenti per gruppi armati e ribelli. Geopoliticamente, questo impatta la stabilità della regione, con i paesi vicini che affrontano sfide nel controllare il traffico di droga e prevenire la violenza. Inoltre, i governi stranieri, inclusi Cina e Stati Uniti, sono coinvolti in sforzi per combattere il traffico, creando tensioni e complicando le relazioni diplomatiche. Il leader del Golden Triangle è inserito nella lista degli Specially Designated Nationals (SDN) del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, ossia è soggetto a sanzioni statunitensi (per quello che vale). ### Implicazioni Globali del Triangolo d’Oro Le attività all'interno dalla zona del Triangolo d’Oro non si limitano ai confini del Laos o del Myanmar; hanno effetti a livello globale. Il riciclaggio di denaro, le truffe finanziarie e altre attività illecite che partono da queste aree mirano a individui in tutto il mondo, generando miliardi di entrate illegali. La mancanza di supervisione internazionale e la natura opaca delle transazioni in criptovalute complicano ulteriormente gli sforzi per combattere queste reti. La criminalità sconfina in Tailandia, e le sostanze stupefacenti sconfinano in tutto il mondo. Tuttavia, queste zone permettono anche lo sviluppo e creano posti di lavoro nelle aree in cui sono situate, oltre a consentire una gestione della zona che è di fatto privatizzata e gestita in modo più efficiente rispetto alla governance locale. Discuteremo un pochino tutto questo in seguito. 2.3**Cambogia** In Cambogia, le Zone Economiche Speciali (ZES) pongono diversi problemi di governance, spesso minano la sovranità, favoriscono attività illecite e portano a significativi sconvolgimenti sociali. La Cambogia, in particolare nella sua città costiera di Sihanoukville, fornisce un caso di studio evidente di questi problemi. ### Trasformazione e difetti della governance a Sihanoukville Un tempo tranquilla città costiera, Sihanoukville è stata radicalmente trasformata dal massiccio investimento cinese negli ultimi anni. Centinaia di casinò e progetti di costruzione sono sorti, molti dei quali rivolti esclusivamente ai turisti stranieri e ai giocatori d'azzardo, in particolare dalla Cina. Tuttavia, questo afflusso di capitali non ha portato a uno sviluppo equo. Al contrario, ha messo in evidenza lacune nella governance. Il boom dei casinò ha creato un ambiente permissivo per attività illegali, tra cui il traffico di esseri umani, il riciclaggio di denaro e il gioco d'azzardo online rivolto ai cittadini cinesi—una pratica illegale nella Cina continentale. Il debole quadro normativo in Cambogia consente a queste operazioni di prosperare. Inoltre, i cittadini cambogiani sono vietati dal gioco d'azzardo, rendendo quest'industria quasi interamente rivolta agli stranieri e alienando la popolazione locale da eventuali benefici percepiti. ### Sovranità Minata dalla Dominanza Straniera La presenza schiacciante della Cina a Sihanoukville evidenzia un significativo indebolimento della sovranità cambogiana. Più del 90% delle imprese nella città sono ora di proprietà cinese, e il governo locale sembra avere una capacità limitata—o volontà limitata—di regolamentare efficacemente le loro attività. I cartelli cinesi e i gruppi di crimine organizzato hanno capitalizzato su queste lacune, operando con impunità. Crimini come rapimenti, torture e frodi finanziarie sono diventati tristemente comuni, destabilizzando ulteriormente la regione. La dipendenza della Cambogia dagli investimenti cinesi si estende anche alla sua leadership politica. Il governo cambogiano, a volte, sembra essere complice nel permettere questi dinamiche. Ad esempio, nonostante le prove di operazioni non autorizzate e violazioni ambientali da parte dei casinò di proprietà cinese, molti operatori sono stati autorizzati a continuare o espandere le loro attività. Questa complicità erode la fiducia nella governance locale e rinforza la percezione di una perdita di controllo sulle risorse e le politiche nazionali. ### Impatti Sociali ed Economici L'economia trainata dai casinò ha causato gravi disagi sociali. I residenti locali affrontano affitti e prezzi degli immobili alle stelle, costringendo molti a lasciare le loro case. Le popolazioni vulnerabili, tra cui donne e bambini, sono state sfruttate nel mercato del lavoro informale in espansione, spesso lavorando in condizioni di sicurezza precarie o falsificando documenti per ottenere lavori nei casinò. Ciò mina lo sviluppo sociale a lungo termine, poiché i giovani abbandonano la scuola per guadagni finanziari a breve termine, interrompendo così i percorsi verso mezzi di sussistenza sostenibili. Anche il degrado ambientale ha accompagnato questo boom dello sviluppo. I rapporti indicano che le acque reflue non trattate vengono scaricate in acque protette, insieme a progetti di costruzione non regolamentati, causando danni irreparabili al patrimonio naturale della Cambogia. La situazione sta di fatto trasformando la zona costiera della città, che ora è così inquinata da risultare inutilizzabile per le attività turistiche, con conseguenze anche sulle isole vicine raggiunte dalle acque reflue. La città stessa è un cumulo di sabbia e materiali da costruzione. Sebbene le Nazioni Unite e altri organismi internazionali abbiano chiesto riforme, i progressi rimangono lenti, limitati dalla corruzione e dall'inerzia politica. 2.4 **Un punto di vista dall'Interno - Cosa Troviamo nei Media del "ovest globale?" Cosa dice di se il sudest asiatico** Nel febbraio 2024, i dipartimenti governativi provinciali della zona di Sinoukville e il Vice Primo Ministro cambogiano hanno elogiato i successi dello sviluppo della Zona Economica Speciale di Sihanoukville. Tuttavia, a marzo 2024, la polizia ha condotto delle incursioni che hanno portato all'arresto di oltre 450 individui collegati a operazioni di gioco d'azzardo online e truffe nella zona. Questo caso ha attirato l'attenzione dei media internazionali, mostrando la crescente preoccupazione per l'intensificarsi di attività illecite in queste aree di sviluppo economico. Il governo del Laos ha costantemente elogiato la GTSEZ (Golden Triangle Special Economic Zone) come una delle imprese più favorevoli del paese. Tuttavia, ad agosto 2024, le autorità laotiane hanno emesso un ultimatum per tutti gli operatori di truffe online all'interno della GTSEZ, intimando loro di lasciare l'area entro il 25 agosto. Questa decisione è stata presa durante una riunione tra alti funzionari del Ministero della Sicurezza Pubblica del Laos e il governatore della provincia di Bokeo, indicando una dura repressione delle attività illegali che si erano diffuse nell'area. Entro la fine di agosto 2024, le operazioni congiunte tra le autorità laotiane e cinesi hanno portato alla detenzione di oltre 1.389 individui coinvolti in operazioni di truffa nella GTSEZ. Per quanto riguarda il Myanmar, la situazione è più difficile da descrivere, poiché il governo centrale non controlla gran parte del territorio, che è gestito da milizie di ogni tipo, sia sostenute dal governo che milizie locali che combattono contro il governo. Attualmente, si può affermare che presumibilmente sia l'esercito birmano, comprese le sue forze di confine, che alcune delle milizie locali giocano un ruolo critico nel favorire questo sfruttamento. Esercito e milizie, fornendo protezione e supporto logistico ai gruppi criminali, garantiscono che queste operazioni continuino impunemente. Lasceremo il dibattito sulle reazioni interne del Myanmar per un altro momento, e vi chiediamo di avere pazienza mentre esploriamo e studiamo questa complessa situazione. Questi sviluppi sono frequentemente riportati dai media dell’ "ovest globale", ma le informazioni rimangono spesso incomplete, in parte a causa delle difficoltà nell'ottenere una visione chiara delle dinamiche interne e della limitata copertura di queste aree nei media locali, e anche dalle nostra mancanza di capacità di leggere i media locali nelle lingue locali. 3**Tipi di Problemi dentro e fuori le ZES** 3.1**Dentro le ZES - Schiavitù** Le vittime di traffico di esseri umani vengono attirate con false promesse di lavori ben retribuiti, solo per ritrovarsi private dei passaporti e imprigionate in complessi come il KK Park, uno dei "centri di truffe" più noti e temuti della regione. All'interno di questi complessi, le condizioni sono devastanti: - **Orari di lavoro estremi**: Le persone trafficate lavorano fino a 17 ore al giorno, senza pause o giorni festivi. - **Abusi fisici e psicologici**: Il mancato raggiungimento delle quote di lavoro assegnate alle persone soggetto di schiavitù o qualsiasi segno di disobbedienza spesso porta a percosse, fame, costrizione a stare in piedi per ore, o peggio. - **Nessuna autonomia**: Tentare di fuggire comporta minacce di morte o il rischio di essere venduti a un altro complesso. - **Controllo totale**: I sopravvissuti riferiscono che ogni aspetto della loro vita è controllato, con i loro carcerieri che monitorano l'attività su computer per garantire la conformità. Le persone trafficate sono trattate come merce, vendute tra complessi o addirittura oltreconfine. Le infrastrutture della vicina Thailandia facilitano il movimento di queste vittime, poiché le strade offrono trasporti più rapidi e sicuri per i trafficanti. Le vittime possono anche essere "noleggiate" ad altre operazioni, spesso sotto le spoglie di adempimento di contratti inesistenti. I lavoratori schiavi liberati includono persone provenienti da Cina, Asia del Sud-Est e anche dall'Africa. 3.2**Turismo Sessuale e Sfruttamento** In alcune ZES, soprattutto quelle focalizzate sul turismo, può esserci un aumento della domanda di servizi sessuali, portando a reti di tratta sessuale. Queste zone possono talvolta diventare focolai di turismo sessuale, dove persone provenienti da altre regioni o paesi viaggiano per intraprendere attività sessuali illecite condotte su individui - quasi sempre donne - trafficati. 3.3**Fuori dalle ZES e nel mondo** **Metanfetamine** Lo Shan, Stato del Myanmar, che fa parte dell'area geografica del Triangolo d'Oro e confina con la Thailandia e il Laos, è il cuore della produzione di metanfetamine in Asia. Questa regione, per lo più fuori dal controllo del governo centrale del Myanmar, è diventata un centro per la produzione di droga su larga scala, spesso gestita da gruppi armati—alcuni legati anche all'esercito. La scala di questa operazione è enorme. Un rapporto online afferma che in un breve periodo sono stati sequestrati un miliardo di compresse di metanfetamina, per un peso di circa 91 tonnellate—comunque solo una frazione di ciò che viene prodotto. Questi prodotti non rimangono solo in zona; raggiungono paesi lontani come Australia, Nuova Zelanda, Giappone, Filippine e Corea del Sud, dimostrando quanto globale sia questa operazione. Cosa ancora più preoccupante è il volume di produzione, che ha abbassato i prezzi, rendendo queste droghe più accessibili, soprattutto ai giovani. Questa accessibilità sta alimentando una crisi sanitaria pubblica, poiché sempre più persone possono permettersi di sperimentare o diventare vittime di queste sostanze. Il danno umano è immenso. Nel Sud-Est asiatico, la metanfetamina sta devastando le comunità, con le pillole di yaba che prendono di mira giovani e popolazioni vulnerabili. Le dure repressioni da parte dei governi, in particolare in Thailandia, non sono riuscite a ridurre la domanda. Nel frattempo, il raggio d'azione della metanfetamina si estende a città come Sydney e Auckland, dove i prezzi sono astronomici. Le forze dell'ordine sono sopraffatte dalla vasta portata del commercio, con miliardi di dollari che circolano attraverso reti controllate da funzionari corrotti, signori della guerra e la criminalità internazionale. Il commercio di droga nel Triangolo d'Oro non è solo un'impresa criminale—è profondamente legato alla geopolitica. La Cina gioca un ruolo complesso, fornendo le sostanze chimiche precursori mentre mantiene relazioni con vari i gruppi militari del Myanmar per proteggere le proprie regioni di confine. Torneremo su questo punto in un altro momento. Nel frattempo, i profitti riciclati del commercio di metanfetamine fluiscono verso Hong Kong e la Cina continentale, suscitando preoccupazioni per una nuova forma di **"narco-colonialismo"**. Allo stesso tempo, uno degli obiettivi principali della Cina è mantenere il divieto di abuso di sostanze illegali all'interno dei suoi confini. Le ZES rappresentano un modo per aiutare a raggiungere questo obiettivo. Per quanto assurdo, questo esportare la criminalità può anche essere visto come una risposta al "Secolo dell'umiliazione". Ossia, questo significa che all’interno della Cina l’abuso di sostanze e il gioco d’azzardo devono continuare a essere impediti con ogni mezzo possibile, sia per ridurre i rischi sociali che ne deriverebbero, sia per curare la ferita storica che deriva dal fatto stesso che la Cina per 100 anni sia stata povera e asservità all’occidente a causa della tossicodipendenza, dalla “sregolatezza” e nella prostituzione portata dai colonizzatori inglesi, e dalle regole imposte dal colonialismo. La politica estera della Cina sembra legata a una narrazione storica di "riscatto" rispetto al "Secolo dell'umiliazione", che ha segnato profondamente la memoria collettiva cinese. Quindi, per non dover ricadere nel rischio, o per il desiderio di mantenere un'immagine interna di ordine e controllo, anche a costo di spostare problemi all'esterno, sembrerebbe (ma non esistono prove) che il governo cinese abbia deciso di esportare questi comportamenti nei paesi vicini e facilmente raggiungibili che potrebbero quasi essere definiti, almeno in questo, colonie almano nelle zone occupate dalle SEZ. La Cina pare scaricare il danno subito fuori da se, come se volesse non vederlo, non occuparsene, o almeno continuare a poter dire che in Cina questo tipo di problemi non esiste. Rimane comunque difficile da dire se questo "esportare"criminalità sia effettivamente una strategia deliberata o piuttosto non sia un effetto collaterale delle politiche estere economiche cinesi. Il Triangolo d'Oro non è solo un problema regionale—è un problema globale, con effetti che si diffondono ben oltre i suoi confini. 3.4**Casinò e riciclaggio di denaro nelle ZES** Nelle Zone Economiche Speciali (ZES) del Sud-Est Asiatico, i casinò sono diventati punti focali per operazioni di riciclaggio di denaro, svolgendo un ruolo centrale nelle attività criminali internazionali. Molti di questi casinò sono gestiti da investitori e operatori cinesi, creando un ambiente ideale per il riciclaggio di denaro e altre attività illecite. Questi casinò non sono solo luoghi di gioco; sono diventati veri e propri nodi per il trasferimento di enormi quantità di denaro in contante, che vengono scambiati per gettoni senza alcuna documentazione o supervisione adeguata. **Riciclaggio di Denaro e Altre Attività Illegali nei casinò** Le operazioni di gioco includono anche scommesse online e proxy gambling (Il proxy betting è una forma di scommessa in cui una persona designa un individuo fidato come suo rappresentante per effettuare le puntate), che permettono ai gruppi criminali di far fluire denaro dentro e fuori il paese in modo nascosto. I fondi che passano attraverso questi casinò sono spesso legati al crimine organizzato, come il traffico di droga, il traffico di esseri umani e altre attività illegali. La presenza di casinò nelle ZES, come quelle di Sihanoukville e la regione del Triangolo d’Oro, è parte di un modello più ampio, dove le regolamentazioni lasse fanno delle ZES un terreno fertile per il riciclaggio di denaro e altre attività finanziarie illecite. Nonostante i casinò generino introiti significativi, molto di questo denaro proviene da fonti illegali, sostenendo non solo l'industria del gioco, ma anche le reti criminali che operano attraverso i confini. **Gestione e Complicità Cinese** La gestione dei casinò da parte di cittadini cinesi complica ulteriormente la situazione. Il governo cinese è stato accusato di chiudere un occhio sulle operazioni in queste zone, nonostante i legami con attività criminali. La mancanza di un'applicazione efficace della legge in molte di queste regioni significa che le organizzazioni criminali continuano a prosperare, utilizzando i casinò come parte integrante delle loro operazioni. Ciò crea una sfida significativa per i governi, che faticano ad applicare leggi in aree dove l'influenza delle imprese criminali è forte e i casinò operano con poca responsabilità. **Restrizioni Finanziarie dei Cittadini Cinesi** I cittadini cinesi sono generalmente limitati nell'esportare grandi somme di denaro all'estero, pare con un limite di circa $50.000 all'anno. Tuttavia, queste restrizioni vengono eluse tramite i casinò nelle ZES, che offrono una via per convertire grosse somme di denaro in gettoni da gioco, che possono poi essere scambiati o trasferiti senza i normali requisiti di segnalazione finanziaria. Questo crea una scappatoia per individui e imprese per spostare fondi illeciti fuori dalla Cina. Costruzioni Si può anche arguire che I massicci progetti di costruzione nelle Zone Economiche Speciali (SEZ) del Sud-est asiatico, inclusi casinò, hotel e sviluppi di lusso, probabilmente servono come strumenti per trasferire denaro fuori dalla Cina. Cittadini e imprese cinesi probabilmente investono pesantemente in questi progetti, mascherando fondi illeciti come investimenti legittimi, eludendo i rigidi controlli sui capitali della Cina e riciclando denaro trasferendolo su scala internazionale. 3.5**Pig Butchering nelle ZES** Nelle ZES del Myanmar, come nel KK Park, le vittime del traffico di esseri umani sono costrette a portare avanti truffe chiamate "pig butchering" (macellazione dei maiali), operazioni che sfruttano i lavoratori in condizioni terribili. Le truffe sono meticolosamente organizzate, con lavoratori che ricevono copioni da interpretare e quote da raggiungere. Se non si raggiungono gli obiettivi o se si mostra resistenza, i lavoratori affrontano percosse, torture o addirittura la morte. Queste operazioni di truffa sono una delle forme più distruttive e moderne di crimine, che uniscono il traffico di esseri umani con la tecnologia e i sistemi finanziari globali. Il termine "pig butchering" deriva dallo slang criminale cinese e descrive un tipo di truffa altamente manipolativo. Inizia con un lungo processo di "ingrasso" della vittima, attraverso relazioni fasulle o finte amicizie online, per costruire fiducia e attirare la vittima in truffe finanziarie. Le truffe mirano principalmente a investimenti in criptovalute, ma si sono estese anche ad altri schemi finanziari fraudolenti. Vengono utilizzate piattaforme di investimento false, che imitano quelle legittime, complete di servizio clienti, dashboard dettagliati e dati finanziari realistici. Le criptovalute, con il loro relativo anonimato, sono il mezzo preferito per queste truffe. Dopo che sono stati °ingrassati° le vittime investono il loro denaro (macellazione) credendo allo scam. Le persone che hanno investito il loro denaro spesso non riescono a recuperare i fondi persi. Le truffe "pig butchering" generano miliardi di dollari all’anno, colpendo individui in tutto il mondo, in particolare in Cina, Stati Uniti ed Europa. 3.6**Traffico di Fauna Selvatica nelle ZES** Le ZES, come quella del Triangolo d'Oro in Laos, facilitano una serie di attività illegali, tra cui lo sfruttamento della fauna selvatica, con conseguenze ambientali e sociali significative. Nel caso della ZES del Triangolo d'Oro, il traffico di animali selvatici e l'allevamento illegale di animali come le tigri sono parte delle attività illecite che avvengono apertamente in negozi e ristoranti. Le ZES offrono uno spazio in cui queste operazioni possono essere portate avanti pubblicamente, con prodotti derivati da tigri, come il vino di tigre, venduti nei mercati all'interno della zona. Le tigri sono una specie in via di estinzione, principalmente a causa della perdita di habitat, del bracconaggio e del conflitto tra esseri umani e fauna selvatica. Nel 2018, ad esempio, le autorità lao hanno chiuso alcuni negozi al mercato di Don Sao, sequestrando numerosi articoli illegali derivati dalla fauna selvatica. 7**Conclusione e Disclaimer (clausula di salvaguardia)** Il disclaimer è che queste informazioni provengono principalmente dai media del cosiddetto "occidente globale" e potrebbero quindi essere falzate dalle posizioni dei media americani e europei eccetera. Ci rendiamo pienamente conto che, con il nostro punto di vista, rischiamo di portare alla luce in Italia informazioni che potrebbero essere falze e legate agli interessi del governo americano nella presente guerra ideologica con la Cina. Va menzionato che la posizione ufficiale del Ministero degli Esteri cinese è sempre stata quella di sostenere la lotta contro le sostanze illegali e di supportare i Paesi vicini. Tuttavia, non abbiamo modo di verificare queste affermazioni in Cinese, né quelle di Laos, Cambogia o Myanmar attraverso l’uso dei media in lingua locale. Al momento, purtroppo, questo rapporto riflette principalmente il punto di vista dei media occidentali e americani, un approccio che non rispecchia appieno il metodo con cui questa radio preferisce lavorare. Riteniamo comunque che sia necessario parlare di questa situazione. Come compagni compagne compagnu, dobbiamo considerare queste questioni per avere un occhio su una questione internazionale (internazionalista) che coinvolge milioni di persone in Asia e nell’ovest globale. Ci consideriamo persone informate, ma molti di noi ignorano completamente questi fatti. Senza comprendere ciò che sta accadendo nel Sud-est asiatico, che ospita circa il 9% della popolazione mondiale e il 6% del PIL globale, non possiamo comprendere le dinamiche economiche globali attuali. Inoltre, ci sono ragioni per cui piccoli Paesi accettano questo tipo di nuovo colonialismo: esso porta con sé uno sviluppo necessario, e aiuta a migliorare la governace in zone che sono/erano fuori controllo dello Stato. Allo stesso tempo, ci sono ragioni storiche e politiche per cui la Cina ha scelto di esportare queste attività illecite, considerando il suo passato e il secolo dell’umiliazione. Per quanto possa sembrare paradossale, questi fatti si inseriscono in una volontà forte di sviluppo economico che è parte della lotta postcoloniale che è globale della quale noi in Italia non ci rendiamo neanche conto. E questa lotta non è positiva né per le persone locali, indigene, né per l’ambiente, né per noi che riceviamo anfetamine a basso prezzo. Ma questi fatti sono anche una risposta a ciò che noi, come bianchi, abbiamo portato a queste popolazioni in passato attraverso la colonizzazione e portiamo oggi attraverso le nostre aziende estrattiviste globali. Questi fatti sono una conseguenza delle nostre azioni, di noi ovest globale. Non vogliamo neanche negare che la Cina esporti anche un suo proprio colonialismo sui piccoli paesi confinanti in cui investe con le SEZ. Ciò nonostante, è un tipo di colonialismo diverso dal “nostro”, che porta anche benefici come dimostrano le congratulazioni che da questi paesi riceve. E comunque, è un colonialismo che questi paesi si sono in qualche modo scelti da soli. Sono paesi indipendenti, che hanno deciso di ricevere la maggior parte dei investimenti diretti esteri (IDE) (foreign direct investment (FDI)) dalla Cina, e non dall’ovest globale, perchè non sono daccordo col tipo di investimenti che noi facciamo. Perchè pensano che gli investimenti cinesi portino almeno un po’ di benessere, mentre i nostri no. Perchè pensano che noi imponiamo condizioni quando diamo dei soldi, come per esempio la condizione della democrazia, mentre loro pensano di doversi governare con il sistema di governo che si sono scelti da soli. In aggiunta, invitiamo chi ascolta a visitare questi luoghi quando si va in vacanza. Queste SEZ non sono aree pericolose con individui armati per strada, ma sono zone turistiche, per quanto spiacevoli possano apparire in questa descrizione sono belle, lussuose, e comode. Oggi, con voli economici, spesso visitiamo il Sud-est asiatico. Come compagni-compagne-compagnu, non dovremmo escludere la possibilità di visitare le SEZ per comprendere cosa accade al loro interno: osservare le attività dei casinò, dove siamo accolti a braccia aperte perché siamo bianchi; vedere gli schiavi uscire dagli uffici in massa in determinati momenti della giornata e della notte; assistere alla distruzione ambientale delle strade distrutte dai camion che portano cemento per costruire grattacieli; vedere lo scempio della merda che si riversa direttamente su spiagge meravigliose. Ci consideriamo persone informate, ma molti di noi ignorano completamente queste realtà che abbiamo creato. Non limitiamoci a consultare i media e non consideriamo questa problematica necessariamente legata solo alla Cina. Siamo costretti a farlo dalla nostra ignoranza perché abbiamo accesso solo ai media dell’ "ovest globale". Guardiamo coi nostri occhi, formiamoci un opinione, e soprattuto smettiamo di considerare che quello che accade in Asia non ci riguarda. **Disclaimer 2** Ripetiamo ancora. Queste informazioni beneficierebbero di maggiori informazioni sulla guerra civile in corso in Myanmar e su come questa influisce sulla produzione di metanfetamine e sulle varie entità coinvolte nella guerriglia. Siamo consapevoli di questa lacuna, queste notizie esistono ma ci volevamo limitare a solo mezz’ora di parlato. Promettiamo che ce ne occuperemo in un altro momento. *9. Ipermodernismo e natura in Asia 9.1 Introduzione Il Mall of Asia, a Manila nelle Filippine, è il più grande centro commerciale in Asia e, con 200.000 visitatori al giorno, è il terzo al mondo per numero di visitatori giornalieri, ha una superficie di vendita di 110 ettari. E' seguito dal Central Westgate di Bangkok, con 130.000 visitatori al giorno e superficie di 55 ettari. Per un confronto, la città universitaria de La Sapienza misura 44 ettari. Proseguendo con la lista, in Asia troviamo l'IOI City Mall di Kuala Lumpur, capitale della Malesia con 100.000 visitatori al giorno, il Siam Paragon e l'Iconsiam Shopping Mall di Bangkok con, rispettivamente, 150.000 e 90.000 visitatori al giorno. Oggi parliamo di iper-modernismo ossia il rapido sviluppo e la trasformazione delle città, caratterizzati da tecnologie avanzate, architetture futuristiche, infrastrutture di larga scala, spazi urbani estremamente moderni che combinano grattacieli, centri commerciali e sistemi di trasporto. Chi tra le nostre ascoltatrici e i nostri ascoltatori non ha mai visitato una metropoli asiatica o mediorientale potrebbe avere difficoltà a capire il concetto di iper-modernismo. Oltre all'enorme numero di abitanti di queste metropoli (10-15-30 milioni di persone), si può direche l'iper-modernismo crea uno spazio geografico che "annulla" simbolicamente chi le abita; ci si può sentire persE o disconnessE a causa della scala opprimente delle infrastrutture e del fatto che spesso mancano di spazi pubblici in generale (piazze, parchi, persino strade camminabili). I mall e i distretti finanziari dominano la città soddisfacendo le necessità di chi vive e lavora nei quartieri di classe media e sono aree che si basano sul consumismo e sui prodotti dei mercati globali. Manila, ad esempio, è caratterizzata da strade congestionate,la quasi assenza degli spazi verdi e baraccopoli accanto a scintillanti centri d'affari. Bangkok combina i iconici templi buddisti con moderni grattacieli, centri commerciali, traffico e inquinamento. A Kuala Lumpur, lo skyline è definito dalle Petronas Twin Towers, e, sebbene la pianificazione urbana sia più organizzata, permangano problemi come l'accesso alla casa e lo sviluppo diseguale. Gli abitanti della classe media in queste metropoli frequentano i grandi centri commerciali non solo per fare acquisti, ma anche come spazi sociali e ricreativi. Le abitazioni si trovano spesso in comunità recintate o complessi di condomini che offrono vicinanza ai luoghi di lavoro o ai trasporti pubblici - dove esistono - e muri contro i poveri che vivono nelle aree di baracche al di fuori delle recinzioni da cui la classe media vuole essere protetta. Tuttavia, molte di queste città sono caotiche e e sovrappopolate e riflettono la complessità dello sviluppo urbano iper-moderno che mescola con baraccopoli, povertà e gruppi vulnerabili. I centri commerciali sono enormi , di lusso e hanno un aspetto futuristico, secondo alcuni studiosi e studiose svolgono per la classe media il ruolo delle cattedrali nel medioevo in Europa. I centri commerciali sono pieni di negozi di marchi globali che incoraggiano gli acquirenti ad ostentare la propria ricchezza. Entrando nel centro commerciale, i consumatori trovano il fresco dei condizionatori, musica rilassante, una fuga dal caldo opprimente della città, dal traffico, e dai cantieri. Dopo aver fatto shopping ad un piano, i clienti si riposano mentre le scale mobili li portano al piano successivo, dove possono cenare in raffinati ristoranti "terrazza" situati all'interno del centro commerciale con vista sulle maestose hall del centro commerciale stesso. Per i più ricchi tra gli iper-cittadini, la vita si svolge in condomini di lusso collocati sopra o collegati ai centri commerciali tramite una rete di gallerie e ascensori: teoricamente la classe alta può vivere interamente dentro ed intorno al centro commerciale, usando l'auto (parcheggiata nel sottosuolo dello stesso grattacielo) solo per andare a giocare a golf. Per quanto noiosa e poco stimolante possa sembrare una vita simile, non si può negarne il comfort, il lusso e la comodità. Rispetto ai parchi urbani, anche se i centri commerciali sono antitetici alla natura e alla preservazione dell'eredità architettonica, alcuni dei migliori giardini di Manila si trovano nell'Ayala Mall, mentre chi desidera passeggiare in una città storica - certo finta - può visitare il Gran Canal Venice Mall, che è li accanto. Oggi cercheremo di descrivere la relazione geografica e politica tra natura, società non urbane e la classe media iper-modernista metropolitana in Asia e lo spazio (reale o in termini di impatti) che tale progetto di modernità occupa. Pausa https://www.youtube.com/watch?v=7uU5q1Bks3U 9.2 Il consumo di risorse naturali dei centri commerciali Analizzare in modo esaustivo l'impatto ambientale di un centro commerciale è quasi impossibile, tttavia, per prendere un metodo diciamo standard per indagare questo impatto, esistono studi che si concentrano sul consumo annuale di elttrecità dei mall e sull'impatto di questo consumo in una scala geografica più ampia, al di là dei centri commerciali stessi. Cercheremo di utilizzare questo metodo. I dati sulla quantità di elettricità usata sono difficili da trovare, ma ne abbiamo trovati tre relativi al 2011 per Bangkok, quasi 15 anni fa. Quindi parliamo della Thailandia. Ecco i dati: Mall Siam Paragon, il decimo centro commerciale più grande al mondo oggi, consumava 123 gigawattora all'anno, MBK 81 gigawattora anno e Central World 75 gigawattora anno. Per fare un confronto, la città di Viterbo consuma oggi 130 gigawattora all'anno con una popolazione di 60.000 abitanti. Ciò significa che nel 2011 il centro commerciale Siam Paragon consumava in un anno la stessa quantità di energia che l'intera città di Viterbo consuma in un anno oggi, nel 2025. La Greater Bangkok Region, la più grande area metropolitana della Thailandia, consuma circa il 30% del consumo totale di elettricità della Thailandia. Le fonti di produzione di energia elettrica interne, al 2023, sono per la stragrande maggioranza gas naturale, carbone e petrolio, mentre solo circa l'11% proviene da bioenergia e idroelettrico. Questa bassa percentuale di energia rinnovabile ha una spiegazione: ci furono molte proteste in Thailandia nei primi anni '90 per le dighe di centrali idroelettriche: protestarono ambientalisti e comunità colpite, rendendo difficile l'approvazione di ulteriori progetti di dighe. Quindi, già 15-20 anni fa, la Thailandia ha deciso di evitare la costruzione di nuove dighe all'interno dei propri confini in modo da evitare proteste. Tutto ciò fa sì che la Thailandia usi molta energia elettrica importata dall'estero. A seconda dei dati, si stima che tra il 10% e il 19,3% dell'elettricità usata inThailandia sia importato dal Laos, in particolare da una lista di 7 /9 dighe. I dati variano parecchio ma prendiamoli per buoni . Questa idea di rete elettrica internazionale deriva da un'iniziativa della Banca Asiatica di Sviluppo che promosse, negli anni 90, l'integrazione elettrica e la creazione di un mercato energetico regionale che supportasse la crescita economica di tutta la regione, riducesse la dipendenza dai combustibili fossili e garantisse la stabilità dell'elettricità. Il Laos, che è una piccola economia (l'intero paese ha un'economia più piccola di quella di Roma) senza accesso al mare e con una ridotta industrializzazione, sin dal 2001 il partito comunista al potere ha implementato piani quinquennali incentrati su progetti estrattivisti basati su investimenti esteri. I paese usa così le terre (espropriate a chi ci viveva) per energia idroelettrica, l'irrigazione, legname, miniere, e piantagioni. Oggi, 25 anni dopo, la produzione di energia idroelettrica costituisce almeno il 15-16% della ricchezza totale del Laos. 9.3 Il caso di studio Per analizzare come i mall impattano sulla natura, abbiamo trovato alcuni articoli scientifici che usano come esempio la diga Nam Theun 2 (NT2), finanziata dalla Banca Mondiale, dalla Banca Asiatica di Sviluppo , dalla Banca Europea per gli Investimenti e dalla Banca Nordica per gli Investimenti; da agenzie di credito franesi, svedesi e norvegesi, da Agenzia Francese per lo Sviluppo (AFD), PROPARCO (Francia) e la Export-Import Bank della Thailandia. Il costo della diga è stato di circa 1,3 miliardi di dollari; la costruzione è iniziata nel 2005 e la diga è entrata in funzione nel 2010. Un'altra diga che usiamo come caso studio è la diga di Xayaboury, lungo il Mekong, finanziata da banche thailandesi, tra cui Bangkok Bank, Kasikorn Bank, Krung Thai Bank (di proprietà statale), Siam Commercial Bank, TISCO Bank ed Export-Import Bank della Thailandia.Il costo è stato di 2,6 miliardi di dollari; è stata approvata il 7 novembre 2012 ed è entrata ufficialmente in operazione commerciale nell'ottobre 2019. Per queste due dighe, abbiamo trovato alcune informazioni che collegano direttamente gli impatti ambientali dei centri commerciali all'utilizzo delle dighe. PAUSA: piromani di Vasco Brondi 9.4 Impatto ambientale dell'energia "verde" delle centrali idroelettriche Emissioni di gas serra nelle aree tropicali Dal 2012, il governo del Laos si è impegnato a sviluppare energia verde. Secondo la Banca Mondiale, se costruite correttamente, le centrali idroelettriche sono forme di energia verde. Tuttavia, in climi tropicali, una grande quantità di metano viene emessa dalla vegetazione in decomposizione nell'acqua del bacino di raccolta di una diga. Quindi, il primo impatto ambientale di una diga in Laos è rappresentato dalle emissioni di gas serra nel momento in cui si allaga il bacino della diga. In generale le dighe causano deforestazione e perdita di biodiversità allagando terreno per creare i bacini idrici, sommergendo spazi naturali, alterando permanentemente il paesaggio, portando alla distruzione di interi ecosistemi. Inoltre bloccano la migrazione dei pesci e danneggiano i loro habitat; anche se vengono usate "scale di monta" per permettere ai pesci di risalire la corrente, queste non bastano a conservare la fauna ittica nei fiumi. Le dighe poi intrappolano sedimenti, riducendo i nutrienti (cioè il limo, quello che abbiamo studiato a scuola per gli antichi egizi) i sedimenti intrappolati possono scendere a valle causando erosione delle rive dei fiumi. sono danni per la fertilità del suolo dalla diga lungo l'intero Mekong fino al suo delta. 9.5 Impatto sociale e socio-economico delle dighe C'è poi l'impatto soaciale delle dighe: Nel caso della centrale idroelettrica laotiana di Xayaboury, circa 2000 persone sono state ricollocate per fare spazio al bacino della diga. Le terre sono state sgomberate ed espropriate senza compensare adeguatamente i proprietari. In generale le popolazioni ricollocate perdono le loro terre ancestrali e tradizionali, inclusi templi e cimiteri, e le loro comunità di origine. Tornando a Xayaboury, circa 200.000 persone hanno subito un impatto negativo dalla costruzione della centrale. La compagnia di costruzioni thailandese responsabile della diga ha fornito a ciascun abitante 15 dollari al mese (per una una sola persona a famiglia) per nuove attività agricole come allevare anatre o coltivare funghi. Tuttavia, le popolazioni dei villaggi hanno riferito di non avere abbastanza cibo, poiché i contanti sono pochi e non possono più pescare nel Mekong perchè non c'è più pesce, non possono coltivare orti lungo le rive a causa della variazione innaturale del livello dell'acqua, e non possono più raccogliere prodotti naturali nella foresta, che è inondata. I pescatori della diga Nam Theun 2 hanno segnalato che, dalla costruzione della diga, molti meno pesci migrano lungo il fiume, pesci e altre specie acquatiche sono diminuite drasticamente. L'inondazione delle foreste ha ridotto frutta, noci, piante medicinali e legna da ardere, prodotti che spesso sono cibo, reddito e medicine tradizionali per le comunità che perdono mezzi di sussistenza e le pratiche culturali. Diminuiscono anche campi e orti lungo le rive: tradizionalmente si tratta di campi temporanei utilizzati dai contadini quando il livello dell'acqua è basso. Questi orti dipendono dalle inondazioni stagionali che depositano sedimenti ricchi di nutrienti ma le dighe interrompono il ciclo, la fertilità del suolo diminuisce e le comunità perdono terre produttive Le dighe peggiorano anche la qualità dell'acqua perchè intrappolano sedimenti e materia organica nei bacini idrici, causando la crescita di alghe e il ristagno dell'acqua a valle della diga. Ciò interrompe i processi naturali di filtrazione, rendendo l'acqua meno sicura e pulita per bere e per lavarsi. 9.7 Condizionatori a Bangkok e flusso del fiume in Laos Passiamo alla città, a Bangkok dove il consumo energetico dei grandi edifici varia molto durante la giornata. Per esempio, un grande magazzino ha consumi molto ridotti o nulli durante la notte, per poi raggiungere il massimo durante l’orario lavorativo. Il consumo elettrico a Bangkok aumenta progressivamente fino alle 11 del mattino, momento in cui nella società thailandese inizia l’ora di pranzo. Successivamente, il consumo diminuisce poiché i dipendenti lasciano gli uffici per pranzare. Intorno alle 14:00, il consumo riprende a salire quando i lavoratori rientrano negli uffici e l’uso dei condizionatori d’aria raggiunge il massimo, per poi calare nuovamente tra le 16:00 e le 18:00, quando le persone vanno a casa. Durante la settimana c'è una forte riduzione del consumo energetico durante il fine settimana, in particolare la domenica, quando la maggior parte degli uffici è chiusa. Le variazioni dipendono dalla stagione, il picco massimo di consumo in Thailandia si verifica nel primo pomeriggio delle giornate più soleggiate della stagione calda e secca, spinto soprattutto dall’uso dei condizionatori. * La produzione di elettricità nelle due centrale idroelettriche laotiane di cui stiamo parlando è strettamente legata alla domanda di energia elettrica di Bangkok e dalla produzione di energia elettrica dipende direttamente la quantità di acqua che scorre nel fiume: un maggiore flusso d'acqua si traduce in un aumento della generazione elettrica, poiché l'acqua del fiume passa attraverso le turbine e scorre poi a valle. Quindi, quando si produce elettricità, aumenta il flusso d'acqua a valle della diga e può dare diversi problemi, poiché il flusso del fiume era tradizionalmente gestito dai contadini per l'agricoltura lungo le rive, la pesca e l'irrigazione. Per esempio, se il fiume non ha flusso il fine settimana perchè l'elettricità a Bangkok non serve, i pesci possono morire, oppure le piante irrigue posso seccarsi. Di fatto, la continua variazione "non naturale" del flusso d'acqua modifica completamente gli ecosistemi. Nel settore delle dighe esiste un concetto chiamato "flusso ecologico" che prevede si debba modificare il funzionamento delle dighe, i sistemi di rilascio dell'acqua e di produzione di energia, in modo che la diga possa avere effetti ecologici e sociali positivi a valle, perchè non manchi l'acqua per gli agricoltori. Ma, il flusso ecologico rende le dighe meno redditizie infatti in genere gli operatori delle dighe rilasciano acqua in determinati momenti della giornata in modo da soddisfare la domanda variabile di energia. Dare priorità al flusso ecologico cambia drasticamente la redditività della diga, perchè l'acqua deve essere scaricata in modo continuativo e non può essere accumulata per produrre energia quando serve. Durante le consultazioni pubbliche per la costruzione della diga Nam Theun 2, si discusse su come gestire la variabilità del consumo energetico della Thailandia, in particolare il fatto di non garantire un flusso ecologico durante il fine settimana, quando il consumo energetico è inferiore.ma al momento della firma dei contratti tra ioverno del Laos, società della diga e azienda elettrica thailandese, l'elettricità fu venduta su base annuale senza tenere in considerazione il flusso ecologico, consentendo quindi alla Thailandia di acquistare energia solo quando le serviva. Ad esempio, in inverno, quando le temperature sono più fresche e la domanda di energia è inferiore perchè si usano meno i condizionatori, la Thailandia chiede alla diga Nam Theun 2 di ridurre la produzione di energia, così l'acqua viene trattenuta nel bacino. Questo può ridurre il flusso idrico al di sotto del deflusso minimo vitale. Lo stesso accade di notte, quando a Bangkok la domanda è minima e quindi l'acqua viene conservata nel bacino. In questo modo il Laos è ridotto a essere davvero "la batteria dell'Asia". Uno studio preparatorio alla costruzione della diga, il Social Development Plan (SDP), evidenziava che una soluzione al problema dei flussi sarebbe stata considerare le risorse ittiche a valle come "fungibili". In altre parole, si prevedeva che sarebbe stata distrutta tutta la fauna e la flora acquatica a causa della mancanza di produzione elettrica (e quindi di flusso minimo vitale) durante i fine settimana. Si usava il termine "completo collasso della catena alimentare del fiume". Un'analisi costi-benefici giustificò questo collasso attraverso programmi di compensazione in denaro agli abitanti, cioè indennizzi per le perdite di pesce e per lo sviluppo di nuove attività ittiche. Al momento della firma dei contratti tra le aziende thailandesi, le banche e il governo del Laos, il concetto di "flusso ecologico" non fu quindi incluso. Di conseguenza, si sapeva già che le risorse ittiche sarebbero scomparse. Per aggravare la situazione, la Banca Mondiale aggiunse una clausola di stabilizzazione al prestito fornito al Laos, fornendo un meccanismo politico e legale per minimizzare i rischi. In pratica, il Laos si impegnò con la Banca Mondiale e con la Thailandia a compensare le aziende per eventuali nuove regolamentazioni ambientali e sociali che potessero ridurre i ritorni degli investitori in futuro. Questo significa che i contratti firmati tra le aziende thailandesi, le banche e il Laos non includevano alcuna protezione del "flusso ecologico" del fiume e che se il governo del Laos cercasse di opporsi a questa situazione sarebbe insostenibile. Così, il "lusso" dell'aria condizionata nelle città iper-modernizzate come Bangkok appare in netto contrasto con le gravi limitazioni all'accesso alle proteine del pesce e alla perdita di reddito subite dalle popolazioni che dipendono dal fiume per il loro sostentamento. Il peggioramento della vita dei pescatori permette, indirettamente, il funzionamento dei condizionatori. Certamente, inizialmente il governo del Laos ha dato priorità allo sviluppo, alla produzione di elettricità e ai guadagni economici rispetto alle preoccupazioni ambientali. Tuttavia, senza giustificare nessuno, è importante notare che i governi spesso mancano delle competenze tecniche necessarie per comprendere pienamente le conseguenze dei contratti che stanno firmando. Inoltre, mancano della forza politica e finanziaria per far rispettare le regole ambientali o per compensare adeguatamente le popolazioni colpite. Di conseguenza, i paesi con capacità di governance limitate si trovano spesso intrappolati in situazioni in cui gli interessi economici, gli investimenti stranieri e i progetti infrastrutturali prevalgono sul benessere delle popolazioni locali e sull'ambiente. Certamente il governo del Laos a quel tempo non aveva idea di cosa stava per succedere. PAUSA: litfiba, elettrica 9.8 Conclusioni Innanzitutto, è importante ricordare che gran parte dell’elettricità generata dalle dighe in Laos viene utilizzata in vari luoghi e non solo a Bangkok. È evidente che gli impatti socioeconomici sui villaggi del Laos offrono anche opportunità di miglioramento della qualità della vita e di emancipazione, oltre a fornire elettricità per l’intero paese. Tuttavia, vorremmo trarre conclusioni rispetto ai vari "circuiti elettrici" che collegano i residenti e i centri commerciali di Bangkok con i villaggi remoti del Laos, "sacrificati" allo sviluppo e al degrado ambientale, situati a centinaia di chilometri di distanza. Riteniamo che si possano trarre due principali conclusioni da questa analisi: Conclusioni relativa alla lotta (di classe? sociale?) nelle relazioni sviluppo-natura-società 1. Un aspetto che potrebbe sfuggire alla nostra percezione di europei, in questo momento della storia, è la scala dell’iper-modernismo. Nel processo di creazione dei circuiti amplificati nelle metropoli asiatiche in rapida crescita e iper-modernizzate, disuguaglianze e ingiustizie emergono e si moltiplicano. I residenti di Bangkok, desiderosi di uno stile di vita moderno, per esempio partecipano a campagne ambientali centri commerciali, per esempio usando meno sacchetti di plastica per (virgolette) "salvare il pianeta". Tuttavia, pochissimi di questi consumatori di elettricità a Bangkok sono consapevoli delle conseguenze del loro benessere in Laos. Non comprendono la portata dell’impatto che stanno causando e raramente si interrogano sull’origine dell’energia che consumano. Crediamo che, come "compagn*", dobbiamo tenere a mente queste connessioni, questi circuiti del capitalismo e riflettere sul rapporto tra benessere, sviluppo e natura in termini di tipologia, geografia e scala. Oltre alle geografie del benessere di cui abbiamo già parlato (Bangkok vs Laos) esistono infatti diverse tipologie e scale di prosperità e comfort. Nel caso dell’elettricità nei centri commerciali di Bangkok, la vulnerabilità dell’ecosistema umano-natura è peggiorata da strategie estrattive perseguite da diversi attori, ognuno con la propria visione di sviluppo. Gli attori più potenti sono comunque le ditte thailandesi e la classe media di Bangkok. E qui abbiamo un effetto di scala, un effetto incrementale. La circolazione dell’elettricità lungo circuiti elettrici e di potere con potenze diseguali sposta i danni ambientali oltre i confini dellla Thailandia perpetuando disuguaglianze e ingiustizie ambientali altrove. In particolare, la rigida repressione imposta dalle autorità laotiane priva le comunità locali del potere di negoziare con governi e imprese, le rende attori passivi. In sintesi, la protezione ambientale diventa secondaria rispetto alla crescita economica, causando danni significativi agli ecosistemi locali e alle popolazioni, a vantaggio della classe media di Bangkok, che può visitare i centri commerciali e vivere uno stile di vita iper-modernista. Come sappiamo, questo tipo di situazioni esistono anche in Europa e i movimenti cercano di contrastarle. Ma in certi paesi questo contrasto politico è semplicemente inaffrontabile. seonda Conclusione 2. Il progetto Nam Theun 2 ha adottato una forma unica di regolamentazione ambientale—denominata "regolamentazione per contratto"—che ha trasferito la regolamentazione sociale e ambientale dallo Stato laotiano o thailandese al capitale: promotori, costruttori e gestori della diga. Questo sistema ha facilitato il commercio transfrontaliero, e quindi ha permesso una diga laotiana integrata nella rete elettrica thailandese, creando un nuovo regime ibrido di governance transnazionale. Questo può essere positivo dal punto di vista economico. Ma la "regolamentazione per contratto" ha annullato qualsiasi altra autorità pubblica e privata, privilegiando gli interessi del sistema energetico thailandese a scapito delle decine di migliaia di abitanti delle aree rurali laotiane dipendenti dalle risorse naturali del fiume. Non esistono, tuttavia, dati chiari sul danno economico che l'area ha ricevuto a causa dell'impatto della diga, sappiamo solo che i distretti in cui si trova la diga hanno una popolazione di circa 110.000 abitanti. In sintesi, la seconda conclusione è che il paese, il Laos, ha perso la propria sovranità legale su un'area, con danni significativi alle popolazioni locali a favore degli investitori thailandesi, degli investitori laotiani (compreso il governo) e della classe media di Bangkok, che ora può visitare i centri commerciali e vivere uno stile di vita iper-modernista. Anche queste sono cose che succedono anche in europa. Conclusione finale La Thailandia è molto vicina a noi, e non è difficile né costoso visitare Bangkok. Non ci viene detto dai media, ma di fatto la Tailandia è uno stato a forti tendenze autoritarie e con stretto controllo della popolazione. Quando visitiamo la Tailandia, questa repressione non si vede, né si vede come il sistema capitalista tailandese influenza la regione. Con una visione geografica più ampia si possono vedere i sistemi interconnessi del capitalismo che la Tailandia crea nei paesi i vicini. Lo sfruttamento e il degrado ambientale causati da questi sistemi non sono limitati a una singola regione, ma colpiscono comunità e ecosistemi lontani. Allo stesso modo, quando combattiamo per evitare infrastrutture distruttive in Italia o altrove, dobbiamo essere consapevoli delle dinamiche globali. Tutto quello che abbiamo detto sembra piuttosto simile a quello che accade in Europa. Tuttavia, esistono alcune differenze fondamentali, che sono: -l'Asia, da decenni il continente più in crescita, sta sperimentando innovazioni tecnologiche, ipermodernismo nelle zone urbane, e velocità di distruzione ambientale difficili da capire. Un esempio è quello delle foreste a alto fusto. In alcuni paesi le foreste spariscono in 30 anni, e noi in europa ci abbiamo messo millenni a consumarle -grazie a questo sviluppo, l'Asia sta anche sperimentando forme innovative di estrattivismo. Il capitalismo in queste aree utilizza l'"estrattivismo di frontiera" in territori incontaminati come il Laos. Questa gestione dipende da forme estreme di potere coloniale e per così dire auto-coloniale di agire. Questo succede perchè i paesi competono per cavalcare l'ondata attuale di uno sviluppo economico che è considerato il più veloce della storia del mondo. -Infine, l'Asia è anche il continente dove dittature di destra come la Tailandia, sistemi comunisti come Laos e capitalismo convivono, i paesi e le relazioni internazionali sono governati in modi completamente diversi e nuovi, modi che è difficile da comprendere per noi qui in Europa. Magari questo è argomento per un altra puntata, ma per esempio quando la società civile può esistere solo nel sistema Stato-Partito la gestione della metropoli o della natura cambia. stacchetto 9.9Clausole di salvaguardia Fonti. Le fonti di questa trasmissione sono quasi esclusivamente studi scientifici condotti da ricercatori e ricercatrici quasi tutti di pelle bianca. Però ci paiono corrette e riportano le voci dei pescatori. Situazione negli altri paesi? Vogliamo sottolineare che, sebbene la situazione di Bangkok-Laos sia specifica per via della sua natura internazionale e della scala coinvolta, abbiamo usato questo esempio solo perché sono disponibili numerosi studii, ma ci sono molti altri casi, ecco altri esempi: * La Diga Tehri si trova nello stato dell'Uttarakhand in India, ha richiesto lo spostamento di 100.000 persone e fornisce energia elettrica a vari stati del nord, tra cui l'Uttar Pradesh e parti di Delhi. * In Pakistan, la Diga di Tarbela, che serve Islamabad, Karachi e altre aree, ha causato cambiamenti significativi nell'agricoltura locale e lo spostamento delle comunità. * La Diga di San Roque, che serve Metro Manila, ha causato lo spostamento di alcune comunità locali, in particolare gruppi indigeni, ha aumentato le inondazioni durante la stagione delle piogge. Questo ha comportato la distruzione di migliaia di ettari di risaie e altre terre agricole. * In Vietnam, il Progetto Idroelettrico Son La serve Hanoi, ha richiesto lo spostamento di 20.000 persone e ha causato una modifica nei tipi e nelle quantità di colture che possono essere coltivate. Ad esempio, le colture tradizionali non sono più praticabili nella zona. E la Cina? Per una volta, vogliamo sottolineare che questa trasmissione è specificamente costruita contro la propaganda statunitense rispetto al Mekong. Cercando online, troverete milioni di articoli sui media riguardanti gli impatti delle dighe cinesi sul Mekong. Tuttavia, l'inizio della distruzione del bacino del Mekong Inferiore, al di fuori della Cina, non ha nulla a che vedere con la Cina. La distruzione del Mekong è iniziata all'inizio degli anni '90, quando la Cina non era nemmeno in grado di costruire dighe, grazie ad imprese capitaliste europee e tailandesi e banche multilaterali. Comunque, se siete proprio interessati alla propaganda americana sulla distruzione del Mekong grazie alle dighe della Cina, potete trovarla facilmente online. E che cosa è la distruzione del Mekong? Uno dei più grandi disastri ambientali che sta accandendo al mondo in questo momento è probabilmente la distruzione del bacino del Mekong per via agli impatti generali delle dighe sull'acqua del Mekong (che non c'è più), e con la conseguente subsidenza del delta del Mekong in Vietnam. Tuttavia, abbiamo riscontrato che queste informazioni sono ampiamente disponibili per chi è interessato, quindi vi invitiamo a cercarle o se volete ne parleremo in un altro momento. La prossima trasmissione sarà mercoledì 26 febbraio e parlerà di Giappone *JPN Il crepuscolo dell'alba SIGLA 10.1 Introduzione Alcuni economisti dicono a volte che ci sono quattro tipi di economie nel mondo: sviluppate, non sviluppate, l’Argentina e il Giappone. L’economia caotica dell’Argentina è stata spesso al centro delle notizie nei nostri media. Ma sappiamo cosa succede in Giappone, il paese del Sol Levante? Il primo paese su cui si leva l'alba; il paese che fa parte del G7 e che, per quanto sia complesso da comprendere, pur essendo almeno a livello economico parte dell’Occidente Globale, si trova all'estremo est dell'Asia. Quindi, in sintesi, abbiamo pensato che dovremmo sapere cosa succede in Giappone. Tuttavia, capire cosa succede in Giappone è molto, molto, ma molto complesso;quindi preallertiamo chi ci ascolta che faremo del nostro meglio ma, se qualcuno di voi ha idee migliori, può contattarci, così potremo correggerci in una futura trasmissione. L’economia del Giappone è rimasta bloccata e stagnante per gli ultimi 30 anni, con crescita, inflazione e tassi d’interesse stabili ma stagnanti, sia a causa di alcune scelte geopolitiche degli Stati Uniti, sia per via delle politiche monetarie insolite adottate dalla banca centrale giapponese, la Bank of Japan. Ne parleremo più avanti. Comunque, qual è la situazione oggi? Dopo un calo costante per un paio d’anni, nell’aprile 2024, la valuta giapponese, lo yen, è scesa al tasso di cambio minimo da 34 anni, arrivando a 160 yen per dollaro, un livello che non si vedeva dalla crisi finanziaria del 1990. L’ultima volta che il Giappone è stato nei media per un crollo dello yen è stata a fine giugno 2024. In quel periodo, lo yen è sceso addirittura al tasso minimo da 38 anni rispetto al dollaro statunitense. È un bene o un male? Poiché il Giappone è uno dei Paesi più dipendenti dalle importazioni al mondo, importando oltre il 90% della sua energia e oltre il 60% del suo cibo, uno yen debole significa che l’inflazione è tornata in Giappone per la prima volta dopo decenni. Il rimedio liberale abituale è aumentare i tassi d’interesse. Ma, a causa di anni di politiche monetarie non convenzionali, il rimedio "normale" rappresentato dall’aumento dei tassi d’interesse non è praticabile in Giappone. La politica monetaria ultra-espansiva del Giappone, di cui parleremo dopo, è finita sotto pressione nel 2022, quando l’inflazione ha iniziato a salire in tutto il mondo. Di solito in questi casi, le banche centrali aumentano i tassi d’interesse, ma la Bank of Japan ha deciso di non farlo, sia perché l’inflazione era relativamente bassa rispetto ad altri Paesi, sia perché il Giappone ha un enorme debito pubblico; quindi anche un piccolo aumento dei tassi d’interesse si tradurrebbe in un massiccio aumento dei costi di servizio del debito, soprattutto per il governo giapponese. Purtroppo, la situazione è diventata più difficile man mano che le altre banche centrali hanno aumentato i tassi d’interesse, rendendo le loro valute relativamente più attraenti e provocando un calo dello yen. 10.2 Com'è l'economia del Giappone oggi Il Giappone è classificato come la quarta economia più grande al mondo per PIL, avendo recentemente perso la terza posizione a vantaggio della Germania. In termini di PIL a parità di potere d’acquisto, che a nostro avviso è molto più importante per comprendere le condizioni sociali di un Paese, il Giappone è ben posizionato, essendo oggi la quinta economia più grande al mondo. Per fare un confronto, l’Italia è all’undicesimo posto nella classifica globale, dopo non solo la Cina, ma anche l’Indonesia e la Russia. Quindi, in sintesi, prima di parlare di un grande declino del Giappone tra la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90, che continua ancora oggi, è necessario esaminare la situazione attuale del Paese. Lo faremo come una sorta di “istantanea” del presente, per il momento senza considerare il passato. Prima di tutto, è importante dire l’ovvio: il Giappone rimane oggi una potenza economica molto forte e questo è dovuto a diversi fattori. Innanzitutto, il Giappone è un leader globale nella tecnologia, in particolare nell’elettronica, nella produzione automobilistica e nella robotica. Aziende come Toyota, Honda e Sony sono rinomate per la loro innovazione e qualità. Inoltre, il Giappone investe molto in ricerca e sviluppo, dedicando circa il 3,7% del suo PIL a questo settore, uno dei valori più alti tra i Paesi sviluppati. Il Giappone ha anche un forte settore industriale e rimane un grande esportatore, e l'esportazione è una parte significativa del suo PIL. Quindi sembrerebbe che, dal momento che il Giappone ha un industria innovatrice ed è anche una potenza industriale, e quindi i beni prodotti vengono esportati, tutto vada bene, no? Invece c’è un’altra cosa strana. Proviamo a spiegarla. Quando esporti molto, accumuli molte riserve in valuta estera, poiché gli altri Paesi ti pagano in dollari o altra valuta estera. Questo significa che il Giappone possiede molti dollari o diversifica le riserve in altre maniere, tipo valute estere, oro e acquisto di beni o attività all'estero. Inoltre se possiedi dollari puoi prestarli. Quando presti, diventi un creditore. Abbiamo spiegato ciò per spiegare che il Giappone è la più grande nazione creditrice del mondo, con riserve in valuta estera e attività finanziarie per un valore di 12 trilioni di dollari. Lo status di creditore del Giappone deriva appunto anche da investimenti a lungo termine in obbligazioni estere, aziende e immobili, non solo dal prestito di riserve monetarie. Ciò significa che, grazie a questo surplus di denaro dovuto alle esportazioni, le aziende giapponesi hanno potuto fare investimenti significativi all’estero. Questi investimenti hanno contribuito parecchio alla sua influenza economica e geopolitica a livello globale. Di tutto questo non si parla quasi mai nei nostri media, o almeno queste informazioni sono relegate a giornali specializzati come il Sole 24 Ore e vengono presentate in modo poco chiaro per il pubblico. In sintesi, il Giappone è un paese potente, anche se magari dall'Italia non si nota. Allo stesso tempo, il Giappone talvolta registra deficit commerciali a causa delle elevate importazioni di energia, anche se i suoi profitti rimangono solidi. Il Giappone infatti è un paese povero di risorse, il che significa che importa una quantità significativa di energia—soprattutto petrolio, gas naturale liquefatto (GNL) e carbone. Questa dipendenza è aumentata dopo il disastro nucleare di Fukushima del 2011, che ha portato a un forte calo dell’uso dell’energia nucleare e a una maggiore dipendenza dai combustibili fossili importati. Quindi quando i prezzi globali dell’energia aumentano o il consumo interno cresce, il conto delle importazioni del Giappone supera quello delle esportazioni, causando un deficit commerciale. Non si tratta di una catastrofe in sé, ma evidenzia la vulnerabilità energetica del Paese. Tuttavia, i forti guadagni da investimenti compensano questi deficit, mantenendo l’economia complessivamente stabile e resiliente. Questa situazione è in qualche modo simile a quella dell’energia in Europa. Infine, ma questo lo sappiamo perchè lo vediamo al TG, il Giappone svolge un ruolo significativo nei forum economici internazionali come il ONU, OCSA, o G7, il forum degli autoproclamati Paesi più ricchi del mondo, influenzando le politiche economiche globali e partecipando a partnership strategiche, come quella con gli Stati Uniti e altre nazioni asiatiche. Tutto questo continua a rafforzare la sua posizione economica e la sicurezza. PAUSA MUSICALE 10.3 Problemi dell'economia giapponese oggi L’economia giapponese, come la maggior parte delle economie del G7, presenta problemi profondi. Il problema più noto è l’invecchiamento della popolazione e il basso tasso di natalità, che hanno portato a significative carenze di manodopera, affrontate attraverso l'aumento della spesa sociale per sostenere gli anziani, la modifica delle regole del mercato del lavoro per lascare spazio agli anziani, l’automazione e la robotica. Poiché si prevede che la forza lavoro diminuirà del 40% entro il 2065, le tecnologie di produzione avanzate diventano cruciali. In altre parole, la robotizzazione della società è vista come una soluzione. Potreste pensare che si tratti solo di fabbriche. Non proprio. Ad esempio, come abbiamo visto sui social media: esistono robot che aiutano le persone anziane a muoversi o ad andare in bagno... Tanto per dire. Il Giappone ha un’economia orientata all’esportazione. Ciò significa che è vulnerabile alle tendenze economiche globali e alle politiche attuate, in particolare, da parte di partner commerciali chiave come gli Stati Uniti e la Cina. Ad esempio, analogamente alla Germania, il settore manifatturiero giapponese sta vivendo un calo dell’attività nelle fabbriche, in parte a causa della domanda debole in settori chiave come quello automobilistico. Tuttavia, in Giappone la situazione è migliore. Perché? Perché diverse aziende giapponesi non hanno cercato di elettrificare completamente le loro gamme di veicoli. Toyota, Mazda e Subaru si sono distinte in particolare per il loro focus sul miglioramento dei motori a benzina, piuttosto che sulla transizione completa verso i veicoli elettrici. Questo le pone in una situazione migliore rispetto ad altri paesi produttori di automobili, pur rimanendo comunque esposte alla riduzione globale degli acquisti di auto, in particolare in Occidente e in Europa. Un altro fattore problematico è la perdita di competitività dei semiconduttori giapponesi. Ne parleremo più avanti, restate con noi. Un altro punto importante è che il Giappone è costoso. Le sue industrie sono meno competitive a causa del costo del lavoro. Inoltre, con uno yen debole, le materie prime, che arrivano dall'estero, costano di più con incrementi dei prezzi nella produzione. Comunque, quando pensiamo a Tokyo, immaginiamo questa società super avanzata, tutta automatizzata, con luci, hotel gestiti da robot e distributori automatici che vendono qualsiasi cosa, dalle istruzioni per prendere un autobus, al brodo di gallina alle banane. Il Giappone è davvero così avanzato? Vogliamo menzionare qualcosa che solo i nerd conoscono. Un’informazione che manca nel consenso mediatico fabbricato dell’Occidente globale. Cioè, il Giappone è molto forte nella produzione di macchine, ma non di processi. Il Giappone è leader nella produzione di macchinari e tecnologie hardware: robot, radar, semiconduttori. Cose materiali. La storia è diversa per quanto riguarda la produzione di processi per gestire le macchine, ossia per quanto riguarda il software. E come conseguenza, la storia è diversa anche per le Infrastrutture Pubbliche Digitali. Spieghiamo. Probabilmente a causa dell’invecchiamento della popolazione, il Giappone lotta con una grave carenza di programmatori qualificati e di ingegneri informatiche. A differenza di altri paesi dell’Occidente globale, il Giappone non ha grandi aziende di software. Questa assenza è in parte dovuta al focus del Giappone sulla produzione hardware e alla mancanza di un ecosistema di startup fiorente. Sorprendentemente, sebbene il paese sia visivamente pieno di robot ovunque, in Giappone l'adozione delle nuove tecnologie è lenta. Ad esempio, il paese è indietro di sette anni rispetto agli Stati Uniti nell’adozione del cloud computing e di altre moderne tecnologie software. Un altro esempio è la digitalizzazione relativamente limitata del settore pubblico, ossia di tutto ciò che riguarda le carte d’identità, la valuta digitale, ecc. Ha fatto notizia, nel 2024, la cura che il paese ha messo nel create nuove monete cartacee, mentre non ha un sistema di pagamenti digitali pubblici. Dal punto di vista della digitalizzazione del settore pubblico il Giappone è simile all’Europa. Però, allo stesso tempo deve confrontarsi con i suoi vicini in Asia che è il continente digitalmente più avanzato. Nel contesto asiatico questo ritardo è molto significativo. Il software e il calcolo su larga scala sono solo un esempio e non sono nemmeno così impattanti sull’economia totale, ma volevamo usarli come esempio di molti problemi di fondo. Pare che tutti questi ritardi potrebbero essere legati alla cultura aziendale giapponese, che enfatizza l’occupazione a vita e l’avversione al rischio, il che può ostacolare l’innovazione e l’adozione di nuove tecnologie. In Giappone la routine lavorativa richiede un numero elevato di ore, ed è estenuante per i dipendenti, distruggendo in pratica la loro vita sociale. Allo stesso tempo, nel paese gli stipendi sono alti. Tante ore di lavoro e stipendi alti indicano che l’efficienza del lavoro è molto bassa. Come probabilmente sapete, l’efficienza del lavoro è il cuore del capitalismo. Inoltre, la cultura giapponese non incentiva l’importazione di competenze dall’estero e le barriere linguistiche limitano l’accesso alle migliori pratiche internazionali, poiché la maggior parte delle risorse scientifiche è in inglese. Il Giappone affronta quindi problemi legati alla mancata crescita della produttività. Sebbene ci siano sforzi per aumentare gli investimenti e la mobilità del lavoro, sono necessarie ulteriori riforme strutturali per migliorare la competitività. Il sistema di governo del Giappone è tradizionalista e ancorato al passato. Un esempio per descrivere quanto le innovazioni giapponesi siano più arretrate di quanto pensiamo? Fino al gennaio 2024, la consegna di documenti al governo in Giappone richiedeva l’uso di dischetti floppy. Vi ricordate i dischetti floppy? E' quasi incredibile questo contrasto fra l'immagine di un paese moderno e robotizzato e i floppy disk. Anche l’elevato debito pubblico del Giappone e la necessità di aumentare la disciplina fiscale pongono sfide per una crescita economica sostenuta. Il Giappone ha fatto affidamento sulla politica monetaria per sostenere l’economia, in modo simile a quanto faceva l’Italia negli anni ’80, prima dell’euro. Ma anche questo ha i suoi limiti. Il Giappone ha il rapporto debito pubblico/PIL più alto al mondo, che attualmente si aggira intorno al 260% del PIL (al 2024). Ciò significa che il debito pubblico del Giappone è più di 2,5 volte la dimensione dell’intera economia. E per fare un confronto, l’Italia è al 134%. Tuttavia, ci sono anche aspetti positivi. Oltre il 90% del debito del Giappone è detenuto da istituzioni giapponesi (banche, compagnie assicurative, fondi pensione e la Banca del Giappone) e il Giappone controlla la propria valuta, a differenza dei paesi europei. Questo semplifica le cose. Infine, essendo questa trasmissione in Italia, non dimentichiamo un altro problema che è simile ai nostri: la prominenza della yakuza, la mafia giapponese. L'Asian Times, che è un media abbastanza rispettato di Hong Kong, riporta che secondo alcune stime il 10-20% del bilancio delle opere pubbliche del Giappone va alla yakuza. Per fare un confronto, si calcola che il 7% del PIL italiano sia guadagnato dalla mafia. La yakuza è fortemente coinvolta nel settore delle costruzioni, spesso gonfiando i costi delle opere pubbliche. La yakuza esercita il controllo sul mercato del lavoro giornaliero o part time e sulle attività di intermediazione lavorativa, si tratta di quello che in seguito chiameremo "lavoro temporaneo" e più avanti spiegheremo cosa è. Intanto sappiate che il mercato del lavoro giapponese è duale, con lavori fissi ma con una crescente dipendenza da lavoratori non regolari o part-time. La yakuza si è adattata a questo nuovo sistema, facilitando l’occupazione temporanea in settori che molti cittadini giapponesi trovano indesiderabili. Oltre alle operazioni commerciali legittime, la yakuza è anche coinvolta in attività illegali come estorsione, traffico di droga, traffico di esseri umani e gioco d’azzardo. Solo per continuare il parallelismo con l’Italia, la yakuza in Giappone e la mafia italiana operano con strutture che ricordano l’organizzazione familiare, ovviamente tipi di famiglie diverse perchè quelle sono famiglie asiatiche, ma comunque sempre famiglie. Tanto per dire... quante somiglianze con l’Europa e l’Italia, vero? PAUSA MUSICALE 10.4 Ma quindi, in sintesi, visto che il Giappone è ancora una potenza, come vive oggi la popolazione giapponese? Gli indicatori di una vita agiata per la popolazione giapponese possono essere valutati attraverso vari parametri economici e sociali. Il Giappone ha un alto PIL pro capite e le famiglie detengono ingenti attività finanziarie. Il Giappone si classifica al 10° posto a livello globale nel Classifica della Ricchezza Globale. Diversamente da molti altri Paesi, si prevede una crescita reale positiva dei salari, il che significa che i salari stanno superando l’inflazione, migliorando il potere d’acquisto. I consumi sono deboli, ma la crescita salariale dovrebbe stimolare la domanda interna e la spesa dei consumatori. Il Giappone è noto per la sua cultura del consumo di fascia alta, con un forte mercato per i beni di lusso, fatto che indica la presenza di una parte della popolazione con un significativo reddito "disponibile". Inoltre, ha una delle aspettative di vita più alte al mondo, riflesso di un elevato standard di vita e dell’accesso a cure sanitarie di qualità. Tuttavia, come vedremo, il tasso di crescita del PIL del Giappone è stato relativamente basso, con dati recenti che mostrano un tasso di crescita annuo modesto, pari a circa lo 0,5%. Come abbiamo detto, la riduzione della forza lavoro è causata dell’invecchiamento della popolazione e limita l’espansione economica. Per questo motivo, il Giappone ha lavorato attivamente negli ultimi anni per attrarre immigrati altamente qualificati , segnando un cambiamento significativo nelle sue politiche migratorie. Il Giappone si è tradizionalmente considerato uno stato monoetnico (razzista diremo, altra somiglianza con l'Italia), il che ha contribuito a una certa riluttanza ad accettare gli immigrati. Questa ideologia dello stato monoetnico si basa sull’omogeneità culturale ed etnica. C’è stata una storica riluttanza all'interno dell’opinione pubblica e tra i politici giapponesi ad abbracciare l’immigrazione su larga scala, a causa delle preoccupazioni per l’identità culturale e l’integrazione sociale. A causa della stagnazione dell’economia, qualcosa di nuovo però è accaduto nel mercato del lavoro. Negli ultimi 10-20 anni, è emersa una nuovo tipo di lavoro, chiamato lavoro part-time o lavoro non regolare o temporaneo. Nell’agosto 2022, i lavoratori non regolari in Giappone erano 21,21 milioni, pari al 30% della forza lavoro giapponese. Per noi italiani, questo non è né sorprendente né strano, giusto? Tuttavia per il Giappone è stano, perchè c’è una grande differenza nella cultura del lavoro, che proviamo a spiegare ora. La cultura Giapponese è di solito descritta come cultura della vergogna, dove la paura di "perdere la faccia" e di essere disonorati è un potente motivatore. Questa paura può impedire agli individui di correre rischi o di ammettere pubblicamente i propri errori. La vergogna derivante dalla perdita della faccia può avere impatti duraturi sugli individui, influenzando la loro autostima e le relazioni interpersonali. Nei casi estremi, può portare a un grave disagio psicologico Cosa significa perdere la faccia in un Paese come il Giappone? Beh, tu che ascolti Radio Onda Rossa potresti non crederci, ma avere un lavoro temporaneo e instabile rappresenta una perdita della faccia nella cultura giapponese! Ma perchè? Il Giappone è una società collettivista in cui la reputazione della famiglia è fondamentale. Quando un individuo porta vergogna alla famiglia, ad esempio non riuscendo a costruire una grande carriera professionale, ma avendo solo un lavoro scarso o non stabile, ciò può portare all’esclusione o all’ostracismo per proteggere l’onore familiare. Le famiglie creano una distanza emotiva dall’individuo che ha causato vergogna. Nei casi estremi, le persone che hanno causato vergogna possono essere spinte a isolarsi dalla famiglia e dalle attività sociali. Gli individui che portano vergogna alle loro famiglie spesso sperimentano forme di auto-stigma e sensi di colpa in un modo che riteniamo persino difficile da immaginare in una cultura europea. Quindi, descriviamo alcuni degli impatti più estremi che questo tipo di società, quando si scontra con l’invecchiamento della popolazione e l’economia stagnante, potrebbe avere su un singolo individuo. Il primo fenomeno è quello degli hikikomori, in cui gli individui si ritirano dalla società a causa di sentimenti di vergogna o fallimento. Lo stile di vita degli hikikomori si riferisce a un fenomeno specifico del Giappone in cui gli individui, spesso giovani adulti, si isolano dalla società per lunghi periodi. Questo ritiro sociale estremo è caratterizzato dalla mancanza di interesse nel frequentare la scuola o il lavoro e dal desiderio di rimanere sempre a casa. L'hikikomori ha iniziato a verificarsi negli anni '90, quando è iniziata la grande crisi del Giappone che da il titolo a questa trasmissione: le persone a quel tempo hanno perso il lavoro o non sono mai riuscite a entrare nel mercato del lavoro, e da allora questo fenomeno si è evoluto. Quella generazione che ha iniziato l'hikikomori è chiamata la generazione perduta. La "Generazione Perduta" in Giappone si riferisce a un gruppo di individui, principalmente laureati, che sono entrati nel mercato del lavoro durante il periodo di stagnazione economica del Paese noto come la "Decade Persa". Gli hikikomori dopo la Decade Persa hanno continuato ad esistere e adesso sono conosciuti ed esistono anche in Italia. Ma non è tutto. C'è un altro esempio, le persone che "scompaiono" a causa della vergogna. Questo fenomeno è chiamato jouhatsu. Jouhatsu (letteralmente "persone che evaporano") si riferisce a individui che abbandonano le loro famiglie o i loro ruoli sociali, spesso a causa di sentimenti di vergogna o fallimento. Anche questo può essere visto come una forma di ritiro sociale, anche se differisce dall’hikikomori in quanto gli individui jouhatsu non necessariamente si isolano a casa, ma scelgono invece di scomparire, di lasciare le loro famiglie e ricominciare da capo altrove. Per dare un numero, si calcola che ogni anno in Giappone scompaiano senza lasciare tracce tra le 80.000 e le 100.000 persone. A essere oneste, una parte di questo fenomeno è dovuta ad altri problemi, come persone che hanno debiti, hanno commesso crimini o stanno fuggendo dalla yakuza. Questi numeri di persone che evaporano sono così alti che esiste un'intera industria intorno a questo fenomeno. Si tratta dei "servizi di trasloco notturno" o "yonige-ya", che aiutano queste persone a scomparire fornendo assistenza per il trasferimento, la creazione di nuove identità e l’elusione dei controlli. Questi servizi operano in una zona grigia e possono essere costosi. La situazione di ogni cliente viene valutata per creare un piano su misura. I fattori che influenzano il costo includono la distanza del trasferimento, la quantità di beni da trasportare e la presenza di bambini. Oltre all’assistenza logistica, gli yonige-ya forniscono spesso supporto emotivo ai clienti. Molti individui jouhatsu tentano di ricominciare da capo in diverse parti del Giappone o persino all’estero. Possono adottare nuove identità per evitare di essere rintracciati. Coloro che scompaiono affrontano spesso difficoltà finanziarie, poiché potrebbero aver lasciato fonti di reddito stabili e dover ricominciare da zero senza reti o risorse consolidate. Potrebbero dover fare affidamento su lavori a basso salario o vivere in povertà. Potrebbero decidere di perdere l’accesso alla propria identità (ovvero di privarsi di documenti d’identità), essendo così costretti a vivere isolati in aree remote senza alcun supporto governativo (il Giappone è simile all’Italia per quanto riguarda l’Appennino, con molti luoghi abbandonati nelle montagne, altra somiglianza). Ora, fermiamoci un attimo: cosa pensiamo di questo tipo di società? Come persone bianche italiane possiamo comprenderlo? Beh, no! Tuttavia, dobbiamo ricordare che il Giappone storicamente aveva l’hara-kiri, una forma di suicidio rituale associata alla vergogna nella classe sociale dei samurai. Culturalmente si potrebbe quasi dire che sembrerebbe che hikikomori e jouhatsu rappresentino una nuova forma, meno intensa, di hara-kiri. Quindi.... parliamo anche di suicidio in Giappone. Come potete immaginare a questo punto, il Giappone ha uno dei tassi di suicidio più alti tra i paesi sviluppati, con un tasso di circa 17,6 per 100.000 abitanti nel 2023. In Italia è intorno ai 10 per 100.000. Il governo ha fatto molti sforzi per ridurre i tassi di suicidio, senza troppo successo. Un altro aspetto di cui vogliamo parlare riguarda il fatto che le persone con lavori temporanei e part-time non possono effettivamente vivere una vita normale in Giappone. Se la loro famiglia li abbandona, a causa della vergogna di non avere un lavoro a tempo pieno ben retribuito, non possono sopravvivere normalmente, affittando un appartamento. Questo ha portato a un fenomeno iniziato negli anni '90 e 2000, noto come net café refugees ossia "rifugiati dei net café" o cyber-homeless ossia "senza tetto del cyberspazio". Nel 2020 si stimava che solo a Tokyo circa 15.000 persone vivessero nei net café. Che impressione. La maggior parte di loro sono giovani uomini, spesso appartenenti alla classe operaia urbana, che non possono permettersi una casa tradizionale a causa dell'alto costo della vita e della loro instabilità economica. A causa dei lavori temporanei i proprietari non gli affittano le case. I net café offrono servizi di base come cabine private o cubicoli con sedie reclinabili dove si può dormire, accesso a Internet e, a volte, docce e lavanderie. Questi servizi sono più economici rispetto alle sistemazioni tradizionali, come gli hotel capsule o gli hotel business. Il costo può variare da circa 12 a 22 dollari USA per una notte. La pandemia ha messo in evidenza il problema dei rifugiati dei net café, poiché molti di questi luoghi sono stati costretti a chiudere temporaneamente, lasciando queste persone senza un riparo. In risposta, alcuni governi locali hanno dovuto fornire supporto abitativo d'emergenza ai net rifugiati. Come possiamo notare, uno dei problemi in Giappone è il costo dell'abitare, simile al resto del mondo occidentale. Dobbiamo considerare alcune questioni economiche legate al fatto che le persone affrontano molte difficoltà nel trovare una casa in Giappone e questo non riguarda solo i net café refugee. In Giappone, c'è una notevole disparità nel supporto abitativo tra le persone con un impiego a tempo pieno e coloro che non hanno un lavoro fisso. Molte aziende giapponesi forniscono indennità abitative come parte dello stipendio. Alcune aziende offrono anche dormitori riservati ai dipendenti. Per le persone senza lavoro o con lavori temporanei, il supporto abitativo è molto più limitato. Il governo giapponese offre il "Housing Security Benefit" per aiutare coloro che hanno perso il lavoro o che affrontano una riduzione delle ore lavorative a causa della crisi economica . Questo beneficio può coprire fino al 75% dell'affitto per un periodo da tre a nove mesi. Tuttavia, le persone disoccupate in Giappone spesso affrontano un notevole stigma sociale, come evidenziato sopra, il che può scoraggiarle dal cercare assistenza dallo Stato. Inoltre, dobbiamo parlare del supporto governativo in sè. Il Giappone è noto per i suoi sistemi di supporto eccezionale per gli anziani, in particolare in termini di assistenza sanitaria e welfare sociale. Tuttavia, c'è una notevole disparità rispetto al supporto per le giovani generazioni, che spesso affrontano grandi difficoltà senza un analogo sostegno governativo. Sebbene esistano alcuni programmi per le famiglie a basso reddito, non sono così completi come quelli per gli anziani. Abbiamo fatto ricerche online e siamo riusciti a trovare solo: i) supporto per i giovani provenienti da famiglie vulnerabili e ii) supporto per i giovani nella ricerca di lavoro, inclusi costosi corsi di formazione all'estero. Tuttavia, non conosciamo il giapponese, quindi potremmo non aver trovato molto per mancanza di capacità. Ma, da quanto sembra, il Giappone non dispone di un reale supporto esteso per i giovani, né di un sistema di sussidi di disoccupazione decente per i giovani. Sembra che i sussidi governativi siano solo per chi se li merita, per chi ha già fornito la sua forza lavoro... Per concludere questa lista di "crimini contro l'umanità" che la ricca società collettivista e armonizzata giapponese commette contro le persone emarginate, vogliamo fare una breve menzione di Sanya. Sanya, a Tokyo, inizialmente era il luogo dove si radunarono i rifugiati dei bombardamenti della Seconda Guerra Mondiale in tende. Successivamente, Sanya è rimasta la zona più povera e segreta di Tokyo. Non siamo riuscite a trovare una stima della quantità di popolazione che vive lì, solo alcuni video online. In ogni modo, intorno alla metà degli anni '60, Sanya fu cancellata dalle mappe di Tokyo. Non eliminata fisicamente, ma semplicemente il nome cessò di esistere, in un tentativo di cancellare la vergogna della sua esistenza. Pensiamo che questo esempio spieghi piuttosto bene come il Giappone gestisce i propri problemi economici. PAUSA MUSICALE 10.4 Com'era l'economia del Giappone in passato Ok, abbiamo parlato del Giappone nel presente, ora facciamo un salto indietro nel passato per capire perché, in un paese così ricco, la situazione è così particolare da far convivere aspetti di ricchezza e modernità, e allo stesso tempo di arretratezza ed estremo tradizionalismo, e in aggiunta a ciò da presentare sacche di povertà ed esclusione sociale estreme e - pare - non gestite. Cosa è successo? Prima di tutto, dopo la Seconda Guerra Mondiale, gli Stati Uniti hanno sostenuto la ricostruzione del Giappone (come in Italia), installando il ben noto ordine imperialista di oggi. In particolare, una parte significativa degli aiuti statunitensi è stata destinata a categorie che contribuivano direttamente alla ripresa economica, come materiali industriali, petrolio e attrezzature per il trasporto. Gli Stati Uniti ebbero un ruolo cruciale nel finanziare l'accumulazione di capitale primario del Giappone. Questo investimento ha contribuito a ricostruire le infrastrutture e la base industriale del Giappone, gettando le basi per la crescita futura. Come sappiamo, il finanziamento statunitense della base industriale giapponese dopo la guerra può essere visto come una mossa strategica per integrare il Giappone nel sistema capitalista globale, sotto il proprio dominio. Ricostruendo l'industria giapponese, gli USA si sono assicurati che il Giappone diventasse un partner economico affidabile e un contrappeso all'influenza socialista in Asia orientale, in particolare contro Cina e Unione Sovietica. Non che ci fosse il rischio che diventassero comunisti loro stessi in Giappone, vista la loro storia. L'investimento nelle infrastrutture industriali del Giappone ha creato nuove opportunità di profitto per il capitale statunitense. Finanziando la ricostruzione, gli USA hanno aperto i mercati giapponesi ai prodotti americani e si sono assicurati che la rinascita industriale del Giappone fosse allineata con gli interessi economici americani. Un punto interessante, raro nel colonialismo, è che gli USA hanno facilitato riforme agrarie che hanno redistribuito la terra dai grandi proprietari terrieri ai contadini affittuari, aumentando la produttività agricola e migliorando le condizioni di vita di molti cittadini giapponesi. L'avranno fatto per sbaglio... In sintesi, l'economia giapponese è stata il più grande miracolo economico del XX secolo. Molti paesi europei, tra cui Italia e Germania, sono stati anch'essi miracoli nello stesso periodo... Ma il Giappone è un'altra storia, con una crescita di un altro livello... Il PIL del Giappone passò dai 47 miliardi di dollari del 1960 a una cifra impressionante di oltre 3,1 trilioni di dollari nel 1990, raggiungendo il picco di 5,55 trilioni di dollari nel 1995. In quel momento, il divario tra gli USA e il Giappone era molto ridotto, con l'economia americana che si attestava a soli 7,6 trilioni di dollari. Questo fu un momento cruciale che portò molti a credere che il Giappone avrebbe superato gli Stati Uniti. A partire dagli anni '70, il Giappone si era affermato come una potenza manifatturiera globale, dominando settori come automobili, elettronica e macchinari. Abbiamo già menzionato questo aspetto e vogliamo ora solo sottolineare il loro livello di innovazione in quel periodo. Negli anni '70, il Giappone era leader nell'industria dei semiconduttori con il 69,5% della quota di mercato nei chip 64K DRAM (il miglior chip dell'epoca). Allo stesso tempo ci fu l'ascesa di aziende automobilistiche giapponesi come Toyota. In più, aziende come Hitachi, Fujitsu e NEC erano leader di mercato in qualsiasi categoria tecnologica. Molte di noi che sono un po' cresciutelle ricorderanno quando tutti gli oggetti nelle nostre case erano prodotti giapponesi di alta qualità, dalla TV al walkman. A quel punto, negli anni '80, molti articoli di giornale iniziarono a pubblicare analisi economiche sul Giappone, sostenendo che, poiché stava raggiungendo gli Stati Uniti, rappresentava un pericolo e avrebbe messo in crisi la cosiddetta "superiorità tecnologica" degli Stati Uniti. Quando oggi ascoltiamo i commentatori parlare della superiorità di DeepSeek rispetto a ChatGPT e del rischio che la Cina superi gli USA, sembra un déjà vu della discussione ai tempi della superiorità tecnologica giapponese negli anni '80. In ogni caso, analogamente alla Cina di oggi, altri indicatori mostravano che il Giappone aveva effettivamente raggiunto gli Stati Uniti. Ad esempio, in termini di PIL pro capite, il Giappone aveva superato gli USA nel 1987 e, nel 1995, il divario tra le due nazioni era diventato significativo. Non c'era nessun'altra nazione al mondo così potente. Ma, come potete immaginare e sapete, il superamento del Giappone sugli USA non è avvenuto e questa parte della storia del Giappone non ha avuto un lieto fine. Fu proprio grazie ai successi giapponesi nell'industria che nacque e si diffuse un concetto che oggi sentiamo spesso sui media, il cosiddetto "surplus commerciale", di cui ora si parla rispetto alla Cina. Gli Stati Uniti esportavano ingenti quantità di beni in Giappone, per miliardi di dollari, ma allo stesso tempo importavano massicciamente dal Giappone, molto più di quanto esportassero. Questo ha causato un surplus commerciale per il Giappone e un deficit commerciale per gli USA. Il surplus commerciale significava anche un'accumulazione significativa di valuta estera, che aumentava la ricchezza dello stato giapponese. Abbiamo parlato prima di come il Giappone ancora oggi investa i proventi di questa ricchezza. Questa storia del surplus ora la chiamano in un altro modo per la Cina: overcapacity. Tutto questo non era qualcosa che gli USA potessero accettare. Tuttavia, a differenza della Cina, si suppone che il Giappone fosse all'epoca e sia ancor oggi un alleato degli USA... ma no, gli USA non potevano accettarlo lo stesso. 10.5 La decisione degli Stati Uniti di ridurre il potere economico del Giappone Il Giappone è stagnante da 30 anni, ma cosa è successo davvero? Vorremmo proporre qui un’analisi che potrebbe essere parziale, ma che certamente è stata cancellata o almeno dimenticata al di fuori dei circoli di esperti di economia. Tutto ebbe inizio nei decenni che precedettero gli anni ’80. Con l’aumentare delle pressioni, gli Stati Uniti cercarono una soluzione per riequilibrare i flussi commerciali globali e ridurre il proprio disavanzo. Questo portò a una delle decisioni politiche più drammatiche della storia economica del dopoguerra: l’Accordo del Plaza dal nome dell'hotel dove fu firmato. Il 22 settembre 1985, i rappresentanti delle nazioni del G5 (all’epoca: Stati Uniti, Giappone, Germania, Francia e Regno Unito) si incontrarono al Plaza Hotel di New York. * From left are Gerhard Stoltenberg of West Germany, Pierre Bérégovoy of France, James A. Baker III of the United States, Nigel Lawson of Britain,and Noboru Takeshita of Japan. Wikipedia Il loro obiettivo era affrontare la sopravvalutazione del dollaro statunitense, che si era apprezzato del 44% rispetto alle principali valute tra il 1980 e il 1985. L’accordo era chiaro: i Paesi del G5 sarebbero intervenuti sui mercati valutari per indebolire il dollaro, consentendo al contempo l’apprezzamento di altre valute, in particolare dello yen giapponese e del marco tedesco. (Tenete a mente il marco, ne parleremo dopo…) Per gli Stati Uniti, questa fu una mossa strategica per rendere le proprie esportazioni più competitive e ridurre il disavanzo commerciale. Per il Giappone e la Germania, significava assumersi una quota maggiore della domanda globale rafforzando le proprie valute, il che voleva dire che i cittadini di questi Paesi avrebbero potuto acquistare più beni esteri. Ma era un'idea giusta? Inizialmente, il piano sembrò funzionare. Il dollaro si deprezzò del 40% tra il 1985 e il 1987, e il surplus commerciale del Giappone iniziò a ridursi. Tuttavia, l’apprezzamento dello yen si rivelò molto più rapido del previsto. Entro la fine del 1985, lo yen era salito di oltre il 50% rispetto al dollaro, causando forti scosse all’economia giapponese, fortemente dipendente dalle esportazioni. Ogni volta che la valuta di un Paese si apprezza, i suoi prodotti diventano più costosi sui mercati globali, riducendo così i profitti. Infatti, le esportazioni di beni e servizi in percentuale del PIL del Giappone passarono dal 13% nel 1985 al 9,4% nel 1988. Considerate che tutto ciò accadde in pochi anni, e un aumento così rapido del valore di una valuta nazionale in un periodo così breve fu una ricetta per il disastro. Detto in un altro modo: il tasso di crescita annuale delle esportazioni di beni e servizi del Giappone era intorno al 15% nel 1984. Nel 1986, il tasso annuale di decrescita fu del 5%. Quindi, da +15% a -5% in due anni. Questa contrazione del settore delle esportazioni ebbe un effetto domino. Di fronte a questo rallentamento economico, i responsabili delle politiche giapponesi agirono rapidamente, ma le loro risposte posero involontariamente le basi per la crisi a la stagnazione futura. Per stimolare l’economia, la Banca del Giappone attuò una politica aggressiva di allentamento monetario, riducendo i tassi di interesse a livelli storicamente bassi. Nel 1989, i tassi di interesse scesero al 2,5%. Dopo la crisi del 2008, a noi questi tassi non sembrano strani, ma tenete presente che fu la prima volta a livello globale che i tassi d’interesse furono così bassi. Se da un lato queste politiche riuscirono a rilanciare la crescita, proprio come accadde dopo la crisi del 2008, dall’altro questi tassi bassissimi alimentarono eccessi speculativi nei mercati immobiliari e azionari. Quindi, già alla fine degli anni ’80, il Giappone si trovò nel pieno di una bolla economica. I prezzi dei terreni a Tokyo schizzarono alle stelle e l’indice azionario Nikkei triplicò il suo valore. Al suo apice, il valore dei terreni di Tokyo, da solo, era superiore all’intero valore immobiliare degli interi Stati Uniti. Questo significa che, per un certo periodo, sembrava che il Giappone fosse su una traiettoria di crescita inarrestabile. Grazie alle politiche monetarie, il mercato azionario conobbe una crescita folle dal 1985 al 1988, proprio negli anni in cui l’economia giapponese iniziava però a sentire gli effetti dell’Accordo del Plaza. Tutto ciò per dire che si trattava di una bolla. E dopo ogni bolla, arriva lo scoppio. Il mercato azionario crollò nel 1990 e di nuovo nel 1992. Non vogliamo soffermarci sui numeri, ma basti dire che il valore totale del mercato azionario giapponese del 1989 crollò di così tanto che il valore del 1989 fu recuperato solo nel 2004. Vale a dire, ci vollero 16 anni per recuperare le perdite. Lo stesso discorso vale per la capitalizzazione di mercato delle società nazionali quotate in borsa. L’intera economia risentì di questo crollo. Quindi, l’Accordo del Plaza è stato la sola causa del declino del Giappone? Beh, non possiamo affermarlo con certezza. E' importante notare che, all'epoca della firma del trattato, il Giappone era, in realtà, un partecipante consenziente all’accordo. Il governo giapponese riconosceva la necessità di un riequilibrio economico globale. Alcuni responsabili politici giapponesi vedevano persino l’accordo come una pietra miliare, che avrebbe segnato l’emergere del Giappone come attore chiave nella finanza internazionale. Non abbiamo una comprensione sufficiente delle teorie economiche per capire perché un Paese decida di prendere una decisione del genere. Però, all'epoca questo trattato venne accettato come “equo e ragionevole”, e allora la questione diventa un po' meno quella del ruolo degli USA sul trattato in sé e un po' più quella della sua errata attuazione. Ciò significa che la risposta del Giappone all’accordo aggravò i suoi problemi. La decisione di abbassare i tassi di interesse e di espandere il credito creò le condizioni per la bolla speculativa. Forse, se in Giappone avessero agito meglio, l’economia giapponese non avrebbe subito una stagnazione così prolungata. 10.6.1 La decade persa (Conclusione - Giappone) Dal 1995, il Giappone non è cresciuto affatto. È chiamato "decennio perduto", ma in realtà si tratta non di 10 ma di 30 anni di crescita economica persa. E' questo il crepuscolo del sol levante? Molti hanno detto che tutto è successo semplicemente a causa di una bolla speculativa che ha causato la stagnazione dell’economia. La bolla speculativa ha causato il cosiddetto decennio perduto; dopo di che il Giappone non solo è rimasto con una crescita economica stagnante, ma anche con deflazione e con valori degli asset in calo. E poi è successo tutto ciò che abbiamo descritto prima: la povertà è aumentata, le persone hanno perso il lavoro stabile, è emersa la generazione perduta, e così via. Marx, nel terzo volume del capitale, dice che la competizione capitalista porta inevitabilmente alla concentrazione e centralizzazione del capitale, il che favorisce la formazione di grandi imprese e monopoli. Dice anche che, se il governo non controlla la classe capitalista e non previene la formazione di monopoli, i monopoli prenderanno il controllo di tutto. Il Giappone ha visto la presenza di pochi grandi attori dominanti. Questo è più un fenomeno di oligopolio, che di vero e proprio monopolio. Nonostante la presenza di leggi antitrust, in Giappone si è osservata una tendenza verso la concentrazione del mercato in alcuni settori chiave. Le politiche monetarie espansive adottate dal Giappone negli ultimi 30 anni, sebbene mirate a stimolare l’economia, hanno indirettamente favorito il rafforzamento di grandi conglomerati, grazie a un accesso facilitato al credito e a un ambiente favorevole alle operazioni di fusione e acquisizione Dopo tutto ciò che abbiamo detto, ci stiamo chiedendo se la cultura aziendale e governativa giapponese, che tende a enfatizzare il "non perdere la faccia", il familismo corporativo, e il consenso piuttosto che l'azione rapida e decisa, possa essere stata una concausa della stagnazione del Giappone? Lasciamo le conclusioni sulla situazione attuale all'ascoltatore, che magari si vorrà informare e che avrà capacità di analisi maggiori delle nostre. In ogni modo, vista la potenza attuale del Giappone, ci pare di poter dire almeno che non siamo al crepuscolo del sol levante. In aggiunta, volevamo anche notare attraverso la nostra spiegazione quanto sia simile la situazione del Giappone a quella dell'Europa e dell'Italia, sebbene il Giappone sia percepito come un paese molto diverso, la più lontana delle nazioni lontane. RIMETTERE ROMA BANGKOK 10.6.2 Ma la vera conclusione è Ci sono anche un paio di conclusioni che vanno al di là della situazione giapponese e che sono più geopolitiche. Allora, relativamente al Giappone, indebolendo il predominio delle esportazioni giapponesi, gli Stati Uniti cercavano di proteggere le proprie industrie e ridurre il loro deficit commerciale con il Giappone. Questo è chiaro e facile da capire. La teoria dell'imperialismo di Lenin prevede che le nazioni capitaliste avanzate estendano la loro dominanza non solo attraverso la conquista militare, ma attraverso il controllo economico, creando un ordine mondiale gerarchico in cui le economie periferiche sono subordinate al nucleo. Gli Stati Uniti, come potenza imperialista dominante, esercitano la loro influenza tramite meccanismi come politiche commerciali, sanzioni e alleanze militari, assicurandosi che nessun rivale economico interrompa la loro posizione egemonica. Questa cosa la sappiamo bene. Ma perché creare questa situazione in un'economia alleata? Riflettiamo ora su come gli Stati Uniti abbiano storicamente usato il loro potere economico e geopolitico per influenzare o minare la crescita di potenze economiche che si trovano nel medesimo campo degli Stati Uniti quando le percepivano come minacce per i loro interessi strategici. Quali sono gli altri paesi in cui ciò è successo in passato? Qualche idea? Quando è successo? Suspense No, no, non pensate a Cina o Russia. Quale altra nazione, che è nel campo degli USA, è stata destabilizzata in modo simile ? Suspense È anche una nazione che era una grandissima potenza economica mentre adesso decresce Suspense È una nazione che è legata, in qualche modo, alla storia del Giappone Suspense È una nazione che è legata parecchio anche alla storia dell’Italia Suspense Vabbè, ve lo diciamo, questa nazione è la Germania. Prima di tutto, ricordiamo quanto abbiamo detto prima, il marco è stato anch’esso influenzato dall' Accordo di Plaza, sebbene in misura minore rispetto al Giappone, ma comunque nello stesso modo. E il marco, come sappiamo, nel 1991, è diventato il nucleo della nostra nuova moneta unica, l'euro. Questo è successo solo pochi anni dopo gli Accordi di Plaza. Questo significa che, nonostante qua nessuno lo sappia, l’impatto degli accordi di Plaza sul marco si fa sentire anche oggi sull’euro. Negli ultimi decenni, in modo simile al Giappone di allora, l'economia della Germania si è basata fortemente sulle esportazioni, in particolare nei settori manifatturieri come automotive, macchinari e chimica. La Germania stava creando problemi agli Stati Uniti? Doveva essere fermata! Come è successo? Attraverso il conflitto in corso in Ucraina e le successive sanzioni statunitensi sulle esportazioni energetiche russe. Questo ha avuto un impatto significativo sulla base industriale europea, aumentandone i costi energetici. L'economia europea è stata irragionevolmente sacrificata agli obiettivi della guerra. Le sanzioni hanno costretto i paesi europei a cercare fonti energetiche alternative, portando a comprare Gas Naturale Liquido da altri fornitori più costosi della Russia, guarda caso gli Stati Uniti. Questo cambiamento ha portato a prezzi energetici più elevati in tutta Europa, mettendo sotto pressione i settori industriali che dipendono dal gas a prezzi accessibili e causando in particolare il crollo della manifattura tedesca. Questa strategia mira a contenere la Russia ma mostra anche gli interessi degli Stati Uniti nell'indebolire le industrie europee. Sappiamo che, per chi ascolta Radio Onda Rossa, questi sono ragionamenti poiuttosto di base. Ma magari è interessante capire come, nella storia, gli Stati Uniti sfruttano la loro posizione dominante nell'Ovest Globale e nelle crisi globali per riposizionarsi al centro dell'accumulazione del capitale. Ad esempio, oggi l’Europa dipende dal GNL americano con meno del 20% di GNL proveniente dalla Russia, creando un nuovo mercato per il capitale statunitense. Questo porta soldi agli USA mentre indebolisce la base economica dei concorrenti europei. Questo riflette una verità fondamentale nell’analisi marxista: gli Stati capitalisti non agiscono in modo neutrale, ma servono gli interessi della loro classe dominante, assicurandosi che il capitale nazionale rimanga dominante su scala globale. Altro che globalizzazione. Inoltre, non si deve dimenticare che questa situazione ha ostacolato anche la credibilità del sistema bancario europeo. Il fatto che l'Europa, sotto la direzione degli Stati Uniti, abbia potuto congelare e appropriarsi dei beni monetari statali russi (300 miliardi) dimostra come le istituzioni finanziarie occidentali—soprattutto quelle in Europa—siano subordinate alla strategia geopolitica degli Stati Uniti. Questa azione viola i principi fondamentali della stabilità finanziaria capitalista e invia un messaggio chiaro: ogni stato che sfida l’egemonia degli Stati Uniti o della NATO rischia di vedersi confiscate le sue riserve finanziarie. Altri paesi, soprattutto quelli al di fuori del blocco occidentale, ora vedono che i loro beni non sono sicuri nelle banche controllate dagli Stati Uniti o dall'Europa. Questo sequestro di denaro ha accelerato gli sforzi di de-dollarizzazione, con paesi che esplorano sistemi di scambio alternativi per poter liberamente usare altre valute anziché fare affidamento sul sistema SWIFT gestito dagli USA e dall'Europa (il quartier generale dello SWIFT è in belgio). L'effetto a lungo termine potrebbe essere un abbandono delle istituzioni finanziarie controllate dall'Occidente da parte delle altre nazioni. Questo potrebbe indebolire le banche europee—una ferita autoinflitta dall'espansionismo imperialista. Reagiranno i governi europei a questa situazione meglio di quanto fece il Giappone negli anni '80? Beh, guardando a quello che sta succedendo, probabilmente no... E in aggiunta NOTA: Oggi è 1-2-2025 Ieri Trump ha lanciato le tariffe per Canada, Mexico, and China. Fra non tanti giorni potrebbe metterle anche all'europa Quando questa trasmissione andrà in onda si dovrà concludere dicendo di queste sanzioni tipo che la storia si ripete tipo come sotto, a seconda dei casi. Aggiustatela voi Caso 1. Il 3 febbraio 2025, il Presidente Trump ha accettato di sospendere le tariffe contro il Messico e il Canada per un mese a seguito di negoziati3. Le tariffe per Messico e Canada sono state rinviate al 6 marzo 20253. I dazi sulle merci cinesi sono entrati in vigore il 4 febbraio 20253. Le tariffe nei confronti dell'Europa arriveranno. Per quanto riguarda il Canada, altro Paese membro del G7. A causa della sua geografia, l'economia canadese è strettamente legata a quella USA. Per es il 97% del petrolio del canada finisce agli USA. Il 19% del PIL del Canada oggi dipende dal commercio degli USA. Come reagirà adesso il Canada? Intanto possiamo dire che le nuove recenti tariffe statunitensi sui prodotti canadesi non sono un idea balsana di Trump contro un alleato, ma ripetono semplicemente una storia già successa in un tempo e luogo diverso e con una tecnica diversa di oppressione imperialista. Caso 2. Se al tempo della trx anche l'Europa sarà già sotto sanzioni: E in aggiunta possiamo dire che le nuove recenti tariffe statunitensi sui prodotti europei non sono un idea balsana di Trump, ma ripetono semplicemente una storia già successa in una forma diversa di oppressione imperialista verso l'Europa. STACCHETTO Clausole di salvaguardia Le fonti di questa trasmissione sono state molte notizie cercate su media in inglese del West globale. E' stato facilissimo trovare le notizie, perchè il giappone è dei nostri. La conclusione invece è farina del nostro sacco. Però in realtà c'è anche molta confusione sui media dell'ovest, tutto è confuso quando si parla di noi stessi. Altre fonti sono stati molti video sui social media per cercare di capire la situazione dei poveri a Tokio. Non si trova nulla sui media, i dati ufficiali del giappone è che i senza casa in giappone sono 2000 in totale. Probabilmente parlare del Giappone senza parlare approfonditamente e criticare la loro dedizione al lavoro e lo stile di vita è inappropriato per una trasmissione ROR. Ce ne rendiamo conto, ma la trasmissione era già troppo lunga. Ci sono molte altre connessioni tra la storia dell'Italia e del Giappone che avremmo dovuto esplorare. Una chiara è il nazismo e il fascismo e la Seconda Guerra Mondiale, ma anche la simile distribuzione della popolazione (città affollate contro montagne abbandonate), la popolazione anziana, il noodle e gli spaghetti, il razzismo. In realtà probabilmente si potrebbe studiare che le colonie degli stati uniti hanno tutte una storia simile? boh. Sarebbe interessante approfondirlo, ma ancora una volta, la trasmissione era troppo lunga. Abbiamo anche omesso di dire che il Giappone è una società in cui le donne vivono in una situazione disastrosa. Il Giappone si trova al 118° posto su 146 paesi nell'Indice globale delle disuguaglianze di genere. L'Italia è al 87° posto. Anche questo un argomento da trattare in futuro. *India, poteva andare meglio Intro Oggi vi parleremo del paese del mondo, che ha più poveri e allo stesso tempo del paese che ha i poveri più poveri del mondo. Eppure è il terzo paese al mondo quando consideriamo il prodotto interno lordo a parità di potere d'acquisto, il quarto in quanto a prodotto interno lordo ed è previsto che diventerà il terzo nel 2025, oltre ad essere uno dei paesi al mondo dove l'economia cresce di più da diversi anni. Stiamo parlando dell'India. Con un numero di abitanti che a ammonta a 1.4 miliardi di persone è il paese al mondo con più popolazione e nel 2024 ha contribuito alla crescita globale del 6 per cento. Può sembrare tanto, ma per comparazione il secondo paese al mondo per popolazione, la Cina, ha contribuito del 30% Oggi proveremo a vedere quale è la situazione in India, ma ad essere sincere sarà soprattutto una lunga lista di problemi. Come può un paese essere così ricco e così povero allo stesso tempo? Quale è l'influenza del colonialismo? 7.1 Le ultime elezioni Il 4 giugno sono stati resi pubblici i risultati della più grande elezione democratica della storia: le elezioni generali dell'India, in cui 960 milioni di persone sono state chiamate a votare. Le elezioni in India durano tra le 5 e le 6 settimane e sono una specie di miracolo logistico a causa della scala del trasferimento delle macchine per il voto meccanizzto, delle forze di sicurezza e del personale elettorale attraverso terreni montagnosi, complessi, e remoti. Le macchine per il voto elettronico vengono trasportate fino alle zone più distanti, le truppe paramilitari vengono ruotate tra gli Stati con dispiegamenti scaglionati per la sicurezza. In questa tornata elettorale ci sono state proteste ma di piccola scala: circa 40 persone sono state uccide prima delle elezioni dalle forze di sicurezza indiane che hanno attaccato i maoisti in due diversi Stati. Inoltre, l'arresto per corruzione del Primo Ministro della città di Delhi, Kejriwal, ha scatenato proteste dell'opposizione nella capitalesotto lo slogan "Salviamo la democrazia" . Infine, i contadini hanno organizzato blocchi ferroviari e dimostrazioni simboliche contro Modi. Non poca roba, ma per l'India piccola scala. I risultati delle elezioni sono stati in un certo senso sorprendenti. Narendra Modi ha vinto nuovamente, ma con un sostegno nettamente inferiore rispetto alle elezioni del 2019. Il BJP, partito di Modi, ha perso voti ed è stato quindi necessario formare un governo di coalizione. Per Modi, l’economia è stata una delle questioni centrali della sua campagna elettorale ma è probabilmente anche una delle ragioni per le quali il suo partito sta calando. Chiariamo subito: l'India sta crescendo a ritmi impressionanti. Durante la passata legislatura sono stati firmati importanti accordi di libero scambio e, cosa ancora più rilevante in vista delle elezioni, sono stati raggiunti traguardi impressionanti, come l’elettrificazione del 100% delle abitazioni. Ma cosa aveva promesso Modi, da dove partiva quando è giunto al ruolo di primo ministro nel 2014, e come si è evoluta la sua immagine nel tempo? All'inizio, il successo dello sviluppo industriale dello Stato del Gujarat sotto la sua guida lo aveva aiutato a costruire una solida immagine di leader capace orientato allo sviluppo. Questa immagine è stata centrale nel suo successo elettorale sia a livello statale che nazionale. La capacità di Modi di attrarre investimenti, creare posti di lavoro e promuovere lo sviluppo economico in Gujarat era diventata un elemento chiave del suo marchio politico. Quando si è candidato come Primo Ministro nel 2014, molti lo vedevano come un leader in grado di portare in tutta l’India la stessa trasformazione economica che aveva realizzato in Gujarat. In questa trasmissione cercheremo di spiegare come questa percezione sia cambiata nel corso degli anni e quale sia la realtà dell’India di oggi, senza alcuna pretesa di essere esaustive. 7.2 Breve storia e l'eredità socialista Il dominio britannico aveva istituito un sistema burocratico progettato per controllare ed estrarre risorse, piuttosto che per promuovere lo sviluppo economico. Dopo l’indipendenza dell’India nel 1947 i governi di impronta socialista mantennero gran parte di questa struttura, ampliandola ulteriormente, anche perchè i leader politici temevano che un capitalismo senza restrizioni avrebbe portato a disuguaglianze e disordini sociali. Durante il dominio britannico, lo sviluppo industriale dell’India era stato soffocato a favore delle industrie britanniche. Al momento dell’indipendenza, quindi, la capacità industriale privata era limitata, e il governo ritenne necessario assumere un ruolo guida nello sviluppo dell’industria pesante. Il successo dell’Unione Sovietica nell’industrializzazione influenzò profondamente i politici indiani, spingendoli a implementare il controllo statale sulle industrie principali. I leader politici temevano inoltre che affidarsi agli investimenti stranieri avrebbe potuto portare a una nuova dipendenza economica. La produttività industriale rimase bassa e industrie chiave come l’acciaio, il carbone e il settore bancario controllate dallo Stato spesso operavano in perdita e beneficiavano di sussidi. Il colonizzatore britannico in agricoltura aveva dato priorità alle colture da reddito e esportazione, come il cotone, piuttosto che alla produzione alimentare, lasciando l’India dipendente dalle importazioni di cibo, inoltre tecniche agricole obsolete, scarsa meccanizzazione e infrastrutture rurali inadeguate portavano a frequenti carenze alimentari. La crescita demografica aumentò ulteriormente la pressione sulla produzione alimentare. In aggiunta, come in altri paesi ispirati al socialismo, vi fu una crisi della valuta estera legata alle restrizioni commerciali. L’India soffriva di una carenza cronica di dollari a causa delle politiche di sostituzione delle importazioni che limitavano il commercio con l’estero. Durante il dominio britannico, l’India era integrata in un sistema economico in cui esportava principalmente materie prime e importava beni manifatturieri. Dopo l’indipendenza, vi fu una forte spinta all’autosufficienza per evitare una nuova dominazione economica. Il timore dell’imperialismo economico occidentale portò l’India a imporre severe restrizioni commerciali. Infine, le crisi petrolifere globali degli anni ’70 aggravarono la crisi valutaria, rendendo sempre più difficile per l’India sostenere il proprio modello economico. La liberalizzazione dell’economia iniziò negli anni ’80 con riforme minori volte a ridurre le restrizioni commerciali e incoraggiare la crescita industriale. Le riforme più profonde furono introdotte nel 1991, dopo la fine dell’Unione Sovietica. Il governo liberalizzò il commercio, ridusse le regolamentazioni, privatizzò le imprese statali e incentivò gli investimenti esteri. Queste riforme portarono a una rapida crescita economica, a un boom del settore IT e a maggiori opportunità di lavoro, sollevando milioni di persone dalla povertà. Tuttavia, esse ampliarono anche le disuguaglianze di reddito, generarono insicurezza lavorativa in alcuni settori e aumentarono le preoccupazioni ambientali a causa della rapida industrializzazione. pausa musicale: 7.3 Com’è oggi l’India e quali sono i problemi, in ordine sparso Da quando l’India ha liberalizzato la sua economia negli anni ’90, seguendo lo stile della Cina, ha continuato a crescere a forte ritmo. Tuttavia, metà della popolazione guadagna ancora meno di 3,65 dollari al giorno. Perchè? 7.3.1 Il governo è troppo piccolo Alcuni dicono che in Cina tutto funziona grazie al governo. In India, invece, tutto funziona nonostante il governo. Se lo Stato indiano è un freno alla crescita economica, è perché è piccolo, altamente corrotto e completamente incapace di svolgere le sue funzioni più basilari. La Cina ha 57 dipendenti pubblici ogni 1.000 abitanti. L’Italia 53. Gli Stati Uniti (prima di Trump) 77. La Norvegia, 157. E l’India? Ne ha solo 16. In India mancano i funzionari pubblici, mancano giudici, poliziotti e burocrati. 7.3.2 La terra dell’unità nel caos L’India è un paese enormemente multiculturale. La sua Costituzione, ad esempio, riconosce 22 lingue ufficiali. Dall’indipendenza, i politici hanno usato la dicitura "Terra dell’unità nella diversità", ma alcuni la descrivono come "Terra dell’unità nel caos", o usano l’espressione "Democrazia argomentativa", che evidenzia con ironia la propensione dell’India ai lunghi dibattiti e agli infiniti disaccordi, spesso radicati nelle sue diverse prospettive culturali. Oppure, potremmo definirla una "Nazione dal sovraccarico culturale". 7.3.3 La centralizzazione del governo Per gestire un territorio così vasto e diversificato non c’era altra scelta che adottare un modello federale decentralizzato. E infatti sulla carta, l’India è uno stato federale, ma in pratica ci sono ambiti in cui è così centralizzato che tutto dipende dal governo centrale. Per esempio, il 97% della spesa fiscale è deciso dall’alto. Inoltre, l’85% dei dipendenti pubblici lavora per lo Stato o il governo federale. Insomma, sebbene l’India sia uno stato molto frammentato e diversificato, è anche estremamente centralizzato. Questo significa che la distribuzione del budget viene decisa dall’alto. 7.3.4 Corruzione Con uno Stato così debole e distante dalle comunità locali, la corruzione è dilagante. Le aziende corrompono i leader politici in cambio di favori, e questi usano il denaro per finanziare campagne elettorali costose che, di fatto, si traducono in una forma di compravendita di voti. La corruzione ha penetrato tutti gli strati della società. Per esempio, si stima che tra i cittadini comuni il 30% delle patenti di guida siano false. In altre parole, i problemi del governo indiano si sono trasformati in problemi dell’intera popolazione. 7.3.5 Il sistema delle caste Il sistema delle caste, sebbene formalmente abolito, è ancora molto presente e ha un impatto fortemente negativo. Storicamente, le persone appartenenti alle caste inferiori, in particolare i Dalit, sono state escluse dall’istruzione e quindi anche dai lavori meglio retribuiti e dalla mobilità sociale.. Le caste inferiori vengono spesso escluse dalle posizioni di prestigio sia nel settore pubblico che in quello privato e subiscono segregazione sociale ed economica. Le tensioni sociali che questo genera, come discriminazioni e violenze, ostacolano la crescita economica fino a scoraggiare perfino gli investimenti esteri, aumentando nel contempo la necessità di spesa pubblica per il welfare. Questo "blocco" porta alla fuga di cervelli, con individui istruiti delle caste inferiori che cercano migliori opportunità all’estero. Nel complesso, il sistema delle caste impedisce un utilizzo pieno ed efficiente delle risorse umane del paese, rappresentando una delle principali barriere allo sviluppo economico. Secondo gli ultimi dati disponibili, circa il 25-30% della popolazione indiana appartiene alle caste o alle tribù discriminate, circa 300-400 milioni di persone. Oltre a loro, ci sono le cosidette Altre Classi Arretrate (Other Backward Castes (OBC)), che costituiscono circa il 40-45% della popolazione. 7.3.6 Le donne Ma c’è anche un altro grande problema: il patriarcato. Le donne rappresentano il 48% della popolazione, ma contribuiscono solo per il 17% al PIL totale, contro il 40% in paesi come la Cina. Inoltre, il 30% dei giovani indiani rientra nella categoria di "coloro che né studiano né lavorano" (i cosiddetti NEET). Ma se suddividiamo i dati per genere, vediamo che solo l’11% degli uomini è NEET, contro il 40% delle donne. In pratica, metà della popolazione, cioè le donne, contribuisce appena all’economia, il che spiega in parte come il paese più popoloso del mondo abbia un PIL così basso. Perché le donne non lavorano? Prima di tutto, a causa di rigidi ruoli di genere che impediscono loro non solo di lavorare, ma in molti casi anche semplicemente di uscire di casa. Non ricevono la stessa istruzione degli uomini e subiscono discriminazioni salariali che rendono poco conveniente per loro entrare nel mondo del lavoro. In India, inoltre, per le donne la sicurezza personale e la violenza domestica sono problemi gravi. Molte affrontano minacce alla loro incolumità negli spazi pubblici, molestie sessuali, stupri e aggressioni. Esistono leggi contro la violenza sulle donne e per la protezione della sicurezza delle donne, ma la loro applicazione è spesso debole e le denunce sono rare per paura dello stigma sociale e per la sfiducia nella giustizia. Anche la violenza domestica è diffusa, con molte donne vittime di abusi fisici, psicologici ed economici da parte dei mariti o delle famiglie. 7.3.7 Carenza di manodopera e problemi di formazione Oltre a tutto questo, l’India ha un enorme problema con il suo mercato del lavoro. La disoccupazione è al 7%, che potrebbe sembrare un dato contenuto, ma per un paese così povero rappresenta un peso enorme. Uno dei problemi principali è che il 42,3% delle persone laureate sotto i 25 anni è disoccupato. Per questo motivo, l’80% degli indiani è costretto ad arrangiarsi, lavorando in proprio o accettando lavori non regolamentati. Un problema è che i programmi di molti corsi tecnici sono obsoleti e, anche quando sono aggiornati, è abbastanza comune che i professori non si presentino nemmeno a lezione quindi le persono escono dalle scuole non istruite. Secondo uno studio, l’assenteismo degli insegnanti nelle scuole pubbliche oscilla tra il 20% e il 40%. Sapendo questo, non sorprende che il 50% dei giovani indiani nelle aree urbane (e una percentuale leggermente inferiore nelle zone rurali) sia iscritto a scuole private. Secondo diversi studi, queste scuole offrono un’istruzione leggermente migliore a costi molto più bassi. Per farvi un’idea, solo il 40% dei bambini e delle bambine di 11 anni nelle scuole pubbliche indiane sa leggere nella propria lingua madre e solo il 20% sa fare divisioni con numeri di tre cifre. Ma c’è di più. Molte scuole pubbliche si rifiutano categoricamente di insegnare l’inglese ai loro studenti a causa del colonialismo britannico mentre, nelle scuole private, l’inglese è la materia più importante. Il governo indiano ha quindi costretto molti istituti privati a chiudere. Qualsiasi scuola che non soddisfi determinati requisiti perde il riconoscimento e rischia la chiusura. Ora non serve dire che radioondarossa è a favore della scuola pubblica e, se anche l’obiettivo della politica del governo era semplicemente regolamentare le scuole, il risultato è stato che le scuole migliori stanno chiudendo e le scuole pubbliche non migliorano. 7.3.8 Inefficienza del governo Il governo nonostante tutte le sue inefficienze impone una regolamentazione eccessiva, inoltre vengono imposte normative tipiche di un paese ricco a uno che è ancora molto impoverito. Un esempio? Il congedo di maternità. Secondo l’ultima legge, le aziende con più di 10 lavoratori devono garantire 26 settimane di congedo di maternità retribuito. A livello globale, solo Canada e Norvegia, che sono quasi 10 volte più ricchi dell’India, offrono un congedo altrettanto generoso. Sembra una buona cosa, giusto? Oppure questa misura ha solo aumentato il numero di donne che non riescono a trovare un lavoro. 7.3.9 La disconnessione dell’élite dalla popolazione Se ogni tanto ci venisse in mente di pensare alla classe dirigente indiana potremmo immaginare ingegneri informatici e CEO di grandi aziende come Google, Microsoft e persino OnlyFans, tutte attualmente guidate da indiani. Tuttavia, questi stessi indiani brillanti, l’élite, sono completamente scollegati dalla realtà della popolazione. Queste persone, insieme alla maggior parte dei politici influenti del paese, sono cresciute in quartieri ricchi che, in realtà, sono simili a quelli di qualsiasi paese occidentale. Parlano perfettamente l’inglese, a volte solo l'inglese, e hanno studiato in prestigiose università. Le leggi e i rapporti ufficiali vengono redatti spesso in inglese. Di fatto, a causa della gigantesca barriera linguistica, del sistema delle caste e dell’assenza di un gruppo di elettori omogeneo a causa dei molteplici gruppi etnici, l’élite cerca di governare il paese come se fossero gli Stati Uniti. Questo significa che non importano o imparano da paesi o governi che hanno problemi simili; bensì dai paesi più ricchi, senza badare a quali siano effettivamente applicabili. Insomma si potrebbe quasi dire che il governo indiano si sopravvaluta, e questo fa sì che le legislazioni siano inappropriate. Ecco un paio di esempi. 7.3.10 Il sistema giudiziario L’esempio più evidente è il sistema giudiziario indiano. Essendo una ex colonia britannica, l’India adotta la common law che è un ottimo sistema che ha contribuito alla prima rivoluzione industriale nel Regno Unito. Ma è anche un esempio di come applicare modelli da paesi ricchi in un paese povero possa essere problematico: il sistema è troppo complesso per l'India e per la sua macchina statale. C'è un enorme arretrato di casi e molte persone, soprattutto nelle aree rurali, hanno difficoltà a comprendere e ad accedere al sistema legale a causa della mancanza di istruzione, della complessità delle leggi, dei processi e dei costi elevati della rappresentanza legale. La corruzione nei tribunali inferiori peggiora la situazione. I gruppi emarginati, tra cui donne e caste inferiori, affrontano ulteriori ostacoli nell’ottenere giustizia, con cause spesso ritardate o gestite in modo inadeguato a causa di pregiudizi sociali e culturali. Per questi motivi c'è un’enorme iniquità nei risultati delle controversie legali. 7.3.11 Mancanza di alloggi dignitosi Città come Mumbai vivono una crisi immobiliare comparabile a quella di Londra o Madrid. Infatti, a Mumbai si costruiscono così poche abitazioni che ogni persona dispone in media di soli 4,5 metri quadrati. In molte aree, gli affitti sono bloccati da decenni per cui la maggior parte degli edifici sono cadenti. In altre zone, i prezzi sono semplicemente proibitivi. La legislazione, di fatto, fa sì che gli imprenditori non costruiscano. E non sorprende che costruire nuove abitazioni sia così difficile. Le nuove normative impongono che gli edifici siano dotati di pannelli solari, realizzati con materiali ecologici e dotati di un proprio impianto di trattamento delle acque. Sono regole che vediamo nelle grandi città del mondo come San Francisco, e che l’élite politica indiana cerca di applicare senza tenere conto della realtà locale. 7.3.12 Baraccopoli In India, circa il 17-20% della popolazione urbana, ovvero circa 65 milioni di persone secondo le stime più recenti, vive in baraccopoli. Il governo fatica a risolvere questo problema a causa della rapida urbanizzazione, della carenza di alloggi a prezzi accessibili, delle complicazioni legate alla proprietà dei terreni e delle risorse insufficienti. Nonostante alcuni miglioramenti, come lo sviluppo di infrastrutture di base e alcuni programmi governativi, il ritmo del cambiamento rimane lento. La gravità della situazione è emersa in modo particolare durante la pandemia di COVID-19, quando le condizioni di sovraffollamento hanno reso estremamente difficile il contenimento del virus. PAUSA 7.3.13 Le aziende indiane – saltare la scala dello sviluppo, (oppure saltare i livelli di sviluppo, o development ladder) Tutto ciò che abbiamo descritto rimane legato al problema di applicare modelli basati sulla realtà dei paesi più paesi ricchi e non riguarda solo le leggi, riguarda anche le aziende. Vi facciamo una domanda: conoscete aziende indiane? Probabilmente no. Ci sono anche aziende manifatturiere importanti, come Tata Motors, che possiede marchi come Jaguar, e Suzuki, e ha una grande filiale in India. Esistono inoltre grossi marchi di moda e cosmetica. Ma la realtà è che l’India ha relativamente poche aziende di produzione industriale. Ci si aspetterebbe che un paese così povero puntasse sulla manifattura a basso valore aggiunto, più facile da sviluppare e utile per acquisire esperienza industriale, come è avvenuto in Corea del Sud e come sta accadendo in Cina. Invece, il settore manifatturiero rappresenta solo il 15% del PIL indiano. Ed ecco che l’India sembra aver saltato una fase cruciale dello sviluppo economico, adottando un modello più simile a quello di un paese ricco, una scommessa piuttosto rischiosa Ma che significa che le aziende indiane hanno saltato alcune fasi tradizionali dello sviluppo economico? È un bene o un male? Come ci sono riuscite? grazie all’accesso alla tecnologia, ai mercati globali e al capitale di rischio. Spieghiamolo un po'. Siamo in un posto in cui ottenere permessi per fare qualunque cose o ottenere accesso alla terra per fare una fabbrica è difficilissimo. Come ha reagito la classe imprenditoriale? L’ascesa degli strumenti digitali, del cloud computing e delle catene di approvvigionamento globali ha consentito una crescita rapida senza la necessità di costruire prima un’infrastruttura industriale solida. Iniziative governative come Make in India e Startup India, insieme a riforme politiche, hanno sostenuto questa crescita accelerata di settori come IT, e-commerce e FinTech che hanno beneficiato della possibilità di accedere immediatamente alla domanda internazionale, mentre gli effetti di rete hanno permesso alle aziende di espandersi rapidamente con la crescita della base di utenti. Anche i cambiamenti nei modelli di consumo, con una maggiore penetrazione di Internet e degli smartphone, hanno creato una domanda crescente di soluzioni innovative e digitalizzate. Questo salto tecnologico ha permesso alle aziende indiane di competere su scala globale, ma pone anche sfide nella costruzione di un’infrastruttura tradizionale e nella crescita sostenibile. La verità è che esistono grandi aziende nel settore dei servizi, soprattutto nel campo della tecnologia, della consulenza e della finanza. Ma esistono pochissime industrie, che sono la base per la crescita della ricchezza per le classi più basse. 7.3.14 La distopia della digitalizzazione totale della società E adesso, una sorpresa. Se pensiamo al controllo e alla sorveglianza i media ci hanno insegnato a pensare immediatamente alla Cina. Ma se invece vi dicessimo che l'India in questo campo si difende parecchio bene? L’infrastruttura digitale pubblica dell’India (Digital Public Infrastructure, DPI) è considerata una delle più avanzate al mondo, facilitando interazioni digitali fra finanza, governance, commercio e sanità. Alla base di questo sistema c’è India Stack, un’architettura che integra identità digitali, pagamenti in tempo reale e condivisione di dati. Uno dei componenti più noti è il Unified Payments Interface (UPI), che ha rivoluzionato i pagamenti finanziari permettendo transazioni istantanee tra privati e commercianti a costi minimi. Allo stesso modo, DigiLocker offre una piattaforma cloud sicura per archiviare e condividere documenti digitali, riducendo la dipendenza dalla documentazione cartacea. Poi in India funziona il sistema e-KYC (electronic Know Your Customer) che facilita la verifica dell’identità, semplificando l’accesso a servizi bancari, telecomunicazioni e altre attività essenziali. Nel commercio, l’Open Network for Digital Commerce (ONDC) si presenta come un’alternativa alle tradizionali piattaforme di e-commerce, creando un mercato aperto per acquirenti e venditori. Nel settore sanitario, il programma Ayushman Bharat Digital Mission (ABDM) sta costruendo un ecosistema sanitario digitale unificato con ID sanitari per i cittadini, facilitando l’accesso alle cartelle cliniche e ai servizi di telemedicina. Questi progressi hanno anche un’importante valenza geopolitica. Un passo significativo è l’integrazione di UPI (Unified Payments Interface) con i sistemi di pagamento esteri, consentendo transazioni digitali senza conversioni in dollari. L’India ha già collegato questo sistema con diversi paesi e sta negoziando con Russia e Cina per permettere transazioni dirette in rupie e valute locali. Inoltre, il meccanismo di commercio rupia-rublo, sviluppato dopo le sanzioni occidentali alla Russia, consente agli importatori indiani di pagare i beni russi in moneta indiana. Un altro sviluppo importante è la rupia digitale (CBDC), che la Reserve Bank of India (RBI) sta testando per i regolamenti transfrontalieri. Tutto molto avveniristico. Tuttavia, ci sono anche delle conseguenze negative. L’8 novembre 2016, l’India ha improvvisamente demonetizzato le banconote da 500 e 1.000 rupie, rimuovendo l’86% del contante in circolazione per combattere l’evasione fiscale e favorire i pagamenti digitali. Questo ha causato un’immediata crisi economica, con lunghe code agli sportelli bancari, carenza di liquidità e perdite per le imprese. I piccoli commercianti e i lavoratori e lavoratrici a giornata hanno subito danni significativi, mentre le aree rurali hanno sofferto per la mancanza di accesso ai servizi bancari. Anche il sistema di carte di identità per capirci, ha migliorato l’accesso ai servizi, ma ha escluso tra il 5% e il 10% degli indiani (circa 70-140 milioni di persone) a causa di errori biometrici, mancanza di documentazione o connessioni Internet scarse. Molti, in particolare anziani, lavoratori manuali e comunità tribali, affrontano problemi con il riconoscimento delle impronte digitali, con conseguenze come la perdita di sussidi alimentari, pensioni e aiuti sociali. Molti senzatetto e migranti non possono accedere ai servizi bancari, alle telecomunicazioni o all’assistenza sanitaria. Un disastro. Quindi, insomma, possiamo parlare di un miracolo economico indiano? L’India è oggi un paese ricco o povero? Pausa da youtube 7.4 Alcune conclusioni, per quanto possibile Costruire questa trasmissione è stato difficile, ci sono così tante cose da dire sull’India che è impossibile coprirle tutte, ma allo stesso tempo non è possibile dividerle in trasmissioni diverse perché tutto è interconnesso. Potremmo provare a trarre delle conclusioni ma saranno un po' slegate. 7.4.1 Povertà - la realtà è che l'India è ricca e povera La realtà è che i numeri sulla povertà indiana sono politicamente sensibili e, per questo motivo, il governo indiano ha evitato di discuterne dal 2014. Le linee ufficiali sulla povertà in India si basano su indagini sui consumi condotte dal ministero di statistica in diverse aree del paese. L'ultima di queste indagini, realizzata nel 2011-2012, mostrava un rapido calo della povertà. Tuttavia, un'indagine sui consumi del 2018, trapelata ai media, indicava un aumento dell’1% del tasso di povertà. Inoltre, l'indagine sui consumi dell'India ha causato controversie perché ad un certo punto hanno cambiato metodo, rendendo difficile confrontare i dati e stabilire tendenze sulla povertà. Quindi, cosa possiamo usare? Essendo l'India una grande democrazia (non siamo ironiche), esistono modi attraverso cui il governo può monitorare se stesso. Detto ciò, il NITI (National Institution for Transforming India), il principale think tank di politica pubblica dell'India è stato in grado di pubblicare un nuovo set di dati che utilizza l'Indice di Povertà Multidimensionale (MPI) del Programme delle Nazioni Unite per lo Sviluppo. Questi dati, in mancanza di dati statistici, combina diversi indicatori per definire la povertà, L’MPI indica un significativo progresso nella riduzione della povertà in India, con la percentuale di persone povere che è scesa dal 24,85% nel 2015-16 al 14,96% nel 2019-21, il che significa che circa 135 milioni di persone sono uscite dalla povertà. Tuttavia, nonostante questa riduzione in termini percentuali, il numero assoluto di poveri è comunque parecchio aumentato a causa della crescita demografica. Questo significa che probabilmente 234 milioni di persone sono ancora molto povere. Questo rende l'India il paese con più poveri al mondo. La povertà rimane molto più diffusa nelle aree rurali, i principali fattori sono la malnutrizione, il difficile accesso all'assistenza sanitaria , all'istruzione e ai servizi essenziali. Inoltre carenze negli standard di vita, come l'accesso insufficiente a combustibili per cucinare puliti, servizi igienici adeguati e abitazioni dignitose. Insomma sarà pure uno dei paesi più ricchi del mondo, ma l'India è anche il paese più povero del mondo. Estraneante conclusione no?! 7.4.2 Conclusioni su cose che non funzionano. Programmi per ridurre la povertà Come abbiamo detto all'inizio, le principali politiche di Modi sono mirate alla riduzione della povertà. Hanno funzionato? Parliamo, ad esempio, della recente valutazione decennale dell’iniziativa "Make in India", avviata nel 2014. L’obiettivo di questa iniziativa era trasformare l’India in un hub globale della produzione, con ambiziosi traguardi come aumentare la quota del PIL della manifattura dal 15% al 25% e creare 100 milioni di posti di lavoro. Le esportazioni sono sì cresciute ma la crescita della manifattura è adesso molto lenta, e la quota della manifattura nel PIL in tutti questi anni è rimasta stabile tra il 15% e il 17%, senza raggiungere l'obiettivo del 25%. 7.4.3 Saltare lo scalino dello sviluppo dell'industria manifatturiera Lo abbiamo già detto, ma vale la pena ripeterlo nelle conclusioni: saltare il processo di sviluppo industriale non è stata una buona idea. 7.4.4 L’impatto dell’eredità coloniale Non possiamo evitare di menzionare che l’impatto del colonialismo è profondo e articolato. Lo sfruttamento economico, le infrastrutture deboli, un sistema educativo frammentato, le divisioni sociali e l’instabilità politica lasciate dai britannici continuano a influenzare lo sviluppo dell’India. Il libro Olocausti tardovittoriani di Mike Davis analizza le carestie in India sotto il dominio britannico, mostrando come non fossero solo eventi naturali, ma anche conseguenze di politiche economiche e sociali deliberate. Durante il colonialismo britannico, circa 50 milioni di persone morirono di fame, aggravata dall'esportazione forzata di cibo, tasse oppressive e un'ideologia razzista. Tra le carestie più gravi, quella del Bengala del 1770 causò 10 milioni di morti, mentre quella del 1943-44 ne provocò circa 3 milioni. L'eredità coloniale rappresenta ancora oggi un problema significativo nella lotta contro la povertà, le disuguaglianze e le inefficienze nella governance. 7.4.5 Fascistizzazione La fascistizzazione della società in India, caratterizzata da una crescente repressione, divisione sociale e repressione del dissenso, sta aumentando e ha implicazioni significative. Negli ultimi anni, l’India ha assistito a un’erosione delle libertà democratiche e a una crescente intolleranza verso il dissenso. Il governo ha fatto sempre più ricorso a leggi, come quelle sulla sedizione e le normative antiterrorismo, per mettere a tacere movimenti, stampa e ricerca . Le proteste sono state affrontate con violenza e azioni di polizia discriminatorie, mentre molti leader dell’opposizione, soprattutto appartenenti a comunità emarginate, sono stati soggetti ad arresti arbitrari o intimidazioni. La censura dei media cresce e crescono gli organi d’informazione controllati dallo Stato o a esso favorevoli. La repressione si estende alle università, alla società civile e alle organizzazioni non governative. Uno degli aspetti più inquietanti della crescente fascistizzazione è la persecuzione della popolazione musulmana. Da quando Modi è al potere, si sono moltiplicati gli episodi di violenza di massa, linciaggi e crimini d’odio contro i musulmani, L’incitamento all’odio è aumentato, con leader politici e figure pubbliche che fanno dichiarazioni contro i musulmani e altre comunità minoritarie. Questo ha creato un clima in cui le persone di religione musulmana sono emarginate, spesso accusate di essere una minaccia per l’unità nazionale e subiscono violenza o esclusione politica. Il mito personale di Modi, costruito sull’immagine dell’uomo forte e sul nazionalismo hindu, alimenta una società autoritaria e intollerante. La sua rappresentazione come protettore degli hindu marginalizza altre comunità. Questa concentrazione di potere erode le istituzioni democratiche, creando un culto della personalità che soffoca il dissenso. 7.4.6 Quindi, abbiamo una vera conclusione? Non proprio. Il percorso dell’India è segnato da significativi progressi economici ma anche da problemi che sembrano non finire mai. Sebbene il paese celebri il suo ruolo in forum come BRICS e Quad che si barcamenano fra poli opposti del mondo multipolare, queste affiliazioni evidenziano sia la sua crescente influenza che le complessità del suo sviluppo. L’economia ha registrato miglioramenti, ma problemi come le disparità regionali e le tensioni sociali restano irrisolti. QUESTO PARAGRAFO SOTTO È AL PRIMO APRILE. VA CONTROLLATO SE L’INDIA IMPORRÀ TARIFFE PRIMA DI ANDARE IN ONDA. I politici indiani spesso equiparano il loro successo alla crescita economica, trascurando o oscurando la natura sfaccettata dei loro risultati sociali. Questa enfasi sugli indicatori economici porta a politiche che non affrontano appieno le diverse necessità del paese. Un piccolo esempio: nonostante gli Stati Uniti abbiano imposto dazi su vari paesi, l’India per adesso ha evitato di introdurre contromisure tariffarie, una scelta che alcuni ritengono possa danneggiare gli interessi economici indiani. Questo approccio potrebbe derivare dalla convinzione che la propria importanza economica sia sufficiente a risolvere sfide complesse come quelle poste dagli Stati Uniti, trascurando la necessità di strategie governative più sfumate ed efficaci in linea con l’attuale realtà globale e con quello che stanno facendo tutti gli altri, ossia reagire. QUESTO PARAGRAFO SOTTO PUò ESSERE LA CHIUSURA DELLA TRASMISSIONE un 1.4 miliardi di persone, è descritto dal proprio governo come in grande crescita, mentre è abbandonato alle proprie dinamiche sociali e politiche interne sclerotiche e i numeri dipingono il quadro di una tigre indiana dalla crescita molto più lenta di quello che il governo ci vuole far sapere. Clausole di salvaguardia Non abbiamo molte clausole di salvaguardia per questa trasmissione. Parlare male dell’India è come sparare sulla Croce Rossa: da tutte le parti se ne parla male. Speriamo di non aver fatto il gioco di nessuno. Se lo abbiamo fatto, non ce ne siamo rese conto e, in ogni caso, fatecelo sapere. Per scrivere questa trasmissione abbiamo seguito per mesi i media e i social, sia quelli favorevoli che quelli contrari al governo di Modi, e abbiamo osservato la serie di fallimenti della sua amministrazione Modi. Tuttavia, non si può neanche negare che l’India stia meglio di prima di Modi, e questo è triste. Se volete ne possiamo parlare. Non ci siamo dimenticate della disputa territoriale tra India e Cina, che porta molti media a dire che i BRICS non funzioneranno mai. Cina e India hanno raggiunto un accordo nell’ottobre 2024, reso pubblico durante il meeting dei BRICS a Kazan. Riteniamo che parlare del conflitto tra Cina e India come di un fattore che comprometterà le dinamiche di indipendenza in corso nel Sud globale sia poco realistico, e comunque non era lo scopo di questa trasmissione. Magari un’altra volta. Non ci siamo dimenticate che movimento contadino in India ha ottenuto una vittoria storica nel 2021, quando il governo ha deciso di abrogare le tre leggi agricole introdotte l'anno prima. Queste leggi erano state fortemente contestate dagli agricoltori, perchè liberalizzavano e avrebbero favorito le grandi multinazionali a scapito dei piccoli produttori. L'India è una democrazia confusa, ma è una democrazia, e queste proteste ne sono la prova. Ne potremo parlare un’altra volta. *Mi telefoni o no? Questa trasmissione, normalmente, è una trasmissione di approfondimento. Però questa volta ci siamo sentite di dover deviare dagli approfondimenti e di provare invece a fare quello che il mondo del giornalismo non sta facendo, cioè informare su dei fatti che stanno succedendo, che influenzeranno fortemente la nostra vita, ma di cui non capiamo nulla: oggi vogliamo parlare di quello che sta succedendo in Asia a causa delle sanzioni e dei dazi statunitensi. Il 2 Aprile, nel cosidetto Liberation Day, Trump ha annunciato i dazi per l'est asiatico (parentesi DATI NEL CASO SERVANO sennò saltare- tariffe imposte nel Liberation Day) Country-Tariff Rate (%) Laos48 Vietnam46 Myanmar44 Taiwan32 Tariffs exclude semiconductor products (main export)4. Thailand36 Indonesia32 South Korea25 Brunei24 Malaysia24 Philippines17 Timor-Leste10 Singapore10 China34 (+20 prior)Combined with previous tariffs, total exceeds 60%. Japan. Australia10 India26% Pakistan29% Bangladesh37% Sri Lanka44% Nepal10% Bhutan10% Maldive10% Afghanistan10% CONTINUA QUI * Un dazio base del 10% per tutti i paesi, con incrementi determinati dal surplus commerciale, utilizzando una formula probabilmente inventata da ChatGPT e poi dividendo il risultato per 2. In pratica, la logica della formula era come se io mi mettessi a insultare il proprietario del supermercato vicino casa perchè lui a me vende un sacco di cose, mentre io a lui non vendo nulla. Secondo la visione autarchica di Trump, tutto deve essere prodotto negli USA altrimenti lo interpreta come un dazio imposto agli Usa * Paesi come Vietnam, Cambogia, Laos sono stati colpiti dalle tariffe più alte al mondo. La Cina, col 34%, aggiunto al 20% del Trump1, che Biden non aveva tolto, supera il 60%. * Paesi che hanno produzioni importanti, paesi dai quali l'occidente dipende come Bangladesh, Tailandia e Indonesia, sono colpiti da tariffe superiori al 30%. Fin dall'inizio i semiconduttori di Taiwan erano esenti, ma per il resto dei beni taiwanesi la tariffa era del 32% Il 4 aprile 2025 la Cina ha reagito, imponendo dazi uguali su tutti i beni statunitensi. A questa misura si sono aggiunte restrizioni all’esportazione di terre rare, sanzioni contro aziende tecnologiche e della difesa statunitensi (che sono state inserite nelle cosidette liste di Controllo delle Esportazioni e delle Entità Inaffidabili), e la sospensione di alcune importazioni agricole dagli Stati Uniti colpendo soprattutto gli stati che hanno votato MAGA. è importante ricordare che senza le terre rare che vengono raffinate in Cina, di fatto, gli USA non possono più produrre armamenti. Più sommessamente ma con passo piuttosto deciso, il 9 aprile la UE ha approvato un pacchetto di risposta di tariffe al 25% su 21 miliardi di euro di importazioni statunitensi, colpendo soprattutto stati MAGA. La UE è stata una delle poche voci che si sono levate in quei giorni contro Trump. Questo in aggiunta alle misure canadesi, delle quali non parleremo qui perché erano imposte da prima del Liberation Day. E il 9 aprile, tutto ad un tratto, Trump ha annunciato una pausa di 90 giorni per tutti i paesi, tranne che per la Cina. Per tutti i paesi è rimasta una tariffa di base del 10%. Si suppone che la pausa serva per negoziare. Però, nello stesso giorno, le tariffe della Cina sono state alzate al 125%, con un aumento del +20%. Nel frattempo la EU ha deciso di sospendere le proprie tariffe contro gli USA. Escalation con la Cina (9–12 aprile 2025): Durante quei giorni la Cina ha replicato, aumentando a sua volta ripetutamente i dazi sui beni statunitensi fino al 125%. A questi livelli, entrambe le parti hanno riconosciuto che il commercio bilaterale era sostanzialmente interrotto per la maggior parte dei beni, con la Cina che ha dichiarato che le esportazioni verso gli Stati Uniti erano diventate “invendibili”, affermando che non avrebbe proseguito in nessun modo l'escalation. Le contromisure cinesi sono però continuate e hanno incluso nuovi controlli all’esportazione su sette tipi di elementi di terre rare cruciali per l’industria statunitense, ulteriori inserimenti di aziende americane in liste nere, e indagini normative mirate, contro imprese statunitensi. E dopo di ciò, come avrete notato, dai giornali non si è più potuto capire cosa stesse succedendo. Sarà forse che quando l’occidente globale prende una batosta i giornali lo nascondono? È di giovedì scorso un reportage di un giornalista neozelandese (filocinese) che vive a Shangai, che ha intervistato americani per la strada, nel quartiere finanziario della città. Una delle affermazioni più comuni era che “ormai i media statunitensi sono quelli di una dittatura, informazioni sulle tariffe si trovano solamente sui media cinesi”. Mentre i giornali parlavano dell’altalena delle borse del mondo, per sua stessa ammissione la ragione vera per cui Trump ha deciso di fare una pausa dei 90 giorni è legata all'aumento degli interessi sui titoli di Stato americani (bond), che erano saliti a livelli tali da far temere il default degli Stati Uniti. L'aumento dei tassi di interesse rende infatti più costoso per il governo americano finanziare il proprio debito, e la guerra commerciale con i dazi aveva contribuito a creare incertezza sui mercati, peggiorando la situazione finanziaria degli USA. Durante quei giorni si diceva che fosse la Cina a cercare di affossare gli USA, vendendo i bond. Ma chi ha cercato davvero di mandare gli USA in default? L’analisi dei dati suggerisce che le vendite di bond USA sono avvenute principalmente durante l’orario di contrattazioni asiatiche, indicando in effetti una forte partecipazione di investitori asiatici, ma non è possibile attribuire con certezza le vendite a singoli paesi. Certamente si sa che, con enorme sorpresa, un attore importante di questa fuga dai buoni del tesoro statunitense è stato il Giappone, che è il più grande detentore di bond statunitensi. Ciò nonostante, l’attività di vendita sembra essere stata diffusa tra investitori istituzionali e banche centrali asiatiche in generale. Il povero Trump non si era reso conto che gli asiatici contano su un’idea di collettivismo e su un’identità anticoloniale condivisa, che li ha spinti a concertarsi e a uniformarsi, come governi, in un'unica direzione, ma senza bisogno di un accordo politico fra di loro. Poi Xi Jin Pin è andato in Vietnam, Cambogia e Malesia…. Poi Trump ha continuato, random, a ridurre tariffe in maniera spot. Prima ha tolto le tariffe sui beni tecnologici, sia telefonini che forni a microonde, dopo che si sono accorti che gli USA non producono nulla di tutto ciò e rischiavano di rimanere senza computer e senza chip per le loro industrie. E così via…. La Cina ha cominciato a bloccare random l’importazione di prodotti statunitensi, e due nuovi aerei della Boeing sono andati in Cina e sono poi tornati a casa perché la Cina aveva messo la Boeing nella lista nera. Poi, la settimana scorsa, Trump ha firmato per ridurre la somma di tariffe sulle parti delle auto, perché si sono accorti che, visto che importano tutte le componenti delle auto attraverso le catene di distribuzione cinesi, questo impattava sul prezzo delle auto prodotte in USA. Comunque, stare ad analizzare passo passo cosa è successo in quei giorni, e da allora ad oggi, non ha tanto senso. Quindi facciamo un rapido salto ad oggi per vedere di capirci qualcosa. NEGOZIAZIONI BILATERALI Al momento, si sa che gli USA stanno negoziando qualcosa, non si sa bene cosa, con vari paesi: Con il Giappone, che è stato il primo a cercare il negoziato, ma poi ha detto in pubblico che gli USA non sanno cosa stanno chiedendo e che le loro richieste cambiano sempre. Inoltre, il primo ministro ha detto che loro “non hanno nessuna fretta” di concludere le negoziazioni, se non danno risultati soddisfacenti. Inoltre, un importante membro delle opposizioni ha dichiarato che il Giappone non deve farsi bullizzare e deve fare i propri interessi. Un paio di Il ministro del tesoro giapponese Venerdì scorso ha di fatto minacciatogli USA, dicendo che i 13.1 trilioni di miliardi di bond statunitensi che il Giappone possiede potrebbero essere usati come "carta" nella negoziazione con gli USA. Subito dopo, domenica, ha ritrattato dicendo che il Giappone non ha intenzione di vendere. Va notato che il Giappone, un paese noto per la sua diplomazia cauta e il rispetto delle formalità, un annuncio del genere indica una rottura significativa nelle relazioni economiche bilaterali con gli USA. La Corea del Sud, che nel frattempo è in una grave crisi istituzionale per via dell’impeachment del presidente, sta cercando di ottenere sconti sulla vendita di navi ed energia. Il Vietnam sta negoziando, ma non si sa cosa. Nel frattempo, però, il Vietnam ha iniziato una forte fase di emissioni di buoni del tesoro, espandendo quindi il proprio debito pubblico. Il Vietnam lo può fare perché, storicament,e ha un debito pubblico molto basso. Giovedì scorso Trump ha detto che con l'India stanno per firmare un accordo. Pare che l’india abbia promesso agli USA tutti i materiali che la Cina non può più esportare, come indumenti, giocattoli, pellame, gioielli, e componenti di automobili. In cambio ha chiesto la clausola della “nazione più favorita futura”, ossia in pratica che se gli USA concederanno ad uno Stato C un vantaggio commerciale migliore rispetto a quello già concesso all’India, allora, grazie alla clausola suddetta, l’India ha diritto di ottenere automaticamente lo stesso trattamento favorevole. Il problema, se avete ascoltato la trasmissione che abbiamo fatto sull’India, è che l’India non produce né le quantità né la qualità dei beni necessari agli USA, quindi l’India si sta, al momento, vendendo la fontana di Trevi come Totò. Inoltre, tanti in bocca al lupo all’India quando in futuro cercherà di far rispettare questa clausola agli USA. Rispetto alla Cina, i vari rappresentati del governo hanno usato toni molto duri, dicendo che “combatterà fino alla fine” la guerra commerciale. Trump ha scritto e detto ai media tante e tante volte che stava aspettando una chiamata da parte della Cina. Da qui il titolo della trasmissione “mi telefoni o no?”. È risultato parecchio ridicolo vedere Trump che insisteva ogni giorno, fino ad arrivare a dire che avrebbe abbassato le sanzioni alla Cina ancora prima di riuscire a parlare con la Cina. Insomma, proprio il paese target di tutto questo processo di sanzioni si è per settimane bellamente disinteressato di discutere le sanzioni stesse con gli USA. Poi, quando c’è stato il meeting dell’FMI a Washington, due settimane fa, Trump ha detto varie volte che gli USA stavano già parlando con la Cina, ma la Cina ha smentito fermamente. Infine, sabato scorso si è saputo che, dopo che gli USA hanno contattato il governo cinese “per molteplici e appropriate vie”, la Cina ha accettato di parlare, ma non di negoziare. Insomma, una figura di merda abissale degli USA che sono stati forzati a chiedere un appuntamento alla Cina per vie diplomatiche, come se fossero uno stato africano indebitato che chiede un appuntamento per ottenere un prestito. Un paio di giorni fa Bessent, segretario del tesoro statunitense, ha confermato pubblicamente che le negoziazioni non sono iniziate. Poi i media cinesi hanno comunicato al mondo che le negoziazioni inizieranno il 9 maggio in Svizzera, con la Cina rappresentata dal Vice Premier He Lifeng, e per gli USA il Segretario del Tesoro Scott Bessent and il Repparesentante per Commercio Jamieson Greer. MA Perché LA CINA SI SENTE COSì SICURA? La Cina esporta agli USA il 15% del valore complessivo delle proprie esportazioni. Queste sanzioni, quindi, hanno un potenziale impatto devastante sull’economia cinese, ma allo stesso tempo ci sono diverse ragioni per le quali al governo cinese non importa nulla di sacrificare una parte della sua economia per mantenere il suo attuale profilo politico. Innanzitutto, da decenni la Cina, per sviluppare il multilateralismo, ha deciso di appoggiarsi su Onu o istituzioni internazionali. Quindi, dopo l’annuncio delle tariffe, ha presentato vari ricorsi al WTO, organismo che fu richiesto e ottenuto dai paesi poveri negli anni 80 e 90 e che originariamente era il tribunale (WTO Appellate Body) che si occupava di sanzionare i paesi che “tradivano” l’ideologia del libero mercato. Ebbene sì, il WTO è un entità che fu richiesta e ottenuta dai paesi poveri nel 95 per contrastare il colonialismo dei paesi imperiali. Però il WTO è stato azzoppato dal governo Trump 1, che ha fatto in modo che i giudici del loro tribunale non venissero mai più rieletti, e tale decisione è rimasta in essere anche sotto Biden. Nella compagnitudine ancora si parla di quanto è cattivo il WTO, e certamente lo è, ma pochissimi sanno che, dal 2019, il WTO non funziona più ed è solo una scatola vuota. Però, comunque, la Cina ha voluto dimostrare di utilizzare gli strumenti del rule-based order, di essere più seria degli USA, e quindi prima di tutto ha presentato ricorso al WTO contro le sanzioni. Inoltre, la Cina ha lanciato una campagna mediatica in Cina, cosa non difficile per un governo dittatoriale, in modo da lavorare sul nazionalismo e sul senso di identità dei cinesi, disegnando la situazione come una guerra di occupazione statunitense. Questa cosa ha raggiunto i social, con migliaia di meme e video fatti con IA di Trump e altre persone obese e anziane che cuciono magliette. Pochi hanno notato che la Cina ha anche lanciato una massiccia campagna mediatica all'ovest, soprattutto sui social. Questo è probabilmente il primo caso in cui la Cina si occupa di raggiungere noi, ed è sicuramente un'operazione concertata. Per esempio, ci sono molti video di fabbriche che stanno vendendo borse di marca originali (ma senza logo) su Tik tok direttamente agli statunitensi. Inoltre, circolano numerosi post con notizie false, alcune delle quali arrivano anche ai media mainstream e poi vengono ritirate. Si potrebbe dire che l’obiettivo della Cina sia quello di mostrarsi a noi come il più fedele alleato degli anticolonialisti nell’ovest globale. In aggiunta a ciò, va detto che la Cina si sente così sicura di sé per ragioni geopolitiche e di mercato. Considerando l’ASEAN (i paesi del sud est asiatico) più Giappone, Corea del Sud, Taiwan, Vietnam e India, la quota complessiva delle esportazioni cinesi verso i paesi asiatici si aggira attorno al 40-45% del totale delle esportazioni cinesi. Se si compara questo dato al fatto che la Cina, nel 2024, ha esportato negli USA il 15% della propria produzione, si vede chiaramente come in realtà per la Cina gli USA sono un mercato meno importante di quello che si pensa. Gli USA in questa guerra commerciale si sono sopravvalutati…. In particolare, la Cina (caso strano) proprio ad inizio aprile 2025 ha rilanciato in pubblico il suo piano globale per rinforzare il CIPS, Cross-Border Interbank Payment System, che sarebbe il sistema alternativo allo SWIFT: di fatto, quella che i media occidentali chiamano sommariamente dedollarizzazione. Grazie al CIPS i pagamenti possono essere fatti in moneta cinese senza passare dallo SWIFT. Al momento il CIPS include 1200 istituzioni finanziarie in 110 paesi. Si può dire quindi che ormai noi, occidente globale, non abbiamo più idea né informazioni su come i soldi si muovono su scala mondiale, ma vabbè questa sarebbe un’altra trasmissione. La Cina ha fatto sapere che, se i paesi vogliono collaborare con lei, possono usare il CIPS, così gli USA non lo sapranno. Complessivamente si può dire che la Cina, dopo le sanzioni sulla Hwawei del Trump 1, dopo le sanzioni alla Russia che è stata esclusa dal sistema di pagamenti occidentali a causa della guerra in Ucraina, si era preparata a rispondere e aveva nel cassetto un sacco di soluzioni. Da notare che Trump in persona e alcuni media occidentali hanno parlano del fatto che la Cina abbia subito chiuso tutte le fabbriche che esportavano, creando massicce perdite di posti di lavoro. Non si sa se questo sia vero o no, ma è realistico e anche logico che sia successo. Bisognerà aspettare per capire meglio cosa è successo in Cina. PAUSA MUSICALE MA INTANTO CHE FANNO GLI ALTRI PAESI? L’UE sta valutanto un accordo commerciale del valore di circa 50 miliardi di euro, che includerebbe un aumento degli acquisti di prodotti americani come gas naturale liquefatto (LNG) e prodotti agricoli per ridurre il deficit commerciale statunitense con l’Europa. Una sorpresona è che la UE sta negoziando un nuovo accordo anti-USA con la Cina. Si sa poco di cosa stanno facendo ma sicuramente parlano di riduzione delle tariffe UE sulle macchine elettriche e le tecnologie pulite, e di rimozione di tutte le sanzioni sui diritti umani. Allo stesso tempo la Cina, come segnale di buona volontà, ha tolto le sanzioni a cinque membri del parlamento europeo che avevano detto che la Cina non rispetta i diritti umani. Pare che ci sarà un viaggio di Von Der Layen in Cina ai primi di luglio e ci si aspetta che possa riguardare annunci relativi a questi accordi, anche se non si sa ancora. E’ legittimo pensare che tutti i paesi, sotto sotto, ognuno al loro modo, magari attraverso le loro imprese controllate o para-statali, si stiamo muovendo molto velocemente, non solo per disfarsi dei buoni del tesoro statunitensi, ma anche per occupare lo spazio lasciato vuoto dagli USA (perché in politica e in economia gli spazi non rimangono mai vuoti) e instaurare nuove relazioni commerciali che escludano gli USA e includano la Cina. Quello che è certo, al contrario di quello che Trump pensa, è che nessuno vorrà, né avrà il coraggio di investire per creare nuove fabbriche negli USA in questa situazione di instabilità. Nel frattempo Sabato scorso si sono riuniti i paesi ASEAN+3, che comprende i dieci Paesi ASEAN più Cina, Giappone e Corea del Sud, ossia il 25% del PIL mondiale. Questi paesi hanno deciso il rafforzamento della rete di sicurezza finanziaria regionale, con il lancio di una nuova linea di prestito fra di loro per rispondere rapidamente a crisi causate da pandemie o disastri natura, e un impegno unanime a favore del multilateralismo e di un sistema commerciale aperto, equo e basato su regole, con l’Organizzazione Mondiale del Commercio, o WTO. La dichiarazione finale sottolinea la necessità di fronte comune contro il protezionismo e l’unilateralismo, senza menzionare direttamente gli Stati Uniti, ma facendo chiaro riferimento alle tensioni commerciali in corso. Questo percorso segna una svolta significativa perché è parte di un più ampio processo che potremmo definire di “decolonizzazione economica”: si tratta di ridurre la dipendenza storica dai centri di potere economico esterni, promuovendo soluzioni economiche pensate e gestite all’interno della regione asiatica. Di fatto è una maniera si divincolarsi da un “prestatore di ultima istanza” come l’FMI, che da prestiti in caso di gravi problemi di un paese, e sostituirlo con prestiti regionali. Inoltre questo nuovo sistema prevede anche la possibilità di operare con valute locali dei paesi membri tramite accordi di scambio di valuta, di fatto accelerando la dedollarizzazione. E che il Giappone e la Korea, tradizionali alleati degli USA, si siano accordati in questo senso è un segno della ridotta influenza USA e fa abbastanza impressione. E INTANTO COSA STA PER SUCCEDERE, GRAZIE ALLE TARIFFE, NEGLI USA? Nel 2024, gli Stati Uniti hanno importato beni dalla Cina per circa il 14% del totale delle importazioni statunitensi. (ATTENZIONE A CHI LEGGE LA TRX. QUESTO NON è IL 15% DI PRIMA. LA CINA ESPORTA IL 15% AGLI USA. QUESTO 15% RAPPRESENTA IL 14% DELLE IMPORTAZIONI TOTALI USA. I DATI SONO MOLTO SIMILI perché LA DIMENSIONE DELLE DUE ECONOMIE REALI è QUASI UGUALE) Queste importazioni avvengono utilizzando navi porta container. Al momento, rispetto alle navi che stanno portano beni dalla Cina a Los Angeles si dice, a seconda degli osservatori, che a causa delle sanzioni ci sarebbe una diminuzione dal 30-35 % dei viaggi delle porta container. Lo stesso sembrerebbe succedere per le navi che fanno il giro dall’altra parte e portano beni alla costa est degli USA. Questa percentuale però vuol dire poco, anche perché le navi potrebbero anche viaggiare mezze vuote, oppure potrebbero essere piccole o grandi portacontainer, insomma, non si sa bene. In ogni modo vari osservatori prevedono che negli USA si cominceranno a vedere gli scaffali dei supermercati vuoti, da qui a tre settimane oppure, a seconda degli osservatori, da qui a tre mesi. Si dice che, anche se le sanzioni alla Cina venissero tolte oggi e tutto tornasse normale, siccome le navi sono rimaste ferme nei porti cinesi, mentre i container vuoti sono rimasti fermi nei porti statunitensi e non sono ritornati indietro per essere riempiti, ci sarà una crisi logistica. Gli osservatori dicono che negli Stati Uniti, quindi, mancheranno prodotti dall’inizio della scuola, a settembre, e fino al periodo di Natale. I mercati azionari sono in continua oscillazione e, ovviamente, grazie a tutto ciò l’inflazione continua a salire e Trump ha minacciato di licenziare il capo della banca centrale, cosa che per legge non può fare, ma lui lo dice lo stesso. Gli Stati Uniti sono allo sbando, ci sono manifestazioni ovunque, e i media non ci dicono nulla, ma questa è una trasmissione sull’Asia. Negli Stati Uniti, i prodotti di Temu e Shein spediti direttamente dalla Cina sono praticamente scomparsi a causa della fine dell’esenzione doganale "de minimis" e dei nuovi dazi imposti dall’amministrazione Trump. Ora entrambe le piattaforme vendono esclusivamente prodotti che provengono da magazzini situati negli Stati Uniti, gestiti da venditori locali, con ordini evasi all’interno del paese. Questa strategia serve a evitare le pesanti tariffe sulle importazioni cinesi ma riduce la quantità di prodotti a basso prezzo disponibili negli USA. MA SI RIESCE A CAPIRE perché GLI USA STANNO FACENDO TUTTO Ciò? HANNO UN PIANO? E ANCHE, AVVIAMOCI ALLE CONCLUSIONI DI QUESTA TRX Grazie a tutto ciò il valore del dollaro è sceso del 7%. Siccome Trump si oppone alla dedollarizzazione e vuole che il dollaro rimanga la valuta di riferimento mondiale, questo potrebbe essere un problema. Infatti, per essere la sola valuta di riferimento mondiale, bisogna che la gente si fidi del dollaro, ma se invece il dollaro aumenta e diminuisce di valore continuamente la gente non si fida più. Ma la dedollarizzazione è più che altro un fatto storico, non qualcosa che sta facendo la Cina oggi. La percentuale dei pagamenti globali in dollari è scesa di circa 20-35 punti percentuali negli ultimi 40 anni, a seconda degli osservatori, passando da oltre l’80-90% a circa il 55-65%, ma il dollaro resta la valuta principale nel sistema monetario internazionale. Sembrerebbe che il piano di Trump con queste tariffe avesse due obbiettivi opposti. Uno è l’obbiettivo dichiarato, fare inginocchiare la Cina e quindi rendere l’economia statunitense più forte riportando la produzione negli USA. L’altro, non dichiarato,sembra essere stato quello di ridurre il costo del dollaro, così che i prodotti statunitensi costino meno, che se ci fate caso però è il contrario che rafforzare gli USA, significa indebolire gli USA. Obiettivo 1 del piano. Riportare a casa la produzione industriale Prima della tempesta dei bond, Trump diceva continuamente che i vari stati dovevano spostare la produzione negli USA. Adesso che tutta sta roba sta fallendo, ha un po’ smesso di dirlo. Però è da notare che le negoziazioni includono: - Richieste ai paesi di comprare più gas liquefatto, produzione agricola e materie prime dagli USA - Richieste ai paesi di portare la produzione negli USA, cosa che di fatto significa aprire miniere negli USA. Perché aprire miniere? Perché gli USA non possono essere autarchici, non hanno nessuna produzione di materie prime, quindi non possono davvero produrre nulla senza le materie prime raffinate in Cina. Quello che ci ha impressionato è che, di fatto, la narrativa di Trump nei primi giorni consisteva quasi nel chiedere ai paesi terzi di usare il loro capitale per distruggere l’ambiente naturale, o comprando risorse naturali come il gas, o sfruttando le risorse naturali o l’agricoltura in loco. Quello che gli USA hanno da offrire sembrano essere solo materie prime, come un’economia che ancora deve industrializzarsi. Trump in quei giorni sembrava proporre una strana forma di colonialismo di potenze altre, auto-imposto e auto-regolato, in cui i lavoratori americani volevano tornare alle miniere o al tornio o a fare i sarti e i beneficiari, il capitale, veniva all’estero, ossia dall’Europa o dall’Asia. Una cosa completamente fuori di testa. L'idea di riportare la produzione industriale negli Stati Uniti si scontra con la realtà della dipendenza americana dalle materie prime, soprattutto le terre rare. Le comunità locali e gli ambientalisti temono che l'espansione delle attività minerarie possa compromettere ecosistemi fragili e la salute pubblica. Questa tensione tra sicurezza economica e protezione ambientale rappresenta un grosso problema per la politica industriale americana ma pare chiaro che Trump non se ne interessa. Obiettivo 2 del piano. Svalutare il dollaro. Il piano di Trump era anche quello di ripetere gli accordi del Plaza dell’84, accordi che svalutarono il dollaro e distrussero l’economia giapponese e danneggiarono parecchio l’economia tedesca, di fatto rendendo poi anche l’euro troppo costoso e deindustrializzando quindi anche tutta l’Europa. Ripetere gli accordi di Plaza significa ridurre il valore del dollaro per rendere l'export statunitense (che per altro è inesistente, come abbiamo detto) più accessibile. Questo obiettivo è stato chiamato dagli osservatori il Mar A Lago Accord, stando a significare qualcosa di indefinito, discusso da Trump nella sua residenza con i suoi accoliti anche nel quadro del Project 2025. Questo secondo obbiettivo, più nascosto, si scontra con altri interessi, quali: 1) la volontà di Trump di mantenere il dollaro come moneta di riferimento, ma se il dollaro è debole non può essere anche forte. 2) il fatto che gli altri paesi non sono disponibili a fare un accordo unico come nell'84. Nessuno vuole diventare più povero come successe nell’84; gli economisti si ricordano cosa successe dopo gli accordi di Plaza, gli USA non hanno le carte per riproporre lo stesso scenario e quindi lo possono proporre solo bullizzando il mondo. 3) il fatto che gli USA rischiano il default, vedi il discorso sui buoni del tesoro fatto sopra, e quindi non sono più un attore stabile 4) la percezione di instabilità generale che gli USA stanno dando al mercato mondiale che fa sì che nessuno voglia avere a che fare con gli stati uniti adesso, tantomeno investire negli USA per fare fabbriche o miniere (vedi obiettivo 1). Tutte queste spiegazioni sembrano dare una qualche logica a cosa Trump sta facendo, ma in realtà non si sa se Trump volesse solo creare caos, senza un fine preciso, o se non sia tirato da tutte le parti dalle varie fazioni interne al suo governo e stia semplicemente navigando a vista, in maniera molto amatoriale. Per chi ascolta, probabilmente residente in Europa, resta da dire che circa il 3% del valore totale del PIL è esportato verso gli Stati Uniti, mentre la quota rispetto alla produzione industriale esportata negli USA è più alta, stimata intorno al 10-15%. Quindi, se queste tariffe rimangono in piedi quello che ci aspetta sarà un forte impatto sulla produzione industriale, e quindi purtroppo una gran perdita di lavoro ovunque in Europa. Tanto per cambiare. STACCHETTO Clausole di salvaguardia La trasmissione è stata preparata usando informazioni americane prodotte da media indipendenti e osservatori che parlano sui social. Alcune informazioni sulle navi e sugli scaffali vuoti vengono dai media mainstream. Inoltre, sono stati usati media della propaganda cinese e anche asiatici, presenti anche sui social. Abbiamo ascoltato le traduzioni delle dichiarazioni di vari rappresentati del governo cinese e giapponese e di altri paesi asiatici per capire le loro posizioni ufficiali. Ci aspettiamo che alcune delle nostre analisi siano sbagliate e vengano superate rapidamente vista la volatilità della situazione. *PHI-IND-BAN-NEP-BHU-MYA Ma la storia non era finita? - A noi in occidente ci hanno detto che il comunismo è finito, e noi ci crediamo, troppo spesso anche noi che comunist* siamo, ci crediamo. Fallita l’URSS, fallito tutto. Ma siccome, invece, in Asia il comunismo non è finito, anzi il comunismo riguarda circa un miliardo e 600 milioni di persone, sommando la Cina agli altri paesi comunisti, succede che, invece, in Asia esistono ancora svariati processi rivoluzionari, basati su guerriglie armate, che cercano ancora di creare governi, conquistare territorio, autodeterminare popolazioni. E siccome appunto il comunismo, ci dicevano, era finito, ci è parso bene in questa trasmissione addentrarci nella situazione degli attuali movimenti armati autonomisti, o di liberazione, che si ispirano al marxismo. - New People's Army (NPA), Philippines Iniziamo dal più lontano, del quale in Italia si sa veramente poco. L’NPA, il braccio Armato del Partito Comunista delle Filippine, è il protagonista della più lunga delle varie guerre interne nelle filippine. È di ispirazione maoista e segue quindi il concetto di guerra popolare, ossia si basa sul sostegno della popolazione e cerca di attirare il nemico in profondità nelle campagne (allungando le sue linee di rifornimento), dove la popolazione attuerà la guerriglia. Come si può immaginare, le notizie su questo partito sono piuttosto contrastanti. Il governo dice che il gruppo è ormai quasi scomparso e si trova solamente in pochissime zone (da 1 a 4). Allo stesso tempo il 22 febbraio 2024 per fermare un’azione nel nord della provincia di Negros, il governo ha dovuto attaccare le formazioni dell'NPA con gli aerei da guerra. Il governo dice anche che la rivolta riguarda solo poche popolazioni locali, ma invece nello stesso attacco aereo è stata uccisa una ragazza di classe agiata che si era appena laureata in legge in una grande università urbana. Rispetto ai diritti umani legati a questa situazione, si trova poco online, i desaparecidos registrati dalla società civile per l’anno 2024 sono tre (ma per i media non sono vere scomparse perché le filippine sono un paese democratico, alleato degli stati uniti, quindi sono buone :-) ) Si capisce poco. Sicuramente il movimento armato è molto più piccolo che ai tempi della legge marziale di Marcos, quando pare avesse fronti di lotta in 60 delle 63 provincie delle filippine e avesse 10000 fucili ad alta potenza a disposizione, e circa un milione di persone affiliate o sostenitrici. - Al momento pare che le due zone dove il conflitto è più attivo siano quelle in cui ci sono più conflitti fondiari e per l'accesso alla terra. Si può dire che le filippine, tra i molti problemi che le caratterizano e che fanno sì che siano il paese più povero fra quelli a medio sviluppo in Asia, sono uno dei paesi dove la cosiddetta riforma agraria, o riforma sulla redistribuzione della terra, ha funzionato peggio. Quindi, la proprietà della terra rimane molto concentrata e la popolazione rimane molto povera. Tra le zone dove il NPA funziona ancora ci sono Negros, che è la zona dei latifondi per la produzione della canna da zucchero, e Mindanao, area che è rinomata per la presenza di Al Qaida, ma dove è attivo anche l’NPA, che invece lotta contro l’uso della terra da parte dell’industria estrattiva. Rispetto al funzionamento, l’NPA installa nelle zone sotto la sua giurisdizione un Governo Democratico del Popolo, a cui viene pagata una tassa rivoluzionaria. È da notare che nelle Filippine ci sono zone dove praticamente lo stato non esiste e non fornisce servizi. Rispetto alla struttura, il Partito fa i suoi piani quinquennali così come si deve. NPA ha anche una faccia legale, il partito National Democratic Front che conduceva trattative col governo centrale fino a quando Duterte le ha interrotte e ha deciso di dichiarare che li avrebbe sterminati. Per adesso, NPA esiste ancora e combatte con il governo centrale, sebbene sia molto più debole di prima. Una cosa curiosa che abbiamo trovato è che sarebbero stati, per un periodo, finanziati da Gheddafi, tanto per dire che l’internazionalismo non era finito. Comunque, se davvero fossero così deboli il governo filippino non avrebbe bisogno di mandare loro contro gli aerei da guerra. L’NPA è inserito nella lista delle organizzazioni terroriste da molti paesi dell’ovest globale, inclusa l’Europa. Per chi vuole andare a vedere, le zone in cui conflitti armati esistono sono pericolose da visitare, ma il governo filippino non blocca i viaggi in quelle zone e l’accesso è possibile. pausa musicale Martsa ng Pagkakaisa canzone rivoluzionaria filippina, il titolo significa marcia dell'unità India Continuiamo invece con l’attualità, visto il recente scontro india Pakistan. L’India, che si fregia di essere il quarto-quinto paese più ricco al mondo, sfoggia comunque una serie di guerriglie armate che sono determinate dal fatto che essa è anche il luogo dove vive la maggior quantità dei poveri del mondo, parliamo quelle che si definiscono comuniste. People's Liberation Guerrilla Army-India 1 L'attuale gruppo armato si è formato negli anni 60, come movimento maoista, ma nel 2014 si è espanso unendosi a vari partiti leninisti, anche se ha mantenuto una visione maoista. Il movimento è chiamato Naxalita dal nome del villaggio doveha avuto origine nel 1967. Ricordatevi questo nome perché ricorrerà nella trasmissione. I Naxaliti considerano un punto centrale il conflitto di classe tra i lavoratori agricoli e i proprietari terrieri e ritengono che la Costituzione indiana non riconosca sufficientemente i diritti tribali. Questa ideologia è popolare tra le popolazioni tribali (ricordiamo, 8% della popolazione indiana, ossia 108 milioni di persone). Nelle zone dove operano e che controllano, i naxaliti assumono autorità di governo, sviluppano infrastrutture e lavorano per avere il sostegno degli abitanti e delle abitanti. I gruppi Naxaliti si finanziano i tassando compagnie estrattive ma si dice anche sfruttando il traffico di droga. Il governo dell’india fa anche correre voce che siano finanziati pure loro da Cina e pakistan. In realtà, sebbene storicamente il partito fosse legato ai partiti comunisti del Nepal, delle Filippine e del sud est asiatico, non ci sono vere prove che riceva finanziamenti internazionali. La zona in cui operano è chiamata corridoio rosso, ed è una striscia di territori nelle zone montagnose e forestali. La stima delle persone in armi attualmente va da 6500 a 10000. Online si trovano cartografie delle zone che controllano, e si vede come hanno perso il 90% del loro territorio negli ultimi 20 anni. Nel 2007 si può dire che fossero presenti nel 35-40% dell’India, adesso rimangono solo in 38 distretti. Ma le cartografie probabilmente sono fatte dallo stato quindi chissà se è vero. Sono al momento comunque responsabili dell’80% delle operazioni militari contro il governo e i civili in India. Però sapendo come il governo Modi falsifica le notizie, chissà quale è la verità, magari gli attacchi che fanno sono molti di più. La riforma fondiaria in India ha visto storicamente tentativi di redistribuzione della terra, ma senza grandi successi. La prima richiesta dei naxalisti è la redistribuzione della terra ai contadini senza terra e l’attuazione di giuste riforme agrarie nelle aree rurali. La seconda riforma che chiedono è la protezione dei diritti della popolazione tribale (100 milioni) e anche dei dalit o paria (200 milioni di persone che sono lo scalino più basso della società indiana considerati addirittura fuori dal sistema delle caste induista) ossia, detta più grossolanamente, chiedono la protezione dei diritti dei poveri dell’India, poi chiedono accesso alle risorse, salario minimo, diritto alla giustizia economica, all’autogoverno, e rovesciamento del sistema politico esistente. Purtroppo, a causa della mancanza di libertà dei media nell' India di oggi, ci è stato impossibile sapere quale è la situazione attuale, e quale sia il livello di supporto che questo movimento realmente ha. Guardando i media indiani, gli ultimi conflitti armati con le forze di governo si sono verificati poche settimane fa. Sui media si vede che il governo asserisce di aver ucciso 34 naxaliiti in aprile senza riportare perdita alcuna. Ma ricordiamoci che il governo dell’India asserisce anche di non aver perso aerei mentre attaccava il pakistan in aprile, mentre pare ne abbia persi diversi. Chissà quale è la verità, sarebbe da andare a vedere queste zone, ma il governo dell’India le ha chiuse e ha ristretto la possibilità di visitarle. Certo, sicuramente per proteggerci, non per nascondere nulla! Partiti comunisti nello stato del Manipur-India 2 Per capirci, Manipur è in quel pezzo di India che sta fuori dall’india, a nord, oltre il Bangladesh, accanto al Myanmar. Ci pare di capire che in Manipur ci sono due diversi gruppi armati maoisti, fra cui il Kangleipak Communist Party-PWG, fondato nell’80, e il People's Liberation Army of Manipur, fondato nel 78. Varie le ragioni per cui in Manipur ci sarebbero tutti questi gruppi armati ancora in attività: anzitutto Manipur fu annessa all’India nel 49 e da allora è rimasta una zona instabile e frammentata, con gruppi etinici molto diversi fra loro; inoltre oggi la guerra civile in Myanmar consente facile accesso alle armi. In particolare, sono andate molto sui media le violenze dovute allo scontro fra i meitei, che sono gli indù che vivono nelle vallate e che appunto si organizzano in guerriglie comuniste, e il gruppo tribale kuki-zo, che vive sulle montagne, cristiani. Nel novembre 2024 ci sono stati 258 morti e 60000 persone che sono rimaste senza casa, a causa degli scontri. Tutto ciò è stato determinato dal fatto che il governo dell’india ha deciso di espandere ai meitei il diritto di accedere a quote di posti statali che prima in quelle zone erano riservate solo agli kuki-zo. Sembra che entrambi i partiti comunisti siano stati protagonisti di quegli scontri Ma torniamo alla descrizione dei due partiti. Pare che il Kangleipak Communist Party-PWG abbia 100 quadri e tre diversi gruppi combattenti (non abbiamo trovato altri numeri), e abbia lo scopo di difendere l’identità e la cultura meitei, oltre che mettere in piedi una società comunista. Si finanzia facendo pagare tasse ai borghesi locali e con altre attività. Il People's Liberation Army of Manipur mantiene in piedi un governo del Manipur in esilio in Bangladesh, ed ha circa 2000 combattenti strutturati in 4 divisioni. Ha uno scopo un po’ più ampio dell’altro perché vuole l’indipendenza dallo stato indiano e non si concentra solo sulla difesa del gruppo etnico principale, ma piuttosto sull’instaurazione del socialismo. Anche questo si finanzia con la raccolta di fondi dai borghesi locali ma pare che abbia anche campi di addestramento in Bangladesh, in Myanmar e … si dice… in Cina. L’India non manca mai di accusare la Cina. Pare che anche le zone di conflitto del Manipur siano inaccessibili senza permesso del governo. pausa musicale Bella ciao ha accompagnato le manifestazioni contadine in India del 2020, quindi, anche se non riguarda direttamente i gruppi di cui stiamo parlando ve la facciamo ascoltare Bella Ciao - Punjabi | Wapas Jao Bangladesh Parlando del Bangladesh non ci si può dimenticare che la lotta antimperialista si concentra anche contro il ruolo coloniale che l’India ha nella regione, dato che il territorio terrestre del Bangladesh è di fatto una enclave nel territorio indiano. Allo stesso tempo, va ricordato che il Bangladesh è molto instabile visto che dalla sua indipendenza avvenuta nel 1971 ha avuto almeno 29 tentativi di colpi di stato o colpi di stato riusciti, incluso quello che culminò con l’assassinio del padre fondatore della patria, Sheikh Mujibur Rahman, che fra l'altro era il padre di Sheikh Hasina Wazed primo ministro del Bangladesh fino al 5 agosto 2024.Va anche fatto notare che in Bangladesh esiste anche un Partito Comunista legale che partecipa alle elezioni, anche se non aveva seggi in parlamento fino alla recente Rivoluzione del Luglio 2024. Purbo Banglar Communist Party (PBCP) - Bangladesh 1 Comunist Party of East Bengal Attivo dal 68 ad oggi, maoista di ispirazione naxalista, ha lo scopo di stabilire un governo di ispirazione socialista in Bangladesh, ma è suddiviso in molte fazioni in conflitto fra loro, ed è anche in conflitto con movimenti armati islamisti. Si finanzia esigendo tassei tasse dalla borghesia locale, ma non controlla territorio e, dopo una serie di defezioni, gli ultimi dati dicono che ci sarebbero solo poco più di 300 membri attivi. Non ha preso parte alla Rivoluzione di Luglio del 2024 che ha instaurato il nuovo governo militare. Le ultime grandi azioni registrate risalgono al 2019, ma sembra che continuino ad esserci azioni di più piccola scala, visto che il partito si ispira all’insurrezionalismo. Nel 2023, 315 attivisti, fra cui alcuni di questo partito, hanno deposto le armi in maniera ufficiale in una cerimonia alla presenza del governo. Purbo Banglar Sharbohara Party (PBSP) - Bangladesh 2 Proletarian Party of East Bengal Il partito fu fondato Siraj Sikder, che è considerato parte dell’intellighenzia del marxismo in Bangladesh. Cercate i suoi scritti su marxists.org. Di ispirazione maoista, attivo dal 68 ad oggi, il Partito opera anch'esso nel sud ovest del paese con diverse centinaia di affiliati. Sebbene non controlli territorio, ci sono zone in cui si finanzia con tassazione e con donazioni di affiliati e simpatizzanti. è stato protagonista di diversi assalti armati fino al 2018. Rimane attivo sia con piccole azioni militari, che con la pubblicazione regolare di giornali di propaganda. È un partito che si ispira rigorosamente al maoismo, e che lavora sia nel tentativo di instaurare un governo socialista nel paese ma, a più piccola scala, lavora anche sull’esproprio e sulla ridistribuzione della terra nelle zone dove ancora controlla delle basi. In totale, va notato che le aree colpite dall’insurrezione in Bangladesh, in particolare le Colline di Chittagong, sono caratterizzate da grande povertà, infrastrutture carenti, conflitti etnici e lotte per la terra, malnutrizione e insicurezza alimentare. Oltre a intervenire militarmente e a rendere illegali i vari partiti armati, il governo ha cercato di provvedere a migliorare l’istruzione, la sanità, e le infrastrutture nella zona per affrontare le cause profonde del conflitto, oltre a organizzare strategie più soft come la formazione comunitaria di visioni più moderate – e religiose invece che laiche – come con l’organizzazione di scuole coraniche. Insomma, ha cercato di mandare la popolazione verso destra. In totale, considerato anche che non ci sono notizie credibili di queste due organizzazioni negli ultimi anni, pare che il ruolo di questi due partiti armati potrebbe essere piuttosto limitato In ogni modo nel caso chi ascolta sia interessato a visitare queste regioni, la zona è visitabile, il governo non ha chiuso l’accesso. Però ci potrebbero essere chiusure temporanee in caso di attentati. pausa musicale Joan Baez nel 1972 ha inciso Bangladesh song per cantare la tragedia di popolazione che negli scontri tra india e pakistan hanno subito deportazioni e stragi Song Of Bangladesh Nepal Forse in questa lista merita una menzione onoraria il Nepal, il cui partito comunista armato ha condotto una guerriglia maoista, la Guerra del popolo, dal 1980 al 2006 che aveva lo scopo di smantellare la dominanza feudale e instaurare un governo socialista. Nel 2006 il partito è confluito nella politica istituzionale contribuendo all’abolizione della monarchia nel 2008. Da allora i leader dei partiti comunisti hanno avuto la funzione di Primo Ministro diverse volte, mentre ad oggi le forze comuniste rappresentano circa il 40% del parlamento e sono divise in due partiti, uno leninista, piu grande, e uno maoista. Dopo aver adottato una nuova costituzione del paese, questi partiti hanno cercato di portare avanti, anche se con successi parziali, riforme di ridistribuzione della terra, provvediamenti per aumentare l’accesso al lavoro, riforme per la sicurezza sociale (tipo per anziani, donne, gruppi svantaggiati) e costruzione di infrastrutture. Buthani Tiger Force Il braccio Armato del Partito Comunista del Butan è legato e si ispira alla lotta nepalese ed anche ai nexalisti in India. Opera sia nel sud del Buthan, sia nei campi profughi buthanesi in Nepal. Va ricordato che dagli anni 80 il “felice” Buthan applica la politica di Un Popolo Un Paese, e per questo i nepalesi furono espulsi e privati della cittadinanza. Una delle azioni eclatanti delle tigri si verificò nel 2008, quando attaccarono la sede dell’Organizzazione internazionale delle migrazioni che lavorava per spostare i profughi in Nepal. La guerriglia ha oggi circa 1000 partecipanti e ha come scopo lo smantellamento della monarchia e l’istaurazione di una democrazia del popolo. Si finanzia tassando la borghesia locale e con i contributi degli affiliati e simpatizzanti. Dal 2009 sono scomparsi dai media e non appaiono notizie di azioni, ma nel 2017 hanno attaccato le forze militari forestali uccidendo quattro militari. Al momento, pare che sia ancora operativo ma in maniera piuttosto sotterranea. Allo stesso tempo è anche vero che i media in Buthan sono molto controllati quindi è difficile capire la situazione. Se volete andarlo a visitare, scordatevelo perché in Buthan si può andare solamente organizzando il viaggio con agenzie autorizzate dal governo e non si può viaggiare in maniera autonoma. Myanmar Abbiamo molto cercato gruppi armati marxisti in Myanmar ma ci pare che ce ne siano pochi. Il Myanmar era socialista fino al 1988 e adesso non si capisce più cosa è, ma certamente la presente giunta ha un forte supporto dalla Cina. Descrivere la situazione del Myanmar avrebbe bisogno di una trasmissione intera. Da quanto capiamo pochi dei nuovi gruppi rivoluzionari che si formano via via per combattere il governo hanno scelto la via del socialismo, nonostante ci siano gruppi non armati di sinistra nelle città. Di seguito una breve lista dei gruppi marxisti che abbiamo trovato Karenni National People's Liberation Front Il gruppo esiste dal 78 ed è formato da circa 2000 effettivi di ispirazione leninista, nella zona di frontiera fra Myanmar e Tailandia chiamata Karenni. Dal 2009 era integrato come guardia di frontiera all’esercito burmese, ma nel 2023 ha cambiato fazione e si è unito alla resistenza. United Wa State Army (UWSA) Lo stato auto-governato dello Wa, al confine nord est della Cina, dal 1989 continua a strutturarsi con il sistema di governo socialista, con un solo partito che ha un Politburo e un comitato centrale che controllano il governo, sul modello maoista. In quanto a posizioni politiche, si potrebbe definire un governo nazionalista di ispirazione socialista ma non promuove una rivoluzione o l’indipendenza dal Myanmar, ma solo l’autodeterminazione. Lo stato ha un esercito di circa 30.000 effettivi ben equipaggiati che controllano diverse aree, ma ufficialmente è neutrale nello scontro fra il governo centrale e le forze ribelli. Myanmar National Democratic Alliance Army (MNDAA) L’esercito esiste dal 1989 e affonda le sue radici nel comunismo maoista ed è alleato con la Cina, ma nel tempo ha virato verso il nazionalismo. ha base nella regione del Kokang, al confine con la Cina, ed è composto da circa 3000 soldati. Dopo il colpo di stato è entrato a far parte della Alleanza dei Tre Fratelli contro la giunta miliare. Reborn Communist Army (People’s Liberation Army, PLA) Il gruppo ha circa 1000 componenti che sono in gran parte studenti universitari si sono aggregati subito dopo il colpo di stato del 2021. Sono attivi in diverse aree del nord del Myanmar, da est a ovest, con ispirazione maoista, nel tentativo di mobilitare le masse rurali attorno alla guerra civile. Rohingya È da notare anche che i Rohingya come gruppo etnico storicamente si ispirano al Marxismo e che, nonostante la giunta ne abbia cooptati parecchi per combattere a fianco del governo, alcuni di loro sono riusciti a formare tre gruppi armati, nessuno di ispirazione marxista, che stanno partecipando al conflitto. Pausa Internazionale in nepalese CONCLUSIONI Ci avevano detto che la storia è finita. Ce lo hanno ripetuto nei telegiornali, nei libri di scuola, nelle aule universitarie, nei dibattiti televisivi e nei discorsi dei politici. Eppure, in Asia evidentemente non glielo hanno detto perché persistono esperienze di lotta armata, movimenti popolari, pratiche di potere alternativo che si ispirano – più o meno direttamente – al marxismo, al maoismo, alla tradizione comunista rivoluzionaria. Alcune conclusioni sui movimenti stessi: Internamente, sono presenti nelle aree non governate Parrebbe che, ad oggi, i gruppi che abbiamo trovato siano composti da contadini o abitanti rurali che lottano per la terra, e da popoli indigeni che rivendicano autodeterminazione. In alcuni casi questi movimenti hanno conquistato spazi, creato governi paralleli, organizzato servizi, redistribuito risorse. In certi casi sono lavoratori e lavoratrici che rifiutano di essere schiavi di multinazionali estrattive e latifondisti. Sembrerebbe di poter dire che questi gruppi permangono laddove gli stati sono deboli e sfruttano la necessità di organizzazione sociale per crearsi spazi, secondo la teoria di Rollins che nel 2008 pubblicò su questo il suo scritto Ungoverned Territories. Nonostante ciò, la stragrande maggioranza dei gruppi che abbiamo trovato non sono comunisti. Nel 2003 uno studio di Fearon e Laitin spiegò che l’insorgenza armata non è tanto spiegata da fattori etnici o ideologici, quanto da fattori strutturali, che interagiscono tra loro quali debolezza dello stato, topografia favorevole (presenza di montagne, foreste), povertà, repressione e marginalizzazione sociale. Studi di Roy in India o di Stokke in Sri Lanka hanno infine dimostrato che i gruppi armati derivano la loro legittimazione dall’imitazione delle strutture statali (con governi paralleli, tassazione, tribunali), ma con un’ideologia rivoluzionaria e partecipativa che include ridistribuzione della terra e la messa in piedi di servizi sociali. Istanze di genere e inclusione Non lo abbiamo citato nel dettaglio, ma abbiamo trovato che il New People's Army delle Filippine accoglie combattenti lgbt, mentre i naxaliti hanno una forte corrente femminista che si oppone alla violenza maschile sulle donne. Questo potrebbe essere dovuto alla necessità che questi movimenti hanno di espandere la propria base sociale, ma sembra anche essere legato al fatto che è ormai diventata globale una critica al patriarcato e alle norme familiste come parte della critica al capitalismo, e anche organizzazioni armate locali vedono il sessismo e l’omofobia come strumenti ideologici del dominio. Questo significa che alcuni di questi movimenti si sono aggiornati rispetto ai limiti delle teorie marxiste-leniniste più ortodosse e contribuiscono alla riflessione che anche noi stiamo portando avanti in occidente. Alcune conclusioni su di noi: Ma che cosa significa tutto questo per noi comunistə in occidente? Prima di tutto dovremmo riconoscere che la nostra marginalità ideologica non è universale. Che mentre qui ci dibattiamo nel post-politico, altrove si combatte. E si combatte ancora in nome del socialismo, della giustizia sociale, dell’autodeterminazione. Un altro elemento è il razzismo epistemico che l’Occidente — anche quello progressista — che esercita verso molte realtà extraeuropee e soprattutto asiatiche. Pensiamo che se qualcosa non esiste nella sfera di influenza occidentale, allora non esiste. Pensiamo al rojava, ai mapuche, quindi comunque pensiamo alla sfera di influenza occidentale. Se un comunismo esiste altrove secondo noi è arretrato e rurale come in India, o primitivo e restrittivo, come quello cinese, o al massimo meramente imitativo. Le forme di lotta, organizzazione o teoria politica "valide" sono solo quelle sviluppate qui da noi. Ma questa è una proiezione coloniale, è razzismo culturale: assumiamo che il centro della modernità, dell’innovazione politica e del pensiero critico sia esclusivamente nostro e i movimenti comunisti armati in Asia sono trattati come folklore. Molte esperienze di lotta non solo non vengono raccontate, ma non vengono nemmeno pensate o ascoltate. Basta pensare a come sono state trattate le recenti rivolte dei contadini in India. Quasi invisibili nei nostri media sono anche completamente assenti anche nel dibattito politico dei gruppi ambientalisti radicali europei. Magari si sa che esistono, ma ci si concentra sull’agroecologia nel Chapas, quindi nella sfera occidentale. Questa invisibilità non è casuale: è una forma di controllo del sapere. Spivak si chiedeva già nell’88 se i soggetti subalterni possano veramente parlare, essere ascoltati, compresi, considerati legittimi come soggetti che producono conoscenza. Decidere chi può produrre teoria, chi può essere soggetto politico legittimo, è già un atto di potere. Sarebbe il momento che oltre a parlare di anticolonialismo i movimenti radicali dell’ovest globale rivolgessero lo sguardo a ciò che c'è oggi nel mondo. Per i movimenti radicali rafforzare una visione internazionalista deve significare anche rivolgere lo sguardo verso l’Asia, perché lì si giocano oggi molte delle partite decisive del presente e del futuro. Forse il motivo più profondo per cui l’ovest radicale non guarda all’Asia è una forma di difesa narcisistica. Siamo marginali nel mondo, e l’idea che altrove ci siano movimenti più forti, più organizzati, più avanzati teoricamente e politicamente, non ci piace. Quindi è più facile ignorarli, o considerarli 'non abbastanza puri' come quelli del Nepal, o 'non abbastanza innovatori' come quelli del Bangladesh, che non hanno partecipato alle lotte degli studenti. Ma tutto ciò in realtà ci permette di non confrontarci con la nostra propria irrilevanza. stacchetto Clausole di salvaguardia Questa trasmissione è stata costruita cercando, paese per paese, informazioni sui gruppi armati su wikipedia e sui media in inglese. Ovviamente in paesi dove i media sono completamente controllati (Buthan) o sono molto di influenzati dai gruppi di potere al governo, nonostante i gruppi armati siano piuttosto attivi (India, Filippine) è molto difficile trovare qualcosa di concreto. Abbiamo per ogni gruppo cercato sui media le loro ultime azioni per confermare le notizie storiche che abbiamo trovato. Se manca qualche gruppo saremo felici se ce lo farete sapere. Va fatto notare che dei gruppi armati che abbiamo menzionato sappiamo in realtà poco, e di quasi tutti il governo mette in giro voci sul fatto che si finanziano con attività illegali, estorsione, commercio di droga. Sul commercio di droga non abbiamo gli strumenti per commentare o rettificare, forse è più realistico nel caso del Myanmar, che è uno dei centri globali della produzione. Rispetto alle estorsioni, ci siamo sentite di sanzionare la definizione e cambiarla in "richieste di denaro alla borghesia locale", in quanto queste informazioni vengono sempre da media affini al governo in carica e quindi non ci sembravano realistiche. Di tutti questi gruppi si sa che applicano, quando ne hanno le forze, una tassazione. Se chi ascolta sa che alcuni di questi gruppi hanno una qualunque forma di attività politicamente inaccettabile, saremmo liete di saperlo e di rettificare, in futuro. Ci pare che in ogni caso valesse la pena menzionare il più possibile tutti i gruppi esistenti. Abbiamo escluso il Baloch Liberation Army del Pakistan perché, nato nel 1964 come movimento marxista-leninista, sembrerebbe che si sia evoluto verso un nazionalismo etnico. Dopo aver intensificato la sua campagna armata nel 2024, ha recentemente dichiarato l’indipendenza del Balochistan, una provincia pakistana grande quanto la Germania che copre il 44% del territorio del Pakistan. Sebbene simbolica, questa dichiarazione di indipendenza riflette una presenza significativa che riduce di fatto il controllo dello stato. Il gruppo conta circa 800 combattenti e, con 71 attacchi in 51 località questo maggio, dimostra una notevole capacità militare. Se qualcuno avesse informazioni più dettagliate sulle radici ideologiche del movimento, sarebbe utile condividerle. Va notato che i media indiani danno ampia visibilità a questo gruppo armato usandolo in chiave critica verso il Pakistan Ci ripromettiamo, magari un giorno, di fare una trasmissione sulle forme di organizzazione delle lotte per il lavoro di ispirazione marxista in Asia. *La conformità dell'ipermodernismo In questa trasmissione, ogni volta che ci ripromettiamo di parlare di un paese, proviamo ad essere ciniche ma obbiettive, e poi alla fine succede sempre che di quel paese ne parliamo male. In Asia ci sono diversi paesi che fanno parte in maniere diverse dell’Ovest Globale, magari culturalmente come l’Australia, oppure dal punto di vista geopolitico. Questi paesi sono il Giappone e la Corea del Sud, e un pochino anche la Tailandia visto l’aumento esponenziale della sua importanza turistica e magari sempre più anche Vietnam Malesia e Singapore per via della loro importanza strategica. Parlare dei paesi orientali dell’Ovest Globale è complesso, perché i media occidentali sono pieni di montature e menzogne. Quindi quando ci siamo ritrovato a pensare un inizio di trasmissione sulla Corea del Sud, abbiamo pensato che invece di introdurla con dati e informazioni, avremmo invece introdotto il paese con frasi ed espressioni che qualcuna di noi si è sentita dire di persona, o che abbiamo trovato online. Eccole qua. Un signore nel parco a Seoul, con due cagnolini uguali. La ragazza gli passa accanto e gli fa dei complimenti. Lui risponde “Sono cloni, li ho fatti clonare due anni fa dopo che il mio cagnolino era morto”. Vedo un conoscente coreano che non vedevo da parecchio in un caffè. E mi fa “Ma ciao, ma da quanto tempo, ma come ti vedo bene! Ma ti sei fatta la plastica? forse hai il mento più fino, vero?” Uno scolarodi 8 anni rientra nel suo condominio, una torre di 50 piani a Seoul. Sono le 10.00 di sera, ha appena finito la scuola serale. Chiama sua madre “Mamma, vado nella sala studio silenziosa a piano terra, devo fare i compiti”. Una ragazzina felice che riceve in regalo per il suo diploma una plastica facciale. Un operaio di una enorme ditta siderurgica coreana vive con la moglie all’interno della fabbrica, in un piccolo appartamento, e passa i fine settimana a fare il volontario a nome della sua azienda. “è molto comodo vivere qui, e quando siamo liberi ci troviamo sempre insieme con i colleghi che vivono nella fabbrica, ossia quelli che non stanno facendo gli straordinari” Un trentenne dichiara ad una televisione: “Non ho intenzione di fare figli, sono troppo costosi, già mi devo pagare un appartamento” Un informatico racconta: “Faccio il contadino part time, lavoro in una grande impresa, ma ho un’azienda qui vicino Busan. Con il cellulare controllo irrigazione fertilizzanti. In genere ci vado il fine settimana” Un trentenne decide di fare una plastica facciale “Ho mandato più di mille curriculum, voglio farmi la plastica per apparire più attraente nei colloqui di lavoro”. Un operaio sessantenne arriva dal lavoro e dice “La Corea è un piccolo paese che non si è ancora sviluppato. Dobbiamo tutti dare il nostro massimo per svilupparci”. Pausa musicale Come sapete la key pop è un genere musicale coreano divenuto famosissimo nel mondo, tanto che la prima canzone che vi proponiamo è di Black pink (il più famoso gruppo key pop femminile) e si intitola Kill this love L’economia della Corea E allora cominciamo dall’economia. Contrariamente a quanto dice questo operaio che abbiamo appena citato, con quasi 52 milioni di abitanti e la dimensione più o meno del Portogallo, la Corea del Sud è il 12esimo paese più ricco del mondo e fa parte dell’OCSE, l'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico che riunisce tutti i paesi industrializzati. Ma come ha fatto la Corea a diventare così ricca?? Uscita praticamente distrutta da una tremenda dominazione giapponese durata dal 1910 fino al 1945 e poi dalla guerra con quella che è adesso la Corea del Nord fino al 1951, la Corea era un territorio rurale con rimanenze feudali. Nel 51, grazie alla guerra fredda, in 12 anni la Corea del Sud ricevette dagli USA la stessa quantità di soldi che gli USA diedero a tutta l’America Latina nello stesso periodo. In certi anni, gli USA diedero alla Corea la stessa quantità di soldi di quello che era il loro prodotto interno lordo, e le infrastrutture furono ricostruite rapidamente. A differenza del feudalesimo, storicamente fino al 1910 la Corea aveva sviluppato una monarchia confuciana centralizzata e burocratica che lavorava per limitare il potere locale. Ed è su questa base culturale che si fonda oggi il paese. Il governo ha instaurato un approccio di “capitalismo guidato”, controllato e burocratizzato, che finanzia imprese attraverso prestiti, risorse finanziarie e garanzie di rimborso dei prestiti che hanno fatto esplodere industre pesanti, chimiche, elettroniche e di alta tecnologia. Queste imprese, alcune di esse familiari e chiamate Chaebol (pronuncia ciaebol), sono state le protagoniste della crescita del paese, ma sono anche probabilmente il suo più grande problema. Alcuni nomi sono LG, Hyundai e ovviamente Samsung. Queste imprese sono cresciute con una ricetta molto simile a quella degli altri paesi asiatici, un’industria focalizzata sull’esportazione, di quelle che non piacciono a Trump. Le chaebols generano l'85% del PIL del paese ma offrono solo il 10% dei posti di lavoro. Sembra che Samsung da sola sia circa il 20% del PIL del paese. Le Chaebols usano la loro ricchezza per influenzare in ogni modo il sistema democratico, hanno posizioni dominanti sia nella politica che nella diplomazia, viaggiano nelle delegazioni ufficiali del primo ministro, e sono viste some vitali per la competitività del paese. Sono in genere di proprietà di una famiglia, che con una piccola percentuale di azioni mantiene il controllo, e i cui membri occupano posizioni chiave in sussidiarie ed affiliate. La famiglia è la figura paterna della gerarchia, la leadership, e le Chaebol chiedono lealtà e devozione a lavoratori e lavoratrici. Si, abbiamo detto devozione. Le Chaebol sono state e continuano ad essere protagoniste di scandali continui, corruzione e problemi di diversa natura. Citiamone alcuni. In Corea le tasse di successione ammontano al 50% del valore del bene ma nessuna di queste imprese familiari le paga. Per esempio, il fondatore di Samsung ebbe un attacco di cuore nel 2014, entrò in coma e vi rimase fino alla sua morte nel 2020. La famiglia ha nel frattempo riformato la struttura societaria della Samsung per assicurarsi di non dover pagare le tasse di successione, grazie ad una mazzetta data alla presidente Park. A questo seguì l’impeachment e arresto della Presidente. Il figlio del padrone della Samsung, fu anche lui imprigionato. Il fondatore della Samsung, è anche stato protagonista di vari casi giudiziari per evasione fiscale e corruzione, ma vista l’importanza della compagnia, è stato più volte perdonato. Uno dei più divertenti scandali fu l’episodio della “rabbia delle noccioline” in cui la figlia del proprietario della Korean Air subì una condanna ad un anno di carcere perché si era talmente arrabbiata con la hostess che le aveva servito delle noci di macadamia non in un contenitore di porcellana ma in un sacchetto di plastica che l’aveva picchiata e aveva forzato l’aereo a ritornare al gate per far scendere la hostess. Lo scandalo della Hambo, la più grande industria di acciaio, fu uno dei fattori scatenanti della crisi delle Tigri Asiatiche del 1997. La crisi delle Tigri Asiatiche è la più famosa catastrofe finanziaria. Coinvolse soprattutto Corea, Taiwan, Singapore e Hong Kong e fu in parte scatenata dalle chaebols. Dopo l’inizio della democrazia dell’87, della quale parleremo dopo, ci fu la deregulation finanziaria degli anni '90. Il Giappone all'epoca aveva diminuito parecchio il tasso di interesse sul valore del denaro per una crisi dovuta agli accordi del Plaza con gli Stati Uniti, sempre la stessa cosa di oggi con le guerre commerciali dovute alla sovrapproduzione giapponese . In Corea di conseguenza nacquero molti istituti di credito poco credibili e iniziarono ad accedere ai prestiti in moneta giapponese. Nel frattempo, le chaebols, che avevano bisogno di fondi, crearono un castello di carta di prestiti con queste banche poco credibili, dove i prestiti venivano garantiti dalle consociate ed affiliate delle choebols stesse. Quando la Hambo per prima dichiarò fallimento, ad inizio 97, fu seguita a cascata da molte delle grandi imprese coreane. Il governo tentò un po’ di tutto fin quando fallì anche la Kia, e il governo fu costretto a rivolgersi al Fondo Monetario Internazionale, e chiedere un prestito di salvataggio (bailout) di 55 miliardi di dollari che per molti anni rimase il più alto della storia. La Corea finì di ripagarlo nel 2001. La politica in Corea Come possiamo immaginarci, la politica in Korea è fortemente influenzata dalla sua storia che ha visto un pezzo del paese dividersi e diventare comunista, e il susseguente succedersi di governi autoritari, colpi di stato, e stretti legami fra la classe politica e la classe economica corrotta. Sulla carta la Corea è una democrazia presidenziale con elezioni regolari, ossia è dei nostri, ovest globale. Potere esecutivo, legislativo, e giudiziario sono distinti. Però, il paese è polarizzato fra un partito liberale di centro sinistra e un partito di centro destra conservatore, che hanno visioni ideologiche, regionali, generazionali, e storiche opposte e governano su una stratificazione di leggi repressive che rimangono in piedi dalle dittature. Nei primi anni dopo la guerra della Corea, gli USA si assicurarono di sostenere attivamente lo stato autoritario che rimase in piedi. Nel periodo 1948 - 60 ci fu un presidente, Singman Rehee (pronuncia Singman Rehii), anticomunista autoritario che falsificava i risultati delle elezioni e sopprimeva il dissenso. Resta famoso per la repressione della ribellione di Jeju (pronuncia Giegiù) che fece 14,373 vittime- Il padre della nazione in due anni dal 48 al 50 arrestò 30,000 cosiddetti comunisti e mandò 300,000 persone in campi di rieducazione. Dal 63 Park Chung-hee (pronuncia Park Ciunhii), un militare, salì al potere attraverso regolari elezioni però ci rimase in veste di dittatore eletto fino al 79. Park iniziò l'industrializzazione che vediamo oggi ma si mantenne al potere grazie a legge marziale, repressione, e abusi dei diritti umani. Park è anche il padre della Presidente arrestata nel 2017 di cui sopra, e rimane una figura divisiva perché durante la sua epoca ci furono assassini arresti e rapimenti, oltre a una dichiarazione di stato di emergenza con auto-colpo di stato che gli permise di introdurre una nuova Costituzione autoritaria. Durante il suo potere, Park dichiarò parecchie volte lo stato di emergenza, ricordatevelo perché è importante dopo. L’ultima volta che dichiarò lo stato di emergenza fu nel 79 per reprimere una rivolta studentesca. Pochi giorni dopo il capo dei servizi Segreti lo assassinò, a quanto pare a sangue freddo dopo un banchetto, dicendo che Park era un rischio per la democrazia. E in effetti lo era. Questo successe a fine ottobre e a quel punto ci fu destabilizzazione nel paese: un ammutinamento il 12 dicembre 79 del quale abbiamo capito molto poco ma fondamentalmente parti diverse dei militari si spararono per strada a Seul, instaurazione della legge marziale, i leader di opposizione vennero arrestati e iniziò la dittatura sotto Chun Doo-hwan (pronuncia Ciun Doouan), un altro militare, anche se all’inizio Chun non era ancora primo ministro. Lo divenne nell’80 e mantenne il potere per 8 anni. Rimane famoso per il Massacro di Gwangju (pronuncia Guangiù) dove il numero di manifestanti pro-democrazia uccisi va da 1,800 a 3,500 a seconda delle fonti, mentre il governo disse 144, che neanche sono pochissimi del resto. Di quel maggio 1980 sappiamo di altre 187 persone ammazzate dal governo e 76 desaparecidos. Come si può immaginare, con questa fila di dittatori o uomini forti, lavoratori e lavoratrici e studenti erano in lotta e fino alla Rivolta Democratica di giugno dell’87, che forzò il governo a consentire le prime elezioni presidenziali. Quindi si, la Corea del Sud è dei "nostri", ma la sua democrazia è nata solo nell’87. A quel punto la Corea approvò anche una nuova costituzione democratica e da allora fino al 2024, seppure con scandali e problemi, ha avuto elezioni regolari. Questa fila di dittatori però ha condizionato la forma mentis di un paese nel quale sono normalizzate la presenza di militari, e di personaggi non eletti in ruoli di potere. Abbiamo calcolato con una ricerchina su internet che la legge marziale in corea c’è stata sembra per 5 lunghi periodi dal 45 al 87. Forse quindi adesso chi ascolta può comprendere la reazione della società civile quando a dicembre 2024 il Presidente Yoon Suk-yeol (pronuncia Ion Sukiol), conservatore, prese il potere sull’Assemblea Nazionale e instaurò la legge marziale dicendo che il partito di opposizione era in mano alla corea del nord in quello che sembra essere stato un tentativo di auto-colpo di stato per instaurare una dittatura. Dopo il suo impeachment, una serie di presidenti si sono succeduti per breve periodo e il paese ha votato ieri, 3 giugno. Il vincitore, Lee Jae Myung (pronuncia Lii Giaemiung) è un democratico, cosa che non stupisce dato quello che hanno combinato i conservatori, e forse democratico in Corea è pure una parola grossa. Comunque, Lii viene da una famiglia molto povera e per sostenerla ha dovuto iniziare a lavorare a 15 anni, anche se poi ha ricominciato a studiare ed è diventato avvocato e poi ha fatto tutta la gavetta politica, inclusi doverosi scandali, fino ad oggi. Quando era ancora a livello provinciale aveva messo in piedi una forma sebbene limitata di reddito universale, e nella campagna elettorale ha promesso di occuparsi della povertà sotterranea ma ancora presente. PAUSA MUSICALE ancora un gruppo kpop coreano, gli Exo K La vita oggi in Corea La repressione In Corea si può protestare, scioperare, si è liberi, sì, ma fino ad un certo punto. Il cosiddetto Atto di Sicurezza Nazionale, approvato nel 1948, rimane in vigore. La costituzione, certo, garantisce libertà di parola, stampa, petizione e assemblea. Però, per esempio, grazie all’ Atto di Sicurezza Nazionale è vietato parlare bene della Corea del Nord, formare organizzazioni che spingano verso un diverso tipo di governo del paese, avere o distribuire materiale antigovernativo, e non fare delazioni alla polizia se si è a conoscenza di uno dei comportamenti elencati. In pratica, se ci pensate bene, è vietato quasi tutto quello che riguarda avere una opinione politica, perché “ribellione contro lo stato” vuol dire tutto. Sulla base di questa legge si calcola che dal 78 ad adesso sono stati vietati 1,220 libri. Di questi divieti si occupa un ente chiamato Istituto Democratico Ideologico, che basa il suo lavoro su un articolo della legge che vieta le “espressioni del nemico”. Qualunque libro vagamente marxista può essere vietato. Sulla base di questo articolo per esempio una persona è stata arrestata per aver condiviso online una pubblicazione nordcoreana (tra l’altro con l’intenzione di deriderla). Ovviamente, grazie a questa legge sono vietati partiti o associazioni anticapitaliste. Pare che le ultime volte che questa legge è stata applicata q singoli individui risalgano all’anno 2011 però nel 2013 la corte costituzionale ha bandito un partito, chiamato Partito Progressivo Unito, perché tacciato di essere filo nord-coreano. Detto tutto ciò, resta da vedere quale è l’impatto psicologico di vivere in un paese in cui se sei marxista stai usando “espressioni del nemico” e appare evidente come una legge come questa, in un paese che ha avuto ripetute dittature fasciste, possa plagiare un intero paese. Il Lavoro e in generale la responsabilità La Corea del Sud è passata dal 22% di alfabetizzazione nel 1945 alla percentuale di laureati universitari più alta al mondo, e da molti è considerata la nazione che si è industrializzata e sviluppata più velocemente nella storia, in soli 30 anni, scettro probabilemnte scippato dalla Cina. Le ragioni di questo successo sono i soldi statunitensi, la guida governativa al capitale, ma anche una cultura del lavoro che fa sì che i coreani lavorino tantissimo, non vadano mai a casa prima del loro capo, trovino normale dormire in ufficio e uscire con i colleghi ogni giorno invece che avere una vita privata. Lo scopo di vita dei giovani è di trovare un lavoro in una chaebol, meglio di tutti in Samsung. Per far questo si sottopongono a ritmi di studio massacranti con la scuola fino al pomeriggio, poi un doposcuola che dura fino a sera, poi i compiti fino alle una del mattino. Fanno impressione i video online di bambini e bambine che studiano metodicamente fino a tarda notte, non vanno in vacanza, non giocano. Tutto ciò per cercare di entrare nelle università più famose che sono tutte a Seoul. La maggioranza studia a Seoul, la maggior parte della produzione è a Seoul, la gente rimane a vivere lì, e Seoul raccoglie la metà della popolazione del paese mentre le campagne si spopolano. La Corea del Sud ha uno dei tassi di suicidio più alti al mondo, e si dice che sia tra le nazioni più infelici proprio a causa dei ritmi di lavoro e del numero di ore che la gente passa al lavoro. In aggiunta, è uno dei paesi con più incidenti sul lavoro dell’OCSE, ed esiste anche una parola per dire morire di iperlavoro, gwarosa (pronuncia guarosa), che significa proprio il morire mentre si lavora. Per esempio, 14 persone sono morte di iperlavoro trasportando pacchi nel periodo della pandemia. Nel contempo, come in molti paesi dell’ovest globale, le persone non vogliono più fare lavori di fatica, e per questo in Korea al momento ci sono circa un milione di lavoratori e lavoratrici immigrati di cui il 10-20% illegali. Allo stesso tempo, la disoccupazione giovanile cresce, anche perché come abbiamo appreso prima sono soprattutto i laureati delle università importanti che trovano lavoro nelle chaebol, mentre quelli laureati in università secondarie restano con il cerino in mano. Niente figli, niente matrimonio La Corea è il paese al mondo con il più basso tasso di natalità, tale che si calcola che nel 2100 la popolazione sarà diminuita di un terzo rispetto a oggi. Facendo un rapido giro online si capisce che dal punto di vista del coreano medio, per avere un figlio bisogna avere abbastanza soldi per mandarlo in una delle università di Seoul. Per far questo, bisogna pagare al figlio il doposcuola tutti i giorni, e bisogna anche vivere a Seoul, che è una città carissima. Quindi le persone non fanno figli. In realtà, la Corea è anche fra i paesi al mondo con meno matrimoni. Grazie a tutto ciò Corea ha anche un enorme problema di spopolamento delle campagne e delle città secondarie. La metà della popolazione coreana vive a Soul e tutti i tentativi di delocalizzare la produzione stanno fallendo perché, grazie ai treni super veloci, le persone vanno a lavorare in altre città ma fanno i pendolari da Seoul La Vecchiaia La Corea ha un alto numero di anziani a causa della ridotta natalità e si avvia ad averne presto più del Giappone. Ma il governo non se ne occupa e la Corea ha il livello più alto di povertà fra gli anziani dell’OCSE. Il sistema pensionistico esiste solo dal 1988 e rimane ancora oggi malfunzionantee Rimane quindi un fenomeno visibile quello degli anziani che, pur anche percependo una pensione, sono costretti a lavorare almeno un po’ fino alla morte. La tecnologia Fino al 2022 la Corea era la nazione più avanzata tecnologicamente al mondo, ma oggi è stata superata dalla Cina nel campo dei semiconduttori. Non diciamolo a Trump! Comunque la Corea è ancora oggi una delle punte di diamante della quarta rivoluzione industriale. In Corea ci sono 50.4 milioni di persone che usano internet su 52 milioni di abitanti, quasi tutti col 5G, internet superveloce, quasi tutti i servizi del governo digitalizzati come i pagamenti , ci sono sistemi di intelligenza artificiale per regolare i flussi del traffico urbano, l’illuminazione pubblica è automatizzata, così come la raccolta dei rifiuti, la sicurezza (eh sì le telecamere), e la cura della persona inclusa l’automatizzazione della gestione degli anziani che vivono soli. Famoso è il fatto che la tecnologia ha aiutato a combattere il COVID con tracciamenti altamente sofisticati dove si univano GPS dei telefonini, dati delle carte di credito e telecamere di sorveglianza per rintracciare i contagi, che infatti sono stati pochissimi. È normale per esempio essere contadini a distanza, come secondo lavoro, mantenendo i campi attraverso applicazioni telefoniche automatizzate. Questo ipermodernismo caratterizza ormai parte dell’Asia. Chi non ha attraversato questi paesi non si può rendere conto di cosa significa vivere e come è diverso vivere il quotidiano in una società ipertecnologica, ma ci sono ovviamente anche gli aspetti negativi, come la deriva voyeurista coreana per cui le donne sono costrette a controllare che non ci siano telecamere ogni volta che entrano in un bagno pubblico. È diventato infatti comune condividere immagini di donne in bagno fatte con microcamere nascoste. Ma la tecnologia va anche veramente oltre la nostra cultura e i nostri tabu. La clonazione degli animali domestici, in Corea, è normale e consentita. Con 80,000 dollari si può clonare il proprio cane. Pare che uno dei problemi di salute più comuni sia che gli animali clonati talvolta hanno difficoltà a chiudere gli occhi. I proprietari dei cani invece si lamentano che viene clonato l’animale, ma il comportamento è diverso da quello originale. E poi il lusso. I coreani adorano le persone con vestiti o oggetti di lusso, che vivono vite lussuose, aspirano a diventare come loro, li ammirano. Nulla di nuovo nel capitalismo, direte, quindi andiamo oltre ma ricordatevene. In Corea, da 9 a 13 persone 1000 si fanno la plastica, e fra le giovani una donna su tre sotto i 30 anni si è fatta la plastica. Culturalmente, la chirurgia plastica è una pratica accettata come forma di automiglioramento ed è tipicamente un regalo di fine ciclo scolastico. Per quanto strano possa sembrare, la plastica è una forma di allineamento e di standardizzazione ad un ideale di bellezza che serve ad avere successo personale e professionale. Le operazioni più comuni riguardano il naso e la palpebra cadente. Ci sono anche molte operazioni per ingrandirsi gli occhi e alzarsi il naso, ossia averli più simili a noi occidentali. Hanno poi lanciato la “baby face” ossia l’uso ossessivo di skincare e procedure cosmetiche per avere una pelle fresca, liscia e radiante, con una dissonante e perversa somiglianza alle fantasie sessuali dei maschi di una certa età. Hanno poi lanciato globalmente una forma di mascolinità femminilizzata, quella del k-pop, che ha fatto tanto successo che in Cina il Partito sta cercando di vietarla. Parecchio particolari appaiono le scelte di autodeterminazione dei giovani. Una novità della genZ è “l’analisi dell’apparenza”, un servizio di consulenza che studia il tipo di capelli e la forma dello scheletro per suggerire lo stile migliore di acconciarsi o l'outfit adeguato alla forma del corpo (non stiamo scherzando). Un’altra forma di auto-esplorazione che va per la maggiore per “scoprire come si è” è rivolgersi a indovini. Più in generale, è in espansione la self-care, inclusa l’assistenza psicologica. Che detto tutto ciò ci pare che serva. In corea, lo status originariamente era legato alla posizione sociale nella monarchia. Ora dipende dal censo. Ci sono persino diversi linguaggi, diversi modi di parlare a seconda dello status delle persone, c’è un linguaggio alto, uno medio, e uno basso, e c’è persino un cappello, chiamato kat, che si può indossare solo se hai un certo rango sociale. Per questo, per superare le barriere sociali che sono imposte alla nascita è diventato fondamentale trovare modi per competere, per andare più avanti degli altri. Per esempio, la gioventù parla di “costruire le loro specifiche” come si dice: significa fare corsi aggiuntivi, volontariato, ecc. al fine di costruire un’immagine ideale di un sé competitivo nel mondo del lavoro. Oppure farsi la plastica non per la bellezza in sé ma come investimento e come progetto di miglioramento. C'è poi chi spende tutto in un hobby o in gratificazioni che non si può permettere solo perché vuole dimostrare che può farlo e che può vivere come vuole e differenziarsi dagli altri. Questo tipo di comportamento e di percezione della realtà porta a burnout, malattie mentali, e senso di isolamento. Nonostante la società coreana sia di base confuciana, quindi collettivista, nelle ultime decadi è diventata allo stesso tempo individualista, ma non dello stesso tipo di individualismo che abbiamo noi a ovest che si potrebbe riassumere con “fai ciò che ti rende felice”. In Corea sembra che invece si tratti di competizione e performance che ti permetta di sopravvivere in una società ultra-competitiva. Quindi i coreani devono sempre continuare a migliorarsi, a conquistare terreno rispetto agli altri, a conquistare punti, sia a scuola, sia sul lavoro, sia nel cercare lavoro, sia nella comparazione sociale nelle normali interazioni fra pari. Film e serie - pensiamo a Sqquid game e Parasite - molto amate anche in occidente lo documentano Mettendo insieme tutto questo, capitalismo rampante, corruzione, concentrazione della ricchezza, università di élite, istruzione costosa, competizione rampante, non sorprende che il paese sia uno dei più ineguali dell’OCSE. Rispetto ad un salario medio di 31,000 dollari all’anno, il 10% più povero della popolazione guadagna circa 6,000 dollari solamente. PAUSA MUSICALE altro gruppo key pop molto famoso i Bangtan Boys Conclusioni – Autoritarismo, identità postcoloniale, e consumo Lo sviluppo economico basato sull’autoritarismo in Corea ha gettato le basi per un’identità nazionale legata al successo economico e alla modernizzazione, un nazionalismo sviluppista, in cui il progresso industriale e l’orgoglio nazionale si fondono. Oggi gli individui associano il loro successo economico al consumo che determina inclusione sociale e identità personale. Durante la dittatura, la crescita economica era una missione nazionale. Oggi, il consumo economico è una missione personale. In una società che affonda le sue radici nel collettivismo, che quindi deve focalizzarsi sul bene della società tutta, l’autorealizzazione è la vittoria della nazione, ergo la vittoria del consumo è la vittoria della Corea attuale. I chaebol sono diventati simboli della rinascita nazionale dopo l’umiliazione della colonizzazione e dopo la guerra, ma sono anche strumenti moderni di conformismo consumistico. La loro egemonia implica che l’identificazione con un marchio nazionale è sinonimo di appartenenza sociale, ma allo stesso tempo rafforza il consumo conformista. Lo status non consiste solo nella ricchezza, ma anche nel possedere in specifico prodotti delle chaebol (es. smartphone Samsung, auto Hyundai). E naturalmente anche i poveri aspirano a far parte della narrazione coreana del successo. Si parla di “consumismo conforme vistoso”: le persone ostentano il proprio status e si conformano allo stesso tempo alle norme e aspettative sociali. Allo stesso tempo, in una società che continua a negoziare la propria identità postcoloniale, i consumatori coreani spesso praticano una sorta di "mimetismo inverso": adottano pratiche di consumo altrui (tipo marchi di lusso stranieri) per riaffermare un’identità locale di successo, o la loro aspirazione al successo. In un sistema politico dove la partecipazione democratica è alta ma la mobilità sociale è limitata, il consumismo diventa sia un meccanismo di compensazione e di autorealizzazione, ma anche un luogo di tensione culturale e politica rispetto alla propria identità postcoloniale. In totale, significa che la gioventù coreana si sta spostando velocemente dagli ideali collettivisti che forgiano l’identità asiatica verso un’espressione individuale marcata attraverso il consumo, mentre operano ancora sotto forti pressioni sociali e normative. Questo paradosso mostra l’evoluzione dell’identità postcoloniale in una società globalizzata e iperconnessa. Il consumo diventa branding personale e sopravvivenza culturale, il “successo” dipende da come si performa in anticipo l’identità attesa-aspirata, prima che essa accada. Se ostentare ci può sembrare normale perché qui in Europa lo fanno in molti, si tratta invece di una grande novità in una società di base confuciana. STACCHETTO Clausole di salvaguardia Per costruire questa trasmissione abbiamo letto tante riviste e notizie, e abbiamo consultato articoli scientifici e wikipedia, a abbiamo guardato video di influencer. Abbiamo anche pensato che non era necessario parlare delle cose famose che tutti sanno della Corea del Sud per non far diventare la trasmissione troppo lunga. Ciò nonostante, siamo anche convinte che non sia possibile riassumere cosa succede in una società che passa da feudalesimo a massima espressione mondiale della ipertecnologia in 30 anni, e ci pare di aver capito molto poco. La Corea ci viene anche mostrata come socialmente molto moderna, con i giovani maschi truccati e le ragazzine in gonna corta. In realtà la parità femminile è legiferata ma non reale, mentre non ci sono leggi pro lgbt. La società ipermodernista rimane conservatrice, patriarcale, omofobica e xenofobica. Allo stesso tempo va detto che la Corea è sulla carta libera e c’è il pieno diritto a manifestare, associarsi e protestare, anche se filtrato per classe, genere, e identità sessuale. Tutto questo è talmente complesso richiederà una trasmissione a parte. *CHI-RUS-VIE-LAO-BAN-IND-AFG Negli ultimi giorni, con stupore dall'occidente abbiamo appreso che ci sono scontri armati al confine tra Tailandia e Cambogia. I nostri media, visto anche che questi due paesi sono noti a molti europei perchè in migliaia ogni anno ci vanno in vacanza, ne hanno parlato abbastanza. Abbiamo cercato di documentarci leggendo il Bangkok Post e Khmer Times (media in inglese di Tailandia e Cambogia) e cercando voci indipendenti su youtube Iniziamo con una legenda, ossia una lista di nomi per orientarsi. USAID (pronuncia iu-es-aidì) è o era un’agenzia del Governo degli stati uniti, responsabile dell’amministrazione degli aiuti allo sviluppo, che fu fondata da Kennedy nel 1961. Era la più grande agenzia di cooperazione bilaterale al mondo. Trump come noto, all'inizio del suo secondo mandato ha tagliato in modo molto massiccio questa organizzazione e ad oggi, solo il 17% di quello che era IU-ES-AIDi' rimane in piedi, non proprio più agenzia indipendente ma sotto il controllo diretto di Marco Rubio, Segretario di Stato, inoltre pochi giorni fa Rubio ha annunciato che licenzieranno altre persone. A USAID sono stati cancellati tutti i programmi woke e tutti programmi cosiddetti non di interesse nazionale. Il National Endowment for Democracy (NED), o fondo nazionale per la democrazia è una organizzazione non governativa “quasi-autonoma”, ossia praticamente finanziata quasi solo dal governo statunitense. NED è stata fondata nel 1983 per rinforzare la democrazia e l’anticomunismo all’estero. Il suo primo presidente, Allen Weinstein, 10 anni dopo, ammise che molto di “ciò che fa la NED pubblicamente è quello che prima faceva, in segreto, la CIA”. Ricordiamoci che la prima operazione di manipolazione della democrazia sono state, nel 1948, le elezioni italiane in cui vinse la Democrazia Cristiana a suon di sacchi di denaro per finanziarne la campagna elettorale, metodo che poi NED ha riprodotto, come racconteremo. In Francia, dove sono stati pubblicati diversi libri sull’impatto della NED sulla politica interna, la NED è stata definita “la finestra della CIA sull’esterno”. La NED, a cui nell'era Trump 2, sono stati tolti tutti i fondi governativi, rimane comunque aperta ma senza più capacità di lavorare, e dal sito pare che, effettivamente, non facciano più quasi nulla. Fa un po’ ridere che Karen Bass, sindaca di Los Angeles che abbiamo visto impegnata a difendere la propria città durante le manifestazioni contro le deportazioni dei migranti, sia stata per anni un alto rango della NED, e quindi abbia contribuito e pagato rivolte, anche violente, per la democrazia in giro per il mondo. Chi di spada ferisce… Radio Free Asia è una radio e una rivista online, che era finanziata dall’Agenzia degli Stati Uniti per i Media Globali e che si occupa di pubblicare notizie dai e sui paesi dove c’è un (tra virgolette) “ambiente media poco sviluppato”, per gli Usa quindi Cina e paesi comunisti in Asia, inclusi articoli in lingua. La stessa Agenza per i media globali finanziava anche Voice of America, la più grande televisione cosiddetta di anti-propaganda degli Stati Uniti che copre o meglio copriva tutta l’Asia con varie trasmissioni in varie lingue. La stessa Agenza per i media globali finanzia anche Radio Free Europe, detta anche Radio Liberty che fa ridere, ha la stessa origine e copre l’est Europa (perché evidentemente secondo gli americani l’est Europa è ancora comunista), l’asia centrale, il caucaso, e il medio oriente. Dopo che all’Agenzia sono state ormai nessuna importanza strategica, data la scarsità di notizie che riescono a trasmettere. Invece, Radio Free Europe continua a funzionare, visto che da marzo è pagata dalla UE. Evidentemente anche la UE pensa che in Europa dell’est ci sia ancora il comunismo. Introduzione Finita questa lista di nomi, ci dispiace dover introdurre trasmissione con una citazione del governo Trump, ma tant’è. Marjorie Taylor Greene (pronuncia Margiori Teilor Griin), famosa per essere considerata la spia e la portavoce della Russia di più alto rango nel Trump2, e Presidente del sottocomitato di Sorveglianza del DOGE nella Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti, in una udienza del comitato stesso, il 6 febbraio, ha dichiarato: USAID (pronuncia iu-es-aidì) “ha segretamente finanziato gruppi, mercenari, e reti antigovernative sotto la copertura degli aiuti umanitari, incluso supporto a fazioni militari e sforzi di propaganda in collaborazione con il NED”. In questa trasmissione vorremmo dimostrare che, nonostante il governo Trump ci faccia ribrezzo, il ruolo di queste agenzie era davvero quello che dice la terrificante Greene. E per farlo, faremo una non completa (ma spaventosa) carrellata di quello che il complesso disinformativo industriale ha combinato in Asia negli ultimi decenni e anche un po’ prima. Vi avvisiamo che, con alcune delle operazioni pro-democrazia che IU-ES-AIDI' e NED hanno compiuto ci troveremo pure d’accordo. Non dobbiamo farcene una colpa. Essendo persone occidentali e comuniste, ci troviamo a stare dalla parte dei soggetti oppressi e, ogni tanto, non per bontà, Usaid e NED hanno aiutato i poveri e i disadattati. Non vergogniamoci di sentirci in parte in favore di questo sistema, o di essere dalla parte dei falsi movimenti democratici che queste organizzazioni hanno creato. È culturale, non ci si può fare niente, e per questo è importante che fra compagn e compagn queste cose si sappiano: per non sbagliare ancora. Ma soprattutto, l’invito è a guardare questa carrellata di obbrobri non solo dal punto di vista del popolo che combatteva pagato dagli americani, ma dal punto dei vista di governi e delle popolazioni che sono infiltrate da una forza colonizzatrice straniera segreta, piena di soldi, aerei, spie e metodi e corsi di formazione alla guerriglia e ai colpi di stato. Per capirci, quello che racconteremo noi lo conosciamo bene solo su Cuba, infiltrata da sempre da queste organizzazioni e da Radio Martì, anche quella statunitense. Magari lo sappiamo anche sui Contras e sul colpo di stato in Cile. Magari lo sappiamo un po’ anche sull’Italia stessa. Proviamo a scoprirlo anche sull’Asia, descrivendo i paesi cominciando da quelli più a est fino al più a ovest. pausa musicale * "I'm So Bored with the U.S.A." dei The Clash: * Questa canzone del 1977 esprime frustrazione e noia verso l'influenza culturale e politica degli Stati Uniti, usando un tono sarcastico e ripetitivo. Il ritornello "I'm so bored with the U.S.A. / But what can I do?" riflette un senso di impotenza di fronte a un sistema imperialista. Russia Ricordandoci che la Russia è anche in Asia, va notato che la NED è bandita dalla Russia e classificata come organizzazione indesiderabile. Radio Free Europe, che dovrebbe occuparsi di Europa, è divisa in sole tre sezioni di notizie: Ucraina, che parla di Russia; Iran che parla di Iran, e “influenza Cinese” che consiste quasi solo in una lunga lista di notizie sulla cooperazione fra Russia e Cina. Cina In Cina, come possiamo immaginare, ci sono vari casi di intromissione da parte del complesso disinformativo industriale americano. La Cina ha accusato NED di finanziare le varie rivoluzioni colorate e di destabilizzare il Tibet, lo Xinjiang (pronuncia Sincian), e Hong Kong; anzi di essere l’ideatrice dietro ai ribelli separatisti “colludendo con le forze destabilizzatrici”. Vale la pena anche dire che diversi americani, che facevano parte della NED, hanno ricevuto sanzioni o sono state banditi dalla Cina. In particolare, la Cina si è occupata di sanzionare persone che facevano parte dell’entourage di Trump, fra cui Peter Navarro, uno dei suoi consiglieri. La chiusura di massa di tutti gli strumenti dell’interferenza americana ha colpito forte e, in particolare, ha buttato giù una quantità impressionante di entità che si occupavano di forgiare le narrative anticinesi. Ma andiamo un po’ più nel dettaglio regione per regione. Hong Kong – che è Cina Dal 1990, 7 anni prima che la città tornasse alla Cina, la NED ha iniziato le sue operazioni ad Hong Kong. Dagli anni 2000, NED è stato responsabile di finanziare milioni di dollari per aumentare l’ostilità verso la Cina a Hong Kong. Il NED è stato responsabile del movimento di protesta per la democrazia ad Hong Kong nel 2014, dopo che la città era tornata sotto dominio cinese. Tra il 2015 e il 2018 ha speso 450.000 dollari all’anno in progetti per gruppi locali, e nel 2020 ha speso 2 milioni di dollari, occupandosi anche di monitoraggio delle elezioni, partecipazione politica dei giovani, e supporto alle reti di attivismo studentesco contro l’establishment del partito comunista cinese. Fino a quel momento la NED aveva mantenuto una banca dati pubblica dove si poteva controllare quale organizzazione finanziava, ma dopo le proteste di Hong Kong si è resa conto che proprio quella banca dati veniva usata dalle autorità cinesi per perseguire le organizzazioni che avevano organizzato le proteste coi soldi di NED. Molti dei personaggi di quel movimento sono adesso in prigione, e quelli che sono riusciti a scappare hanno ricevuto l’asilo negli USA, ma Trump ha tagliato anche i fondi per le persone richiedenti asilo, quindi sui social si vedono i profili di questi personaggi che cercano aiuto economico. Uiguri in Cina Gli uiguri sono la popolazione musulmana cinese che secondo i media occidentali è quasi tutta in campi di concentramento, tanto che l’Europa aveva anche bandito i vestiti fatti con il cotone proveniente da quella zona, ma ora l'Europa non si occupa più di imporre sanzioni per il trattamento contro gli Uiguriperché, dopo il Giorno della Liberazione di Trump, l’Europa sta negoziando un accordo commerciale con la Cina stessa e la Cina ha posto come condizione che l’Europa smetta di parlare di questo problema. Nel 2018, sotto Trump, cinque paesi: Australia, Canada, Nuova Zelanda, Gran Bretagna e Stati Uniti lanciarono una campagna coordinata di analisi di cosa stava succedendo a Huawei e agli Uiguri (si, una big company e una minoranza insieme), e lanciarono anche una campagna di disinformazione globale che partiva da questi due temi. Poi la NED ha finanziato varie organizzazioni uiguri per i diritti umani, spendendo più di 10 milioni di dollari nel 2020, focalizzandosi sulla sorveglianza tecnologica delle etnie represse e dissidenti in Cina, che potete trovare dettagliata e ben descritta nelle pagine di Radio Free Asia. Rispetto agli uiguri sicuramente un problema c’è stato, ma allo stesso tempo le falsità sugli uiguri sono state enormemente pompate. Tutte le notizie sulla repressione uiguri arrivano dai gruppi statunitensi di uiguri finanziati dalla NED, e le foto dei campi di concentramento mostrate sono false, ossia sono vere ma non sono foto di campi di concentramento di uiguri ma di campi di riabilitazione per tossicodipendenti. Parlando della Cina, va anche spiegato come funziona il sistema della NED. La NED sponsorizzava migliaia di organizzazioni che creavano storie false e le supportavano citandosi a vicenda. Per esempio, nel 2018, i media occidentali hanno pubblicato molti report sul presunto trattamento dei Uiguri in Cina, citando gruppi come il Congresso Mondiale Uyghur, il Progetto sui Diritti Umani degli Uyghur e la Campagna per i Uyghur. Queste erano tutte finanziate dalla NED e parlavano l’una dell’altra, anche se questa fonte di finanziamento non è mai stata citata nei telegiornali. Ci rendiamo ovviamente conto che, evidentemente, l’ovest ha sfruttato storie di repressione che in parte, in passato, saranno pure avvenute. Non vogliamo entrare qui nella discussione di cosa sia davvero successo agli uiguri, ma vale la pena ricordare che lo Xinjiang (pronuncia singian) è aperto al turismo ed in Cina si può andare senza chiedere prima il visto. Potete anche visitare i quartieri e i mercati di strada musulmani in tutte le megalopoli della Cina. Tibet in Cina Fra il 2005 e il 2012 NED ha finanziato il programme China Free Press che promuoveva la democrazia, i diritti umani, e la cultura tibetana. La Cina ha accusato NED di aver organizzato le dimostrazioni del marzo 2008 e quelle nel periodo delle Olimpiadi. La NED si è anche occupata di far arrivare le rimostranze del Tibet alle agenzie dell’ONU. Nel 2023 i finanziamenti americani ai movimenti tibetani in Cina e Nepal erano di circa 20 milioni di dollari. In conseguenza delle azioni della NED e dei suoi finanziamenti, ci sono state delle controversie all’interno della comunità tibetana in esilio, alcuni hanno detto che le organizzazioni che si basavano sui finanziamenti della NED sono stati influenzati indebitamente dagli obbiettivi della NED stessa. Al momento, dopo i tagli trumpiani, sono rimasti in piedi fondi al Tibet per circa 2 milioni di dollari, che neanche è poco. Si può visitare Tibet ma solamente con gruppi organizzati da agenzie specializzate, il che fa pensare che qualche problema il governo cinese ce lo abbia ancora. Taiwan e la Cina Prima di tutto, ricordiamo che Taiwan è stata espulsa dall’ONU nel 1971 con la risoluzione 2758 che fu supportata da molti paesi africani per tre motivi principali: 1) solidarietà anticoloniale con la Cina dato che la Cina aveva supportato le loro lotte di liberazione, 2) supporto della Cina al movimento dei non allineati, e 3) e più in generale il posizionamento cinese contro l’egemonia occidentale. La mozione dell’ONU dice quindi che la comunità internazionale riconosce che Taiwan non è un paese a sé stante, ed è invece parte della Cina. Facendo un salto in avanti va detto che persino a Taiwan la NED organizzava svariati eventi a favore della democrazia; ovviamente, in questo caso, con il consenso del governo, ma allo stesso tempo incrementando il livello di scontro nella regione. Per concludere sulla Cina, una cosa che non sa nessuno è che si vocifera che USAID pagasse anche la BBC per parlar male della Cina, ma non è accertato. Negli ultimissimi anni, dopo il covid, la Cina ha cominciato ad occuparsi della sua immagine internazionale, per esempio facendo entrare i turisti con visto all’arrivo, montando campagne stampa e mediatiche, pubblicizzando i successi delle Huawei e di DeepSeek, eccetera. Allo stesso tempo anche le ambasciate cinesi e il ministero degli esteri hanno iniziato ad avere un ruolo sui media. Una cosa che ci pare divertente, in particolare, è che il Ministero degli Esteri della Cina ha una pagina specifica sulle malefatte della NED in Cina e nel mondo… una pagina in inglese… così che noi la si possa leggere. * "Born in the U.S.A." di Bruce Springsteen: * Questa canzone, è una critica alla guerra del Vietnam e al trattamento dei veterani americani. Guerra del Vietnam e del Laos Durante la guerra del Vietnam, gli USA bombardarono varie zone del Laos, inclusa la zona nord est occupata dai comunisti, e l'area del sentiero di Ho Chi Min lungo le montagne al confine, usata dai Vietnamiti per portare beni e armi fino al Vietnam del Sud. USAID (iu-es-aidì) dal 61 al 73 ebbe un ruolo importante nel coprire questa cosiddetta “guerra segreta” perché portava aiuti umanitari cercando di fare in modo che non si notasse che la CIA finanziava operazioni militari, logistiche, e di contro-insorgenza. Prima di tutto USAID (iu-es-aidì) supportava il reclutamento e la formazione delle guerriglie non convenzionali Hmong (pronuncia MONH con la h inglese aspirata) che erano in guerra con il governo militare lao e avevano persino strade, aeroporti, sistemi di comunicazione e basi militari tutte finanziate da USAID (iu-es-aidì). Molte di queste infrastrutture esistono ancora. In quegli anni, dal 1963 al 190, le risorse di USAID (iu-es-aidì) furono usate per portare 25.000 tonnellate di riso ai monh . Per capirci, questa quantità di riso è sufficiente per nutrire 35 milioni di persone per un giorno. I programmi erano organizzati in modo da far arrivare il riso solo alla zona abitata dai monh. In aggiunta, USAID (iu-es-aidì) usava i campi dei rifugiati che sfuggivano alle bombe americane, campi che gestiva anche per arruolare guerriglieri monh. Si dice anche che i monh si finanziassero producendo oppio e che USAID (iu-es-aidì) non intervenne per impedirlo. La conseguenza di tutto ciò è che in Laos furono scaricate 2 milioni di tonnellate di bombe (che sono più di tutte le bombe che gli USA avevano usato durante la seconda guerra mondiale). Bombe che ancora oggi causano regolarmente vittime: Ad oggi, ancora 50 persone all’anno saltano in aria. Lo sminamento del Laos è ancora un business di USAID (iu-es-aidì). Infatti il programma di sminamento che era stato inizialmente chiuso a febbraio, è già stato riaperto e funziona ancora. Se volete andare a vedere interi villaggi costruiti usando in parte resti di bombe e piccole fabbriche di oggetti diversi realizzati con lo stagno delle bombe potete visitare il nord est del Laos, gli indirizzi di trovano online. Il camino di Ho Chi Min si può visitare comodamente nel sud del Vietnam. In Laos si possono anche visitare i vecchi aeroporti americani ma la più grande base militare è difficile da raggiungere perché si trova in una zona di sfruttamento minerario e spesso è complicato richiedere i vari permessi per accedervi. Per chi ci riesce, è interessantissima da vedere perché incastonata fra montagne a picco e troverete ancora le baracche dei militari americani, mentre la pista oggi è usata dai bambini per giocare e dai pastori per pascolare le mucche, Bangladesh Pare che il cambio di regime del 2024 in Bangladesh sia stato finanziato da USAID (iu-es-aidì) e dall’Istituto Internazionale Repubblicano. Il problema era che il governo aveva negato agli americani il permesso di costruire una base militare in funzione anticinese. Il governo Biden ha speso 1.8 miliardi di dollari in Bangladesh in 4 anni, destinati anche ad attività per la partecipazione democratica. Prima delle elezioni del 2024 USAID (iu-es-aidì) aveva finanziato una massiccia campagna di mobilitazione con 29 milioni di dollari, e gli USA non erano stati per nulla contenti che il governo fosse rimasto in carica. Si dice che quella campagna di mobilitazione abbia poi portato alla rivoluzione che ha messo in piedi un nuovo governo tecnico, cosa che gli USA negano ovviamente. Un report dice che fino al 2017 USAID (iu-es-aidì) aveva speso 29 milioni di dollari che finirono per finanziare armi leggere a gruppi jihadisti. Il governo ad interim avrebbe chiesto all’ONU di segretare un report che riportava il legame fra formazioni jihadiste e USAID (iu-es-aidì) perché alcune di queste formazioni sarebbero allineate col presente governo. Però tutte queste informazioni le abbiamo trovate sui media indiani quindi chissà se è vero. Passando ad un altro tema, nel 2016 un attivista lgbt, Xulhaz Mannan, che lavorava per USAID (iu-es-aidì) fu ucciso a colpi di machete nel suo appartamento a Dhaka. L’attivista era anche il fondatore dell’unica rivista lgbt del paese, e fu ucciso dopo che aveva fatto il coming out sui social. Dopo la sua morte USAID (iu-es-aidì), l’ambasciatore in Bangladesh, e anche John Kerry presero parola per ricordarlo, mentre la prima ministra Hasina criticò il lavoro dell’attivista equiparandolo a “contenuti per adulti”. India Nel 2016, il governo indiano ha posto NED “sotto osservazione” per il finanziamento di ONG che violavano la legge sulle donazioni straniere alle entità indiane. Questa misura è stata adottata perché le donazioni del NED erano considerate potenzialmente dannose negli affari interni del paese. L’India ha criticato molto l'operato di USAID (iu-es-aidì) nel contesto delle elezioni. Nel 2024 venne fuori che USAID (iu-es-aidì) aveva investito 29 milioni di dollari per aumentare la partecipazione alle elezioni, ma poi questa informazione fu corretta e parve che i soldi fossero invece andati al Bangladesh. Boh. Il Ministero degli esteri indiano disse al tempo che la cosa era “molto preoccupante”. Ci sono politici in India che hanno anche chiesto di controllare il ruolo di USAID (iu-es-aidì) durante le elezioni del 2020. Dal 2020 l’India ha una nuova legge che controlla le ONG e le ditte private che ricevono soldi dall’estero, incluse quindi quelle che lavorano con fondi USAID (iu-es-aidì), limitando quello che possono sub-appaltare e i loro costi di gestione. Questa legge è stata attaccata da diverse reti di ONG come repressiva e contro i diritti umani. Afganistan Per l’Afganistan dobbiamo iniziare proprio da lontano. Come sapete, i mujahideen vennero finanziati dagli americani per sconfiggere i sovietici. Dopo che i russi se ne andarono, l’Afganistan fu un po’ abbandonato a sé stesso dagli americani e i talebani si formarono in maniera endogena, pare. Nonostante vada detto con chiarezza che non ci sono prove che USAID (iu-es-aidì) abbia mai finanziato i talebani, i numerosi progetti di cooperazione che ebbe in quel periodo contribuirono indirettamente a destabilizzare il paese creando disparità, fazioni, e indebolendo il governo. Riguardo all’invasione del 2001, c'è un articolo del Guardian del 2008 che spiega che solo il 20% dei fondi che USAID (iu-es-aidì) aveva stanziato in quegli anni andarono effettivamente all’Afghanistan, mentre il 40% dei fondi ritornarono ai donatori perché non spesi, e l’altro 40% fu destinato al personale occidentale delle ditte pagate da USAID (iu-es-aidì) per implementare i programmi. Un successone! Una cosa che gli americani non seppero affatto gestire fu la coltivazione dell’oppio. Si legge sui media che in alcune occasioni c’erano aerei americani che mandavano a fuoco l’oppio di una fazione talebana mentre dall’altro lato della valle altri militari americani proteggevano altri campi di oppio di altre fazioni talebane. USAID (iu-es-aidì) fece dei programmi “di sviluppo alternativo” che sarebbero dovuti servire a mettere fine alla coltivazione del papavero da oppio, a cui furono destinati 1.46 miliardi di dollari fra il 2002 e il 2017 per proporre ai contadini altre colture. Ma, inavvertitamente, una parte di quei soldi finì invece alla coltivazione dell’oppio. Per esempio, quando USAID (iu-es-aidì) costruì un impianto di irrigazione nei pressi di Kandahar, la coltivazione dell’oppio in quella zona aumentò del 119%. Altri report parlano di programmi per 335 milioni di dollari in impianti elettrici che non servivano e non venivano usati, 175 milioni in una strada che venne spazzata via da un’inondazione dopo un mese, e 7.7 milioni in un parco industriale a cui non arrivava la corrente. Pausa musicale Il gruppo musicale Ekhtelaf, il nome significa “denuncia per il cambiamento”., è nato per caso dall’incontro di tre rifugiati afghani in Europa, Habib, Hussein e Qader – canta gli orrori della guerra in Afghanistan Conclusioni Dopo questa carrelata, ci avviamo alle conclusioni notando prima di tutto come queste campagne di intromissione e di disinformazione abbiano un impatto prima su di noi, e poi sull’Asia stessa. IMPATTO SU DI NOI Perché crediamo ai media mainstream asiatici su quello che dicono sugli asiatici ma non a quelli occidentali su quello che dicono su noi stessi? Ascoltiamo ROR e non crediamo a nulla di ciò che i media mainstream ci dicono, per esempio, sulla Palestina o su Cuba. Però conosciamo l’Asia attraverso immagini filtrate dei media mainstream e pensiamo che ci dicano cose vere. Crediamo a queste narrazioni perché confermano ciò che vogliamo vedere: l’Asia è un Altro da salvare. Edward Said scrive che l’orientalismo è un modo di pensare che divide il mondo in due: da una parte c’è “l’Oriente”, visto come esotico, arretrato, misterioso o pericoloso; dall’altra parte c’è “l’Occidente”, visto come razionale, moderno, superiore. Questa divisione non è solo geografica, ma epistemologica ossia riguarda come pensiamo e ontologica cioè riguarda cosa crediamo che le cose siano. In pratica, questa divisione ci fa vedere “gli altri” in modo stereotipato e distorto, per sentirci migliori e più giusti. Gli Stati Uniti hanno finanziato una serie di attività di destabilizzazione con la scusa di progetti di sviluppo e per la democrazia di NED, amplificati da una serie di network (telvisioni giornali radio) che parlavano all’Asia. A loro volta, quei media comunicavano coi media mainstream così le informazioni falsate dagli Usa arrivavano anche qui, e noi le credevamo vere. L’esempio più eclatante forse sono le menzogne sugli Uiguri in Cina, che secondo i i media sarebbero praticamente tutti in campi di concentramento. Insomma, quando i media parlano di noi, noi compagni/e li riteniamo “propaganda”. Invece quando i media parlano delle società asiatiche tendiamo a crederci, forse perché le menzogne create da USAID (iu-es-aidì) e NED ci rassicuravano nella nostra superiorità. In gran parte questo problema è dovuto al fatto che conosciamo poco l’Asia e forse poco ci interessa. Però quando diamo per scontato che davvero gli uigiri siano repressi in Cina, perché noi attivist* non riflettiamo un attimo se crederemmo alla stessa cosa se un giornale europeo parlasse di un territorio europeo? Mentre la superiorità occidentale tramonta, per noi compagnitudine sarebbe bene renderci conto che usando i media mainstream come fonte di informazioni sull’Asia alimentiamo, o alimentavamo fino al gennaio 2025, i processi di egemonia americana senza neanche fermarci un momento a riflettere. Dovremmo fermarci a pensare “pensando questo, stiamo facendo il gioco degli USA?” L’impatto del complesso disinformativo industriale sulla governance dell’occidente William Casey, capo della CIA, una volta ha dichiarato: sappiamo che il nostro programma di controinformazione ha funzionato quanto tutto quello che il pubblico americano crede (rispetto ad una notizia) è falso. Che cosa significa questo? L’ovest globale è governato da una classe politica che raccoglie informazioni su giornali che l’ovest globale produce. Questi giornali riportano le informazioni di chi sta sul terreno, e spesso chi sta sul terreno sono (o meglio erano) entità finanziate dagli Stati Uniti che riportavano a loro volta poche informazioni, spesso false. Per esempio: la Cina è in crisi economica e sta per crollare. Sono 20 anni che escono articoli sui media sul fatto che la Cina sta per crollare, e nel frattempo è diventata il primo paese al mondo per PIL, a parità di potere di acquisto. Oppure, che in piazza Tienanmen a Pechino ci furono 10.000 morti quando fin dai tempi di wikileaks si sa che i fatti non sono avvenuti nella piazza e che i morti quel giorno furono fra 200 e 1000. Certo, comunque un massacro orribile, ma c’è differenza con 10.000. Un osservatore ha fatto notare che quest’anno, dopo il crollo del sistema disinformativo industriale americano, molti meno media, in comparazione, hanno riportato la commemorazione di piazza Tienammen. Allo stesso tempo è stato notato che il giorno dell’anniversario c’è stato un picco di visite sul vito di wikipedia per Tienanmen, come non c’era mai stato. E su wikipedia la gente per lo meno ha potuto leggere i fatti veri, e non dei falsi 10.000 morti. Continuando con l’esempio della Cina (ma vale per tutta l’Asia), grazie al sistema di disinformazione industriale, la Cina non è compresa dal punto di vista politico (si dice il comunismo è finito e la cina è capitalista), legislativo (il comunismo non esiste più quindi la cina non ha un sistema di governo diverso dal nostro), e sociale (i cinesi sono dei repressi che non possono fare niente o il governo li arresta). In cina ci sono più di 1000 manifestazioni ogni anno che non sono tante visto il numero di abitanti ma ci sono ma non passano sui nostri media perché racconterebbero una Cina in cui si può in qualche modo protestare. Il risultato del sistema di finanziamenti e false informazioni statunitense ha quindi fatto sì che noi occidente siamo sottoinformate e male informate. L’eccezionalismo dell’occidente globale Dopo l’11 settembre, l’idea che l’Occidente dovesse “esportare democrazia” si è rafforzata e adesso la massa della popolazione pensa che solo noi sappiamo cos’è giusto. Come ha scritto Spivak, “la subalterna non può parlare”, perché quando lo fa, è filtrata da chi la rappresenta. L’eccezionalismo democratico è spesso un razzismo travestito da missione morale per noi occidentali. Un esempio, il Pinkwashing in Afghanistan. Come dicevamo all'iinizio della puntata, non dobbiamo vergognarci di aver magari approvato quello che gli statunitensi facevano, è frutto della disinformazione. In Afghanistan per esempio l’occidente diceva di voler “liberare le donne dal velo”. La filosofa Lila Abu-Lughod chiede: “Perché pensiamo che le donne musulmane abbiano bisogno di essere salvate? Da chi e per chi?”. Non che le donne stiano bene in Afganistan, ma abbiamo confuso l’apparenza di bene, con la sostanza del potere. Sebbene sull’Asia si trovi poco su questo, USAID (iu-es-aidì) e NED hanno usato i diritti delle donne e delle minoranze sessuali come strumenti retorici per giustificare interventi occidentali in altri Paesi. Questo uso selettivo e strategico dei diritti – il pink washing – ha permesso agli Stati Uniti e ad altri governi occidentali di presentarsi come moralmente superiori, mentre portavano avanti interessi geopolitici ed economici. Il femminismo, i diritti LGBTQ+ e la “liberazione” di alcune categorie vulnerabili sono stati spesso sfruttati come copertura per legittimare ingerenze, cambi di regime o programmi di “formazione” che puntavano a cambiare la struttura sociale locale. In questo modo, cause giuste hanno rischiato di essere svuotate di significato e rese strumenti di potere, contribuendo a rafforzare un’immagine dell’Occidente come faro di progresso, mentre si negava autodeterminazione in occidente alle stesse soggettività che si diceva di voler aiutare fuori dall’occidente. Supportare la democrazia come forma di colonizzazione Quello che abbiamo descritto è la forma moderna della colonizzazione con cui l’ovest globale prova a controllare i paesi asiatici, e a mantenere stabile l’ovest stesso. Come diceva Fanon noi: “Dominiamo gli altri popoli per esternalizzare le nostre crisi interne”. Colonizziamo per estrarre risorse ma allo stesso tempo in nostri media ci dicono che siamo buoni. Ossia usiamo l’altro come specchio della nostra moralità, tutto rimane uguale in occidente perché, anche se non abbiamo soldi per arrivare a fine mese, noi siamo quelli nel giusto perché facciamo il bene. IMPATTO SULL’ASIA, e anche sul mondo Gli interventi USA come esperimenti sociali senza basi scientifiche Molti interventi pro-democrazia statunitensi sono (stati) esperimenti sociali su scala nazionale o globale, ma non ci sono valutazioni rigorose sulla loro efficacia, solo retorica. Ferguson descrive questo come “l’anti-politica dello sviluppo”: creare soluzioni tecniche a problemi politici, evitando ogni vera responsabilità. L’impatto di questi esperimenti geopolitici ha delle conseguenze che nessuno è in grado di valutare, ma il risultato non è certamente la libertà. Lindsay O'Rourke della Boston University dice che I cambi di regime introdotti con questi sistemi sono durati generalmente poco, con notevoli eccezioni come ovviamente le Filippine. La debolezza della società civile finanziata dall’ovest Grazie ai finanziamenti Usa, la società civile nei paesi in via di sviluppo spesso non esiste senza fondi esterni. Sono entità piene di gergo tecnico ma prive di radici sociali. A differenza di movimenti locali in Europa, che nascono da bisogni veri e condivisi, molte società civili “finanziate” sono strumenti del colonialismo. Parafrasando Arundhati Roy: “Le ONG sono i nuovi intermediari fra il potere globale e i poveri locali”. E allora viene da domandarsi cosa sarebbero diventati questi paesi se la loro società civile non fosse stata influenzata da questa massa enorme di soldi? E come ci influenza il fatto che la società civile asiatica che vediamo sui media mainstream in realtà non è una vera società civile? E come possiamo internazionalizzare la lotta se la società civile è protetta da una coltre di false entità finanziate dagli USA? In questo senso, dopo Trump, forse sarà più facile distinguere il lavoro dei compagni e delle compagne asiatiche, visto che queste ONG pompate dall’ovest spariranno. Molta della società civile sparisce e con questa i servizi che offriva. Questo fa sì che stiano morendo di fame persone vere. La fine del soft power americano e le nuove dinamiche globali Il vuoto lasciato dagli USA viene rapidamente occupato un po’ da tutti, ma soprattutto dalle potenze che hanno più soldi come Europa, Cina, Russia, Australia. Il declino del soft power americano però non è solo una questione di immagine o di un governo: riflette la crisi di legittimità dell’intero modello economico occidentale che per decenni ha mascherato rapporti di potere dietro il linguaggio della cooperazione e dei diritti umani. stacchetto Clausole di salvaguardia Le fonti di questa trasmissione sono state ricerche fatte su internet paese per paese, e qualche video youtube, e anche qualche fonte più controversa. Per esempio sulla pagina della NED ci sono comunicati stampa che descrivono, prima la controversia con i paesi dove operano e poi la loro risposta. Una fonte divertente è stata la pagina del ministero degli esteri cinese con la lista dei misfatti della NED che ci è stata utilissima come lista iniziale. La pagina è dettagliatissima e talvolta divertente: cita persino casi in cui la NED ha organizzato congressi per convincere la società civile asiatica a spingere i propri governi a smettere di chiedere ai paesi occidentali, e in particolare agli Usa, di ridurre le emissioni dei gas serra. Va detto che il ruolo che USAID aveva nella cooperazione internazionale era importante. Questa trasmissione ha analizzato, ma le cose che USAID faceva bene non vanno sottovalutate. Si calcola che, ad oggi, siano già morte almeno 300.000 persone solo di AIDS a causa della chiusura degli ospedali di USAID. Al momento stanno marcendo in vari magazzini di Houston, Djibouti, Durban, e Dubai circa 60.000 tonnellate di cibo per un valore di 98 milioni di dollari con scadenza luglio 2025. Una clausola di salvaguardia importante è che al momento, con la scomparsa di Musk, il governo statunitense sta silenziosamente riassumendo alcune delle persone licenziate dal DOGE. La cooperazione statunitense era un settore economico importante, era circa l’1.2% della spesa globale del governo. Gli effetti si vedono parecchio sul settore agricolo USA; per esempio il 7% del grano statunitense veniva comprato da USAID (iu-es-aidì) per distribuire aiuti. Non ci stupiremmo se lentamente e silenziosamente gli aiuti umanitari venissero riattivati su con un altro nome. *CHI- Cina, i binari del consenso geopolitico Introduzione che non parte dall’Asia Costruire una rete disfunzionale di connettività, ossia avere dei pessimi trasporti in un luogo o in una nazione, è stata una strategia coloniale per mantenere i paesi soggiogati. Le reti di trasporto nelle colonie avevano caratteristiche disfunzionali al fine di mantenere un focus sull’estrazione e l’esportazione. Per esempio tutte le catene di collegamento collegavano le miniere al porto principale di un paese, ma non erano collegate fra di loro. La rete di trasporti quindi non favoriva la connessione tra le varie zone del territorio coloniale, né lo sviluppo di un’economia interna. Di conseguenza, le colonie restavano frammentate e dipendenti dall’esportazione di materie prime, senza poter sviluppare un mercato interno e nemmeno industrie locali. Le infrastrutture non erano pensate per migliorare la vita o l’economia delle popolazioni locali, ma per facilitare lo sfruttamento delle risorse da parte della potenza coloniale. Infine, le reti di trasporti erano anche uno strumento per mantenere il controllo politico e militare sul territorio colonizzato, perché favorivano spostamenti militari predeterminati rendendo difficile la mobilità o l’autonomia delle popolazioni locali. Anche dopo l’indipendenza, molti paesi hanno ereditato queste reti di trasporto che hanno reso difficile la crescita economica. Un esempio di questa situazione è l’Argentina, un paese enorme in cui gli inglesi costruirono ferrovie a raggera, tutte a partire dal porto di Buenos Aires fino alle diverse miniere. Grazie a questo in Argentina le varie zone del paese non potevano scambiarsi prodotti, il che rese il paese dipendente dall’esportazione di prodotti agricoli, e come sappiamo lo è ancora oggi infatti ci troviamo le verdure argentine nei nostri supermercati. Senza linee di collegamento, lo stato argentino non ha potuto pianificare uno sviluppo economico indipendente e investire in infrastrutture per il mercato interno. Come conseguenza, la dipendenza dalle esportazioni ha contribuito all’instabilità economica e alle crisi dovute alla dipendenza da mercati esterni. Se volete andatevi a cercare in inglese i parecchi articoli scientifici che si trovano in abbondanza online su questa cosa. Un altro esempio è l‘Africa dell’ovest dove la carente connettività ferroviaria e stradale è una delle principali cause della scarsa integrazione regionale e dello sviluppo economico limitato. Ancora oggi le ferrovie di Gana, Senegal, Togo, Benin, Sierra leone, Guinea, e così via partono dai porti e finiscono… finiscono ad un certo punto nel nulla. Esistono eccezioni, come la ferrovia Dakar-Niger che è franco canadese ed è stata ristrutturata dai cinesi, e la Burkina Faso - Costa d’Avorio che è di Bolloré, magnate francese dei media, amico dei peggiori sovranisti e azionista di maggioranza tra le altre cose di Vivendi. Però vi diciamo che esistono ma non è che vi consigliamo di visitare quella zona dell’Africa in treno a meno che non vogliate spendere giorni ad aspettare in stazione che un treno arrivi. Le ferrovie dell’Africa francese sono disfunzionali e guadagnano sul trasporto di merci mentre i treni per il trasporto civile sono pochissimi. L’esempio probabilmente più incredibile è la linea di treno che collegherebbe Angola, Congo, Zambia e Tanzania, quindi dall’ Oceano Atlantico all’Indiano. Sulla carta esisterebbe pure, ma invece è tutta spezzettata, nonostante potrebbe avere un valore inestimabile per lo scambio di materie prime fra paesi che potrebbero con quelle materie prime sviluppare le loro industrie. Inoltre, sulla carta diverse parti di quella ferrovia sono state rimesse a nuovo, ma la realtà è che no, anche quelle parti non funzionano, non ci passa niente. E di questo, del cosiddetto Corridoio di Lobito, parleremo dopo. Ricordatevelo! Arriviamo all'Asia oggetto di questa trasmissione e partiamo dal caso della Cina. Anche le ferrovie costruite dagli inglesi in Cina erano basate su un modello estrattivista coloniale. In più ci si mise anche la dinastia Qing (Pronuncia cing) che era diffidente verso le ferrovie perché il rumore poteva rovinare il feng shui (pronuncia fengciui) delle residenze imperiali. La costruzione delle grandi linee ferroviarie imperiali, come quella attraverso la Manciuria, fu invece realizzata principalmente dalla Russia a fine 800, una volta che la dinastia Qing (Cing) si lasciò convincere. Se non fosse per quello, la Cina avrebbe avuto solo brevi ferrovie fino ai porti, che muoiono dopo la prima miniera. Il Giappone allo stesso tempo costruì delle ferrovie coloniali e estrattive nel sud della Cina. Altre colonie asiatiche con problemi simili sono l’India britannica in cui la rete ferroviaria fu inizialmente sviluppata per collegare miniere, piantagioni e porti, facilitando così l’estrazione e l’esportazione di risorse verso la Gran Bretagna; l’Indonesia, che pochi lo sanno ma era colonia olandese, in cui le ferrovie furono costruite per esportare zucchero, caffè, e altre materie prime; il Myanmar da cui gli inglesi estraevano con il treno tè, gomma e altre colture tropicali, e la Malesia e Singapore, che allora erano un paese solo, da cui gli inglesi estraevano piantagioni di gomma e le miniere di stagno; e il Vietnam dove la ferrovia francese collegava le zone di agricole e minerarie ai grandi porti come Haiphon (pronuncia Aipon senza h). Fanno eccezione la Tailandia, in cui non ci fu dominazione e quindi le ferrovie se le costruirono da soli, e le Filippine in cui la ferrovia fu costruita nel 900 durante il periodo coloniale americano per l’esportazione, ma data la forma della nazione stretta e lunga, la ferrovia aveva anche un minino di senso geografico perché collegava Manila con il sud lungo l’isola di Luzon. Comunque poi i filippini ne hanno irragionevolmente chiuso un pezzo spezzando l’isola in due. Relazione fra i sistemi di trasporto e lo sviluppo L'espansione dei sistemi di trasporto ha un impatto diretto e scientificamente documentato sulla crescita economica e sullo sviluppo. Questo avviene principalmente attraverso il miglioramento dell'accessibilità, la riduzione dei costi di trasporto, e l'integrazione dei mercati. La costruzione di infrastrutture di trasporto (autostrade, ferrovie, metropolitane, porti, aeroporti) riduce i tempi di percorrenza e aumenta l’accessibilità di determinate aree, rendendo le zone lungo queste infrastrutture più interessanti sia per le imprese che per le persone. Gli investimenti nei trasporti hanno effetti diretti come l’occupazione nella costruzione delle linee di trasporto stesse ma soprattutto effetti indiretti, favorendo nuove attività economiche in aree fra loro collegate. Le nuove infrastrutture incentivano uno sviluppo territoriale più armonico, perché le aree da periferiche diventano nuovi poli residenziali o industriali, contribuendo alla decentralizzazione controllata delle metropoli (pensiamo al trenino di Roma Est). L'economista Graham parla di economie di agglomerazione, cioè i benefici derivanti dalla vicinanza tra le imprese che si amplificano con infrastrutture migliori, favorendo lo sviluppo di nuovi centri urbani lungo le reti di trasporto. Un'infrastruttura di trasporto ha anche ricadute economiche e benefici che si estendono oltre l'area immediatamente servita. Ad esempio, una nuova linea ferroviaria può stimolare l’edilizia, i servizi e il commercio lungo il suo tracciato. Infine, collegando regioni svantaggiate ai mercati nazionali o internazionali, i trasporti riducono i gap territoriali. Le aree meno sviluppate possono attrarre investimenti grazie alla riduzione dei costi logistici. Questo significa, in generale, che attivando una nuova rete di collegamento e trasporto, l’economia si sposta in quell’area e cresce, ossia si crea una nuova economia che prima non c’era. Non è che le aree in cui vengono costruiti nuovi sistemi di trasporti riescono ad accaparrarsi una fetta più grande della – per così dire – torta economica. No! è che i collegamenti e i trasporti creano una torta più grande, che poi sarebbe lo sviluppo economico. E questa frase, quella della torta, viene pronunciata continuamente dai governanti cinesi, è una sorta di motto o principio nei discorsi ufficiali cinesi per descrivere la politica economica e commerciale della Cina nel contesto della globalizzazione e delle relazioni internazionali. E quindi arriviamo a cosa sta facendo la Cina nelle sue reti di trasporto sia nazionali che internazionali. pausa musicale: I treni di Tozeur, Alice I trasporti interni in Cina La Cina, economia pianificata, ha deciso di darci dentro su questo concetto di espandere la torta, e negli ultimi anni ha ricostruito e sviluppato la sua rete ferroviaria interna in un modo che non ha precedenti a livello mondiale, costruendo più chilometri di ferrovie, specialmente ad alta velocità, di qualsiasi altro paese nel mondo. Alla fine del 2023, la rete ferroviaria cinese ha raggiunto circa 159.000 km di binari, di cui circa 45.000 km dedicati all’alta velocità. La Cina detiene quindi oggi i due terzi della rete ferroviaria ad alta velocità globale, con treni che viaggiano tra i 200 e i 380 km/h, collegando città distanti migliaia di chilometri in poche ore. La Cina ha costruito, dal 2000 ad oggi, la seconda rete di ferrovie al mondo. Oggi si può andare da Hong Kong a Pechino, una distanza di più di due volte la lunghezza dell’Italia, in 8 ore e mezzo. Se si guarda la mappa dei treni internazionali, arrivano, partendo da nord in senso antiorario in Russia, in Mongolia, in Kazakistan Khirgistan, sul confine del Buthan, e a sud in Laos. Ci sono vari esempi di innovazione tecnologica che sono al momento in fase di sperimentazione, come i treni ad alta velocità di nuova generazione capaci di raggiungere i 453 km/h e i treni a levitazione magnetica con velocità potenziali fino a 1.000 km/h. La rete ferroviaria ad alta velocità ha drasticamente ridotto i tempi di viaggio tra le principali città, favorendo la nascita di “supercluster urbani” e stimolando lo sviluppo economico e la mobilità del lavoro. Questo ha contribuito a integrare regioni diverse promuovendo uno sviluppo più equilibrato. Il governo cinese ha dato priorità assoluta allo sviluppo ferroviario sia per l’economica che per la coesione territoriale, alimentandoli coi piani quinquennali e relativi investimenti. Detto tutto ciò, se andate in Cina, spostatevi in treno e vedrete… altro che frecce! La Belt and Road Initiative (pronuncia belt-end-road initiative) o Via della Seta o anche BRI Ovviamente, grazie a questi piani industriali, la Cina ha sviluppato un’industria ferroviaria nazionale parecchio potente che non dipende più da tecnologie straniere, e ha anche sviluppato sistemi di costruzione molto rapidi. Quindi logicamente ha un surplus di capacità che andava reinvestito e cosa meglio da fare che sviluppare ferrovie in altri paesi? Quindi la Cina ha collegato la rete ferroviaria cinese alla Belt and Road Initiative, con collegamenti merci tra Cina ed Europa e altri paesi asiatici, rafforzando il ruolo della Cina nel commercio globale. Ma dove sono questi treni cinesi? Parliamone un po’ La storia dei treni cinesi, a livello globale, può essere vista con gli occhi occidentali o con gli occhi dei paesi che ricevono questi treni. Per noi occidentali i treni cinesi sono la cosiddetta “diplomazia della trappola del debito” con cui la Cina costruisce rapidamente treni in diverse aree con tecnologie proprie facendosi pagare bei soldoni attraverso prestiti capestro e lasciando i paesi che li ospitano sull’orlo del baratro. I media parlano di “diplomazia della trappola del debito” per le ferrovie in Kenya, Laos, e per la vecchia ricostruzione della ferrovia di Lobito di cui si diceva prima come esempi della scelleratezza del nuovo colonialismo cinese. I paesi che per così dire “ricevono” queste tecnologie, invece, le vedono come manna dal cielo, come la possibilità di spostarsi e di espandere loro economia. I paesi poveri hanno fame di trasporti, e nessuno glieli finanziava a quella scala. Queste infrastrutture stanno creando una forte espansione economica, ossia l’allargamento della torta, un'espansione di cui è quasi impossibile parlare perché ovviamente i dati sono ben nascosti e i media non ne parlano. Cerchiamo di parlare di qualcuno di questi paesi e di vedere come sta andando. Pausa musicale: Crazy train Ozzy Osborne Ecco qualche esempio, a partire dal primo esempio che è, ebbene si, l’Europa New Eurasian Land Bridge o NELB – (pronuncia Niu Eurasian land bridg) La NELB è uno dei corridoi della via della Seta, che collega la Cina occidentale con l’Europa, attraversando l’Asia centrale e la Russia. È lungo circa 10.800 km (che per capirci è la distanza fra l’europa e la cina o, per fare una comparazione, la distanza fra l’Italia e la costa occidentale degli stati uniti sul pacifico). La linea parte dalle città costiere orientali della Cina e arriva fino ai porti europei di Rotterdam (Paesi Bassi) e Anversa (Belgio), servendo oltre 30 paesi e regioni. Il NELB sfrutta infrastrutture ferroviarie preesistenti ed è in funzione già da anni, ma necessita di importanti modernizzazioni soprattutto nei tratti in Kazakistan e Russia per aumentare velocità e capacità. Il Kazakistan ha per esempio avviato un programma di upgrade da 2,7 miliardi di dollari per 724 km di binari, mentre la Russia continua a migliorare la sua rete transiberiana. Al momento sono operative linee di treno fra Chongqing (pronuncia Cionchin), Chengdu (Ciendù) e Yiwu (Yvù) con la Germania, Varsavia e Madrid. Ebbene sì, già da tempo le merci possono andare comodamente in Cina in treno in un paio di settimane. Nel 2024, i treni merci Cina-Europa hanno raggiunto 217 città in 25 paesi europei con 19.392 viaggi in treni merci, trasportando 2.077.216 TEU, che sono unità equivalenti a container di circa 6 metri. Questo vuole dire il 20% dei beni scambiati fra Cina e Europa. Tutto ciò in 15 giorni di viaggio invece dei 40 giorni che ci vogliono in nave. Ma soprattutto, pensateci, senza doversi occupare di problemi marittimi come lo stretto di Malacca, che potrebbe essere chiuso dagli americani in ogni momento, o degli attacchi degli Huti nel mar Rosso. Quindi la Cina ha in pratica fatto un piacere all’europa rompendo le barriere coloniali che l’Europa aveva con gli USA dalla seconda guerra mondiale, da cui era forzata a commerci transatlantici. Allo stesso tempo la cina ha “aumentato la dimensione della torta” includendo negli scambi commerciali nuove zone industriali che si stanno o si potrebbero creare in Asia Centrale, Russia, e così via, e ha anche di fatto rotto l’asse Europeo anti Russia. Se vogliamo ricevere beni cinesi, al momento uno dei sistemi meno pericolosi oggi è passare dalla Russia, non via mare. Ma non è tutto: Gli altri corridoi con l’Europa Quindi abbiamo parlato della linea che parte dalla Cina e attraversa la Siberia, la classica rotta storica della transiberiana, ma in realtà ce ne sono almeno altre due. Infatti, a causa della guerra in Ucraina, la Cina ha sospeso o ridotto diversi investimenti nella parte russa del corridoio, ma ha continuato con la sua via della Seta in altre zone. In costruzione e parzialmente operativa, la Nuova ferrovia Cina-Kyrgyzstan-Uzbekistan bypassa la Russia e collega la Cina occidentale (Xinjiang - pronuncia Shingian) con i paesi dell’Asia centrale (Kyrgyzstan, Uzbekistan), e prosegue verso l’Europa. Infine, già operativa, la rotta del Trans-Caspian Middle Corridor che, bypassando la Russia, dalla Cina attraversa Kazakistan, Turkmenistan, Iran, Turchia e poi arriva in Europa attraverso Polonia o altri paesi. Chi ascolta può facilmente comprendere che sembra strano che i media si dimentichino di informarci della nostra sempre più stretta relazione con la Cina che avviene via terra da un paese che che a noi sembra così lontano. E si dimenticano anche di informarci che interi paesi che ci sembrano dispersi nel nulla delle steppe asiatiche sono ora diventati il centro di scambi internazionali enormi, e a seguire svilupperanno rapidamente una loro economia industriale che fluirà velocemente sia verso est che ovest, presumibilmente riducendo ulteriormente la capacità produttiva industriale Europea dato che tutti questi paesi hanno forza lavoro meno costosa dell’Europa e puntano ad allargare la torta. Esistono anche altre linee di treno che influenzano la situazione geopolitica. Rispetto ad altre linee di treno, prima di tutto ci auto-citiamo consigliandovi di andare a risentire sul sito www.ondarossa.info la trasmissione “Oltre il confine orientale: Russia, Cina e Artico” del 9 Dicembre 2024 in cui si parla di come i treni russi abbiamo cambiato l’equilibrio energetico cinese e globale e di come la Cina sia già collegata al porto di Vladivostock e da lì alla Rotta del Mare Artico, e di come la Cina riceva regolarmente via treno e gasdotti le risorse energetiche dalla Siberia Russia e dal Mare Artico. Ma siccome ci rendiamo conto che quasi nessuno conosce bene la geografia dell’Asia Centrale e del Sudest Asiatico, vorremmo anche far notare altre implicazioni geopolitiche ed altre di queste linee di treno che sono ancora meno famose. Prima di tutto al confine con la Cina, il China-Pakistan Economic Corridor è cotituito da strade, oleodotti, porti, e reti di trasporto di energia ed è già pienamente in funzione. Il treno è ancora nella fase di pianificazione ma arriverà. Lo scopo dichiarato di questa linea di treno è creare un nuovo sbocco cinese al mare evitando lo stretto di Malacca. Ricordiamo che il Pakistan è un grande alleato della Cina (e anche di tutti gli altri, a dire il vero). La Cina detiene il 22% del debito pakistano e il Pakistan viene citato come un esempio della diplomazia della trappola del debito perché gli osservatori occidentali e l’FMI si rifiutano di capire che la Cina non farà mai fare default ad un paese al suo confine che gli serve per portare merci al mare. Altri spezzoni di rete ferroviaria sono anch’essi di enorme rilevanza geopolitica. Dopo qualche anno di costruzione, il 29 maggio 2025 è partito da Teheran il primo treno che ha trasportato petrolio direttamente dall’Iran alla Cina passando dalla Nuova ferrovia Cina-Kyrgyzstan-Uzbekistan che abbiamo citato prima. Per la prima volta i commerci fra la Cina e l’Iran, anche grazie alle nuove monete di scambio digitale, sono stati completamente nascosti agli Stati Uniti sia in termini logistici che economici. A noi pare una notizia parecchio importante, a voi? Infatti, vi ricordiamo che il 13 giugno, solo due settimane dopo, Israele e gli Stati Uniti hanno attaccato l’Iran. Chissà se è complottismo dire che questo nuovo collegamento ferroviario possa aver fatto arrabbiare Trump tanto da far partire una rapida guerra? o almeno da essere una delle concause. Comunque, lo scopo dichiarato anche di questa linea di treno è creare un nuovo sbocco cinese al mare evitando lo stretto di Malacca. Nel SudEst Asiatico la Cina ha ottenuto quello che probabilmente è il suo più grande e visibile successo in termini di collegamenti ferroviari internazionali, Ferrovia Cina-Laos: lunga solo 400 km attraversa un territorio parecchio montagnoso e scosceso con 75 tunnel correndo per il 15% su viadotti e ponti. La linea è stata costruita in 5 anni e inaugurata nel 2021 con un ritardo di 2 settimane sulla tabella di marcia, per il quale il governo cinese si è scusato col governo del laos. Da allora la linea ha gestito oltre 10.000 treni merci trasportando 60 milioni di tonnellate di merci, aumentando la frequenza dei treni merci da 2 a 18-20 al giorno e ampliando la varietà delle merci trasportate da 80 a oltre 3.000 tipologie. Ha ridotto i costi di spedizione tra Kunming (si legge Kummin) in Cina e Vientiane, la capitale del Laos, del 30-50% e i ha ridotto i costi di trasporto interni in Laos del 20-40%. Ma l’importanza di questa linea è soprattutto che è un asse fondamentale della via della Seta nel Sud-est asiatico perché consentirà di collegare la cina via terra fino al porto di singapore e allo stretto di malacca, rivoluzionando la logistica interna del sud est asiatico. Collegare la Cina alla Thailandia attraverso il Laos favorisce una maggiore integrazione economica tra Cina e tutti i paesi dell'ASEAN, l'Associazione delle Nazioni del Sud-est asiatico, stimolando investimenti e creando nuove opportunità per imprese tailandesi e cinesi. Dopo anni in cui ha tergiversato, nel febbraio 2025 il Consiglio dei ministri tailandese ha approvato la linea ad alta velocità dal Laos a Bangkok. Dopo che questa sarà completata, la ferrovia verrà sviluppata verso sud, da Bangkok verso la Malesia. La Malesia, senza attendere, sta già completando la linea di treno nella sua zona, dal nord della Malesia fino a Singapore. Questa ferrovia offrirà un’alternativa terrestre strategica alle rotte marittime del Mar della Cina che potrebbero essere complicate da eventuali problemi con Taiwan e guerre con gli USA, aumentando la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento cinesi. Rispetto al Laos, mentre i media occidentali parlano di diplomazia della trappola del debito perché il treno è costato 9 miliardi e il paese è poverissimo, e mentre l’FMI scalpita perché è impossibile punire e far fallire il Laos perchè il suo debito è con la Cina e non con l’FMI stesso, la ferrovia intanto ha trasportato oltre 50 milioni di passeggeri (il Laos ha 6 milioni di abitanti) e 60 milioni di tonnellate di merci incluse merci tailandesi verso la Cina e viceversa. Su tutte le merci il Laos viene pagato in royalties per il passaggio sul suo territorio, senza dover fare nulla, e questo non è poco per il 23esimo paese più povero del mondo. La ferrovia supporta anche il turismo ma soprattutto supporta lo sviluppo economico laotiano, un paese che era completamente isolato dal mondo e adesso ha iniziato a già cominciato a costruire fabbriche e industrie. E la cina, come per il Pakistan, non lascerà fallire il paese che rappresenta il suo più grande successo di integrazione regionale. Quando invece va male come reagisce l’Ovest Ci sarebbero molte altre linee di treno da citare, come la ferrovia ad alta velocità Giacarta-Bandung in Indonesia che ha cambiato la geografia della città o anche la ferrovia Nairobi-Mombasa in Kenya, altro esempio secondo i nostri media di diplomazia della trappola del debito, ma invece vorremmo un attimo concentrarci sul corridoio di Lobito che, come abbiamo detto prima, dovrebbe collegare l’oceano atlantico a quello indiano usando le vecchie ferrovie coloniali dall’angola allo Zambia e al Congo e poi infine verso Tanzania. La Cina ha iniziato a costruire treni in giro per il mondo molto prima che noi ce ne accorgessimo. Già nel 2004, la China Eximbank (si legge come si scrive) e il Governo angolano firmarono un accordo di prestito da 362 milioni di dollari per il progetto di riabilitazione della ferrovia di lobito. A quanto pare, alla fine il prestito in totale è diventato di circa 2,3 miliardi di dollari per un totale di 1400 km di ferrovia, che è diventata operativa nel 2015. Non si capisce bene perché, ma questa ferrovia non sta funzionando, non sta trasportando merci. Le ragioni citate dai media sono molte: manca un pezzo per attraversare lo Zambia dove ci sarebbe una grande produzione di rame, in Congo è troppo pericoloso, non ci sono reti di trasporto integrate nella zona che percorre il sud dell’Angola, non ci sono al momento produzioni sufficienti di minerali in Angola, e così via. Quindi il governo Biden ha preso la palla al balzo e ha promesso 550 milioni di dollari per risolvere il problema, ossia per costruire 800 km di ferrovia fino allo Zambia. Se facciamo due conti, riabilitare 1400 km è costato 2.3 miliardi alla Cina e quindi non risulta difficile capire che questa offerta statunitense di 550 milioni è risibile, e che il governo statunitense si è offerto di finanziare la modernizzazione della ferrovia di Lobito principalmente per ragioni geopolitiche e di visibilità mediatica legate alla competizione con la Cina nell’accesso e controllo delle risorse minerarie. La mossa statunitense è stata accompagnata da una grande presenza sui media per far notare il ruolo degli Stati Uniti nel promuovere infrastrutture sostenibili e alternative alla crescente influenza cinese in Africa, l’impegno a garantire un accesso sicuro e diretto a minerali critici e verdi per così dire, e la collaborazione con partner locali per favorire lo sviluppo economico in africa. Pausa musicale: il treno, lucio dalla Conclusioni l ruolo della Cina nei trasporti globali: l'espansione dell'economia e la nuova centralità del Sud globale In conclusione, i treni riducono i costi e dei tempi di trasporto, integrano le economie regionali promuovendo scambi di ogni tipo, investimenti e cooperazione industriale. La Cina promuove il trasporto ferroviario come mezzo sostenibile rispetto al trasporto su gomma o aereo, riducendo l’inquinamento e migliorando l’efficienza energetica. Negli ultimi vent’anni la Cina ci ha investito massicciamente trasformando radicalmente la geografia del commercio mondiale. La Belt and road initiative, iniziata ufficialmente nel 2013 ma in realtà molto prima, ha portato, secondo la Banca Mondiale, a costruire più di 13.000 progetti infrastrutturali in oltre 140 Paesi. Questi investimenti hanno abbassato i costi di trasporto, accelerato gli scambi e integrato nell’economia globale decine di Paesi che prima ne erano esclusi, soprattutto in Africa, Asia Centrale e Sud-est asiatico. Sempre secondo la Banca Mondiale, “una riduzione del 10% nei costi di trasporto può aumentare il commercio fino al 20% tra i Paesi coinvolti nella via della Seta.". In altre parole, la Cina ha già effettivamente "allargato la torta", creando nuove connessioni economiche. Ha fatto quello che l’Occidente predicava ma non faceva: dare accesso al mercato globale a Paesi piccoli e poveri, ma strategici. In Asia, per esempio, ha costruito porti e ferrovie che collegano le zone interne con il mare, dando a questi territori la possibilità di esportare beni. Il ruolo dei treni per stabilizzare la Cina come potenza economica La Cina ha costruito una strategia logistica ridondante per non rimanere mai isolata, anche in scenari geopolitici difficili come guerre, imposizione di sanzioni o crisi regionali. Questo è uno degli obiettivi principali della sua politica di espansione infrastrutturale interna ed esterna, attraverso progetti come la Belt and road initiative. Nello stesso modo, ha creato una ridondanza di catene di approvvigionamento delle merci che le permette di non rimanere mai senza materie prime grazie sia alla logistica che alla collaborazione con i governi dei paesi in cui attua politiche di sviluppo infrastrutturale come i treni ma allo stesso tempo estrattive, come per esempio il l’Angola e Congo per dirne alcuni. A proposito delle catene di approvvigionamento delle merci ci ri-autocitiamo e vi invitiamo a andarvi a sentire la trasmissione intitolata La Cina, le risorse, il lavoro del 13 marzo 2025. In sintesi, facendo tutte queste operazioni, la Cina è in una botte di ferro. Pensiamo per esempio ai dazi di Trump. Trump ha messo le tariffe, il giorno dopo la Cina ha bloccato tutte le esportazioni delle terre rare raffinate dalla Cina verso gli USA, e grazie a quello è stata uno dei primi paesi a risolvere tutti i problemi tariffari con Trump, perché ha costretto gli USA a abbassare sostanzialmente le tariffe per continuare ad accedere alle terre rare. L’Occidente tra ipocrisie e rischi autoritari Il problema non è che la Cina si sta espandendo. Il problema è che noi non ci siamo. L’Occidente, soprattutto gli Stati Uniti, non è credibile quando accusa la Cina di "imperialismo economico", perché non ha mai investito in infrastrutture di portata simile durante il proprio colonialismo, né in Africa, né in Asia, né in America Latina. Anzi, gli stessi Stati Uniti non hanno neppure una rete ferroviaria moderna nazionale, se non per il trasporto merci: l’alta velocità praticamente non esiste negli Usa. In questo senso, la Cina ha occupato un vuoto lasciato dagli USA e dall’Europa, portando a casa consenso e influenza geopolitica. Ma questa influenza ha un prezzo: la Cina esporta infrastrutture, ma esporta anche modelli autoritari, basati sul controllo, sulla sorveglianza e sulla repressione del dissenso. Come ha scritto il politologo Ivan Krastev, "l’export autoritario cinese è silenzioso ma efficace: non obbliga, ma seduce". Conclusione - quella vera Le ferrovie sono strumenti chiave della strategia geopolitica cinese, rafforzando legami politici ed economici con i paesi partner e aumentando l’influenza della Cina in Asia e oltre, fino in Europa. Diciamolo chiaramente: la Cina ha cambiato le regole del gioco. Ha portato treni, porti, energia, economia, fabbriche, lavoro. Ha fatto quello che l’Occidente ha promesso per secoli senza mantenere mai, promuovendo uno sviluppo senza sviluppo. La Cina invece ha rapidamente creato tutto quello sviluppo che l’Europa aveva tanto promesso, ha investito per farlo funzionale, e adesso lentamente ripaga pure il debito a sé stessa in paesi a lei più vicini come Pakistan e Laos. E la torta – sì – si è allargata. Milioni di persone in paesi poveri stanno meglio, vivono meglio, hanno più soldi, e si possono spostare sui treni. Ma questo benessere è servito in silenzio, senza voce, uno sviluppo che non vuole cittadinanza, che non cerca partecipazione. Le persone che vivono meglio, almeno in Asia, sono più felici e non fanno politica, tranne magari i gruppi territoriali che subiscono direttamente l'impatto delle nuove ferrovie. I treni della Cina sviluppano e connettono, ma i loro binari disciplinano. Allo stesso tempo lungo le nuove vie di comunicazione si sviluppano movimenti di chi le infrastrutture le costruisce, movimenti dei lavoratori nelle fabbriche, movimenti ambientalisti contro le infrastrutture. Non pare che su questo ci sia alcuna cognizione, riflessione, risposta da parte dei movimenti occidentali. E come un disco rotto in ogni trasmissione continuiamo a ripetere: se guardiamo solo al nostro ombelico e non sappiamo neanche più dove succedono le cose, dove le persone si organizzano per la lotta, come facciamo ad internazionalizzarla, la lotta? stacchetto musicale Clausole di Salvaguardia Abbiamo citato in vari punti le varie strozzature delle rotte marittime che preoccupano la Cina e per risolvere le quali la Cina costruisce ferrovie. La Cina è al momento di gran lunga anche la più grande potenza navale commerciale al mondo. Ci riserviamo di parlarne un’altra volta e magari di fare una trasmissione più generale sulla Belt and road initiative o via della Seta. Le fonti della trasmissione sono stati vari viaggi fatti in tanti paesi a caso del mondo dove abbiamo visto di persona spuntare come funghi i treni cinesi, prima quelli che non funzionavano o erano fatti male, fino verso il 2010-2015, e poi quelli futuristici e perfettamente funzionanti. Per fare la trasmissione abbiamo descritto ciò che abbiamo visto con l’aiuto di Wikipedia, e qualche articolo sui media in inglese. Se siete di quelli che ancora credono alla diplomazia della trappola del debito, andatevi a leggere la pagina di wikipedia chiamata dept-trap-diplomacy (pronuncia debtrap diplomasi), oppure l’articolo scientifico di Deborah Brautigan della Johns Hopkins della Università di Washington intitolato “a critical look at chinese debt trap diplomacy” del 2018, e l’articolo Demystifying Chinese Overseas Lending dell’Università di Boston, non proprio dei pericolosi comunisti. La Cina non è un prestatore di ultima istanza come l’FMI, è un donatore normale, che fa i suoi interessi normali ed esporta la tecnologia che possiede, ossia i treni. A differenza dell’FMI la Cina non fa cose che distruggono l’economia dei paesi e a differenza della Banca Mondiale fa infrastrutture che funzionano. L’imperialismo della Cina esiste ma non è come quello che pensiamo noi. Se siete ancora di quelli che pensano che i cinesi si portano gli operai per fare infrastrutture vi facciamo notare che questa pratica è vietata dalla legge cinese. A questo proposito, andatevi a cercare i lavori di Kelly Chen (prununcia Cien) che ha scoperto che la ferrovia Laos cina all’inizio veniva costruita solo da operai lao, che però ad un certo punto si licenziarono tutti in massa contro il basso salario, e la cina li dovette sostituire con lavoratori cinesi molto velocemente per poter mantenere la tabella di marcia. I vari movimenti territoriali che combattono contro le infrastrutture cinesi sarebbero fondamentali da analizzare sia in East Asia che in Asia Centrale, ma pare che le informazioni che si trovano siano disponibili solo su Radio Free Asia, una radio in passato finanziata direttamente dal governo statunitense e quindi non credibile. Se conoscete qualche sito o qualche gruppo fatecelo avere e ne faremo un’apposita trasmissione. Non riusciamo neppure ad immaginare quali e quante distruzioni ambientali, sociali e culturali tutte queste massicce infrastrutture possano aver provocato. * CMB-THA Conflitto di famiglie Negli ultimi giorni in Occidente con stupore abbiamo appreso di un nuovo conflitto armato sul confine tra Cambogia e Tailandia ma, probabilemente perchè si tratta di paesi noti in Europa come mete turistiche per migliaia di persone, i media europei ne parlano. Abbiamo provato a mettere insieme qualche elemento di lettura in più attraverso la lettura del Bangkok Post e del Kmer Times, un media tailandese e l'altro cambogiano in inglese e attraverso alcune voci su Youtube, freelance o semplici testimoni La storia coloniale del confine Tailandia Cambogia Rispetto al conflitto Tailandia Cambogia, come avrete notato tutti i media internazionali dicono solo che il problema deriva da un tempio, il tempio di Preah Vihear (pronuncia Prà Vihear), che è una vestigia dell’impero khmer, che i francesi fecero un casino con le mappe quando lo assegnarono alla Cambodia nel 1907, e da allora i due paesi litigano. Il conflitto viene quindi descritto come una bambinesca schermaglia fra stati infantilizzati, che non riescono a prendere decisioni appropriate, che chissà cosa gli passa per la testa. Ovviamente c’è parecchio di più dietro… Per spiegare quello che sta succedendo ci siamo rivolte a Luna Oi, una youtuber comunista filogovernativa vietnamita che ha il difetto di essere filogovernativa e non parlare mai dei problemi del Vietnam, ma sulle questioni di altri paesi ci pare possa essere credibile, o almeno più credibile dei media occidentali. E allora si, il conflitto deriva da un eredità coloniale, ma non esattamente come lo spiegano i media occidentali. Prima di tutto storicamente la Cambogia era quello che si potrebbe definire un feudo della Tailandia. Poi, nel periodo coloniale, la Francia controllò Cambogia, Vietnam e Laos, in quella che veniva chiamata dalla Francia Indocina, e quindi la Tailandia perse il suo feudo. La Tailandia invece era una nazione indipendente che al suo confine combatteva contro l’impero francese, e lentamente perdeva qualche territorio. Ed è per questo che la Tailandia cercava di mantenere buone relazioni con La Francia e quindi dovette concedere, nel 1907, il tempio ti Prà Vihear alla Cambogia, ossia alla Francia. Nel 41 arrivarono i giapponesi che promisero di dar man forte alla Tailandia per riconquistare Laos e Cambodia, e quindi la Tailandia entrò nell’asse (ebbene si, la Tailandia è un paese con un’eredità culturale come quella italiana in questo senso). Ma come sappiamo poi i giapponesi persero la seconda guerra e, verso il 44, la Tailandia saltò sul carro dei vincitori e si riconciliò con gli USA e con gli alleati. Però la Tailandia ne aveva combinate durante la guerra, per esempio 12.000 soldati alleati morirono come schiavi mentre la tailandia costruiva, con i giapponesi, la ferrovia tai-burma. Quindi i regnanti tailandesi dovevano dare qualcosa agli alleati, e decisero di aiutare la francia a mantenere il possesso della zona di Preah Vihear contro i ribelli nazionalisti cambogiani che volevano l’indipendenza. Ma fu sfortunata la Tailandia, perché i cambogiani vinsero e diventarono una nazione indipendente già nel 53 e quindi i tailandesi occuparono l’area del tempio. Nel 1962 poi, la Corte Internazionale di Giustizia rispose ad una richiesta della cambogia dicendo che il tempio era cambogiano, ma la dichiarazione era – probabilmente consapevolmente – fallace. Perché? Il tempio si trova in Cambogia su una enorme rupe scoscesa, o su un faraglione che si affaccia sul la Cambogia. Però non c’è nessun modo per arrivare al tempio dal territorio cambogiano. Per arrivare al tempio bisogna passare dalla Tailandia. E la Corte Internazionale di Giustizia non si occupò di questo dettaglio. Ed ecco che la dichiarazione della Corte Internazionale di Giustizia diventò non tanto una soluzione ma piuttosto un problema aggiuntivo. E da allora la presenza militare delle due nazioni rimane costante nell’area. Saltiamo al 2008, quando la cambogia chiedse il riconoscimento del tempio come patrimonio dell’UNESCO e una guerra scoppia fra tailandia e cambogia. Insomma, più che una schermaglia fra stati, questo tempio è la rappresentazione plastica di come le potenze imperiali europee, nel corso di un secolo, abbiano ripetutamente usato questo tempio per seminare zizzania fra nazioni vicine. I due stati oggi Sia la Tailandia che la Cambodia oggi sono stati capitalisti borghesi che si reggono, come molti paesi del sud est asiatico, su dinastie familiari di diversa storia e natura. I nostri media parlano di democrazie, ma sono in realtà oligarchie e dittature piuttosto feroci che vengono imbellettate perché sono alleati dell'Occidente La Tailandia ha un re, del quale non si può parlar male sennò si va in galera, e due reali grandi centri di potere. Uno sono i militari, e l’altro è la famiglia Shinawatra che invece mantiene il potere attraverso la politica istituzionale. Nel 2001 il patriarca della famiglia Shinawatra, che si chiama Taksin, diventò primo ministro. Nel 2006 un colpo di stato militare lo detronizzò e da quel momento rimase in esilio, fino al 2023. Comunque sua sorella Yingluck (pronuncia ingluc) divenne prima ministra nel 2011 poi defenestrata da un colpo di stato militare nel 2014. Da allora la tailandia è comandata dai miliari, ma formalmente c’è ancora un governo. Nel 2024 comunque lafamiglia Shinawatra si è mossa bene e Paetornpan (pronuncia Paetonton) divenne prima ministra a soli 37 anni e da subito è stata tacciata di incompetenza e dimessa poche settimane fa ma ne parliamo dopo. Quindi insomma, c’è in corso un conflitto perenne fra miliari e la famiglia Shinawatra ma noi occidentali riteniamo la Tailandia una nostra grande alleata e ne parliamo bene e poi ci andiamo anche in vacanza perché hanno delle belle spiagge. In Cambogia anche c’è un re, anzi è la stessa famiglia reale della Tailandia, ma con una funzione di pura rappresentanza. In Cambogia la politica e i militari sono entrambi in mano alla famiglia Hun. Il patriarca Hun Sen faceva parte dei Khmer Rossi ma disertò nel 77 per andare a chiedere aiuto ai vietnamiti per far cadere il regime di Pol Pot. Nell’80 il regime cadde e Hun Sen divenne primo ministro insieme ad un'altra persona fino all’88. Infatti all’inizio, per garantire la pluralità del governo, in cambogia c’erano due primi ministri fino al 1997, quando con un colpo di stato Hun Sen divenne il solo primo ministro e da allora la sua famiglia mantiene saldamente il potere. Oggi suo figlio Hun Manet è il primo ministro e la sua famiglia possiede più di 100 imprese in più di 20 settori economici e, sebbene non ci siano prove, si pensa che possieda miliardi di dollari. La guerra E detto tutto ciò, cosa sta succedendo al confine fra la Tailandia e la Cambogia oggi? Entrambi i paesi hanno dato la colpa all'altro di aver iniziato le prime schermaglie alcuni mesi fa, e poi c’è stata la famosa telefonata di riappacificazione fra i due paesi fra Paetornpan (pronuncia Paetonton) prima ministra della tailandia, e il vecchio patriarca Hun Sen, ancora vero detentore del potere. In questa telefonata Paetornpan (pronuncia Paetonton) avrebbe parlato in maniera denigratoria dell’esercito tailandese, cioè dell'esercito del suo paese. Dopo di ciò, Hun Sen ha pubblicato l’audio della telefonata e come conseguenza lei è stata defenestrata, e adesso c’è un reggente. Dopo di ciò alcuni giorni fa le schermaglie si sono intensificate. Detto tutto ciò, ci sono vari punti di vista con cui questa guerra viene letta: - Siamo tutte d’accordo che il problema non può essere solo un tempio. - Alcuni dicono che potrebbe essere una maniera per gli americani per destabilizzare l’area, ma sinceramente non capiamo su che cosa questa supposizione sia basata, inoltre ci pare che gli USA siano molto impegnati altrove per esse in grado di destabilizzare realmente questa area - Altri dicono che sia stato l’esercito tailandese che ha bisogno di ristabilire la propria importanza politica, dopo la perdita del potere verso la famiglia Shinawatra e dopo la vergogna dovuta alla telefonata denigratoria di Yingluck (pronuncia ingluc) con Hun Sen In conclusione boh, non si capisce, ma sicuramente la problematica è stratificata nel tempo e verte su vari problemi che si legano ad una gestione politica plutocratica, ad una corruzione enorme, e ad una mancanza totale di supervisione o gestione da parte delle entità internazionali per la situazione nell’ASEAN, ossia a dei paesi del sud est asiaticco. In questo senso semmai la debolezza degli stati uniti aiuta a non controllare nulla. Inoltre, ricordiamoci che siamo ai tempi del multilateralismo, e già dai tempi dei fori sociali il multilateralismo era considerato come forma di imperialismo soft, una maschera “civilizzata” del dominio occidentale. In questo senso le forze contrastanti che si occupano di cooperare e collaborare con Tailandia e Cambodia possono aver creato fratture che ancora non decifriamo bene. Per esempio la Cina che di fatto ha colonizzato economicamente la Cambogia, o il vuoto lasciato da USAID, la cooperazione Usa chiusa da Trump che potrebbe aver destabilizzato la Cambogia… Certamente le economie e le plutocrazie di Cambogia e Tailandia sono parecchio integrate tra loro, quindi forse queste azioni militari hanno avuto origine da una qualche forma di negoziazione per ottenere qualcosa (non sappiamo cosa) forse da parte dei cambogiani? Le cose che ci sono da sapere crediamo siano queste: SITUAZIONE DEI COMBATTIMENTI 1. La Tailandia sta attaccando la Cambodia con gli F16 che gli sono stati venduti dall’America, e noi neanche sapevamo che l’esercito tai avesse degli f16, oltre che con missili e artiglieria. L’esercito tailandese è incomparabilmente più forte di quello cambogiano. Questo fa si che 40.000 persone in Cambogia siano già scappate dal confine 2. La Cambogia invece attacca con missili cinesi di gettata di circa 100 km in circa sei provincie, e sembrerebbe che entri più in profondità nei territori tailandesi, e quindi 150.000 persone si sono spostate dal confine, che fa impressione perché è tre volte la gente che si è spostata nel territorio cambogiano. È parecchio interessante notare che la Cambogia sia munita di missili cinesi, cosa che la rende probabilmente tatticamente più competente dato che la tecnologia cinese è più modena. 3. Non sono più schermaglie. La zona del conflitto è piuttosto estesa sia intorno alla zona del tempio, sia verso il Laos su cui pare che per errore sono piovute alcune munizioni esplosive, sia verso il mare in cui è stata attaccata la provincia di Trang che si trova a 150km dal luogo principale. I morti sono più di 30. 4. Sui social abbiamo trovato alcuni video di occidentali che scappano verso l’interno della Tailandia e una cosa che colpisce è che non ci sono sistemi di allerta, tipo sirene, ne zone di evacuazione protette. 5. Entrambi i paesi continuano a dire che ha iniziato l’altro e chiamano a supporto internazionale e a negoziazioni per la pace mentre continuano bellamente a sparare. 6. In totale non si capisce niente, comunque in questo momento si combatte ancora. SITUAZIONE INTERNAZIONALE 7. Rispetto ai colloqui di pace, Trump ha detto ieri, 27 luglio, che è tutto a posto e di averla già negoziata la pace mentre i soldati non si sono fermati neanche un momento. Apparte i sogni americani, i due leader si incontreranno oggi, 28 luglio, alle 3 locali a Kuala Lumpur per il primo colloquio di pace. 8. Un po’ come tutte le altre, ma vale la pensa notare che questa guerra sia quella che Lenin definiva una guerra reazonaria ossia una guerra in cui poteri imperialisti che di loro sono contro le masse, quindi i governi plutocratico-familiari di tailandia e cambogia in questo caso, si combattono per un loro scontro di potere di espanzione della dominazione capitalista. 9. Rispetto alle preoccupazioni internazionali, le preoccupazioni della Cina e della Malesia sui media sono state forti, e si spiegano perché i due paesi vogliono collegarsi via terra il più in fretta possibile. Una destabilizzazione della Tailandia ora, proprio mentre iniziano i preparativi per il treno veloce dal Laos verso Bangkok che dovrebbe poi continuare verso la Malesia, sarebbero un bel colpo all'integrazione regionale. Se la Tailandia si disinteressa al treno e si mette a fare la guerra, è una vittoria per gli USA 10. Rispetto alle ripercussioni economiche che questa guerra potrebbe avere, l’impatto della distruzione dell’economia della Cambogia sul mondo sarebbe irrilevante. La Cambogia è ancora classificato come uno dei paesi più poveri del mondo e le sue più grandi industrie paiono essere il turismo gli scam e i casinò cinesi. Diversa la situazione per la Tailandia, che è uno dei cuori pulsanti dell’economia mondiale, classificata come da 26esima a 30esima economia del mondo, in connessione diretta con la cina cui già commercia in moneta digitale con l’mbridge da tempo, e mentro e parte integrante della strategia dei brics per saltare i problemi nel mar della cina e muovere merci via terra. La tailandia ha industrie avanzate, produce auto, elettronica, petrolchimica, e tecnologie di trasformazione del cibo. Come abbiamo imparato con l’Ucraina, una guerra di larga scala di un paese così importante può avere grandi effetti sull’economia mondiale *CHI - La Cina e la Guerra Nel 2021, durante la 76a Assemblea generale delle Nazioni Unite, Xi Jin Ping (pronuncia Xi Gin Pin) ha dichiarato “la Cina non ha mai invaso o attaccato altri, non vuole diventare una potenza egemonica”. La realtà però è diversa. La Cina ha invaso o fatto guerra ad altri paesi numerose volte nel corso della sua lunga storia, incluso nell’antichità, in tempi imperiali e nella storia contemporanea Ecco alcuni esempi: -Dal 111 a.C. al 938 d.C., la Cina ha invaso ripetutamente il Vietnam anche se il Vietnam spesso riusciva a respingere gli invasori cinesi. La dinastia Ming occupò poi il Vietnam dal 1407 al 1427. Questa influenza è stata così forte che fino al 1918 la lingua vietnamita si scriveva ancora con caratteri cinesi. -Durante la dinastia Yuan del XIII secolo la Cina tentò di invadere il Giappone due volte ma entrambe le invasioni fallirono soprattutto a causa dei "vento divino", ossia i tifoni, e della resistenza giapponese. -La Cina invase anche Java nel 1293, ma fu sconfitta. -Nel periodo della dinastia Qing, la Cina invase la Corea nel 1636 per imporre tributi e controllo, e invase la Birmania (Myanmar) quattro volte tra il 1765 e il 1769. Anche nel XX secolo la Cina dobbiamo citare alcuni episodi Dopo l’istaurazione del sistema comunista la Cina ha: -Nel 1950 ha invaso e annesso il Tibet. -Nel 1962 ha invaso addirittura l’India, causando la guerra sino-indiana e l’occupazione dell’Aksai Chin (pronuncia Aksai Cin), territorio ancora conteso - Nel 1974 ha occupato le Isole Paracel togliendole al Vietnam del Sud. - Nel 1979 invase per breve tempo il Vietnam. - Nel 1988 prese il controllo della Johnson South Reef (pronuncia Gionson Sout Rif) nelle Isole Spratly (Pronuncia Spratli), sempre dal Vietnam. Poche settimane fa si è parlato parecchio delle capacità militari cinesi in occasione della grande parata militare in piazza Tienanmen per l'80° anniversario della vittoria nella Seconda guerra mondiale, il tutto con la usuale crassa ignoranza con cui i media trattano la Cina. In questa trasmissione parleremo sì di quali sono le capacità attuali della Cina, comparandole con quelle di noi ovest global, e poi invece descriveremo cosa la Cina sta cercando di fare per rafforzare il nuovo ordine globale multipolare, in un mondo nel quale gli Stati Uniti sembrano scomparire. Premettiamo anche che ci fa schifo parlare di guerra e non ne capiamo nulla di armi, e che ci è comunque impossibile capire tutto il contesto militare cinese. Il concetto di sicurezza nazionale dal punto di vista del governo cinese Prima di tutto va detto che la visione del governo cinese include quelle operazioni militari che sono diciamo “come le nostre” dell’ovest globale, ossia proiettare potere su altre aree o rafforzare la difesa estera. Oltre a quello però ci sono anche considerazioni di sicurezza interna in vari sensi. Per esempio,il regime cinese non prevedeun’opinione pubblica quindi per mantenere il consenso cerce di mantenere il popolo contento e a pancia piena. Quindi la sicurezza interna comprende anche l'assicurazione degli approvvigionamenti di risorse cruciali come cibo, materie prime ed energia e tutto ciò che il paese non produce a sufficienza. La sicurezza nazionale cinese non si limita alla difesa militare o politica, ma include un ampio concetto di "sicurezza olistica" che abbraccia anche la stabilità economica e la resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche. Per questo motivo il governo cinese lavora attivamente per ridurre la dipendenza dall’estero attraverso politiche di autosufficienza, diversificazione delle fonti di approvvigionamento e investimenti in energie rinnovabili, come abbiamo spiegato in altre trasmissioni. Questo però fa si che la Cina proietti la sua capacità militare, pubblica o privata, anche sulle zone di produzione o di passaggio di materie prime o prodotti trasformati. Per fare qualche esempio le miniere cinesi in Congo sono protette da forze militari cinesi private, le navi che navigano nel mar della Cina sono protette da navi della guardia costiera cinese, tipo quelle che i media inquadrano come protagoniste di scaramucce con le Filippine di cui magari parleremo in un’altra trasmissione. Ma esiste anche un altro tipo di politica di difesa: la repressione del dissenso interno. Da parte della Cina, infatti il dissenso è visto in una prospettiva più ampia della nostra, che ha anche implicazioni di sicurezza nazionale e militare. Nel modello cinese, lo Stato-partito mantiene un controllo rigido e centralizzato su tutti gli aspetti della società, e ogni minaccia all'unità, alla stabilità e alla leadership del Partito Comunista è percepita come una minaccia alla sicurezza dello Stato nel suo complesso. In altre parole, la sicurezza interna è integrata con la sicurezza nazionale, e la stabilità del regime è considerata fondamentale per la capacità della Cina di difendersi da minacce esterne. Questa visione inquadra il dissenso come qualcosa da considerare nella sicurezza complessiva, che può coinvolgere non solo strumenti di polizia politica, ma anche azioni di “protezione” che si avvicinano a logiche militari. Per quanto questa operatività militare sul fronte interno, come compagni e compagne ovviamente ci faccia schifo, va spezzata una lancia a favore della Cina. Infatti, nei paesi dell’Asia fino al Trump2 ci sono state continuamente campagne di sobillazione occidentali del dissenso interno di cui abbiamo parlato in altre trasmissioni. Dobbiamo capire che quindi ha avuto senso trattare il dissenso interno in un contesto di politiche militari perché molte delle proteste sono state basate su finanziamenti e corsi di formazione alla ribellione come quelli che erano pagati dagli USA, attraverso la CIA prima e poi l’ora defunto National Endowment for Democracy o NED) (pronuncia National Endouement for democraci). Anche di questo abbiamo parlato in altre trasmissioni. Capito questo, abbiamo già fatto un gran salto di comprensione rispetto a quello che ci dicono i media rispetto alla grande parata militare. Ma parliamo delle capacità militari e della grande parata militare comunque, ossia parliamo di cosa la Cina può fare oggi contro di noi ovest globale… e se lo vuol fare. PAUSA MUSICALE Le capacità militari cinesi in termini di armi e sistemi informatici L’Esercito Popolare di Liberazione (PLA dall’acronimo inglese) si è trasformato da forza principalmente terrestre a forza sempre più incentrata sulli navi. La Cina, nel Libro Bianco sulla Difesa del 2015, ha affermato che "la mentalità tradizionale che privilegia la terra rispetto al mare deve essere superata." Il Libro Bianco del 2019, "La Difesa Nazionale della Cina nella Nuova Era," definisce alcune missioni chiave quali la protezione della sovranità territoriale, dei diritti marittimi, la disponibilità al combattimento e la tutela degli interessi cinesi all’estero. La struttura delle forze cinesi esercita adesso potere al fine di difendere gli interessi marittimi, dissuadere gli Stati Uniti e i loro alleati da azioni militari e in ambiti come quello spaziale, elettromagnetico e nel cyberspazio, adottando un approccio asimmetrico, piuttosto che cercare di competere con gli Stati Uniti sul piano economico in modo diretto. Vediamo come tutto ciò funziona punto per punto Forze militari sinergiche La Forza di Supporto Strategico (SSF), istituita nel 2015, ha fuso il personale delle forze spaziali, di quelle cibernetiche, della guerra informativa e di quella elettronica. Con circa 165.000 membri (che corrisponde più o meno alla stessa quantità di tutto il sistema militare italiano, per comparazione), la SSF funziona sia come sistema di supporto informativo per tutti i settori dell'Esercito Popolare di Liberazione, sia come un braccio offensivo strategico. La SSF si articola in due componenti principali: il Dipartimento dei Sistemi Spaziali, che gestisce le operazioni spaziali militari e i satelliti, e il Dipartimento dei Sistemi di Rete, che integra guerre informativa, cibernetica, ricognizione tecnica, elettronica e psicologica. Questo tipo di integrazione è unica al mondo; solo l’esercito cinese funziona così e tutto il sistema paese, completamente digitalizzato in ogni settore, interagisce con il sistema militare tradizionale e con ogni sistema informatico militare. E probabilmente con questo potremmo finire la trasmissione, dato che fa già capire a che livello stanno. Forze di terra L'Esercito Popolare di Liberazione ha quasi un milione di membri di terra attivi ed è il settore che, ad oggi, richiede più modernizzazione perché una parte dell'equipaggiamento è ancora obsoleta e i militari sono poco formati. Una cosa interessante è che tutti i nuovi veicoli corazzati cinesi privilegiano capacità anfibie, dual use fra terra e acqua, cosa a cui altri eserciti non danno priorità, e spiegheremo dopo il perchè. Da notare che durante la grande parata militare di settembre 2025 in Cina, sono state presentate diverse nuove armi significative, come i sistemi laser ad alta energia montati su camion corazzati in grado di disabilitare apparecchiature elettroniche, robot quadrupedi detti "lupi robotici" utilizzati per ricognizione, bonifica mine o caccia al nemico e lanciarazzi modulari con gittata fino a 500 km. Tutti tipi di arma che semplicemente fino ad adesso non esistevano. Aereonautica militare L'Aeronautica del'Esercito cinese ha a disposizione veicoli moderni, compreso il cacciabombardiere stealth di quinta generazione J-20 che, anche se forse non tanto stealth cioè invisibile quanto l'F-22 o l'F-35, fornisce alla Cina una capacità significativa per operazioni a scala regionale. Stealth significa non intercettabile dai radar. Interessante è che la Cina ha pochissimi aerei cisterna, il che denota disinteresse a proiettare potenza lontano dalle proprie basi. Da notare che, durante la grande parata militare di settembre 2025 in Cina, anche per l'aeronautica sono state presentate diverse nuove armi significative come i droni stealth GJ-11, capaci di operare autonomamente o in formazione con caccia stealth J-20. Di nuovo, un tipo di formazione in battaglia che fino ad adesso non esisteva. La Marina La Marina cinese ha invece una portata epica, dato che si è trasformata in pochi decenni da semplice forza costiera in marina di capacità globale, sebbene usata a scala reginale. Nel 2022, contava 59 sottomarini (di cui 12 a propulsione nucleare), 86 unità principali di combattimento di superficie, incluse due portaerei, 196 navi da pattugliamento e combattimento costiero, e 9 navi anfibie principali. Va detto che la Cina, a questo punto, produce fra il 50 e il 60% delle navi del mondo, e quindi il settore cantieristico cinese sta sfruttando il suo vantaggio industriale per produrre grandi navi da guerra in massa, con ritmi di produzione impressionanti. Sebbene esistano ancora ritardi tecnologici quali la silenziosità dei sottomarini, che ancora non è buona, il gap di capacità rispetto alla Marina statunitense si è notevolmente ridotto. Nel 2030 la Cina avrà 435 navi, incluse 6 portaerei, e entro il 2040 80 incrociatori. Nel frattempo, la produzione cantieristica statunitense è quasi inesistente. Per fare un solo esempio, nel 2024 c’è stata un'azienda cinese - una sola – che ha costruito più navi di quante ne abbiano costruite complessivamente tutti i cantieri navali statunitensi dal 1945. Dal 2000, la Cina ha realizzato oltre il doppio delle navi militari rispetto agli Stati Uniti, il che implica che la loro flotta è ovviamente più innovativa. Da notare che la marina militare cinese sta sviluppando e schierando portaerei specificamente progettate per operare con droni, le cosiddette drone carrier. Questa capacità di integrare sistemi senza pilota con aerei convenzionali rappresenta una svolta nella guerra navale moderna, permettendo alla marina cinese di espandere enormemente le capacità operative, specialmente in scenari di guerra aerea asimmetrica, sorveglianza e attacchi di precisione. La Cina sta anche sviluppando una nuova generazione di navi militari specificamente progettate per supportare un'operazione anfibia su larga scala finalizzata all'occupazione terrestre – per esempio di Taiwan. Da notare come ciò si allinea con gli equipaggiamenti di terra menzionati prima. Queste navi, incluse portaelicotteri e navi d'assalto anfibie, sono capaci di imbarcare grandi contingenti di truppe d'assalto, mezzi corazzati, elicotteri e droni da combattimento, consentendo uno sbarco rapido e massiccio. Inoltre, la Cina ha sviluppato una nuova tipologia di chiatta o nave da sbarco anfibia con ponte allungabile e rampe stradali molto lunghe (oltre 120 metri), progettata specificamente per facilitare lo sbarco rapido e diretto di carri armati, mezzi corazzati e camion, direttamente sulla costa. Questi lunghi ponti estendibili partono dalla prua della nave e possono raggiungere strade costiere o terreni solidi al di là delle spiagge, permettendo ai veicoli di sbarcare quasi come da un porto mobile senza necessità di ancorare troppo vicino alla riva o dipendere dai porti convenzionali. Razzi Un punto cruciale che è necessario sottolineare per quanto riguarda i missili è la disparità nella produzione tra missili offensivi e intercettori difensivi fra ovest globale e tutti gli altri paesi. Mentre non sappiamo quanti missili producano per esempio Cina e Iran, abbiamo trovato invece che la Russia ha prodotto 195 missili strategici in un mese, mentre la produzione complessiva prevista di intercettori, missili da difesa, dei paesi occidentali per tutto il 2025 è di sole 630 unità (600 da Lockheed Martin e 30 dal Giappone), con la Germania che non ne produrrà alcuno prima della fine del prossimo anno. Per neutralizzare un singolo missile in arrivo servono almeno due intercettori. Detto come va detto: l’ovest globale al momento non è in grado di difendersi da un attacco missilistico …. Sembrerebbe che non siamo in grado di difenderci neanche da un eventuale e improbabile attacco russo, figuriamoci dei cinesi… Abbiamo già detto che non capiamo nulla di armi; nonostante questo, per quanto riguarda i missili ci concentreremo a parlare di quelli ipersonici, per mostrare il grande divario tecnologico esistente. Cina, Russia e Iran li hanno, mentre gli Stati Uniti e alleati, zero. La Cina è il leader mondiale nella tecnologia dei missili ipersonici, con centinaia di missili già schierati. Anche la Russia ha compiuto notevoli progressi. L'Iran ha sviluppato tre piattaforme di missili ipersonici, probabilmente utilizzate nei recenti attacchi contro Israele. Al contrario, negli Stati Uniti, il programma dell'Esercito è stato posticipato di diversi anni, e la Marina ha addirittura chiuso completamente uno dei suoi programmi a causa dei costi elevati e delle limitazioni della capacità industriale. Inoltre,gli Stati Uniti non dispongono né delle catene di approvvigionamento né della capacità industriale necessarie per costruire efficacemente queste armi. Invece i paesi BRICS hanno sviluppato catene di approvvigionamento e capacità industriali per i missili ipersonici, mentre i paesi del G7 e della NATO non lo hanno fatto, e quindi sono esposti a una vulnerabilità strategica significativa. L'aspetto più preoccupante, però, è che attualmente è impossibile difendersi dai missili ipersonici. Volando ad almeno cinque volte la velocità del suono ed essendo capaci di cambiare direzione durante il volo, queste armi possono facilmente superare i sistemi di difesa aerea esistenti. Questa situazione rappresenta una minaccia esistenziale per le forze dell’ovest globale, in particolare potrebbe essere usata contro le portaerei, pilastri fondamentali della proiezione di potenza americana. PAUSA MUSICALE Conseguenze: come le capacità militari cinesi cambiano lo scenario bellico internazionale Per spiegare come la Cina influenza il resto del mondo, vediamo ora come UN alleato cinese, il Pakistan, ha ottenuto un vantaggio significativo nel recente conflitto aereo con l'India grazie all'impiego di aerei cinesi J-10C, che risalgono a circa 10 anni fa e sono dotati di avanzati missili aria-aria a lungo raggio PL-15, che hanno dimostrato un'efficace capacità nell abbattere aerei indiani, inclusi i moderni Rafale francesi, e i russi MiG-29 e Su-30. Il successo dei J-10C non si deve solo alla loro tecnologia bensì soprattutto all'integrazione con altre forze militari pakistane, come sistemi di difesa aerea a lungo raggio di fabbricazione cinese e una rete di comandi efficiente che ha permesso un coordinamento efficace tra aerei e sistemi terra-aria. Questa integrazione ha consentito al Pakistan la supremazia aerea in numerosi scontri con l'India, causando all'aviazione indiana perdite di velivoli avanzati e mettendo in crisi la capacità di controllo dello spazio aereo nella regione del Kashmir oggetto di disputa. Ma sulla strategia integrata, vediamo anche Iran e Russia. Sebbene non con prodotti di fabbricazione cinese, l'Iran ha adottato una strategia militare integrata nel recente conflitto con Israele, che combina attacchi missilistici, droni kamikaze, operazioni di intelligence e guerra cibernetica. Questa strategia ibrida, sebbene non basata su aerei da combattimento avanzati di fabbricazione cinese, si caratterizza per una forte integrazione tra diverse capacità militari e servizi di intelligence che permettono di coordinare attacchi mirati e complessi. L'Iran utilizza inoltre milizie proxy e risorse proprie per saturare le difese israeliane, come il sistema antimissile Iron Dome, con lanci massicci di missili balistici e droni per poi entrare in profondità. Anche la Russia, in Ucraina, applica una strategia militare integrata su larga scala, che combina artiglieria pesante, forze corazzate, droni, missili e capacità di comando centralizzato. Insomma, in generale la convergenza tra Russia e Iran, insieme al sostegno tecnico e militare cinese al blocco eurasiatico, sta lentamente costruendo un’alternativa competitiva all’egemonia militare occidentale, specialmente in contesti regionali. Questi paesi puntano a una guerra integrata più adatta alle loro esigenze politiche e geografiche, con una crescente capacità di sfidare l’occidente su determinati fronti strategici. Insomma, l’occidente, lo abbiamo visto, adesso ha risorse migliori, spende di più, ma poi però le guerre le perde. Conclusioni su di noi ovest globale Non siamo più innovativi L’occidente, un tempo considerato la punta di diamante dell’innovazione militare globale, sta oggi rallentando il suo avanzamento tecnologico, in particolare nel settore dei missili ipersonici, delle tecnologie informatiche inclusa l’intelligenza artificiale per guidate i missili, nell’integrazione fra sistemi d’arma, nella costruzione e modernizzazione navale, nell’uso militare dei droni; in particolare, per quanto riguarda i droni, poi, va notato che sono prodotti di livello solo quelli di produzione cinese. Non siamo più in grado di produrre sistemi di guerra I legislatori americani, i funzionari della difesa e le imprese appaltatrici del Pentagono spingono per un aumento delle spese militari al fine di fronteggiare il crescente potenziale cinese. Ma la guerra moderna richiede molto di più della produzione industriale attuale, e anche la capacità di convertire le industrie. Nella Seconda Guerra Mondiale, per esempio, gli Stati Uniti trasformarono le fabbriche civili in impianti di produzione militare. Se una guerra scoppiasse oggi, la Cina sarebbe meglio preparata a compiere una simile transizione. La guerra moderna va oltre i tradizionali beni militari, includendo la produzione industriale, la logistica, l’informatica, i satelliti, le catene di approvvigionamento e l'accesso alle materie prime. La capacità potenziale di produzione e di approvvigionamento, oggi, è tutta in mano alla Cina. Per esempio, quando Trump2 ha imposto i dazie, la Cina ha reagito utilizzando la sua posizione dominante nel mercato globale delle terre rare, limitando drasticamente l'esportazione di questi minerali cruciali verso l’ovest globale. Le terre rare sono vitali per la produzione di tecnologie avanzate, inclusi molti sistemi militari come gli F24, i proiettili e i missili, quindi questa mossa ha di fatto bloccato o rallentato la capacità produttiva militare occidentale. In conseguenza di questo, gli accordi commerciali raggiunti tra Stati Uniti e Cina prevedono sì dazi alti per la Cina, ma più bassi rispetto a quello che ci si aspettava perché abbassarli è stato l’unico modo per gli USA di continuare a ricevere terre tare. Trump ha perfino annunciato l’accordo sui dazi definendolo positivo perché avrebbe garantito la fornitura delle terre rare essenziali per l'economia e la difesa statunitense. Non siamo più i primi al mondo Se si considera il PIL a parità di potere di acquisto, poi, il complesso militare cinese non è molto più piccolo di quello statunitense. Infatti, sebbene la spesa militare nominale cinese sia inferiore a quella statunitense, quando si tiene conto del potere d'acquisto in Cina, cioè di quanto effettivamente si può acquistare con un dollaro in Cina rispetto agli Stati Uniti, il budget militare cinese risulta essere circa il 96% di quello americano. Questo rende il bilancio reale della Cina per la difesa molto più vicino a quello statunitense di quanto indichino i dati nominali. Inoltre, la Cina può concentrare le proprie risorse militari in una regione geografica specifica, l'Indo-Pacifico, mentre gli Stati Uniti devono distribuire la propria forza in molteplici aree del globo, il che rappresenta un vantaggio comparato per la Cina nel calcolo delle risorse militari disponibili. PAUSA MUSICALE Conclusioni su la Cina o meglio sui “non noi”, o su di “loro”. La Cina, in fondo in fondo, sta semplicemente facendo il suo, facendo i passi necessari per rafforzare il suo ruolo di leader globale. A questo punto, la politica estera cinese si focalizza nella Iniziativa Globale per lo Sviluppo, nell'Iniziativa Globale per la Civiltà; il primo settembre la Cina ha lanciato alla SCO cioè la Shanghai Cooperation Organization l'Iniziativa per la Governance Globale, di fronte a pari del calibro di Putin e Modi. Dal 2015 esiste poi l'Iniziativa Globale per la Sicurezza della Cina (GSI), che è la componente di sicurezza della strategia cinese di impegno internazionale, volta a creare narrazioni e dibattiti sui problemi della sicurezza internazionale. Mentre un nuovo documento cinese sulla sicurezza nazionale del 2025 si concentra di nuovo tutto sulla stabilità interna e la sicurezza del regime, l'aspetto esterno del concetto di sicurezza nazionale cinese si basa su principi che sembrano innocui ma possono includere tutto, dalla stabilità del regime (intelligenze interna, attività paramilitari, forze dell’ordine) alle rivendicazioni territoriali. La Iniziativa Globale per la Sicurezza della Cina in Africa, giusto come esempio, tramite accordi bilaterali ha sviluppato meccanismi congiunti per l'applicazione delle leggi (interne), ha fondato istituzioni concrete come scuole di formazione e programmi di addestramento veri e propri in Algeria, Egitto, Etiopia, Ghana, Somalia, Uganda, Lesotho e Rwanda, ovviamente in forme diverse da paese a paese. Tuttavia, è semplice da capire che per questi paesi, guidati da dittature o da democrazie con norme già fragili o inesistenti, il controllo assoluto del partito unico sulla cooperazione militare possa indebolire ulteriormente i diritti civili, minando i rapporti civili-militari e il principio della sicurezza professionale. I politici dell'Occidente globale spesso non comprendono pienamente la portata della Iniziativa Globale per la Sicurezza della Cina e tendono a sottovalutarne l'impatto concreto, soprattutto per quanto riguarda lo sviluppo di meccanismi di sicurezza e cooperazione in paesi terzi, che stanno profondamente influenzando le dinamiche politiche e creando catene di allenze. E conclusioni su noi europei E allora guardiamoci anche noi europei. Davanti alla guerra in Ucraina ci stiamo riempiendo di piani di difesa, di fondi militari, di retorica della sicurezza. Ma in questo buttiamo via anche ciò che, nel bene e nel male (soprattutto nel male), l’Europa di buono aveva. Per finanziare armi abbiamo smesso di investire nella cooperazione internazionale, ossia abbiamo smesso di investire nel colonialismo. Non vogliamo difendere qui il colonialismo, ma con il colonialismo arrivava anche la capacità di proiettare influenza economica e culturale. Facciamo un esempio semplice: la Francia e l’occidente se ne sono andate dal Burkina lasciando il posto a Russia e Cina, e l’omosessualità è diventata reato poche settimane fa. Con la presenza imperiale statunitense e nostra in Burkina, ci piaccia o meno, questa legge non sarebbe stata approvata. Con il colonialismo è finita anche la fase in cui noi vendevamo al mondo la nostra immagine di democrazie illuminate, il cosiddetto soft power progressista o il “pink-washing”. Il rischio è che, abbandonando la vecchia forma del nostro imperialismo come era prima della guerra in Ucraina, ci ritroviamo con più cannoni, con più povertà, con (ancora) meno credibilità internazionale e con molti meno diritti in una società che qui è militarizzata, mentre se in realtà fuori dall’Europa non contiamo più niente militarmente, meno conteremo nei prossimi anni, quando la militarizzazione sarà completata. Questo è un discorso complesso da fare perché pare che ci difendiamo l’Europa, ma fatecelo fare... A scala globale la vera alternativa non è – ovviamente - correre dietro a Pechino o alla Russia nella gara delle armi. Dovremmo usare quello che ci resta — diplomazia, economia, cultura — per tessere relazioni, negoziare, collaborare. O almeno capire che con una Cina ormai potenza globale che ha superato l’ovest globale in ogni campo della tecnologia e della manifattura, e con una Russia che ormai è la sesta potenza al mondo a parità di potere di acquisto, dovremmo solo cercare di conservare ciò che ci rende europei invece di reinstaurare le nostre radici guerrafondaie. Non è una conclusione molto difficile da raggiungere insomma: se abbiamo contro la Russia e la Cina, abbiamo già perso e dovremmo cercare di non combattere. Al di là del fatto che la guerra ci fa schifo. STACCHETTO Clausole di salvaguardia Le fonti di questa trasmissione sono stati innumerevoli noiosissimi articoli sulla guerra fatti da giornali seri, video, e a volte anche pubblicazioni di destra. Non abbiamo parlato di Taiwan, delle Filippine, di Panama, dell’India e di tutti i posti che si dice siano contesi dalla Cina. Merita una trasmissione a parte. Non abbiamo detto che la Cina ha costruito isole artificiali nel Mar Cinese Meridionale con l’obiettivo di rafforzare il controllo territoriale e di proiettare la propria potenza di marina militare ed economica in una zona strategica, trasformando queste strutture in basi avanzate per influenzare il commercio marittimo e affermare la sua presenza regionale in modo più deciso. Dopo lungo ponderare, ci è sembrato che le isole non possano essere considerate armi, ma sulle isole i cinesi hanno costruito basi militari, quindi boh, lo scriviamo almeno qui per far vedere che non ce ne siamo dimenticate. Infine, ci rendiamo conto come una trasmissione come questa rischi di alimentare lo stato mentale di rischio di guerra permanente in cui si trova la persona europea media. Ciò nonostante, ci pareva necessario lo stesso dire quali sono le reali capacità belliche della Cina sapendo che chi ascolta ROR è in grado di discernere fra rumore e realtà. *Le primavere Asiatiche? Corruzione e colonialismo All'inizio di questo mese, il Nepal è stato l'ultimo Paese dell'Asia meridionale a rovesciare il proprio governo, con la Generazione Z in piazza in massa. Edifici governativi nepalesi dati alle fiamme ricordavano lo Sri Lanka e Bangladesh di qualche anno fa.. Le proteste contro la corruzione, le scarse opportunità economiche e il mal governo si stanno diffondendo, dal Sud, anche nel Sud-est asiatico, in Indonesia, nelle Filippine e a Timor Est. Visto che finalmente in Italia siamo scese in piazza in massa, per la Palestina, ci è sembrato di dover continuare a fomentare e cercheremo quindi di spiegare la cosiddetta primavera asiatica. Sri Lanka 2022 Iniziamo da qualche anno fa. Le proteste del 2022 in Sri Lanka del scoppiarono a causa della crisi economica dovuta alla cattiva gestione del governo Rajapaksa (si legge come si scrive, Ragiapacsa): inflazione elevata, carenza di carburante, di gas per uso domestico e di altri beni essenziali, oltre ai blackout elettrici. Il governo aveva preso alcune decisioni fra le più stupide che si siano sentite, fra le quali, nel 2019, la riduzione drammatica di varie tasse, provvedimento in teoria pensato per stimolare l’economica ma che invece portò sul lastrico le entrate del governo e ridusse drasticamente la spesa pubblica. Inoltre, nel 2021, mise al bando tutti i pesticidi con la scusa che fanno male alla salute, ma in realtà perché il governo non aveva più valuta estera per comprarli, determinando, come conseguenza, la drastica diminuzione della produzione alimentare. In combinazione con la crisi del covid e la conseguente scomparsa del turismo, la popolazione si ritrovò sul lastrico. Si narra che ci volessero 3-5 giorni di fila per avere un po’ di benzina, razionata. A quel punto, nel marzo del 2022, i giovani, che sono più del 40% della popolazione, scesero in strada contro il presidente e la sua famiglia, accusati di corruzione e di incapacità di gestire la crisi. Le proteste iniziarono come movimenti di massa spontanei e apartitici, organizzati soprattutto attorno a luoghi simbolici. La tensione però aumentò inn seguito alla risposta autoritaria del governo: fu dichiarato lo stato di emergenza, le proteste furono represse con arresti, uso di gas lacrimogeni, manganelli e idranti, furono inoltre censurati i social media. In particolare, le violenze messe in atto dallo Stato con la repressione brutale da parte della polizia e delle forze di sicurezza, al tempo, non furono raccontate, ma oggi sono documentate da Amnesty International. Le violenze dello Stato causarono almeno 7 morti. Nonostante ciò, le proteste culminarono con l'occupazione delle aree vicine al parlam ento , la caduta del governo. Il pre sidente scappò dal paese e si dimise, segnando una svolta nella crisi politica ed economica del paese. Alla base, che era successo in Sri Lanka? Dato che questo è il primo dei paesi che trattiamo, bisogna scendere un po’ nel dettaglio anche come introduzione al metodo di analisi che useremo. Le radici della crisi risalgono al 2010, quando il debito bilaterale verso Cina e Giappone, quello multilaterale e quello con il settore privato aumentò drasticamente; si trattava di debiti contratti per costruire infrastrutture che però non ebbero il ritorno economico sperato e si tradussero in corruzione, in particolare della famiglia Rajapaksa (Ragiapacsa). Il presidente e suo fratello, il Primo Ministro, controllavano al tempo circa il 70% del bilancio nazionale. Nel 2022, i media approfittarono della crisi per parlare della "diplomazia della trappola del debito" cinese, prendendo come esempio il porto di Hambantota (si pronuncia come si scrive), che era stato finanziato in gran parte da un prestito della Cina e poi, mal gestito, è risultato inadeguato a generare i profitti previsti. Quando lo Sri Lanka fece default, nell’aprile 2022, cedette il porto alla Cina per 99 anni. Da allora, sentirete usare il porto come l’esempio massimo di trappola del debito cinese da tutti i media occidentali. Parentesi, ci permettiamo di dissentire da questa narrazione per vari motivi fondamentali: - il primo è che il default del debito fu dovuto ai bond sovrani che il paese aveva emesso verso investitori del settore privato, compresi quelli occidentali, e che corrispondevano al 20% del debito estero del paese. Nonostante il debito con la Cina fosse (anche quello) solo il 20% del debito estero del paese, nessun media a quel tempo fece notare che il default non fu dovuto alla Cina, o per lo meno non solo. - il porto di Hambantota, ad oggi, funziona come un motore di crescita economica importante per il paese, con un traffico commerciale in forte aumento. - Oltre alle normali funzioni di porto per il mercato interno, esso si sta affermandocome un importante hub di transshipment (pronuncia transcipment), ossia il porto è diventato da hub regionale in cui i container vengono trasbordati da una nave all'altra, per esempio, container in arrivo da Rotterdam vengono trasferiti a navi che poi li portano verso destinazioni come Dubai. - La Cina ha dato in concessione il transshipment con l’Europa alla Mediterranean Shipping Company (MSC), una ditta prima italiana, ora svizzera; si tratta della più grande ditta di trasporto container al mondo, occidentale. Ossia… non è che l'occidente è fuori da questa storia. Fine della Parentesi Cosa è successo dopo le proteste? Dopo le proteste ci fu un governo di transizione che negoziò un accordo capestro con l’FMI. Ricordiamoci sempre che l’FMI è il prestatore di ultima istanza e quando un governo si rivolge all’FMI è perché è in default e nessun altro gli darebbe soldi. Oltre a questo, il governo riuscì ad avere ad una riduzione diretta del debito intorno al 5-6% circa del totale. Non serve dire che la popolazione si è impoverita a causa di tutto ciò. Il governo attuale è guidato dal Partito Nazionale del Popolo (NPP), con Anura Kumara Dissanayake (si legge come si scrive) come Presidente. Dissanayake era leader del principale partito comunista dello Sri Lanka che aveva anche guidato la guerriglia fino agli anni 90 (ne abbiamo parlato in altre trasmissioni) e ha promosso politiche di supporto ai poveri e alle fasce vulnerabili della popolazione, conciliandosi per quanto possibile con le riforme economiche dell’FMI. Bangladesh 2024 Un altro caso è quello del Bangladesh e delle rivolte del luglio 2024. Prima dell'esplosione delle proteste, l'economia del Bangladesh era debole, in particolare a causa di problemi strutturali, dell'inflazione e dell'indebolimento delle esportazioni, mentre la popolazione si trovava a fronteggiare un costo della vita crescente e salari reali stagnanti. Sheikh Hasina guidava il governo dal 2009 con vari mandati e aveva un controllo completo sulle istituzioni statali, autoritarismo, elezioni irregolari, e corruzione. I giovani nel paese sono circa il 40% della popolazione, e le rivolte scoppiarono quando il governo reintrodusse un sistema di quote che riservava una frazione (intorno al 30%) dei posti statali a “figli/parenti di veterani della guerra per l’indipendenza”. Giovani e studenti universitari che aspiravano a posti di lavoro in base alla preparazione percepirono questa riforma come nepotismo e corruzione. La risposta del governo fu il coprifuoco, la sospensione della rete internet (mobile, social), e la repressione diretta, ma le manifestazioni aumentarono rapidamente. Le forze di sicurezza usarono armi da fuoco, gas lacrimogeni, idranti, manganelli. Ci furono attacchi anche da parte di sostenitori del governo contro i manifestanti e le manifestanti, ma anche scontri fra manifestanti, blocchi stradali. Il bilancio totale è incerto ma l’ONU ha stimato 1.400 morti. Inoltre, più di 20.000 persone rimasero ferite e oltre 11.000 furono arrestate. Dopo settimane, il 5 agosto 2024 Hasina fuggì dal paese in elicottero. Il giorno successivo il capo dell’esercito annunciò un governo di transizione. Dopo la partenza di Hasina, i manifestanti e le manifestanti assaltarono la sua residenza ufficiale, saccheggiarono simboli del potere e altri edifici legati al governo. Il governo di transizione che successivamente è stato formato ha, come guida, Muhammad Yunus (Premio Nobel per l’invenzione del microcredito), scelto da chi manifestava. Il governo ad interim ha avviato riforme radicali e promesso processi contro i responsabili delle violenze. I media, sul fronte politico, presentano il governo come inesperto e sotto forte pressione a causa della mancanza di un mandato chiaro, del fatto che non è stata ancora annunciata una data precisa per le elezioni e del permanere di forti tensioni tra le parti politiche, in particolare con il partito di Hasina, che è stato escluso dalla partecipazione politica. La situazione di sicurezza rimane precaria, c'è il timore di violenze e tensioni religiose crescenti. Tuttavia, la popolazione mostra sostegno verso le ambiziose riforme del governo di Yunus, pur mantenendo aspettative elevate e una crescente impazienza per i risultati concreti. Le elezioni generali sono previste per la prima metà di febbraio 2026 e tutti gli osservatori nazionali e internazionali prevedono tensioni e violenze. Nel caso del Bangladesh, il livello di debito resta moderato rispetto a altri paesi emergenti, ma la sua crescita riflette le difficoltà economiche post-crisi covid e la necessità di finanziare spese pubbliche considerevoli, comprese quelle militari e di sostegno sociale nel contesto di una transizione politica delicata. Nepal Passiamo all’oggi con il Nepal. La politica nepalese è parecchio movimentata. Solo negli anni 2000, il Nepal ha vissuto un massacro della famiglia reale, un'insurrezione maoista, un re che cercò il potere assoluto e una rivoluzione che rovesciò la monarchia. Anche dopo che il Paese è diventato una repubblica democratica nel 2008, l'instabilità politica è continuata, con 14 governi in 17 anni. Tra la gente c'è molta frustrazione per la corruzione e la cattiva gestione. Prima delle proteste il paese affrontava in gravi difficoltà economiche caratterizzate da debolezze strutturali. la disoccupazione giovanile supera il 20%, e l'economia dipende dalle rimesse dei e delle nepalesi all’estero, che rappresentano circa un terzo del PIL nazionale. Questa dipendenza dalle rimesse è dovuta alla mancanza di lavoro. Inoltre ci sono inflazione, carenza di cibo e beni, e stagnazione dei salari. La situazione del debito estero a settembre 2024 segnava un livello record per il paese, con il debito esterno in crescita negli ultimi anni, l’80% del quale dovuto alle banche multilaterali. Il debito estero è causato da diverse ragioni strutturali, è stato accumulato per finanziare sviluppo economico e infrastrutturale. Inoltre, la fragilità economica legata alla limitata capacità produttiva interna fa sì che il paese continui a indebitarsi con enti multilaterali e altri creditori internazionali. Va notato che prima della protesta, i giovani e le giovani nepalesi avevano iniziato a seguire un trend chiamato "Nepo kids" su piattaforme come TikTok che mostrava gli stili di vita stravagantie lussuosi dei figli di importanti figure politiche che ostentavano i loro privilegi. Il detonatore immediato delle proteste nepalesi è stata la decisione del governo del 4 settembre di vietare 26 piattaforme di social media, tra cui Facebook, Snapchat e YouTube, per la loro mancata registrazione presso le autorità. Vale la pena ricordare che il 56% della popolazione nel paese ha meno di 30 anni e ha un alto tasso di utilizzo dei social media. Visto come un tentativo di mettere a tacere le critiche ai nepo kids, il divieto ha portato decine di migliaia di persone nelle strade lunedì 8 settembre. Le forze dell'ordine hanno usato idranti, gas lacrimogeni e proiettili veri, che hanno ucciso almeno 19 manifestanti quel lunedì, 14 dei quali avevano 28 anni o meno. La revoca affrettata del divieto sui social media da parte del governo lunedì sera non è riuscita a placare le proteste, che si erano intensificate per via dell'indignazione pubblica per gli omicidi. Martedì 9 settembre la protesta ha incendiato il parlamento e ha attaccato edifici governativi, case dei leader politici in tutto il Paese, alcuni dei quali sono stati trovati e aggrediti da coloro che erano in strada. Il Primo Ministro KP Sharma Ollie (pronuncia Sciarma Ollie) ha annunciato le sue dimissioni lo stesso giorno. Nei due giorni di disordini, almeno 73 persone hanno perso la vita. Dopo che la calma è stata in gran parte ripristinata entro la fine del 9 settembre, il movimento ha utilizzato la piattaforma online Discord per discutere i loro passi successivi e hanno deciso di sostenere l'ex capo della Corte Suprema Sushila Kharki (si legge come si scrive), una giurista che aveva espresso solidarietà alle proteste, come Prima Ministra ad interim. Le nuove elezioni sono fissate per marzo 2026. Le scene dal Nepal hanno mostrato una somiglianza sorprendente con l'insurrezione dello Sri Lanka e con quelle del Bangladesh. PAUSA MUSICALE Indonesia Una storia un po’ diversa è quella dell’Indonesia, che è il settimo paese al mondo per PIL a parità di potere di acquisto, con un industria manifatturiera che è la decima nel mondo superata, nell’ASEAN (il raggruppamento dei paesi del sud est asiatico), solo dalla Cina. Il nuovo presidente, Subianto, un militare, in carica da meno di un anno, si è distinto per politiche controverse. Secondo lui l'ottimizzazione della spesa pubblica è stata necessaria per rimborsare il debito estero in scadenza e finanziare il programma sociale di pasti scolastici gratuiti. Questo ha causato una riduzione della spesa pubblica dell'1,38% nel primo trimestre 2025, con un impatto negativo su ogni settore, incluse emittenti statali, istruzione e opere pubbliche, blocco delle borse di studio ministeriali previste e riduzione del budget di alcuni ministeri, come nel caso del Ministero degli Affari Religiosi. È importante sottolineare che il debito estero del governo indonesiano è equilibrato, ossia non erano necessarie misure tanto draconiane per sanarlo. Quasi il 100% del debito estero governativo è a lungo termine, riflettendo un impegno su programmi di sviluppo nei servizi pubblici essenziali e nelle infrastrutture, cosa che va bene. Inoltre, la gran parte del debito è multilaterale, che è meglio che altrimenti. Un problema è invece che le entrate fiscali in rapporto al PIL sono basse (circa il 10–12 %) rispetto agli standard dei mercati emergenti, il che lascia al governo una capacità limitata di gestire la cosa pubblica. Ossia in sintesi il problema è che la nuova amministrazione ha preso decisioni poco razionali a causa dell’irrealizzabilità delle promesse della campagna elettorale. Però poi c’è anche la corruzione, endemica in Indonesia. Uno dei motivi scatenanti delle proteste è stato l’aumento della retribuzione dei membri del parlamento, che sono arrivati a guadagnare circa 30 volte lo stipendio di un lavoratore o di una laqvoratrice medi. Inoltre il governo ha varato una nuova normativa militare che ha destinato più incarichi civili agli ufficiali militari, di fatto rischiando di diminuire il livello democratico del paese, e fatto una legge sulla creazione di posti di lavoro che, secondo le accuse, compromette i diritti dei lavoratori, delle lavoratrici e dei popoli indigeni e le tutele ambientali. La frustrazione dell'opinione pubblica è cresciuta anche a causa dei social dove i deputati mostrano costosi viaggi internazionali e ostentano uno stile di vita sfarzoso. E poi c’è anche il solito problema dei nepo kids, e diversi incarichi chiave in ministeri e imprese statali hanno suscitato un clamore pubblico per aver favorito parenti e stretti alleati politici rispetto al merito. Le proteste continuavano da febbraio e già si erano verificati episodi di uso eccessivo della forza da parte della polizia, arresti arbitrari e violenze contro manifestanti, inclusi minori, che la gente ha legato al fatto che al governo c’è un militare. Le proteste di cui stiamo parlando sono scoppiate il 28 agosto quando un veicolo della polizia ha investito e ucciso un autista ventunenne di un servizio di rider a Giacarta, suscitando indignazione soprattutto tra gli autisti di queste piattaforme. Le manifestazioni hanno immediatamente attaccato edifici della polizia. Nonostante le scuse del capo della polizia di Giacarta e del Presidente, e il fatto che sette agenti siano stati immediatemente accusati di violazioni del codice etico, le proteste hanno continuato a estendersi nelle principali città. A Makassar tre persone sono state uccise dopo che la protesta ha dato fuoco a un edificio del parlamento regionale. Altre vittime si sono verificate il 29 agosto, quando un uomo sospettato di essere un agente dei servizi segreti è stato massacrato dalla folla, mentre uno studente è morto durante le proteste a Yogyakarta (pronuncia Iogiakarta). Inoltre, edifici pubblici e proprietà appartenenti a partiti politici, compresa l'abitazione del ministro delle finanze indonesiano, sono stati presi di assalto e saccheggiati. Sono state prese d’assalto anche le case di alcune celebrità. A quel punto si contavano già 6 morti e 20 dispersi e la BEMSI, All-Indonesian Student Executive Board - il coordinamento di sindacati e gruppi studenteschi - temendo altre perdite ha deciso di mettere fine alle proteste e ha reso note online le "17 più 8 richieste", che includono il ritiro delle forze armate dalle attività di polizia civile, il blocco degli aumenti salariali per i parlamentari, la fine degli abusi di potere della polizia, l'adozione di una riforma fiscale più equa, il rafforzamento degli organismi di controllo indipendenti e la riforma delle forze di polizia. Il governo, lentamen te, sta attuando alcune delle richieste. Gli esperti considerano queste manifestazioni tra le più importanti dalla riforma avvenuta dopo la caduta del dittatore Suharto nel 1998. Timor Leste Le proteste a Timor Est sono iniziate il 15 settembre 2025, quando gli e le, studenti universitari nella capitale hanno manifestato contro la decisione del Parlamento di acquistare 65 SUV Toyota Prado per ciascun parlamentare, per un costo di circa 4 milioni di dollari. Hanno chiesto la cancellazione di questo acquisto e la fine delle pensioni a vita per gli ex parlamentari. Dopo giorni di protesta, il Parlamento ha votato all'unanimità di cancellare l'acquisto delle auto e poi sono anche state cancellate le pensioni a vita, mettendo così fine alle dimostrazioni. Queste proteste hanno evidenziato una più ampia insoddisfazione verso le disuguaglianze economiche e le spese governative in uno dei paesi più poveri del Sud-est asiatico. Filippine Oltre al proprio trend online “Nepo Babies”, come lo chiamano nelle Filippine, il problema è iniziato nel luglio del 2025, quando, durante il suo discorso sullo stato della nazione, il presidente Ferdinand “Bongbong” Marcos Jr. (summo nepo baby, figlio del dittatore ma "democraticamente" eletto) ha rivelato gravi anomalie in quasi 10.000 progetti di controllo delle inondazioni. Un’inchiesta ha poi stimato che circa 9 miliardi e mezzo di dollari risultano in progetti “fantasma” — cioè mai realizzati —, altri incompleti o di qualità scadente, e i contratti erano spesso concentrati nelle mani di pochi appaltatori. Dal che se ne deduce che quelle delle Filippine siano state le prime proteste di massa di cui si sappia a causa delle perdite di vite umane legate alle insufficienti infrastrutture di bonifica, o per meglio dire per la inesistente gestione delle inondazioni. La popolazione filippina lamenta anche disuguaglianze crescenti, scarsa trasparenza, servizi pubblici inadeguati da tempo. Le Filippine sono un paese in condizioni economiche così difficili da non sembrare Asia, con il 5.3 % della popolazione che lavora all’estero, percentuale superiore a quella di molti paesi africani. Il debito estero però è abbastanza equilibrato. Va notato che i continui problemi di allagamenti colpiscono soprattutto le comunità più povere. Il fatto che proprio i progetti destinati a prevenire le inondazioni siano oggetto di corruzione ha reso la rabbia popolare intensa. La protesta è stata fissata per il 21 settembre 2025, giorno in cui nel 1972 il padre dell’attuale presidente, il dittatore Marcos, dichiarò la legge marziale. Una data simbolica, scelta per richiamare alla memoria la lotta per la democrazia e contro gli abusi di potere. Il giorno della protesta decine di migliaia di cittadini e cittadine hanno marciato nelle principali città dando vita a una manifestazione senza precedenti ribattezzata “Trillion Peso March” che, con la solita allegria dei filippini, è un gioco di pa role che significa “alluvioniamo il parco di Luneta” che era il luogo del concentramento a Manila. Gran parte della protesta si è svolta pacificamente, c'è stato comunque in più momenti e luoghi il tentativo di superare le barriere di sicurezza del palazzo del presidente. La polizia ha risposto con lacrimogeni e cannoni ad acqua, si sono stati scontri, feriti, e oltre duecento arresti, tra cui diversi minorenni, ma la situazione non ha visto lo stesso livello di scontro e violenza degli altri paesi. Il presidente summo nepo baby ha dichiarato di comprendere la rabbia dei cittadini, promettendo indagini approfondite - un lifestyle check - sui funzionari governativi, e alcuni politici si sono dimessi, ma in realtà non sta succedendo molto. Una nuova manifestazione è fissata per fine novembre, neanche tanto presto. PAUSA MUSICALE Conclusioni Ragione di base – malgoverno povertà legate alla corruzione Le insurrezioni in questi paesi hanno le loro differenze ma con un substrato di frustrazione radicata per la corruzione endemica, le scarse opportunità economiche e lo scarso lavoro, e il malgoverno. La causa scatenante di molte proteste nei paesi in via di sviluppo è spesso la crisi economica interna: inflazione, aumento del costo dei beni essenziali (cibo, energia), svalutazione della valuta, mancanza di importazioni, difficoltà nel reperire valuta estera. Dietro queste difficoltà, un elemento spesso meno visibile è l’onere crescente del debito estero dovuto anche al peggioramento del tasso di cambio peggiora. Dopo il COVID, molti governi hanno preso prestiti cosa che, unita all’aumento dei tassi di interesse, ha ridotto la capacità di rimborsare. Quando il debito diventa insostenibile, lo Stato deve o tagliare spese sociali, o aumentare tasse, oppure sospendere pagamenti, il che traduce in proteste. In ultimo, come è successo allo Sri Lanka, rimane l’FMI come prestatore di ultima istanza. Non ne parla nessuno ma la situazione è grave e negli ultimi anni hanno fatto default anche Libano, Ghana, Zambia, Argentina, Mozambico, e Suriname. Siccome sui media si parla di diplomazia cinese della trappola del debito, va anche ricordato che solo in un caso, lo Zambia, il debito estero con la Cina era molto alto, il 40%, mentre nel caso dello Sri Lanka era il 20%. Negli altri casi il debito con la Cina non è stato un fattore significativo del default. Va fatto notare che i paesi che sono più esposti al debito con la Cina in questo momento, come Laos e Pakistan, hanno invece swap lines per ammortizzare il debito e sembra – anche se notizie certe non ce ne sono - che vengano trattati dalla Cina con i guanti di velluto in modo da evitarne il default. Stop alla corruzione come parte integrante del processo di sviluppo Tutto questo ci ricorda che la lotta alla corruzione è una componente essenziale del processo di sviluppo e del processo democratico. L’esperienza di Mani Pulite mostrò come la corruzione sistemica impatta sulla democrazia. L’inchiesta fece crollare un intero sistema politico, ma non riuscì a produrre riforme stabili. Diverso il caso della Corea del Sud, dove la lotta alla corruzione è diventata parte della maturazione democratica. Presidenti incriminati e una società civile vigile hanno spinto verso istituzioni più trasparenti e una pubblica amministrazione digitalizzata, sostenendo lo sviluppo economico. Parliamo anche di paesi non democratici. In Cina la campagna anticorruzione ha avuto un duplice effetto: da un lato ha ridotto pratiche corruttive e rafforzato l’efficienza dello Stato, dall’altro è servita a consolidare il controllo politico della presidenza attuale. Simile la strategia del Vietnam, dove la campagna “fornace ardente” mira a pulire il Partito e garantire stabilità agli investitori stranieri. Da Milano a Pechino, la lezione è chiara: combattere la corruzione non è solo moralismo, ma una condizione per costruire istituzioni solide. Trovate online vari articoli scientifici su mani pulite, se vi interessa, come caso di riforma fallita più che altro. Social media in una nazione giovane Ci dispiace accodarci ai media mainstream ma bisogna dirlo che i giovani e i social media hanno svolto ruoli critici in queste proteste. Le proteste erano in gran parte separate dai partiti politici organizzati. Dove i social non erano bloiccati, sono serviti a organizzare le proteste, ma ancora più incredibilmente in Nepal i social sono stati addirittura utilizzati per nominare il governo di transizione nel primo (che si sappia è il primo caso al mondo) e in Indonesia a dettare le condizioni. Ricordiamo comunque che i social non hanno fatto le proteste, in caso sono stati lo strumento di convocazione e così è finchè il padrone del singolo social non decide di chiuderti il profilo o di dare il tuo nome alle guardie In molti di questi paesi i social sono anche stati il veicolo con cui la popolazione ha potuto vedere gli eccessi dei politici. In Bangladesh e in Indonesia i social hanno mostrato la corruzione sistemica che favoriva i "nepo kids" in pratiche clientelari diffuse nel governo e nel settore pubblico. In Nepal la vita lussuosa dei nepo kids era visibile online. Un trend simile detto "Nepo baby" c’è anche nelle Filippine, e uno in Mongolia dove ha causato le dimissioni del Primo Ministro a causa dello stile di vita lussuoso di suo figlio. Governi rimasti ma con cautela Al di là di Sri Lanka, Bangladesh e Nepal, dove i governi sono caduti, data l'atmosfera febbrile nella regione, i governi di Indonesia e Timor Est sono stati molto pronti ad accettare molte delle richieste di chi manifestava nel tentativo di sedare i disordini. Mentre nelle Filippine, il Presidente e summo "Nepo baby" ha cercato di allinearsi con i manifestanti, dicendo di condividere la loro rabbia. Non che sia credibile. Ci sono altri governi che sono di fatto di fronte a proteste simili, e che copiano in qualche modo gli schemi asiatici. In questo momento in Marocco le proteste sono in corso da agosto a seguito della morte di 8 donne a seguito a dei parti cesarei, e ci sono già tre morti. In Mozambico pare siano morte 22 persone durante le manifestazioni e il presidente è stato sostituito da un militare. In Ecuador dove le proteste durano da 21 giorni e il governo ha messo in strada 5000 militari e limitato il diritto di assemblea, mentre il presidente pare che sia stato attaccato in macchina dai manifestanti con dei sassi che la polizia ha chiamto tentativo di omicidio. In Perù le manifestazioni continuano dal 2022 ma i giornali locali le riportano come parte della onda di manifestazioni della generazione Z, due giorni fa la Presidente è stata estromessa attraverso un impeachment per "incapacità morale permanente" second l'articolo 113 della costituzione. PAUSA Conclusioni per noi ovest ossia comparazioni e colonialismo L'Ovest Globale è davvero meno corrotto dell’Asia? Quindi i governi dell’Asia sono molto corrotti da cui le proteste, ma noi sappiamo che anche i nostri governi dell’Ovest Globale sono corrotti. Quindi come funziona? Secondo la politologa Yuan Yuan Ong, che ha fatto uno studio comparativo fra la corruzione negli USA e in Cina, in realtà la corruzione non è così diversa. Prendiamo come esempio la Cina e non i paesi citati in questa trasmissione perché non abbiamo trovato altri studi. Second Ong la situazione che oggi osserviamo in Cina è simile a quella degli Stati Uniti durante l'Età Dorata, alla fine del XIX secolo. A suo avviso, la corruzione non scompare con lo sviluppo dei paesi, ma si trasforma in termini di struttura e modalità. Ong mette in discussione l'opinione comune secondo cui la corruzione ostacolerebbe inevitabilmente la crescita economica, evidenziando che la Cina ha avuto una straordinaria espansione economica nonostante la corruzione. Ong classifica la corruzione in 4 parti: l'estorsione da parte della polizia, l’appropriazione indebita (i furti), le mazzette per superare la burocrazia da parte dei cittadini normali, e la corruzione legata ai privilegi pagati a funzionari o entità potenti al fine di ottenere contratti particolari. Nei primi tre tipi in effetti la Cina è più corrotta dell’Ovest, ma rispetto al quarto tipo Ong nei suoi studi conclude che la corruzione negli Stati Uniti sia diventata "legalizzata e istituzionalizzata" attraverso pratiche di lobbying e traffico di influenze. Cita studi che evidenziano come, tra il 2000 e il 2007, il lobbying fosse collegato a pratiche di prestito rischiose, sottolineando che le aziende che facevano lobbying ebbero più grandi salvataggi finanziari dopo la crisi del 2008. Nonostante ciò, gli Stati Uniti sono classificati come il ventottesimo paese meno corrotto secondo Transparency International, ma secondo Ong è solo perché quel tipo di corruzione negli USA è legale e non viene considerato nell’indice. Questo significa che se compariamo le mazzette in Cina ai funzionari statali agli effetti del lobbying negli Stati Uniti, in quell’aspetto la situazione è simile. Il colonialismo agito attraverso l’austerity Abbiamo parlato di come varie delle proteste siano state influenzate dal debito estero contratto per costruire le infrastrutture dei sistemi paese, prestati da noi, quindi coloniale. E abbiamo parlato del tasso di cambio che si è impennato dopo il covid, altro impatto coloniale. Ma dopo questa carrellata, non abbiamo la sfera magica per sapere come andrà a finire in Bangladesh e Nepal dove i governi sono caduti e le elezioni sono ad anno nuovo. Però sappiamo già come sta andando a finire in Sri Lanka, dove i cittadini subiscono le conseguenze delle misure di austerità dell’FMI. La povertà è raddoppiata nel paese e triplicata nelle zone urbane) il 25% delle famiglie soffre di insicurezza alimentare, la malnutrizione infantile è in aumento e la frequenza scolastica è diminuita, mentre molti pazienti rinunciano alle cure. L'8% dei medici ha lasciato il paese e il 15% che ha chiesto permessi di lunga durata, ossia probabilmente se ne sono andati anche quelli. Le misure di austerità colpiscono soprattutto i più poveri, per esempio un sesto delle famiglie sono rimaste senza allacciamento alla rete elettrica perché è troppo cara. Però nell’ovest globale abbiamo visti anche applicati approcci alternativi all'austerità. Per esempio, negli Stati Uniti dopo il 2008 sono state adottate misure di stimolo che includevano la stabilizzazione del sistema finanziari, programmi per aiutare le famiglie a evitare il pignoramento, il sostegno all'industria automobilistica e agevolazioni fiscali. Questi salvataggi sono costati 635 miliardi di dollari, ma hanno generato rientri per 744 miliardi, dimostrando che l’austerità non è la sola soluzione. Il Portogallo dopo il 2008 aveva richiesto l’aiuto dell’FMI e inizialmente adottato misure di austerità ma poi passò a incentivi come sussidi, crediti d'imposta e finanziamenti per le imprese, attirando grandi aziende come Google e Mercedes-Benz e creando nuovi posti di lavoro. Anche in quel caso, la spesa pubblica stimolò l'attività economica. In conclusione, mentre nel Sud globale noi (noi saremmo l’FMI, che è espressione della nostra cultura, ricordiamocelo) imponiamo condizioni ai prestiti o cambiamo i tassi di cambio qui con il risultato che si aggravano la povertà, le disuguaglianze e le crisi sociali, mentre per noi nel Nord del mondo abbiamo ricette alternative positive a sostegno alla popolazione. Abbiamo visto che in molti di questi paesi i problemi sono legati alla crisi del debito, debito che non è con la Cina ma con banche multilaterali (noi) e con creditori privati (sempre noi). Noi guadagniamo sui prestiti emettendoli. Noi guadagniamo sui prestiti generando aumentando i tassi di interesse. Noi guadagniamo sui prestiti generando crisi. Eppure, l’austerità è il linguaggio con cui il potere dell’ovest globale decide chi deve pagare il prezzo delle crisi. Mentre il Nord può permettersi di “stimolare” e investire, il Sud viene educato alla rinuncia. In questo senso, come scriveva Marx, “l’emancipazione politica – in questo caso dei paesi e dei governi - non è ancora l’emancipazione umana” — perché la libertà formale dei governi resta vuota dato il loro margine di scelta è dettato non dalla loro politica ma da chi controlla il credito (emissione e tasso di interesse). Niente di nuovo, ci rendiamo conto, il nostro marginalizzare e soggiogare l’altrove. Ma c’è di più. Marx aveva ragione quando scriveva che “l’accumulazione di ricchezza a un polo è al tempo stesso accumulazione di miseria, fatica e degrado all’altro. Il credito che opprime il Sud del mondo siamo noi: i nostri risparmi, le nostre banche, i nostri consumi, il nostro stesso stile di vita — anche quello di noi, compagne e compagni dell’Occidente che ci diciamo solidali — si regge sulla possibilità di continuare a estrarre valore, risorse e vite da chi è costretto a indebitarsi per sopravvivere. Viviamo del debito altrui, e lo chiamiamo stabilità. Si potrebbe quasi dire che lo dimostra il fatto che noi, come società occidentale, quasi non protestiamo più per noi stessi. Scendiamo si in strada in massa per la Palestina, quasi una protesta geopolitica per l’altrove, ma molta della popolazione vive sufficientemente bene e alienata da non sentire più il bisogno di proteste per noi. Invece nel mondo multilaterale dell’est la gente sta in strada per sé stessa, per protestare contro il loro governo ma anche contro il nostro estrarre valore dalle nostre vecchie colonie con credito e inflazione. E come compagni e compagne almeno dobbiamo rendiamocene conto che siamo parte del problema. Conclusione conclusione: E come queste proteste influenzano noi? Non molto in realtà, ma in realtà anche da noi c’è la loro bandiera. Eh si. In Nepal e Indonesia in particolare le manifestazioni portavano il simbolo del manga giapponese Straw Hat Pirates, in cui i pirati, guidati da Monkey D. Luffy, si oppongono a governanti repressivi, lottano contro la schiavitù, il razzismo e la xenofobia, e viaggiano per il mondo cercando di abbattere il Governo Mondiale e la sua Marina che domina i mari. La stessa bandiera si è vista nelle Filippine e in Timor Est. Poi negli ultimi giorni si sono viste in Francia nelle manifestazioni a supporto delle primavere asiatiche, e infine, secondo la rivista The Week, a Londra, Roma, e in Slovacchia nelle proteste pro-Palestina di due settimane fa. Negli Stati Uniti si sono viste nelle proteste a favore dei migranti e per la Palestina della settimana scorsa a Portland. Speriamo che almeno questa conclusione ci fomenti un po’ a scendere in piazza anche per noi stesse. STACCHETTO Clausole di salvaguardia La trasmissione si basa su fonti TV e media mainstream di ogni dove ripresi ricercando i vecchi video, più qualche articolo scientifico per le conclusioni, e un po’ di studio sui prestiti sovrani. Il tema è complesso e sfaccettato e saremmo felici di ricevere maggiori informazioni da chi ne sa di più. Il ruolo dell’ovest nelle proteste? Per ognuna delle proteste di cui abbiamo parlato si sono moltiplicate le accuse secondo cui alcune organizzazioni finanziate dall’Occidente avrebbero avuto un ruolo nell’alimentare proteste o disordini. Tuttavia, da quanto emerge dalle fonti internazionali e dai principali media indipendenti, non ci sono prove concrete o pubblicamente verificate. Molte di queste accuse provengono da ambienti politici o istituzionali locali e sembrano volte a delegittimare movimenti di protesta o ONG critiche verso il potere. È vero che molte organizzazioni civili ricevono ancora fondi esteri dopo Trump, come per esempio da fondazioni private come Open Society o Gates o Rockfeller. Il caso di Yunis in Bangladesh, che è di prima di Trump, sembra però un esempio perfetto di queste ingerenze dato che è stato messo al governo nonostante non abbia esperienza ed è molto filo occidentale. Con la caduta di USAID questo tipo di influenze dovrebbero però essere diminuite, ma dobbiamo continuare a tenere alta la guardia. Fa un po' male dirlo ma, da quando USAID è sparita e l'Europa ha deciso di diminuire parecchio gli aiuti allo sviluppo (quelli gratis, non i prestiti, i regali) ciò che rimane del supporto ai paesi poveri sono solo i prestiti. Praticamente stiamo smettendo di far finta di regalare. E però dobbiamo anche ricordarci, come un disco rotto, quali sono le conseguenze della fine di questa forma di aiuti allo sviluppo facendo ancora l'esempio del Burkina che pochi mesi dopo la scomparsa di USAID e la cacciata dell'Europa ha messo fuori legge l'omosessualità. La fine degli aiuti allo sviluppo ha conseguenze molto serie nei paesi che la subiscono. *Le popolazioni anarchiche dell’Asia SIGLA In Asia c’è un enorme catena di montagne, una specie di mare interno verde, scosceso e frastagliato che attraversa l’Asia dal nord-est dell’India fino al Vietnam, passando per la Birmania, il Laos, la Thailandia e la Cina sudoccidentale. Questo territorio ha un nome che non trovate nei libri di geografia: si chiama Zomia. È un mondo di altipiani, foreste e valli ripide, difficile da raggiungere, difficile da mappare, e per secoli anche difficile da dominare. È il nome che l’antropologo e politologo americano James C. Scott ha dato a un’area vasta quanto l’Europa, popolata da circa cento milioni di persone, e che da millenni rappresenta un’enorme zona di fuga, di resistenza, di autonomia rispetto agli Stati che la circondano. Scott la definisce “un’anarchia viva”. Non nel senso del caos, ma come una forma di vita collettiva costruita per non essere governata. Il suo libro, “L’arte di non essere governati”, pubblicato nel 2009 e reso disponibile nel 2020 in italiano da Einaudi, è una sfida al modo stesso in cui pensiamo la storia, la civiltà e il progresso e pensiamo che sia essenziale per capire come le popolazioni marginali vivono in Asia, ma anche come le popolazioni marginali scappino al concetto stesso di stato, e anche come il fatto che esistano popolazioni senza stato influenza la governance in Asia. La storia vista dalle montagne Di solito la storia la scrivono le pianure. Le valli fluviali, le città, gli imperi, i palazzi e le burocrazie. È lì che si concentra il potere, e da lì che partono le cronache ufficiali: la civiltà che avanza, la foresta che si apre, la barbarie che arretra. Scott rovescia questa prospettiva. Dice: guardiamo la storia dalle montagne, guardiamo la storia dal punto di vista di chi scappa dal potere, dal punto di vista della gente che è scappata. Perché, dice lui, per gran parte della storia umana, vivere fuori dallo Stato era la norma, non l’eccezione. Lo Stato, con le sue tasse, la coscrizione militare, il lavoro forzato e la burocrazia, era una piccola isola dentro un oceano di popoli liberi, mobili, difficili da catturare. Le montagne, in questo senso, non sono solo un paesaggio naturale: sono un rifugio politico. Scott le chiama “zone di fuga”, o “shatter zones”, zone frantumate dove si accumulano, come in un mosaico, i frammenti di popolazioni in fuga dalle guerre, dalle imposte, dagli imperi. Lui lo scrive con parole nette: “La storia dei popoli senza storia è la storia della loro lotta contro lo Stato.” La frase di Scott è una frase che potrebbe stare accanto a quelle di Bakunin o di Kropotkin, perché in fondo dice la stessa cosa: che la libertà non nasce dal centro del potere, ma ai suoi margini, tra chi rifiuta di farsi governare e sperimenta altre forme di vivere insieme. Bakunin scriveva che “la passione per la distruzione è anche una passione creatrice”: distruggere il dominio dello Stato significa aprire lo spazio per nuove comunità, per relazioni più eguali, per una solidarietà senza comando. E Kropotkin, che da geografo conosceva bene le montagne, ricordava che la cooperazione non è un’eccezione alla lotta per la sopravvivenza, ma una legge naturale della vita. Scott, in un certo senso, raccoglie quella stessa eredità: ci mostra che le montagne dell’Asia non sono solo un luogo di rifugio, ma un laboratorio di anarchia vissuta, un esperimento storico di autogoverno, di mutualità, di resistenza alla cattura. Fuggire lo Stato, costruire il margine Zomia diventa allora una specie di laboratorio politico naturale, dove possiamo vedere come comunità intere abbiano organizzato la propria vita per restare ai margini, o meglio, per scegliere consapevolmente la distanza dallo Stato. Nelle pianure del Sudest asiatico — nelle grandi civiltà di riso e irrigazione, come l’Impero birmano, il Siam, il Vietnam, la Cina dei Ming e dei Qing — il potere si costruiva su due risorse fondamentali: la terra coltivabile e la forza lavoro. Più contadini significava più riso, più tasse, più soldati, più potere. Ma ogni volta che lo Stato cercava di espandersi, di ingabbiare la popolazione, milioni di persone fuggivano verso le montagne, verso un mondo di foreste, di piccoli villaggi, di campi mobili. La vita lì era dura, certo, ma era libera. Scott la descrive come una strategia di sopravvivenza politica. L’agricoltura non era pensata per massimizzare il raccolto, ma per minimizzare la dipendenza: niente grandi campi di riso facilmente tassabili, ma colture miste, rotazioni, spostamenti continui e nomadismo stagionale. Anche la cultura orale — l’assenza di scrittura — secondo Scott, non è un “ritardo”, ma una forma di difesa: una società che non scrive non lascia archivi, non crea catasti né registri fiscali. L’analfabetismo diventa una forma di libertà, la mobilità un'arma politica, la povertà apparente una scelta di autonomia. Il mondo visto dal basso Nella visione di Scott, Zomia non è un relitto del passato, ma un modo alternativo di pensare la storia. Là dove gli storici parlano di “progresso” e “civilizzazione”, lui vede piuttosto processi di cattura: lo Stato che si espande, recinta, chiude, impone la sedentarietà. Lo paragona alle enclosures inglesi del Settecento, quando le terre comuni furono privatizzate e i contadini costretti a lavorare per i padroni. La stessa logica che Scott aveva già descritto in un altro suo libro fondamentale, Lo sguardo dello Stato, dove analizza come i governi moderni, nel tentativo di “rendere leggibili” le società, abbiano finito per appiattirle, ridurle a ciò che possono amministrare e tassare. Nel nome dell’ordine, dello sviluppo, della pianificazione, lo Stato semplifica la realtà: cancella i saperi locali, le relazioni comunitarie, la complessità dei territori. Nello Sguardo dello Stato Scott parla della formazione degli stati europei e di come questi siano ordinati e leggibili ma anche invivibili. Nell’analisi di Zomia Scott parla dell’intera storia della civiltà. Al posto dell’ordine, Scott vede recinzione e obbedienza; là dove il potere parla di “progresso”, lui intravede un processo di addomesticamento, la trasformazione di popoli liberi in popolazioni amministrate. In Asia il “processo di cattura dello stato” è stato simile, solo che più lungo e più accidentato. Per secoli, lo Stato delle pianure ha provato a risalire le montagne — costruendo strade, monasteri, scuole, missioni, caserme. Ma le montagne rispondono con l’attrito del terreno: la distanza, la malaria, la lingua, la foresta, la nebbia, tutto rallenta, tutto è difficile da raggiungere, tutto resiste. Zomia diventa un contesto di disobbedienze collettive. Non parleremo qui dei diversi gruppi etnici che esistono in Zomia, ma almeno li citiamo. Ci sono i Karen e i Chin in Birmania, i Hmong e i Mien tra Laos e Vietnam, gli Akha e i Lahu tra Thailandia e Yunnan. Centinaia di gruppi etnici diversi, lingue, religioni, costumi, spesso mescolati. Questa diversità, che ai funzionari statali sembrava confusione, era invece una forma di protezione: un’identità flessibile, mobile, che cambia nome e lingua per evitare la cattura. E molte di queste comunità non sono “tribù antiche”, ma gruppi formatisi proprio per fuggire dallo Stato. Sono entità etniche flessibili che si formano nel momento in cui un gruppo si autodetermina nella sua indipendenza dallo stato. Sono prodotti del potere, ma al contrario: “effetti collaterali” di chi cerca di scappare. Scott introduce quindi il concetto di gruppo etnico come forma flessibile di resistere all’oppressione e di crearsi una propria identità. È un’idea profondamente anarchica, nel senso più alto del termine: l’identità non è un’essenza, ma una pratica di libertà. Come scriveva Errico Malatesta, “l’anarchia non è un sogno lontano, è il modo in cui ci organizziamo quando lo Stato non c’è”. Così, tra le montagne dell’Asia, questi popoli reinventano se stessi ogni volta che il potere cerca di definirli: cambiano nome, religione, lingua, alleanze. Rendono impossibile la classificazione, e quindi la conquista. È la disobbedienza come strategia di sottrazione. PAUSA MUSICALE La civiltà come cattura Questa prospettiva ribalta il nostro modo di intendere la civiltà. Come abbiamo detto la storia ufficiale ci racconta un’evoluzione lineare — dai cacciatori-raccoglitori ai contadini, poi ai cittadini — Scott ci invita a riflettere su come ogni passaggio comporti una perdita di libertà. L’agricoltura intensiva, la scrittura, la burocrazia, non sono solo conquiste: sono anche strumenti di controllo. Le popolazioni di Zomia, invece, hanno conservato — o reinventato — forme di vita basate sulla flessibilità: economie miste, reti parentali estese, autorità temporanee, religioni sincretiche. Spesso sono comunità senza capi permanenti, dove il potere è diffuso, dove le decisioni si prendono per consenso. La montagna contro la valle Il conflitto, o rapporto tra montagna e pianura è al centro di tutto. Da un lato, la pianura è il luogo dello Stato: irrigazione, registri, tassazione, eserciti. Dall’altro, la montagna è il luogo della disgregazione, della dispersione. Scott descrive questo rapporto come un continuum, non una frontiera netta: la gente può passare da un lato all’altro, salire o scendere a seconda delle pressioni. Quando il potere si fa troppo pesante — guerre, carestie, corvée — la gente sale. Quando lo Stato è debole o promette benefici, scende. È un equilibrio dinamico, una pulsazione storica tra dominio e fuga. È affascinante pensare che, per secoli, l’Asia del Sudest sia stata un mondo dove vivere fuori dallo Stato era possibile. Un mondo di scambi e di distanze, dove la libertà aveva il suo prezzo — isolamento, povertà, rischio — ma anche la sua dignità. Una geografia della somiglianza Quando guardiamo una carta politica del Sud-est asiatico, vediamo linee nette: confini, Stati, bandiere. Ma se guardiamo una mappa fisica, vediamo un’altra cosa: una catena ininterrotta di montagne che unisce più di mezzo continente, dal nord-est dell’India fino alle province cinesi del Guizhou e dello Yunnan, passando per Myanmar, Laos, Thailandia e Vietnam. È una geografia che ignora le frontiere coloniali, che non riconosce i confini degli Stati. Ed è qui che Scott ci mostra un aspetto straordinario: le popolazioni di Zomia, pur separate da migliaia di chilometri e da diversi regimi politici, sono integrate tra loro in modo sorprendente. Gli Akha, per esempio, vivono sparsi in un arco di territorio che va dal sud dello Yunnan fino al nord della Thailandia, al Laos e persino al Vietnam. Eppure, a distanza di centinaia o migliaia di chilometri, parlano lingue simili, condividono tradizioni orali comuni, praticano gli stessi rituali agricoli e — dettaglio affascinante — vivono quasi alla stessa altitudine. È come se la quota fosse la loro frontiera simbolica, la misura naturale della loro libertà. A 1.200 o 1.500 metri sul livello del mare, lo Stato perde forza, la burocrazia si assottiglia, la legge del centro si dissolve. L’altitudine diventa una forma di solidarietà geografica, una cultura condivisa che si misura in metri di distanza dal potere. Scott parla di questo come di una ecologia politica della libertà: le pratiche agricole, le credenze religiose, i cicli stagionali, persino le reti matrimoniali e di scambio, formano una trama che attraversa confini e governi. Non è un sistema chiuso, ma un mondo orizzontale, dove le relazioni si costruiscono per affinità di vita, non per appartenenza nazionale. Le popolazioni che stanno più in altro sono, in fondo, solo quelle che sono scappate prima e sono state spinte, nel tempo, sempre più in su in diverse parti dell’Asia. PAUSA MUSICALE La fine della fuga Poi, nel Novecento, tutto cambia. Con la colonizzazione europea prima, e con la formazione degli Stati-nazione moderni poi, lo spazio della fuga si restringe. Le strade, gli aerei, le dighe, i censimenti, la scuola, la televisione: tutti strumenti che ridimensionano la frizione del terreno, che portano lo Stato fino agli angoli più remoti. È quello che Scott chiama “l’ultima recinzione”. Le montagne vengono inglobate, colonizzate dall’interno. Le foreste diventano parchi nazionali, le terre vengono misurate, i popoli schedati. In nome dello sviluppo, dell’integrazione, del progresso, si impone la sedentarizzazione: campagne per “fissare le popolazioni nomadi”, per “civilizzare i monti”, per “portare la luce” — cioè la tassazione, la leva militare, la scuola nazionale. Eppure, anche in questa fase, le montagne continuano a essere luoghi di resistenza. Durante il periodo coloniale, molte ribellioni partirono proprio dalle zone montuose. Nel secondo dopoguerra, i movimenti comunisti, i gruppi etnici armati, i profeti millenaristi si rifugiarono sulle alture. Le montagne restano un archivio vivente di ribellioni: dai Karen in armi contro il governo birmano, ai guerriglieri comunisti del Laos, ai montanari Hmong reclutati dagli americani nella “guerra segreta” del Vietnam. Zomia diventa così un teatro politico permanente, dove le tensioni tra centro e periferia, tra Stato e comunità locali, tra sviluppo e autodeterminazione, continuano a giocarsi. Qualche conclusione sull’Asia - Zomia è davvero finita? Scott, nella prefazione del suo libro, scrive che Zomia “ha i giorni contati”. Secondo lui, la capacità dello Stato moderno di penetrare ogni spazio — con strade, elicotteri, censimenti, telefoni, droni — avrebbe ormai cancellato le zone di autonomia, le frizioni del terreno che per secoli avevano protetto i popoli delle montagne. Eppure, su questo punto, non possiamo essere pienamente d’accordo. Zomia non è finita: continua a vivere nei conflitti quotidiani che attraversano l’Asia. Gli Stati della regione — dalla Cina al Myanmar, dal Vietnam alla Thailandia — stanno ancora combattendo la loro guerra contro le montagne, contro ciò che sfugge al loro controllo. In Cina, per esempio, le grandi infrastrutture che attraversano il sud-ovest — i treni ad alta velocità, le nuove dighe sui fiumi Mekong e Salween, le autostrade che raggiungono il confine birmano — non sono solo opere di sviluppo economico: sono armi geopolitiche. Servono a integrare territori storicamente indocili, a “normalizzare” le minoranze etniche, a portare il mercato e la sorveglianza dove prima regnavano la foresta e la libertà. In Birmania, le guerre civili infinite contro i popoli delle colline — i Kachin, i Karen, i Shan — sono la prova che la Zomia resiste: non come nostalgia del passato, ma come rifiuto attuale dell’omologazione nazionale. Anche in Laos e in Vietnam, lo Stato socialista persegue la stessa logica di penetrazione e controllo: campagne di “civilizzazione”, politiche di spostamento dei villaggi, programmi di sviluppo agricolo che distruggono economie locali basate sulla diversità e sull’autonomia. Zomia, quindi, non è un capitolo chiuso della storia, ma una battaglia in corso. È l’incontro tra due forze opposte: da un lato lo Stato che vuole rendere tutto visibile, ordinato, tassabile; dall’altro le comunità che, in forme vecchie e nuove, continuano a scegliere la distanza, la mobilità, la zona d’ombra. E in questo senso, le montagne dell’Asia rimangono ancora oggi uno dei pochi spazi dove la libertà si misura in chilometri di altitudine. Qualche conclusione con lezioni politiche per NOI oggi Ma allora, cosa ci dice tutto questo, oggi, a noi che viviamo in un mondo dove tutto è gestito dallo Stato e dal mercato? Non è scontato tornare a vivere nei boschi o bruciare i documenti, visto anche la repressione che questo comporta su persone al margine, donne e lgbt solo per fare un esempio. Il suo messaggio è più sottile, ma anche più radicale: ci invita a pensare la libertà non come un diritto concesso dallo Stato, ma come una pratica di distanza, una capacità collettiva di dire “no”, di spostarsi, di non farsi catturare. Non significa vivere nel disordine, ma scegliere consapevolmente l’autonomia, costruire comunità capaci di autogestirsi, di sottrarsi almeno in parte al dominio economico e burocratico. Le montagne di Zomia diventano allora un simbolo di tutte le periferie, di tutte le zone di resistenza che ancora sfuggono all’ordine globale: i migranti senza documenti, le comunità indigene che difendono le foreste, i quartieri popolari che si organizzano dal basso. Conclusione - La storia non lineare Scott ci mostra che la storia non è una marcia ineluttabile verso lo Stato, ma un campo di forze, una lotta continua tra cattura e fuga, tra controllo e autonomia. Non esiste un punto d’arrivo, non esiste una “fine della storia”: esistono solo equilibri temporanei tra potere e libertà, tra chi cerca di imporre un ordine e chi trova il modo di sottrarsi. È una visione che rovescia la retorica del progresso: non è vero che le società “primitive” evolvono necessariamente verso forme più complesse; spesso, sono proprio quelle che scelgono di non evolversi nella direzione dello Stato a mantenere maggiore autonomia, solidarietà, creatività. In questo senso, la storia è circolare e conflittuale, come scriveva anche Gustav Landauer, uno dei pensatori anarchici tedeschi: “Lo Stato non è qualcosa che si distrugge con una rivoluzione, è una condizione, una relazione tra gli uomini; lo si distrugge creando nuove relazioni.” Zomia è nuove relazioni create contro il dominio, forme di vita che inventano un altro tempo, un’altra misura del progresso. Non siamo in una linea retta che va dalla tribù allo Stato, ma parte di un sistema fatto di fughe, ritorni, resistenze, dove l’anarchia non è un’eccezione, ma una delle possibilità fondamentali della storia umana. Finché esisteranno spazi, fisici o sociali, dove lo Stato incontra resistenza, Zomia continuerà a esistere — anche dentro le metropoli. PAUSA MUSICALE Conclusione - Qualche connessione col femminismo Scott è un anarchico, nel senso più ampio del termine. La sua è una storia, quindi, scritta dal punto di vista degli sconfitti, di quelli che non hanno archivi, non hanno scrittura, non hanno cronache, del margine. Per lui, la libertà non è una condizione metafisica, ma un equilibrio fragile, conquistato e difeso giorno per giorno, con strategie concrete: scegliere il raccolto giusto, il sentiero più ripido, il villaggio più nascosto. In questo approccio c’è qualcosa che dialoga profondamente con la il femminismo e con l’ intersezionalità. hooks, Federici, Davis, Lorde, Anzaldua sono tutte partite dal punto di vista dei subalterni e dei margini. In una prospettiva intersezionale, le forme di oppressione — di classe, di genere, di razza — non si sommano, ma si intrecciano. Allo stesso modo, in Zomia, le forme di resistenza non sono univoche: passano per l’agricoltura, la lingua, la mobilità, la spiritualità, la comunità. Ogni pratica quotidiana — coltivare, parlare, camminare, allearsi — diventa un gesto politico. Come direbbe Audre Lorde, “le nostre differenze non ci dividono, sono la fonte della nostra forza.” Identità cangiante come strumento di lotta A costo di fare una forzatura, dobbiamo anche descrivere come le pratiche di queste popolazioni siano simili alle pratiche di resistenza contro lo stato qui. Facciamo solo un esempio. Quando Angela Davis va “in clandestinità” nei primi anni ’70 — poco dopo il famoso episodio del tribunale di Marin County e l’assalto che portò alla morte di Jonathan Jackson — non è solo una fuga fisica. È un mettersi in movimento tra le ombre del potere, tra le mappe dello Stato che la vogliono vedere, schedare, imprigionare. Davis deve cambiare aspetto, nascondere la voce, muoversi con amici fidati, rifugiarsi nella notte, evitare ciò che è normale — tutto ciò che renderebbe visibile la sua identità come donna nera, attivista politica. Il suo nascondersi è un atto politico: è resistere alla cattura non solo fisica, ma ideologica, simbolica. Se lo mettiamo accanto a quanto Scott descrive in Zomia, le somiglianze diventano chiare: le comunità di Zomia cambiano nome, lingua, luogo, sistema di coltivazione, religione, movimenti di villaggio, tutto per rendersi meno “leggibili” allo Stato. Come Davis, cercano spazi di invisibilità, zone dove il potere statale non arriva con tutta la sua logica della tassazione, della burocrazia, della leva, della sorveglianza. Questo confronto ha senso dal punto di vista intersezionale, perché ci insegna che le identità oppresse — razza, genere, classe — non sono cose separate, ma intrecciate. Davis è donna, è nera, è comunista: ogni aspetto della sua identità la espone a forme diverse di dominio. Lo Stato la vede come “criminale”, ma anche come corpo politico da controllare, da definire, da relegare. Allo stesso modo, le comunità di Zomia non sono oppresse solo perché vivono in aree remote, ma perché sono marginalizzate per la lingua, la religione, le forme di economia, la mobilità, spesso per il genere: le donne nei villaggi, le leader spirituali, le anziane che custodiscono sapere orale, subiscono le pressioni dello Stato non solo come “popolazioni”, ma come donne, come donne in minoranza, come portatrici di culture che spesso non si conformano al modello normativo dello Stato. Nel nascondersi, Davis condivide una strategia che è femminista in senso intersezionale: nascondersi non come rinuncia, ma come resistenza; usare l’anonimato, il travisamento, la mobilità, le reti affidabili, la solidarietà; proteggere il sé collettivo attraverso il mutamento di ciò che è visibile, di ciò che è misurabile Conclusione - Zomia come specchio Guardando a Zomia, possiamo vedere riflessi molti altri luoghi del mondo: le comunità andine che resistono alle miniere, i pastori del Maghreb, i campi profughi, le favelas, le zone autonome temporanee delle metropoli, la Palestina. Ovunque, la logica è la stessa: creare spazi di libertà nel corpo stesso del dominio. Scott ci ricorda che nessuno Stato è totale. Anche nelle epoche più autoritarie, c’è sempre una soglia di disobbedienza, un margine di autonomia che sopravvive. La libertà, dice, non è un dono, ma una tecnica sociale. E come tutte le tecniche, si può imparare, si può trasmettere. E in realtà, per chi ha viaggiato tanto nelle montagne scoscese dell’Asia e si è fatta affascinare da villaggi isolati e grotte dei vietcong, appare invece chiaro che lo Stato non ha ancora vinto, che Zomia esiste ancora e la resistenza è ancora in essere. Se volete suggerimenti su dove vedere Zomia in persona, contattateci. Conclusione conclusione Il libro di Scott parla non solo agli antropologi, ma anche ai movimenti libertari, ecologisti, indigeni, anticapitalisti. Parla a chi vede nello Stato non la garanzia della libertà, ma il suo limite. E parla anche a chi, come molti popoli di montagna, sa che la sopravvivenza dipende dalla capacità di muoversi, di non farsi ingabbiare in un solo spazio, in una sola identità. In fondo, non è neanche solo un libro sull’Asia. È un libro sul desiderio universale di autonomia, sul rifiuto della cattura, sulla creatività politica delle periferie. E forse anche su qualcosa di più profondo: sul bisogno umano di non appartenere completamente, di tenersi un angolo di libertà, un sentiero per scappare, una Zomia interiore. Oggi, nel tempo del controllo digitale, della sorveglianza algoritmica, le montagne sembrano lontane. Eppure, ogni volta che qualcuno rifiuta di farsi registrare, ogni volta che una comunità si organizza fuori dal mercato, ogni volta che un gruppo di persone sceglie di non essere governato da un potere che non ha scelto, Zomia torna a vivere. Le montagne del Sudest asiatico non sono un museo del passato, ma una metafora della resistenza possibile. E allora, come chiudeva Pierre Clastres, l’antropologo che ispirò Scott: “Forse la storia dei popoli senza Stato è la storia della libertà umana. La storia di chi, invece di costruire il potere, ha scelto di non subirlo.” STACCHETTO Clausole di salvaguardia Ok descrivendo il libro di Scott siamo state ideologiche. Ci sono tante cose di Zomia che ci fanno schifo, facciamo degli esempi. La condizione delle donne in Zomia è particolarmente difficile e segnata da profonde disuguaglianze. In molte delle comunità montane che compongono questa vasta regione, le donne vivono in condizioni di forte marginalità sociale, economica e sanitaria. L’accesso ai servizi sanitari è estremamente limitato: spesso non esistono strutture mediche nelle vicinanze, e le cure di base o specialistiche sono difficili da raggiungere a causa dell’isolamento geografico e della mancanza di infrastrutture. Il controllo delle nascite è quasi inesistente, sia per motivi culturali che per la mancanza di accesso a metodi contraccettivi. Le donne, di conseguenza, affrontano gravidanze frequenti e spesso rischiose, con alti tassi di mortalità materna e infantile. Anche l’istruzione è un privilegio raro. Le scuole sono poche e spesso mal equipaggiate; molte famiglie preferiscono mandare a scuola i figli maschi, mentre le bambine vengono impiegate nei lavori domestici o agricoli. Questo perpetua un ciclo di povertà e dipendenza che limita ulteriormente le possibilità di emancipazione femminile. Per fare un esempio, fra gli Akha, un gruppo etnico delle montagne tra Thailandia, Laos, Myanmar e Cina, durante il ciclo mestruale potevano essere temporaneamente isolate per motivi rituali o di purezza, e questo portava al loro attacco e conseguente uccisione da parte di animali della foresta. Questi rituali esistono anche in Nepal e altre zone. Una cosa che non sa nessuno: i gruppi armati che appoggiarono gli americani contro i vietnamiti erano popolazioni anarchiche di Zomia. Ebbene sì, non parevano tanto anarchici in quel momento. Molti gruppi montani erano ostili al governo comunista del Nord Vietnam, che rappresentava per loro l’ennesimo potere centralizzato delle pianure. Gli americani promisero autonomia e sostegno economico in cambio di collaborazione. Gli Hmong speravano di ottenere riconoscimento politico e protezione contro le autorità laotiane o vietnamite che li discriminavano. Come conseguenza, dopo la vittoria comunista, gli Hmong e altre popolazioni filoamericane subirono e stanno ancora subendo pesanti rappresaglie. Molti Hmong fuggirono in Thailandia e successivamente negli Stati Uniti, dove oggi vive una grande diaspora Hmong (soprattutto in California, Minnesota e Wisconsin). Un esempio realistico di concetrazione dello stato è nel Laos dove, a partire dagli anni ’70, il governo ha attuato politiche di “villaggizzazione”, concentrando le popolazioni montane di Zomia lungo le strade principali per garantire scuole, assistenza sanitaria e accesso ai mercati. Presentato come un progetto di sviluppo, il programma mirava in realtà anche a controllare politicamente comunità storicamente autonome e difficili da governare. Le conseguenze furono drammatiche: le popolazioni spostate persero terre fertili e risorse forestali, fondamentali per la loro sussistenza, e furono costrette a vivere in zone malarique e sovraffollate, dove esplosero malattie, fame e malnutrizione, causando numerose morti, soprattutto tra i bambini. Inoltre, il trasferimento forzato distrusse reti sociali, sistemi rituali e identità culturali. Siccome è successo così tardi, su questo processo esistono dati e materiali e questo meriterà un’altra trasmissione. Da far notare invece che purtroppo di veri movimenti politici anarchici in Asia non ne sappiamo nulla, ma se ci mandate informazioni ci faremo volentieri un'intera trasmissione. *Bangladesh, corruzione, repressione, e sviluppo SIGLA INIZIALE Clausola di salvaguardia iniziale Abbiamo una clausola di salvaguardia iniziale che ci è stata raccomandata, anzi richiesta, e riteniamo infatti opportuna. Si legge un po’ ovunque che James Scott, l’autore del libro sulle popolazioni anarchiche dell’Asia di cui abbiamo parlato nell’ultima trasmissione, abbia lavorato per la CIA. Quello che sappiamo da una sua intervista fatta alla rivista The Yale Agrarian Studies Oral History Project del 2018 è che dopo la laurea, quindi circa nel 1958, aveva fatto domanda per lavorare per la CIA ma invece ricevette una borsa di studio per studiare in Birmania dal Rotary e decise quindi di andare in Birmania. A quel punto quelli della CIA gli chiesero di scrivere rapporti sulla situazione dei movimenti in Birmania e di far part della National Student Association (NSA), la principale organizzazione studentesca negli Stati Uniti negli anni '50 e '60 che era strettamente affiliata alla CIA, aveva ramificazioni in circa 400 campus universitari, e la CIA la sosteneva finanziariamente attraverso vari canali. La collaborazione tra la CIA e la NSA coinvolgeva attività anticomuniste e la raccolta di informazioni su studenti internazionali. Per capirci a quel tempo era un’organizzazione di massa. Rispetto al suo periodo in Birmania ha dichiarato che non percepiva compenso, e anche che “di fatto ere un agente coperto della CIA”. Sempre con la NSA andò poi in Congo, in Ghana, in Polonia, lavorò con studenti algerini, e infine diventò presidente della NSA quindi probabilmente i contatti con la CIA continuarono fino a quel punto. Insomma, evidentemente Scott era diventato anarchico invecchiando. Rimane da dire senza scusare Scott che la geopolitica è un lavoro e probabilmente quell’esperienza con la NSA è servita poi a formare le sue posizioni future. STACCHETTO Introduzione Bangladesh E iniziamo la trasmissione. Non esiste, pensiamo, una maniera di descrivere Dacca, e allora usiamo le parole di questo poeta nepalese, Suman Pokhrel (si legge Pocrel): “Non trovavo nessuna maniera di capire se Dacca guardasse fissando i suoi occhi nelle finestre scintillanti degli edifici costruiti sulla terra della miseria, o se guardasse su verso il cielo, posando gli occhi sui tappeti dei sogni dei bambini delle baraccopoli, che fanno capolino dai tetti squarciati verso desideri come le stelle e la luna.” Il Bangladesh ci è un po’ familiare, a noi compagnitudine romana e in genere un po’ anche in Italia, perché a Roma c’è Torpigna, una delle più grandi Bangla Town d’Europa. Vediamo un po’ adesso di capire perché c’è tanta emigrazione dal Bangladesh. È anche uno dei paesi di cui si sente meno parlare sui media, a meno che non sia perché è andata a fuoco una fabbrica di vestiti, o per un inondazione, o perché c’è stato un colpo di stato. Eppure è strano, perché ha una popolazione di 175 milioni di persone, che è superiore a quella della Russia e del Messico, paesi di cui in generale si parla di continuo. Inoltre produce ed esporta più indumenti di qualunque altro paese al mondo tranne la Cina, ossia il 7% degli indumenti al mondo, e nel settore che vale 50 miliardi all’anno lavorano 4 milioni di persone (se vi guardate nell’armadio, probabilmente avete parecchi indumenti made in Bangladesh). Nel 2024, nonostante fosse passato per una rivoluzione, era il secondo paese che cresceva di più al mondo in termini di prodotto interno lordo, dopo l’India. E anche il PIL per capita, come quello a parità di potere di acquisto, nel 2024 erano solo di poco inferiori a quelli dell’India. Fra i cosiddetti “grandi” paesi (ossia escludendo quelli piccoli come Monaco, Singapore, Seychelles e simili) è anche il paese più alta densità di popolazione del mondo, 1.370 per chilometro quadrato. Ma per essere un paese “grande” è anche piuttosto piccolo, è grande poco più della Grecia o della Tunisia. Come geografia, è quasi completamente piatto e fertile, ed è considerato uno dei paesi con più flusso idrico dinamico (ossia acqua che scorre) al mondo, perché è costituito dal delta incrociato di tre grandi fiumi—il Gange, il Brahmaputra (che si chiama Jamuna in bengali), e il Meghna (si leggono come si scrivono). Quest’acqua è, come possiamo immaginare, sia la ricchezza del Bangladesh che il suo problema, ma ci torneremo. Oltre a questo il 98% degli abitanti completa la scuola primaria, che non è poco, il 96% delle abitanti è vaccinato contro malattie importanti quali difterite e tetano, l'aspettativa di vita è ora di 72 anni, rispetto ai 46 al tempo dell’indipendenza; la povertà, la mortalità infantile, la malnutrizione e il numero di madri che muoiono di parto sono in calo. Detto tutto ciò, neanche due anni fa in Bangladesh c’è stata una rivoluzione scatenata, in ultima istanza, dal fatto che il governo avesse proposto di reintrodurre un sistema di quote che riservava una frazione (intorno al 30%) dei posti statali a “figli/parenti di veterani della guerra per l’indipendenza”, cosa che i giovani e le giovani che aspiravano a quei posti di lavoro videro come nepotismo e corruzione. Ma ovviamente questa fu la goccia che fece traboccare il vaso. Oltre a questo, bisogna considerare che la rapida crescita economica è stata per anni uno dei modi in cui il governo costruiva la propria immagine, ma alla fine a forza di lavorare sull’orgoglio nazionale dovuto allo sviluppo economico sui media e nel discorso pubblico, ovviamente le persone ci hanno creduto e visto questo sviluppo economico poi invece non è stato equilibrato, la gente poi si è arrabbiata e si è rivoltata. Ma come mai è stato possibile costruire questo nuovo orgoglio nazionale in così poco tempo? Per capirlo, bisogna partire dall’inizio. Pausa musicale: Kotha Ko (Fatti sentire) del rapper Shezan diventato un inno che chiede responsabilità a chi detiene il potere e invita le masse a farsi sentire. La canzone è diventata virale nonostante le restrizioni di internet, accumulando milioni di visualizzazioni DA DOVE È PARTITO IL BANGLADESH Sotto l’impero britannico il Bangladesh era parte dell’India, con gli indù che comandavano. Prima dell’indipendenza, il governo britannico si rese conto del problema e istituì uno stato musulmano che era costituito dal Pakistan a ovest dell’india, e dal Bangladesh a est dell’india. Ossia era un solo stato con nel mezzo l’india, e i due pezzi dello stato erano ad una distanza come quella che c’è fra Roma e la capitale della Georgia. Quello che ora è il Bangladesh si chiamava Pakistan Orientale, accumunato con il Pakistan da… niente, solo dalla religione, neanche la lingua era la stessa. Oltre a ciò, c’erano anche 190 enclave ed exclave lungo i vari confini con l’India, e i confini erano chiusi, quindi chi viveva nella enclave era prigioniero. L'India era ufficialmente lo stato successore dell’impero e quindi tenne tutte le sue istituzioni, forze armate, tribunali e sistemi finanziari. Il governo del Pakistan orientale, ossia il Bangladesh, inizialmente fu costretto a usare un collegio femminile per riunirsi perché non c'erano altri edifici in tutto il paese con stanze sufficienti grandi per amministrare un governo. Pur avendo più popolazione del Pakistan occidentale, il Bangladesh ricevette molta meno attenzione e finanziamenti dal governo centrale di Karachi. L'urdu, la lingua ufficiale del Pakistan occidentale, fu scelta come lingua ufficiale dell'intero paese, nonostante solo il 3% dei bengali la capisse. Questa situazione andò avanti per 30 anni, e poi nel '70 ci fu il ciclone Bola, in cui morirono fra le 300.000 e le 500.000 persone, senza che Karachi inviasse nessun aiuto. A quel punto il Bangladesh dichiarò l’indipendenza, il Pakistan cercò di occupare il Bangladesh ma fallì uccidendo comunque circa 300,000 persone secondo stime occidentali, 3 milioni secondo stime bangla, e 26,000 persone secondo stime pakistane. Sheikh Majib (Sceic Magib), che era un famoso rivoluzionario, fu nominato presidente. Riassumendo, senza entrare troppo nei dettagli, la regione più povera dell'India britannica divenne la parte più povera del Pakistan e poi fu colpita dal tifone più letale della storia al tempo, da una carestia, da quattro colpi di stato e da una guerra civile. Poi Sheikh Majib fu accusato di corruzione e nepotismo nei sui pochi anni di governo, e fu assassinato nel 1975 insieme all’intera famiglia (la moglie, i tre figli incluso uno che aveva dieci anni, due nuore e altri membri della famiglia). Si salvò solo sua figlia, Sheikh Hasina (Sceik Asìna), perché era in vacanza. Pare che il cervello dell’assassinio sia stato Ziaur Rahman (si legge come si scrive, con la h che si sente), un rivoluzionario, la persona che dichiarò l’indipendenza del Bangladesh nel 1971. Fu anche lui presidente dal 1977 fino al suo assassinio nel 1981. Dopo una serie infinita di cambi di governo, in maniera piuttosto arraffazzonata si potrebbe dire che si alternarono, dal 1991 in poi, Khaleda Zia (si legge come si scrive), moglie di Ziaur Rahman e Sheikh Hasina stessa, o dei loro rappresentati. Fra le due donne c’era anche una gara a mettere agli arresti l’altra quando una delle due era al potere. Poi dal 2008 alla sua fuga nel 2024, Sheikh Hasina è rimasta al potere per 18 anni con un governo sempre più autoritario e corrotto per 18 anni. Dopo la rivoluzione il tenutario del governo temporaneo, o Chief Advisor, è Yunus Muhammad, premio nobel per l’invenzione del microcredito, e di per sé anche lui accusato di irregolarità finanziarie come evasione fiscale, appropriazione indebita e appropriazione indebita di fondi, e problemi col diritto del lavoro e col mancato rispetto degli obblighi di partecipazione agli utili con i dipendenti. Anche lui era un nemico di Hasina, quindi non si sa quanto queste accuse siano vere o frutto di informazioni confezionate dal governo. Saltando velocemente ad oggi, c’è stata una rivoluzione nel 2024 e per saperne di più vi invitiamo ad ascoltarvi la trasmissione sulle primavere asiatiche di tre settimane fa, e non vogliamo quindi ripeterci. PAUSA MUSICALE "Awaz Utha" di Hannan Hossain Shimul (noto anche come Hannan, SnareByt) rap di sfida che chiede alle masse di alzare la voce, condanna la violenza dello Stato e richiama la liberazione del Bangladesh del 1971. Fa esplicito allo slogan "Joy Bangla", collegando l'insurrezione del 2024 alla storia nazionale. Ma quindi perché emigrano? Perché fanno le rivoluzioni? A questo punto abbiamo descritto un paese con una storia terribile ma oggi in rapidissimo sviluppo, con un forte orgoglio nazionale per quello che sono riusciti a ricostruire in termini economici, quindi ci potremmo anche chiedere perché così tante e tanti emigrano dal Bangladesh e perché fanno le rivoluzioni. Da cosa se ne vanno, da cosa scappano? A che cosa si ribellano? La risposta molto ovvia è che i problemi sono ancora tanti, tra cui povertà e mancanza di opportunità lavorative, cattiva situazione economica generale e debolezza dell’economia, instabilità politica, corruzione, disuguaglianze sociali ed economiche crescenti siccità, tifoni e alluvioni causati dal cambio climatico che peggiorano le condizioni di vita. Inoltre, fattori come la disoccupazione giovanile, tensioni politiche e religiose, e la persecuzione delle minoranze religiose spingono ulteriormente molte persone a cercare condizioni di vita migliori altrove. Infine, l'urbanizzazione rapida e la situazione a dir poco incredibile in cui si trova Dacca rappresentano un ulteriore fattore di spinta all'emigrazione internazionale. Ci avventuriamo quindi ad analizzare qualcuno di questi problemi, sia di quelli che sono stati sui media anche italiani ultimamente, sia di quelli che lo sono un po’ meno. IL PIÙ GRANDE CLEPTOSTATO DELLA STORIA? Non ne siamo del tutto sicure che si possa davvero dire così, ma secondo i dati potrebbe anche essere che il saccheggio di 234 miliardi di dollari compiuto sull’economia del Bangladesh dal governo di Sheikh Hasina potrebbe essere il maggiore saccheggio di cui si ha notizia nella storia, ma chissà magari se si tiene conto della svendita dell’URSS non si può dire che lo sia. Comunque, raccontiamo questo scandalo un po’ così come lo abbiamo visto sui media in particolare su Al Jazeera e Financial Times, nell’ultimo anno e mezzo. Non appena il nuovo governo temporaneo si è istallato, Ahsan Mansur (si legge come si scrive ma con la h che si sente), economista esperto che in passato lavorava per l’FMI, è stato nominato presidente della Banca Centrale. Un mese dopo Mansur ha iniziato ad occuparsi di recuperare i soldi spariti e ha dichiarato che mancavano 16 miliardi di dollari. Nel tempo poi ha anche fatto un report, pubblico, con la lista dei furti che lo stato avrebbe subito e il conto è salito a 234 miliardi. Infine, si è occupato di insistere continuamente con i governi degli stati recettori dei soldi rubati, in particolare Gran Bretagna, Singapore, Emirati, per riavere indietro i soldi. Quindi si dipana una trama in cui un paese si sviluppa a ritmo elevatissimo e cambia completamente faccia, ma per poter rubare soldi bisogna che i soldi girino e nulla di meglio per un governo che vuole rubare che investire in infrastrutture. E si può essere anche d’accordo con il fatto delle infrastrutture servano, ma le storie che si leggono sui giornali paiono proprio da film. Pare ormai acclarato che una gran parte dei soldi presumibilmente sottratti al Bangladesh arrivavano nel Regno Unito, soprattutto attraverso il mercato immobiliare. E' noto che il settore finanziario britannico e il mercato immobiliare rendono il Regno Unito un luogo attraente per i il lavaggio del denaro sporco. Quindi il denaro arrivava in qualche modo nel Regno Unito e veniva ripulito comprando immobili. Un’indagine di Al Jazeera appena un mese dopo la rivoluzione ha messo in luce centinaia di proprietà associate al precedente regime, tra cui più di 300 immobili intestati all'ex ministro alla gestione del territorio. Lo stesso ministro sarebbe anche il proprietario del complesso di edifici dove si è trasferita da qualche mese la sede delle Nazioni Unite a Dacca, ma l’ONU ha detto che ha seguito tutti i processi “legali” per acquisire la nuova sede. Che dire? Oltre a questo, sono anche venuti fuori chiari rapporti tra i partiti politici britannici e interessi bengalesi, compresi legami con Tulip Sadiq, deputata del Partito Laburista britannico e nipote di Sheikh Hasina, che si è dovuta dimettere a gennaio 2025 dal suo incarico di Segretaria di un ministero del governo attuale del Bangladesh dopo che si è saputo che viveva in uno degli immobili che sarebbero stati comprati con denaro lavato. Poi la Banca Centrale ha reso noto che i furti avvenivano attraverso banche private che effettuavano prestiti fittizi ad amici e compagni di merende dei vari governi. In particolare, si sa di amministratori delegati cacciati a mano armata dai consigli di amministrazione, e poi scappati all’estero, così Hasina poteva mettere i suoi e gestire i furti. I dati del governo indicano che il Gruppo S. Alam e il suo proprietario, Saiful Alam, sono accusati di aver saccheggiato quasi il 4% del PIL del Bangladesh (circa 20 miliardi di dollari), principalmente attraverso il controllo illegale di diverse banche. Però Saiful Alam sostiene che non sia vero e siccome vuole riavere indietro i suoi soldi ma gli è vietato lavorare con le istituzioni in Bangladesh, ha fatto ricorso al tribunale della Banca Mondiale per riaverli, che fa ridere sia perché non sapevamo che esistesse sto tribunale, sia perché i soldi rubati forse provenivano proprio dalla Banca Mondiale. Nel dicembre 2024 è iniziata anche un'inchiesta per presunta appropriazione indebita legata al progetto della centrale nucleare di Rooppur, che è in costruzione dall’impresa statale russa Rosatom, per 12 miliardi, di cui circa 5 miliardi sarebbero spariti. Sottocapitolo: La psicologia del cleptostato Come si possa essere rivoluzionari o figlie di rivoluzionari assassinati e immediatamente dopo iniziare a mettere su un sistema di corruzione di questo livello non ci è chiaro. Hasina, quando tornò dall’esilio, fu immediatamente messa agli arresti domiciliari ma era protetta da un gruppo di gangster di strada, criminali comuni. Quando fu liberata Hasina, si narra che fece uccidere persone legate all’omicidio di suo padre. I crimini continuarono con continue ritorsioni fra le due famiglie, quei criminali poi assunsero ruoli chiave nel suo governo, il fratello di uno di questi era capo dell’esercito, uno vive e Ungheria e si occupava degli acquisti di armi per l’esercito, può essere visto spiegare il suo lavoro in un lungo documentario del Financial Times, eccetera. La figura del cleptocrate non può essere compresa solo come un politico “che ruba”: bisogna guardare anche ai meccanismi psicologici, istituzionali e sociali che rendono possibile e persistentemente efficace il sistema della cleptocrazia. In primo luogo, la cleptocrazia è sistematica, non un episodio isolato. In pratica, il potere politico si trasforma in opportunità economica e la sottrazione di risorse pubbliche diventa un meccanismo strutturale, come sappiamo bene in Italia Un secondo livello è, secondo studi scientifici, quello degli “enabler”, cioè gli attori professionali — legali, finanziari, immobiliari — che rendono possibile il riciclaggio, la fuga e la legittimazione del denaro rubato. Questo rende l’intero sistema meno percepibile come “furto evidente”, perché viene normalizzato attraverso servizi, immobili, investimenti offshore. Dal punto di vista psicologico e sociale, nel caso del Bangladesh c’è un meccanismo di difesa e costruzione dell’“orgoglio nazionale” che può creare un clima in cui chi detiene potere percepisce che il suo “diritto” a usare risorse pubbliche sia legittimato da un obiettivo più grande (sviluppo, modernizzazione, prestigio internazionale). Sottocapitolo: corruzione, repressione e politica estera Il tizio che stava in Ungheria per comprare armi in combutta col tizio che era diventato capo dell’esercito avevano anche comprato in segreto da un intermediario di Bangkok tecnologie israeliane di sorveglianza— software e dispositivi in grado di intercettare comunicazioni mobili e monitorare massa di numeri. Questo nonostante Dhaka non abbia relazioni diplomatiche ufficiali con Tel Aviv. Allo stesso tempo l’amministrazione Hasina aveva rimosso, senza grande pubblicità, la storica dicitura dei passaporti blangla che diceva «valido per tutti i paesi del mondo eccetto Israele» quando ha introdotto il nuovo documento nel 2021; la frase è poi stata ripristinata dal governo transitorio nel 2025 dopo forti pressioni pubbliche e regionali. La cleptocrazia non è solo corruzione, ma un modello di potere fondato sul controllo e sulla paura. Come scrive Chayes la corruzione sistemica “non è un effetto collaterale, ma una strategia di governo”: per proteggere i flussi di denaro e le reti clientelari, i regimi cleptocratici reprimono la stampa, manipolano la magistratura e criminalizzano il dissenso. La repressione diventa quindi funzionale alla sopravvivenza economica del regime. Sul piano internazionale, la cleptocrazia produce una diplomazia opportunista: i rapporti esteri servono a garantire impunità, accesso a tecnologie di controllo o nuovi canali per riciclare fondi, più che a perseguire interessi nazionali. Ne deriva una politica estera “di convenienza”, oscillante fra retorica anti-imperialista e alleanze strategiche con potenze autoritarie o occidentali. In questo schema, la repressione interna e la corruzione esterna si sostengono a vicenda: l’una impone il silenzio dentro i confini, l’altra lo compra all’estero. PAUSA MUSICALE: Amra Bir" di Oni Hasan and Kazi Zohad Yazdani Una canzone rock che inneggia al coraggio degli studenti Passiamo ad altri problemi del Bangladesh che realisticamente fanno sì che le persone emigrino. Come sappiamo, la gente avrà sempre bisogno di vestiti e quindi il paese ha scelto un’industria vincente e i bengalesi che lavorano nelle fabbriche di vestiti avranno sempre un reddito stabile. Ma le condizioni in queste fabbriche sono spaventose. Sono soprannominate "fabbriche del sudore" a ragione. Le persone lavorano in spazi stretti, sovraffollati e con temperature che raggiungono i 45 gradi. Le norme di sicurezza possono essere inesistenti e quindi gli incidenti sono molto comuni. A causa della mancanza di norme edilizie adeguate, incendi e guasti elettrici sono due delle principali cause di morte, poiché non ci sono abbastanza uscite di sicurezza, e quando queste fabbriche vanno a fuoco, possono uccidere centinaia, se non migliaia di persone. I lavoratori devono fare lunghe ore di straordinario per arrivare a fine mese, con alcuni che finiscono il lavoro alle 3 del mattino per iniziare di nuovo 4 ore e mezza dopo, alle 7:30. Non esiste un'assicurazione contro la disoccupazione. Non c'è congedo di maternità. Non c'è indennità per infortuni. I salari nelle fabbriche di abbigliamento sono piuttosto bassi per gli standard occidentali, ma in Bangladesh sono il doppio del salario minimo nazionale. Con questo nuovo reddito disponibile, le lavoratrici e i lavoratori possono permettersi l'iscrizione a un sindacato, contrattare condizioni migliori, permettersi un'istruzione e acquisire esperienza per accedere a un lavoro più appagante. Gli accordi commerciali con l'Occidente hanno forzato il governo bengalese a migliorare gli standard di lavoro, come quello stipulato tra Bangladesh e Unione Europea nel 2013. Dopo il disastro della fabbrica Rana Plaza, avvenuto nello stesso anno, in cui oltre mille lavoratori persero la vita in un incendio e nel crollo di un edificio, le grandi marche occident ali hanno fatto sì che i proprietari delle fabbriche bengalesi fossero forzati a far entrare supervisori della sicurezza indipendenti nelle fabbriche per valutare i rischi di incendio e l'integrità strutturale. A quel tempo furono individuati 144.000 pericoli nelle fabbriche, molti dei quali risolti. Sappiamo bene che nel capitalismo queste soluzioni sono però sempre un po’ di facciata, e infatti continuiamo a trovare sempre più bangla a Bangla Town, ma almeno qualche passo avanti è stato fatto. LA GESTIONE DELL’ACQUA Se ne parla molto meno, ma gestire un paese con così tanta acqua è anch’esso fonte di grandi problemi. Il 35% delle persone in Bagladesh lavora nell’agricolture, che rappresenta il 14% del PIL. Essendo praticamente piatto, il paese è soggetto a inondazioni durante la stagione dei monsoni, che in genere dura da luglio a metà agosto, ma le inondazioni possono protrarsi per diversi mesi, soprattutto negli anni più piovosi. Questo, come sappiamo per aver studiato il limo nel Nilo, genera terre particolarmente fertili. Durante queste inondazioni, però, circa il 20-30% o più del paese può essere inondato. È come se in proporzione il Piemonte, la Lombardia e l’Emilia-Romagna fossero completamente allagate per diversi mesi l’anno. Diverse cause aggravano queste inondazioni: forti piogge monsoniche, straripamenti fluviali, rapida urbanizzazione che riduce il drenaggio, deforestazione nelle pendici himalayane a monte che aumenta la velocità e il volume del flusso d'acqua, ed erosione costiera intensificata dai cambiamenti climatici. Le inondazioni causano enormi danni all'agricoltura, alle infrastrutture e ai mezzi di sussistenza, con milioni di sfollati o colpiti ogni anno. Ad esempio, le inondazioni del 2024 hanno colpito circa 4,5-5 milioni di persone, provocando centinaia di migliaia di sfollati e danni significativi ad abitazioni e terreni agricoli. Un problema aggiuntivo sono le dighe, ma non le dighe in Bangladesh, ma quelle in india. Le inondazioni causate dalla diga di Dumboor a Tripura, in India, sono state oggetto di parecchie controversie. La diga di Dumboor, costruita nel 1974 sul fiume Gumti a Tripura, è obsoleta e non è stata sottoposta a importanti ristrutturazioni o ammodernamenti. Durante le forti piogge dell'agosto 2024, il livello dell'acqua della diga ha superato la soglia di pericolo, spingendo le autorità indiane a rilasciare acqua. Dichiarazioni ufficiali hanno sottolineato che il rilascio è stato automatico e attivato dal superamento del limite da parte del livello dell'acqua, con dati in tempo reale condivisi con il Bangladesh. Si è sostenuto che il rilascio d'acqua dalla diga fosse una misura di sicurezza necessaria per prevenire il cedimento della diga, che avrebbe potuto causare conseguenze a valle ancora più gravi. Gli elevati volumi di pioggia nel Tripura e nelle aree limitrofe hanno causato l'ingrossamento dei fiumi, contribuendo in modo significativo alle inondazioni in Bangladesh, in particolare nei distretti al confine. I funzionari indiani, neanche a dirlo, hanno smentito queste affermazioni, affermando che le forti piogge nella regione erano la causa naturale delle inondazioni, e non la diga. Oltre a questi problemi ci sono anche problemi di cattiva gestione delle acque. Per esempio, nonostante l’abbondanza di acqua superficiale, il Bangladesh dipende fortemente dalle falde acquifere, cosa che non è sostenibile. Il fiume Buriganga, che attraversa tutto il paese e fornisce acqua potabile a milioni di persone, è uno dei fiumi più inquinati al mondo, principalmente a causa del continuo scarico di rifiuti industriali, agricoli e domestici non trattati nel fiume. Livelli elevati di sostanze tossiche provenienti da concerie, industrie tessili, impianti di lavorazione dei metalli e acque reflue non trattate contaminano ulteriormente l'acqua del fiume. La qualità dell'acqua di Buriganga è gravemente compromessa rendendola inadatta al consumo senza un trattamento intensivo. Se vi ricordate, avevamo parlato di un problema simile in Indonesia, in una zona di Java dove si producono, anche lì, vestiti. Questo tipo di inquinamento crea degli impatti significativi sia sulla salute pubblica che sull’economa. Il governo sta adottando strategie di monitoraggio ambientale, regolamentazione industriale, rilocalizzazione delle industrie inquinanti, e piani di recupero ecologico con investimenti significativi ma ancora insufficienti rispetto all'entità dei problemi ambientali da risolve. In tutto ciò, pare piuttosto chiaro perché le persone che ancora vivono nelle campagne se ne vogliono andare. FOTO anche per la copertina https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Pollution_by_a_factory_on_the_bank_of_the_Buriganga_near_Dhaka_04.jpg https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Sadarghat_river_port_Bangladesh.jpg https://commons.wikimedia.org/wiki/File:Dhaka_river_port_04.jpg LA GESTIONE DELLA CITTÀ Infine parliamo di Dacca, la capitale del Bangladesh, che si estende su una superficie di circa 306,4 chilometri quadrati con una popolazione di circa 10,28 milioni di persone mentre nell'area metropolitana di Dacca la popolazione supera i 23 milioni, equivalenti a 13% della popolazione del paese. Perché Dacca è invivibile? Le strade di Dacca sono note per il loro intenso caos e la loro follia, caratterizzati da ingorghi incessanti, congestione insopportabile e una cacofonia di suoni. Le strade della città si bloccano spesso a causa del mix di veicoli – auto, autobus, motociclette, risciò – e venditori ambulanti che si riversano sui marciapiedi e sulle carreggiate. Proteste e sit-in, contraltare di una società effervescente, spesso bloccano le strade, aggravando ulteriormente gli ingorghi e costringendo molti pendolari ad abbandonare i propri veicoli e raggiungere a piedi le proprie destinazioni. L'aria è spesso densa di inquinamento causato dai veicoli e il caldo e l'umidità contribuiscono a un'esperienza sensoriale travolgente. Il traffico cittadino è lento, con velocità medie di appena 6,5 ​​chilometri orari. Questo caos non è dovuto solo al numero eccessivo di veicoli su poche strade, ma riflette l’incapacità istituzionale di gestire e coordinare la rapida crescita della città e le sue esigenze di trasporto. Comunque, per chi non c’è stata, nonostante i pericoli e il caos, Dacca è anche uno spettacolo che ti scorre davanti in tempo reale. CI AVVIAMO ALLE CONCLUSIONI, IL GOVERNO ATTUALE Il governo transitorio si sta concentrando su riforme elettorali e costituzionali essenziali, ma deve affrontare un numero infinito di problemi politici, economici e di corruzione che mettono a rischio le speranze democratiche nate dalle proteste. La transizione guidata da Yunus è percepita da alcuni come inesperta e idealista, specie nel gestire le complesse pressioni politiche e di sicurezza del paese, con rischi nella stabilità politica. Anche la sfida ambientale e la corruzione rimangono problemi irrisolti, che il governo di transizione deve affrontare pur in un contesto limitato di poteri e tempo. L’incapacità di risolvere completamente queste criticità e la necessità di tempo per realizzare riforme sostanziali hanno generato una percezione di inesperienza o ingenuità politica, soprattutto nell’affrontare le resistenze delle élite politiche e militari. Le elezioni, previste idealmente entro la prima parte di febbraio 2026 (prima del ramadan), sono anch’esse un processo contradditorio. Sebbene il governo transitorio abbia annunciato che tutti i partiti potranno partecipare, l'Awami League (partito di Hasina) è di fatto esclusa nonostante abbia ancora molto seguito. Persistono forti tensioni politiche, c’è la preoccupazione per la crescita di forze politiche islamiste e la possibile instabilità sociale durante il voto. Cercando su Zeteo abbiamo trovato una recentissima intervista a Yunus che presentava un quadro ottimistico rispetto alla stabilità e alla violenza religiosa, negando un aumento delle violenze anti-indù, che Yunus ha definito come “fake news” mentre sull’aumento della criminalità e difficoltà nel controllo delle forze di polizia ha sostenuto che il governo sta lavorando per ristabilire l’ordine. Inoltre, Yunus ha difeso le sue decisioni controverse, come la sospensione della partecipazione dell’Awami League alle prossime elezioni, senza ammettere le forti divisioni e il rischio di far degenerare ulteriormente la situazione politica. La discrepanza tra la rappresentazione ufficiale di Yunus e la percezione internazionale dei problemi del Bangladesh faceva un po’ ridere, sinceramente. Certamente, questo governo transitorio è molto meglio di qualunque governo il Bangladesh abbia avuto negli ultimi 20 anni, ma ci pare di aver descritto bene come la governance in Bangladesh non è delle migliori. Il governo ad interim, che pure pare avere sincere buone intenzioni, ha anche lui parecchi difetti. Prima di tutto l’inesperienza, che pare acclarata. E poi anche l’ingenuità di pensare che in pochi mesi si possano risolvere problemi essenziali. E infine il fatto che la squadra di quadri intermedi è quella che è stata messa lì dal governo precedente, ed è quindi pronta a riprendere la sequela di furti alla prima occasione. PAUSA MUSICALE "Desh ta tomar baaper naki" di Ethun Babu e Mausumi Chowdhury, è diventata un inno di sfida e resistenza. Il brano lancia un messaggio diretto contro il potere spronando il popolo ad agire Conclusioni Verrebbe spontaneo pensare che la corruzione sia la causa principale del mancato sviluppo, ma non è così semplice. Come abbiamo descritto in diversi modi in diverse precedenti trasmissioni, la corruzione in sé non è una ragione ne è causata dalla mancanza di sviluppo. Vi invitiamo a cercare la trasmissione sulle primavere asiatiche e quella sul Vietnam. Paesi con livelli altissimi di corruzione – pensiamo alla Cina, o a molte monarchie petrolifere – sono riusciti a crescere a ritmi impressionanti. La differenza non sta solo nel livello della corruzione, ma in come essa è gestita: se resta interna a un progetto di sviluppo collettivo o se diventa pura estrazione personale. In un certo senso, la corruzione può convivere con lo sviluppo, finché il sistema riesce a distribuire parte dei benefici. Quando però si rompe quel patto implicito – quando la popolazione capisce che l’arricchimento è solo per pochi – allora arriva la crisi di legittimità. Fino a pochissimo tempo fa, i media occidentali presentavano il Bangladesh come un modello di crescita: il “miracolo asiatico”, il paese delle fabbriche che sollevavano milioni di persone dalla povertà, la prova che la globalizzazione poteva funzionare. Ora, dopo la rivolta e la fuga di Hasina, il silenzio. O, quando se ne parla, è per mostrare il caos, la violenza, la miseria. La narrazione è cambiata perché la storia del “miracolo” non serve più: è diventata scomoda. Finché il Bangladesh cresceva e teneva a bada la sua popolazione, era utile come esempio positivo di sviluppo dentro il modello neoliberale e veniva citato (sempre non molto) nelle riviste economiche specializzate; ora che la crescita ha mostrato le sue crepe, mentre la crescita economica reale rimane comunque tra le più alte al mondo, è molto più citato per il caos, non è più utile da citare come esempio di successo. C’è poi un aspetto più geopolitico. Il governo di transizione guidato da Yunus è, almeno formalmente, vicino agli Stati Uniti e alle “democrazie occidentali”: filoamericano, sostenitore delle istituzioni internazionali, garante del libero commercio. E infatti le tariffe statunitensi, imposte da Trump e mai del tutto rimosse, sono state abbassate nel giro di poche settimane da più del 40 al solamente il 20%. Ma questa vicinanza non basta a garantire attenzione o simpatia mediatica. L’Occidente si interessa ai paesi del Sud globale solo quando servono ai propri racconti: la favola dello sviluppo quando crescono, la tragedia del disordine quando si ribellano. Forse il punto è proprio questo: il Bangladesh non rientra più in nessuna di queste due narrazioni. Non è più il laboratorio di sviluppo perfetto, ma sembrerebbe che non sia nemmeno un regime “utile” da sostenere, soprattutto nella situazione attuale del governo statunitense. È un paese reale, con contraddizioni, dignità e rabbia proprie. E forse proprio per questo, oggi, dovremmo cercare di seguirne l’evoluzione sia della sua politica ufficiale, sia delle straordinarie conquiste culturali della sua generazione Z che ha generato la rivoluzione. stacchetto CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA La parte informativa trasmissione si basa quasi completamente su articoli e video di Al Jazeera e del Financial Time, con aggiunta di altri media. Abbiamo cercato di escludere i media indiani che sono noti per diffamare il Bangladesh proprio per razzismo e anche per ragioni geopolitiche. Poi ci siamo anche ricordate di cercare qualcosa sull’acqua visto che sui media si parla spesso delle grandi alluvioni. In aggiunta, cercando informazioni per questa trasmissione, ci siamo accorte di questa cosa che il tono degli articoli sul Bangladesh è cambiato radicalmente dopo la rivoluzione. Siamo inoltre state sorprese come voi di trovare lo zampino di Israele persino qui. Ci vogliamo sforzare di ricordare di nuovo che Yunus non è un personaggio pulito e trasparente, e lo vogliamo ricordare ancora e ancora, ma è molto difficile farne una critica seria visto la miriade di articoli contro di lui che erano eterodiretti dagli interessi del Bangladesh pre-rivoluzione e da Hasina stessa. Infine, il Bangladesh riceve un numero basso di turisti stranieri rispetto alla sua popolazione. Nel 2019, circa 323.000 turisti hanno visitato il paese. Invece il Bangladesh è un paese che va visitato! Va visto il disordine, la povertà, la storia, l’arte sommersa dalla polvere, la vivacità, e che cosa succede se osi essere un paese colonizzato e musulmano che cresce, che ha accanto l’India, e che cerca di rendersi indipendente dall’ovest con le capacità che ha. Visitare Dacca è un’esperienza potenzialmente pericolosa, parecchio stressante, ma un punto di vista del mondo che è utile o forse anche fondamentale da capire per noi compagne e compagni. SIGLA FINALE *Cina, prestiti, e dedollarizzazione Mettiamo le mani avanti: questa trasmissione tratta temi complessi che probabilmente sono difficili da capire. Vi diciamo prima l'obiettivo. Questa tramissione vuole dimostrare che la Cina ha cambiato la politica monetaria del mondo: ha cambiato il modo in cui i soldi vengono gestiti e il modo in cui si fanno i prestiti; e quindi ha cambiato il mondo. Piano piano vi spiegheremo come. Incominciamo. Da quando Trump è salito di nuovo al potere, abbiamo vissuto una nuova ondata di informazioni sulla Cina, e probabilmente non abbiamo capito bene cosa sta succedendo. A maggio, avevamo fatto una trasmissione su questo e in particolare sui dazi che Trump dichiarava di voler imporre alla Cina; da allora, i media continuano a riportarci che Trump continua a ridurli, mentre la Cina continua a non mandarci le terre rare per fare le bombe, le automobili, e i chip. Abbiamo anche fatto una trasmissione sul dominio incontrastato della Cina sui finanziamenti per le vie ferrate nel mondo e sulle catene di distribuzione. Vi invitiamo ad andarvele a sentire. Fatto sta che, senza che i nostri giornali ce lo dicano, il mondo in sviluppo, da una trentina d’anni, ha cominciato a costruire infrastrutture a spron battuto; invece prima non le poteva costruire. Ci siamo quindi dette che forse sarà il caso di spiegare come è che la Cina è riuscita a far spendere a tanti paesi tutti questi soldi, che questi paesi non hanno, in infrastrutture. E di conseguenza dovremo anche spiegare come la Cina ha, lentamente ma con passo sicuro, preso il controllo di molte delle entità che gestiscono i debiti e i prestiti nel mondo, e come questo ha cambiato l’asse del potere dall’unipolarismo ad un rinnovato, e non per forza migliore, multilateralismo. Abbiamo una clausola di salvaguardia iniziale. Questa trasmissione non potrà far altro che suonare pro-Cina, perché ciò che la Cina ha fatto negli ultimi 30 o 40 anni è notevole. Ciò nonostante questa trasmissione rispecchia la realtà e cita fonti attendibili di scienziati, per lo più occidentali. Solo per il fatto che noi queste cose che ha fatto la Cina "non lo sapevamo", non significa che sono di parte. Neoliberismo e costruire infrastrutture Partiamo da lontano. È opinione diffusa fra economisti e storici che la mancanza di condizioni di credito appropriate per risolvere la crisi del 1929 sia stato uno degli elementi alla base dello sviluppo dei nazionalismi fra le due guerre mondiali, e una delle cause della seconda guerra mondiale. Quando finì la seconda guerra mondiale, era chiaro persino ai politici che bisognava tenere le economie ad un livello stabile, anche quelle che avevano perso una guerra, tipo la Germania. Quindi furono creati sistemi multilaterali per mettere insieme i soldi, prima per ricostruire l’Europa, inclusi i paesi che avevano perso la guerra, e poi per creare un sistema monetario internazionale che agisse in modo tale che questi problemi non si ripresentassero. Senza pretendere di spiegare in dettaglio, venne creato un sistema che limitava l’uso della svalutazione della moneta come strumento di governo finanziario, al fine di evitare un'inflazione galoppante come quella che c’era stata durante la Republlica di Weimar, preludio alla vittoria di Hitler alle elezioni. Questo sistema si basava sulla stabilizzazione della convertibilità del dollaro ad altre valute, e legava il valore del dollaro alla sua convertibilità in oro. Quindi, un paese aveva tanta moneta quanto oro possedeva e, se avesse avuto bisogno di più moneta, avrebbe chiesto un prestito. Furono create istituzioni come il Fondo Monetario Internazionale (FMI) come prestatore di ultima istanza, a cui si sarebbero dovuti rivolgere i paesi che stavano per andare in bancarotta, e anche la Banca Mondiale, come entità che doveva finanziare lo sviluppo. Quindi mettiamola così, oltre al colonialismo occidentale, c’era una parte di buone intenzioni nella creazione di questo sistema che si chiama di Bretton Wood, e ricordatevelo perché serve dopo. Questo sistema diventò obsoleto rapidamente. Negli anni '60 l’Europa era stata ricostruita, gli Stati Uniti cominciavano già perdere egemonia, c’era comunque l’URSS, molti paesi erano indipendenti dal potere coloniale, e il mondo cominciava ad essere più pluralista. Non entreremo nel dettaglio. Gli USA, come oggi, avevano problemi nella bilancia dei pagamenti e quindi, nel 1971, Nixon di fatto fece collassare Bretton Wood decidendo che il valore del dollaro non era più legato alla quantità di oro che gli USA possedevano. Questo è uno dei momenti fondanti di quello che oggi si chiama neoliberismo, ma non entreremo neanche in questo, ma comunque il sistema di Bretton Wood continuò a esistere. Con Reagan, uno dei cambiamenti primari dei rapporti coloniali fra primo mondo e mondo in sviluppo fu il sostanziale ridimensionamento del finanziamento di infrastrutture. Questo si chiamò Washington Consensus e fu istituito a fine anni 80. In un panorama che sintetizziamo semplicisticamente: in un sistema monetario che cambiava e in un mondo che andava a destra, le banche multilaterali, di fatto, non finanziavano abbastanza per quelle che erano le esigenze dello sviluppo di tutti i paesi del mondo, che nel frattempo avevano dei governi autonomi, postcoloniali, ed erano indipendenti almeno sulla carta, ma avevano crisi di debito. Questo significa che la Banca Mondiale e sue affiliate, che nel frattempo erano diventate molte in ogni continente, non finanziavano una sufficiente quantità di infrastrutture. Di tutto questo si sapeva davvero poco perché i media occidentali non ne parlavano. PAUSA MUSICALE: COSA Resterà DEGLI ANNI 80 DI RAF Gli anni 90 e introduzione alla struttura della trasmissione Nel frattempo, dopo gli anni 80 e quella che fu chiamata "la fame nel mondo", a partire dagli anni 90, l’FMI fa tracollare i paesi quando stanno già andando in bancarotta, con prestiti che impongono condizioni capestro e che fanno collassare walfare, ovvero il sistema pubblico di governo, e i diritti di lavoratrici e lavoratori. Questo lo sappiamo bene, invece, e in generale la nostra analisi, come compagne e compagni, si ferma a quel periodo. In questa analisi, invece, proveremo a descrivere il ruolo che la Cina ha avuto nel ridimensionare il ruolo dell'FMI e della Banca Mondiale e ad aggiornare questa lettura. In una prima parte della trasmissione, descriveremo come la Cina è diventata prestatore per lo sviluppo di infrastrutture di fatto, prendendo in carico il ruolo della Banca Mondiale. Nella seconda parte, che forse è ancora più scioccante, spiegheremo come la Cina è diventata anche il prestatore di ultima istanza al posto dell’FMI. Cercheremo di spiegare il multilateralismo dal punto di vista monetario perchè, per parlare di dedollarizzazione, bisogna saperne qualcosa. parte 1. come la Cina ha cambiato la struttura finanziaria finanziando le infrastrutture e creando quindi sviluppo - ruolo della Banca Mondiale Secondo la autorevole voce di Perplexity, uno dei motori della IA, negli ultimi 30 anni la Banca Mondiale ha investito $1.18 trilioni dollari in sviluppo, anche se Perplexity ci ha avvisato che non era in grado di fare il calcolo preciso, noi non sappiamo fare il calcolo meglio di così. Invece, per la Via della Seta della Cina i dati non sono pubblici: un think thank di Shangai, che ovviamente potrebbe gonfiare il dato, parla di $1.17 trilioni di dollari. Ossia, quasi la stessa cifra della Banca Mondiale. Però considerando che le istituzioni di Bretton Wood sono tante, una o più per ogni continente, e poi ci sono i prestiti delle singole nazioni ricche, Perplexity ci ha detto che probabilmente la Cina, negli ultimi 30 anni, ha investito circa il 10% del totale degli investimenti esteri in sviluppo. Questa non è una percentuale così alta, se si compara con gli USA o l’Europa, ma bisogna considerare che la Cina 30 anni fa partiva da zero. PAUSA MUSICALE: We are the world Ma detto ciò perché la Cina finanzia le infrastrutture? Beh è la cosa proprio coloniale tipica. La Cina ha un enorme surplus commerciale; per esempio, a dicembre, era di 77 miliardi di dollari. Questo significa che, in un solo mese, la Cina potrebbe pagare l'equivalente di cinque ponti sullo Stretto di Messina. Seguendo Marx, questo surplus deve essere reinvestito fuori dalla Cina. Inoltre, la Cina aveva iniziato a sviluppare industrie sempre più avveniristiche che hanno un gran valore aggiunto, quando esportate. Infine, la Cina crede in uno sviluppo condiviso, ossia pensa che sia meglio allargare la torta commerciale, ossia aumentare lo sviluppo per tutti i paesi, perché questo crea condizioni di mercato più semplici e pacifiche, e anche perché ha bisogno di importare un sacco di beni che lei stessa non produce abbastanza, come il petrolio e il cibo, per esempio. Inoltre la Cina, dopo aver subito le angherie coloniali come tutti gli altri paesi, ha molto chiaro che le infrastrutture sono necessarie per sviluppare un paese, secondo il loro proverbio: "se vuoi diventare ricco, costruisci una strada". Ma allo stesso tempo, non considera la Belt and Road Initiative come uno strumento di sviluppo gratuito. La Cina, con queste infrastrutture, in sostanza, fa business. Sono prestiti, non sono regali. Come mai le infrastrutture cinesi funzionano meglio delle altre? I giornali dicono ancora che tutto ciò che è cinese è di cattiva qualità, però chiunque abbia viaggiato in Asia o in Africa ha probabilmente visto coi propri occhi che le infrastrutture cinesi funzionano. Ma come mai funzionano meglio delle altre? Beh, la Cina ha preso diverse stangate le prime volte che ha provato a fare infrastrutture in altri paesi, con ponti crollati, ferrovie malfunzionanti (famoso il caso del corridoio di Benguela) e proteste locali. Questo è stato accompagnato da falsità dei media, tipo che la Cina si porta i lavoratori, roba che abbiamo demistificato in altre trasmissioni. Quindi, nel tempo, la Cina ha fatto in modo che questi problemi non si presentassero più. In estrema sintesi quello che la Cina fa oggi è vendere un pacchetto in cui sono incluse le tecnologie, il metodo di costruzione e il prestito per costruire, ossia la parte finanziaria. Le tecnologies e la capacità di tenere i tempi del piano di lavoro fanno molta gola nei paesi cosiddetti democratici, dove i governanti devono vincere le elezioni grazie a queste infrastrutture. Insieme a ciò, la Cina fornisce un sistema tecnologico chiavi in mano, in cui lavoratori di alto livello cinesi gestiscono e mantengono le infrastrutture insieme ai lavoratori locali per un certo numero di anni. Per esempio, costruisce le fabbriche di cemento o di altri elementi che vanno prodotti in loco; queste fabbriche poi rimangono. Costruisce anche piccole cittadine attorno, per esempio, a uno svincolo autostradale dove c’è un casello, in modo da lasciare esperti che lavorano coi locali a garantire che il casello funzioni. Inoltre, nei contratti, la Cina inserisce gestione e guadagno per un certo numero di anni per sè da queste infrastrutture, ossia ha tutto l’interesse che vengano gestite bene e che la gente paghi il casello. Infine, se per esempio la Cina costruisce un treno in Kenya, inizieranno piano piano ad arrivare investimenti cinesi nei pressi delle stazioni: piantagioni, verdure, legname, fabb riche, costruzioni, o un porto, o qualunque altra cosa abbia senso in quella zona. Su tutte queste nuove industrie la Cina guadagna, crea una nuova realtà economica, espande la dimensione della torta economica, crea beni da importare in Cina, e rende i paesi più solidi e più stabili. Come è che i debiti cinesi vengono ripagati (e gli altri no)? Ma in ultimo la Cina crea anche un intero pacchetto di prestiti per fare questo treno, ossia crea un sistema di gestione finanziaria dell'insfrastruttura. E come fa a farsi restituire i soldi? La Cina ha finanziato una ferrovia in Laos per 9 miliardi; poco per la cina ma una cifra incredibile per il Laos. Quindi non è facile per la Cina riavere i soldi indietro. Non è che se la Cina fa un treno e lo gestisce, questo basta a coprire il debito. Idealmente, se costruisci un treno, il treno dovrebbe generare entrate per ripagare il treno, ma non è così. E se il progetto fallisce, cosa che è successa parecchie volte nei progetti cinesi, il debito non è che scompare, lo devi ripagare lo stesso, come se compri una macchina e fai un incidente il giorno dopo, la macchina la devi pagare lo stesso. Torniamo un momento indietro al discorso della Banca Mondiale che non presta abbastanza. Perché non presta abbastanza per fare infrastrutture? Perché questi governi non hanno la “capacità fiscale” di ripagare questi debiti. Quindi i paesi non hanno la possibilità di chiedere il finanziamento di un treno, perché finanziarlo comporterebbe uscire dai parametri stabiliti dal sistema monetario stabilito nel 45 a Bretton Wood e poi nell’80 nel Washington Consensus. Invece la Cina cosa fa? La Cina considera i soldi che ancora non esistono, i soldi che verranno creati perché queste infrastrutture - come il treno - aumenteranno la dimensione della torta, e quindi presta al di fuori del sistema di Bretton Wood, senza necessariamente pesare sulla bilancia monetaria del paese che chiede il prestito. Bene, direte voi: i paesi poveri riescono a fare infrastrutture senza inscrivere i loro debiti nei loro conti ufficiali. Beh insomma, le entità di Bretton Wood se ne sono accorte e non sono contente, ma ne parliamo fra un po’. Ma invece pensiamo ora a come fa la Cina ad accettare il rischio di prestare senza avere garanzie e con prestiti a così alto rischio? Ossia che collaterali chiede? Cosa è un collaterale? In pratica un collaterale è una garanzia. Se andate in banca e chiedete un prestito per comprare una macchina, vi chiedono di vedere la cedola del vostro stipendio. Il vostro stipendio è il collaterale. Per i paesi sovrani, i collaterali sono invece le loro entrate fiscali. L'FMI e la Banca Mondiale calcolano la "capacità fiscale" di un paese di ripagare i prestiti. Come la Cina collateralizza e finanzia le infrastrutture? Secondo i media occidentali che parlano di “diplomazia della trappola de debito” , la Cina presta i soldi e poi strozza i paesi portandogli via terre, le infrastrutture costruite, e forzandoli a votare in favore della Cina nelle istituzioni multilaterali. Questa questione della “diplomazia della trappola de debito” è una fola. Solo una certa parte dei debiti cinesi è garantita da infrastrutture o più in generale da pezzi di terra nel paese. In realtà funziona così. Un paese vuole una ferrovia. Il governo cinese, che è comunista e quindi controlla il settore privato, incarica una ditta cinese di costruire la ferrovia. Il governo locale promette di ripagare l'infrastruttura in futuro, ossia vuole un prestito. La promessa di pagamento viene trasferita non al governo cinese ma ad una banca cinese, controllata dal governo. È la banca che mette i soldi per fare la ferrovia. La banca cinese ottiene dei collaterali dal governo, ossia delle garanzie. Che collaterali? Che garanzie? È qui che il metodo cinese diventa un po’ scioccante. Neanche la Cina si fida che questi paesi poveri ripaghino i debiti, e quindi fa in modo che certe entrate finanziarie, ossia una certa parte della "capacità fiscale" dei paesi debitori vadano a finire in Cina, invece che nel paese stesso. Crea insomma un conto corrente bancario di garanzia, con base in Cina, che funziona da collaterale. Per esempio il paese deve tenere fissa una certa somma (veramente grande) nel conto di garanzia in Cina che funziona da collaterale. Un esempio è la Guinea Equatoriale che deve tenere bloccato in Cina un ammontare pari al 30% di un prestito, oltre a pagare le normali quote annuali. Immaginate se comprate una macchina da 20.000 euro con un prestito a 10 anni e una banca vi chiede di tenere un terzo, 7000 euro, bloccati in un conto di garanzia per 10 anni, oltre a pagare il mutuo magari 300 euro ogni mese. Quindi voi starete senza quei soldi, diminuisce la vostra capacità di spesa per 10 anni. Per un paese, diminuisce la "capacità fiscale". Altri casi sono quando le entrate del paese vanno direttamente in Cina. Per esempio, l’Angola il cui petrolio viene pagato in una banca in Cina e i soldi rimangono lì per rimborsare i prestiti, o i redditi dell’aeroporto costruito dalla Cina in Uganda che vanno a finire in Cina e così via. In questo caso, immaginate che comprate la macchina e la Banca si accorda col vosto datore di lavoro per avere i 300 euro al mese direttamente da lui. Questo significa che la vostra capacità di spesa diminuisce di 300 euro ogni mese, voi quei soldi neanche li vedete. Per un paese, invece, questo significa che diminuisce la sua "capacità fiscale". Ed ecco che con questo sistema la Cina ha cambiato le regole del gioco e il mondo. Ha di fatto creato un nuovo sistema monetario, ha cambiato soldi vengono gestiti e il modo in cui si fanno i prestiti. Per fare ciò, ha creato un nuovo sistema di insfrastrutture che creano sviluppo, sostituendosi alla Banca Mondiale, Come mai questi prestiti sono "nascosti"? Da notare che abbiamo detto che è la ditta cinese che deve fare il treno che chiede soldi alla banca cinese. Ossia questi debiti sono nascosti come “investimenti privati” ed è solo quando il paese è vicino alla bancarotta e chiede aiuto all’FMI come prestatore di ultima istanza che vengono fuori ed entrano a far parte della bilancia dei pagamenti statali. Ossia il paese, siccome non chiede direttamente il prestito ma fa solo una promessa di pagamento, non comunica all'FMI che quel prestito esiste. In pratica il paese non dice all'FMI e al sistema di Bretton Wood che la sua "capacità fiscale" è diminuita. Ma in realtà è peggio di così. Vi ricordate il conto di garanzia in Cina che funziona da collaterale? Un problema aggiuntivo è che la Cina ha anche fatto diversi casini creando un solo conto di garanzia per vari debiti di un solo governo. Quindi nello stesso conto di garanzia entrano soldi di petrolio, miniere, imprese statali, tutto mescolato. E lo stesso conto garantisce diverse infrastrutture (treni, fabbriche di cemento, miniere, aeroporti) che sono finanziate da diverse banche creditrici cinesi. Questa cosa rende impossibile alla Banca Mondiale e ai vari Bretton Wood analizzare la situazione e sapere quale è la situazione dei pagamenti. Ossia la Banca Mondiale sa che il debitore è costretto a lasciare somme enormi del proprio bilancio dello stato, come garanzia, in Cina, ma non ha informazioni su quanto e come visto che sono prestiti fra privati (un impresa cinese e una banca cinese), e quindi non riesce più a valutare la sua "capacità fiscale". Secondo uno studio appena uscito, il 45% dei prestiti della Cina è collateralizzato, o garantito, e questo è molto peggio di “diplomazia della trappola de debito”. In alcuni di questi casi il paese debitore è strozzato dalla Cina che ha accesso automatico a soldi che invece dovrebbero andare nel paese debitore come entrate dal petrolio e dalle infrastrutture. Ed ecco che con questo sistema la Cina ha di nuovo cambiato le regole del gioco e il mondo. Ha di fatto creato un nuovo sistema finanziario e monetario che è in sostanza invisibile alla Banca Mondiale, ai Bretton Woods, e all'ovest globale. Solo quando il paese sta andando in bancarotta allora deve metter fuori i dati e li l'FMI viene a sapere di questi prestiti. Ma ora parliamo dell'FMI... parte 2. Come la Cina diventa poi prestatore di ultima istanza? Ossia si è sostituita all'FMI E arriviamo alla seconda parte della trasmissione: come la Cina è diventata prestatore di ultima istanza. Cosa è un prestatore di ultima istanza? Se noi andiamo in bancarotta, si fa quello che per una persona in italiano si dice dichiarare fallimento e tutti i nostri debiti scompaiono e noi siamo molto poveri. Si può dire che un prestatore di ultima istanza non esista per le persone. Ma pensiamo ad una grande ditta, per esempio il crollo del Monte dei Paschi. Siccome molte persone lavorano per il Monte dei Paschi e molta gente ha dei soldi nel Monte dei Paschi, il governo farà in modo che ci siano dei soldi che vanno a mantenere in piedi la struttura del Monte dei Paschi. In questo caso il governo italiano diventa prestatore di ultima istanza, perchè il Monte dei Paschi è too big to fail, troppo grande per fallire. Nel caso dei paesi, visto che Bretton Wood non voleva che si ripetesse un caso come quello della Repubblica di Weimar, entra in gioco l'FMI che fa da prestatore di ultima istanza e mantiene il paese in piedi, facendo sì che per esempio il paese continui a pagare gli stipendi, a riparare le strade, ecc. Che impatto ha il nuovo sistema finanziario cinese sulla capacità dell'FMI di dare soldi ai paesi in bancarotta? Beh, l’FMI ha problemi a dare prestiti di ultima istanza ai paesi che non hanno una bilancia dei pagamenti chiara, ossia quando la "capacità fiscale" non è chiara. Ossia l'FMI diventa lentissimo e di fatto non svolge più la sua funzione. Non entreremo nel dettaglio. E quindi se l'FMI non fa più il suo ruolo, che fa la Cina? la Cina non vuole che questi paesi falliscano, e quindi corre ai ripari facendo lei in modo che i paesi non falliscano. Crea un sistema alternativo di ultima istanza. Sembra geniale, ossia la Cina crea il sistema di sviluppo, lo sviluppo stesso, il problema del debito, e la sua soluzione. Se la suona e se la canta! Per risolvere i debiti la Cina ha “istituito” (parola non scelta a caso) gli accordi di scambio di valuta, chiamati swap. Pare una cosa innocua, ma cosa è? Sono strumenti valutari che i paesi attivano quando gli mancano i soldi, la valuta estera per pagare i debiti. Gli swap esistono anche da noi e sono in dollari. A differenza delle linee di scambio in dollari della Federal Reserve statunitense, gli swap cinesi sono denominati in renminbi (la moneta cinese) e possono essere utilizzati sia per fornire liquidità d’emergenza sia per il normale finanziamento del commercio. Funziona così, la Cina dice “se hai bisogno di soldi, io te li do, e tu mi dai i tuoi” che, come sappiamo, siccome sei in debito non valgono niente, ma io li accetto lo stesso. Quando un paese partner attinge a una linea di swap, riceve renminbi dalla People’s Bank of China (PBOC) e può usarli direttamente per pagare le importazioni dalla Cina, oppure convertire i renminbi in dollari USA per pagare i debiti. Come la Cina garantisce per i paesi quando quelli rischiano la bancarotta? Per esempio, il Pakistan ha prelevato 600 milioni di dollari in renminbi per aumentare le riserve e qualificarsi per un prestito del FMI; l’Argentina ha utilizzato 2,7 miliardi di dollari in renminbi per pagare importazioni cinesi e convertire parte dei remimbi in dollari quando era esclusa dai mercati dei capitali; la Mongolia ha usato 1,7 miliardi di dollari per tamponare il crollo dei ricavi da esportazione; la Russia ha utilizzato gli swap durante la crisi delle sanzioni e del prezzo del petrolio del 2014–16 per sostenere il commercio e gli investimenti bilaterali con la Cina; e l’Ucraina (si, l’Ucraina!) ha attinto ai renminbi quando le riserve erano scese sotto i livelli richiesti dal FMI. Quindi per Pakistan, Mongolia, e anche Egitto, l’accesso agli swap della Cina è stato uno degli elementi che ha permesso al FMI di approvare il loro programma, poiché il Fondo richiedeva a questi paesi delle garanzie prima di sbloccare i fondi. Alla fine del 2023, la People’s Bank of China aveva oltre 400 miliardi di dollari in swap attivi, e i paesi continuavano a farvi affidamento per ottenere liquidità in situazioni di crisi e come ponte nelle trattative con il FMI. Ed ecco che con questo sistema la Cina ha di nuovo cambiato le regole del gioco e il mondo. Il nuovo sistema finanziario e monetario degli swap serve quando i paesi che stanno andando in bancarotta hanno bisogno di soldi o hanno bisogno che l'FMI gli presti i soldi. Vedete bene che l'FMI non è praticamente più il prestatore di ultima istanza. Ossia la Cina per Pakistan, Mongolia, Ucraina e Egitto ha avuto lo stesso ruolo che l'Italia ha avuto con il Monte dei Paschi, ha fatto da garanzia. Come i soldi cinesi vengono utilizzati anche per ripagare l'FMI? L’Argentina con il governo Milei è stata la prima nazione a ripagare una rata all’FMI in renminbi grazie ad uno swap cinese. E questo di fatto significa che il prestatore di ultima istanza non è più l'FMI, è la CIna. Ed ecco che con questo sistema la Cina ha ancora nuovo cambiato le regole del gioco e il mondo. In sintesi, gli swap della Cina funzionano come una rete di sicurezza parallela: i paesi li utilizzano per pagare le importazioni, alleggerire la pressione sulle riserve in dollari, stabilizzare le proprie valute, ripagare il debito all'FMI o ottenere prestiti dal FMI — rendendo la People’s Bank of China un prestatore di ultima istanza de facto al di fuori del FMI. Questa cosa è enorme. Più di 50 paesi hanno accordi swap, e non solo i tradizionali paesi debitori, ma anche la Gran Bretagna, la Banca Centrale Europea (e quindi tutta l’Europa in qualche modo), la Nuova Zelanda e ASEAN+3 che quindi include anche il Giappone. La Cina ha cambiato il mondo, ha cambiato l’asse del potere finanziario e monetario insieme all’intero corpo geopolitico, mentre l’occidente si chiede ancora che cosa è successo e che cosa è cambiato, e se qualcosa è cambiato davvero. IO QUI METTEREI UNO STACCHETTO MUSICALE CON “IL MIO CORPO CHE CAMBIA” DEI LITFIBA CHE CI VA TUTTA Ma come è successo quindi che l’ovest non ha più il controllo dei soldi? Avviamoci alle conclusioni. Spesso sentiamo parlare di dedollarizzazione come sistema di pagamento, e i giornali ci sciorinano il sistema CIPS, il digital renminbi o digital Yuan, l’mBridge e il Brics Pay, dimostrando di non capirci niente. La dedollarizzazione non riguarda tanto il come si effettuano i pagamenti, ma chi fornisce la liquidità e chi fornisce la liquidità è la Cina, come abbiamo visto. Facciamo un po’ di storia e aggiorniamo la nostra visione geopolitica a dopo gli anni 80-90. È uscito pochi giorni fa questo libro gratuito, che spiega quello che ha fatto la Cina, all’interno delle istituzioni di Bretton Wood, nel tempo e si è silenziosamente trasformata da “entità che adotta le regole a entità che le crea e le fa traballare” ed è un libro affascinante, soprattutto è affascinante pensare che nessun media se ne è accorto. Ricapitoliamo velocemente. Gli anni 80 la Cina si unì all’FMI come “entità che adotta le regole”. Da studente diligente cambiò le proprie leggi per essere inserita in tutti i sistemi di scambio commerciale, accettò la guida degli esperti internazionali, prese prestiti dalla Banca Mondiale e li ripagò, ovviamente senza mai entrare in negoziazioni per eccesso di debito con l’FMI. Gli anni 90, evidentemente insoddisfatta da ciò che aveva imparato, passò ad essere un entità che tentava di "creare le regole". Nel 1994 creò la China Development Bank e la Export Import Bank per finanziare infrastrutture all'estero . Nessuno ci fece caso, con quel gesto puntava a sostituire il ruolo della Banca Mondiale. Poi durante la crisi delle tigri asiatiche del 97-98 vide come i paesi asiatici furono strozzati dall’FMI, e chiese che le istituzioni di Bretton Wood venissero riformate. Non successe nula e quindi nel 2000 insieme a 10 paesi asiatici creò un sistema di swap e diventò prestatore di ultima istanza, e quindi si sostituì al ruolo dell'FMI. Negli anni 2000 chiede che l'FMI venga riformato per due volte, nel 2002 e poi nel 2006. Tutti questi tentativi per adesso vanno a vuoto, ma la ragnatela di alleanze e prestiti, proteste, e richieste incalzanti inizia ad avere i propri frutti. L’FMI in quegli anni inizia a mettere per scritto nei propri document che le politiche neoliberali degli anni 90 sono sbagliate, meglio tardi che mai, diremo. E poi venne la crisi del 2008. Quell'anno diversi paesi asiatici riescono a far si che il G20 dia soldi in emergenza solo alla Banca Asiatica di Sviluppo come prestatore di ultima istanza. Seguirono a ruota tutte le altre banche regionali in ogni continente. In quel momento, la Cina e gli altri paesi avevano cambiato il mondo cambiando il ruolo dell'FMI. Però non bastava, i soldi erano ancora troppo pochi, e quindi la Cina dal 2009 istituisce gli swap di cui abbiamo detto prima. La Cina quindi si pone fuori dal sistema di Bretton Wood, e internazionalizza il renminbi convertendolo in una moneta globale. Senza che nessun media lo riporti non c’era più bisogno dell’FMI. Dal 2010 fino ad oggi ci sono stati cambiamenti a cascata. Non staremo a farne la descrizione, in estrema sintesi la Cina crea nuove banche multilateriali, AIIB che ha sede a Pechino e con i BRICS la New Development Bank con sede a Shangai, e nel 2015 un nuovo sistema di pagamento internazionale che si chiama CIPS. Si direbbe che la dedollarizzazione era già bella avanzata e la Cina fa traballare le regole. Infatti sia la Banca Mondiale nel 2018 che l'FMI nel 2021 fanno quello che (detto male) si può chiamare un aumento di capitale. Non staremo a spiegare come hanno fatto ma quando Bretton Wood accetta di aumentare il loro capitale da prestare è una grande vittoria diplomatica della Cina e dei paesi meno avanzati di nuovo cambia il mondo: vuol dire che gli Stati Uniti hanno dovuto cedere per evitare la marginalizzazione della Banca Mondiale e dell'FMI. Tutte le altre banche di Bretton Wood seguono a ruota. Questo oggi sta permettendo più prestiti, più programmi di sviluppo, più margini di manovra e di nuovo queste cose non vengono neanche menzionate su nessun media di massa. Allo stesso tempo però avrete almeno notato che l’FMI è molto meno presente sui media perché i paesi ricorrono agli swap cinesi e l’FMI non viene neanche coinvolto. IO QUI METTEREI "Money, Money, Money" DEGLI ABBA Conclusioni per il mondo in generale, il nostro e il loro. Nel 2023 sono usciti dei dati che mostrano come le banche multilaterali di Bretton Wood, ad oggi, prestano ancora un po’ di più delle nuove strutture legate alla Cina, ma hanno la stessa quantità di liquidità. Le strutture finanziarie legate alla Cina e al nuovo ordine multilaterale sono oggi più di 500 e non è più l’ovest globale quello che decide in che direzione va la geopolifica, non è più quello che da solo scrive le regole. Le istituzioni dell’ovest sono alla rincorsa, il mondo è cambiato. Conclusione: L’occidente ha sacrificato il proprio sviluppo al neoliberismo La costruzione da parte della Cina di un sistema finanziario parallelo ha ridotto drasticamente la capacità dell’Occidente di imporre le sue condizioni economiche e politiche, ossia ha ridotto il neocolonialismo occidentale. Questo è esattamente ciò che Antonio Gramsci definiva “crisi d’egemonia”. La perdita di centralità del dollaro e dell’FMI è una perdita di potere politico, non solo tecnico. Di conseguenza la dedollarizzazione è in corso a spron battutto perchè non è più l'occidente che decide dove vanno i soldi. Allo stesso tempo, tutti questi cambiamenti sono dovuti alle continue richieste del sud del mondo di essere ripagati per il cambio climatico e per il costo lasciato dal colonialismo. Ossia i paesi del sud del mondo stanno lentamente riuscendo a "cambiare il mondo" in maniera pacata e non radicale, ma lo stanno facendo. Conclusione: Il commercio da solo non può invertire la tendenza Le tariffe di Trump sono, come l’avrebbe definito Marx, un tentativo reazionario di fermare le forze produttive. Trump agisce come se il commercio fosse una leva politica isolata, ma la Cina e i paesi asiatici ormai controllano infrastrutture, catene del valore, credito, logistica e perfino parte del sistema monetario e del credito globale. Le mucche sono già scappate dalla stalla… Conclusione: Ci sono più soldi per lo sviluppo L’emergere di nuovi strumenti finanziari, e il ritorno a un’espansione dei prestiti di Bretton Wood spinti dalla competizione con Pechino, significa che il Sud Globale ha molta più liquidità e margine fiscale per costruire infrastrutture, quindi si sta sviluppando, ossia il mondo è cambiato. Non è purtroppo detto che questi soldi verranno spesi bene nè tanto meno per il bene delle popolazioni Conclusioni per noi compagne e compagne Se tutti i nostri presupposti che ci pongono contro l’FMI, la Banca Mondiale, e il sistema di Bretton Wood valgono ancora, vale però la pena soffermarsi per più di un momento sulla nuova situazione. Punto primo, l’FMI non è quasi più in grado di imporre condizioni a nessuno, e neanche necessariamente le impone come le imponeva prima (eccetto se glielo chiede la Germania per la Grecia). Per noi che ci riteniamo persone di movimento bisogna capire che il tipo di disciplinamento del mondo intero è cambiato. Siamo in una fase di frattura strategica: il capitalismo dell’ovest globale non riesce più a riprodurre la propria centralità e quindi le “riforme strutturali”, i tagli, le privatizzazioni saranno sempre meno il centro del problema e della lotta. Ma questo significa anche che il nuovo imperialismo, quello del multilateralismo a base cinese, impone o imporrà una cultura diversa, forme di repressione diverse, e potenzialmente creerà nuove marginalità qui da noi. In questo processo, l’impatto può essere meno democrazia e meno trasparenza rispetto ai cicli precedenti del capitalismo occidentale. Non perché fossimo realmente in democrazia ma perché l’intera infrastruttura politico-economica che si sta formando oggi risponde ancor meno a criteri partecipativi, consultativi o sociali. Per esempio, la capacità cinese di pianificare, controllare e disciplinare il lavoro e i territori potrebbe spingere i governi occidentali a imitare logiche di tecnologica o di limitazione del dissenso. Oltre a questo, il rafforzamento internazionale della Cina ha già alimentato da noi una risposta nazionalista, identitaria, securitaria e in generale di destra. Il lavoro scompare, la politica interna si polarizza e la sinistra istituzionale si sposta verso posizioni più atlantiste e più disciplinate. Il risultato è un restringimento del campo in cui le rivendicazioni sociali possono essere formulate e ascoltate. Ma questo crea anche contraddizioni, margini, crepe. Tocca a movimenti adesso costruire negli interstizi, perché quando l’egemonia vacilla, la storia accelera. Clausole di Salvaguardia Ripetiamo che questa trasmissione dice solo le cose come stanno e non è a favore della Cina solo perché spiega come sono andate le cose e come la Cina è in grado di pianificare cambiamenti di natura globale. Per questa trasmissione così spinosa abbiamo usato le seguenti pubblicazioni gratuite: China and the Global Economic Order, pubblicato poche settimane fa dall’Università di Cambridge, How China collateralizes di AIDDATA del 2025, uno degli enti dell’ovest globale più seri sulla situazione cinese, il China BRI Investment Report 2024 del Green Finance and Development Center di Shangai per capire quanti soldi ha speso la Cina, e un pochino anche Perplexity. Le riflessioni sono nostre. All’interno di questa trasformazione abbiamo tralasciato un altro elemento: il debito globale e quello dei paesi in sviluppo sono ormai tecnicamente impagabili. Questo significa che si arriverà a un bivio: o ci sarà un nuovo taglio del debito, come avvenne negli anni ’80 e nei primi 2000, oppure tutto crollerà per via di un’altra bolla finanziaria di qualunque natura. Anche di questo nessun giornale ne parla. Se siete masochiste sappiate che una pietra miliare della scienza contro l’FMI è “conditionality and development policy space, 1985 2014” della università di oxford. Sappiate anche che nel 2018 l’FMI ha finalmente modificato la sua politica sulle condizioni per i debiti ma il testo è palloso e non l’abbiamo letto. Ci sono anche dei simpatici cartoni animati sulla pagina dell’FMI che descrivono come ora l’FMI sia diventato buono. In pratica spiegano che se un paese da i sussidi sulla benzina loro non gli danno i prestiti se non tolgono prima i sussidi perché la benzina inquina, ma non dicono che gli USA sussidiano la benzina ma possono farlo. In totale, sappiamo benissimo che non è condivisibile a chi ascolta pensare che l’FMI e la Banca Mondiale possano essere stati espressione di democrazia per un periodo , e ci prendiamo la responsabilità di quello che abbiamo detto, e accoglieremo volentieri le critiche. Continuiamo però a pensare che con l’FMI e la Banca Mondiale non avevamo ancora toccato il fondo, e il nuovo multilateralismo a base cinese non sarà meglio. Ci sono tante cose che volevamo dire ma non le abbiamo dette perchè ci pareva che questa trasmissione fosse già parecchio complicata. 1.Non abbiamo menzionato che 2001 la Cina fondò la Shanghai Cooperation Corporation, che includeva la Cina, la Russia, l’Asia Centrale, fino a certi paesi del Caucaso, del Sud Est Asiatico, e poi del Middle East. Questo sistema istituiva un sistema multilaterale aggiuntivo all’ONU, seppure in piccolo, ma ci è parso che questa trasmissione fosse già complicata. 2.Non abbiamo menzionato che dal 2009 esistono i BRICS 4.Non abbiamo menzionato che l’FMI non si vergogna di distruggere la Grecia… ma ricordiamoci che quella decisione fu presa dall’Europa non dall’FMI. 5.Non abbiamo parlato della fame nel mondo negli 80 e dei tagli dei debiti esteri degli anni 80 e nei 2000. E non abbiamo parlato di molte altre cose... ragioni di tempo. E non dimenticatevi. Se fate turismo in Asia e vi capita per caso di conoscere qualcuno del governo chiedete se sanno cosa è uno swap agreement, o se vi spiegano come ha fatto il loro governo a non fallire durante la crisi del covid. Adesso sapete cosa vi risponderanno, che hanno usato gli swap agreement. *Filippine - La telenovela dell’acqua che scorre Essendo una ex colonia americana, nelle Filippine i presidenti fanno il discorso alla nazione ogni anno. Il 28 luglio di quest’anno Ferdinand Marcos Jr, altresì detto Bon Bon Marcos, o anche BBM, che lo ricordiamo è il figlio del dittatore Marcos che ha tenuto il paese col pugno di ferro per oltre ventanni, insomma il figlio Bon Bon ha tenuto il suo discorso alla nazione citando gli scandali legati ai progetti di controllo delle inondazioni e alla gestione dell'acqua. In quel discorso, Marcos ha evidenziato gravi irregolarità e scandali nell'uso improprio di circa 118 miliardi di pesos destinati al Dipartimento dei Lavori Pubblici negli ultimi tre anni, relativi a progetti incompleti, scadenti e “progetti fantasma” o ghost projects. 118 miliardi di pesos sono 2 miliardi di dollari. Un mese dopo, a fine agosto, il Centro Filippino per il Giornalismo Investigativo ha spiegato che Marcos ha finanziato circa 9 miliardi di dollari in lavori pubblici per la gestione dell’acqua nei primi tre anni del proprio governo. 10 giorni dopo, l’8 settembre, Greenpeace Filippine esce con il dato di 1 triliardo di pesos spesi citando dati scaricati da una banca dati del governo, perché le Filippine sono in Asia e sono digitalizzate. Un triliardo di pesos sono 17 miliardi di dollari. Il 21 settembre la “marcia dei trilloni di pesos” prende poi le strade di Manila e di molte altre città, la gente è stufa di veder morire le persone affogate, è arrabbiata perchè vive nelle proprie case con i piedi nell’acqua per sei mesi l’anno, è stufa di possedere case senza nessun valore di mercato perché sono continuamente allagate, è stufa di vivere tre mesi l’anno nei centri di rifugio temporanei perché la casa è allagata, stufa di costruire soppalchi in casa per non rischiare di affogare nel sonno, stufa di scuole chiuse per mesi e mesi in zone continuamente inondate. La manifestazione prima si raggruppa in diverse zone della città, poi scorre lungo EDSA, la strada principale di Manila, verso il mare, poi tenta di raggiungere Malacagnian, il palazzo del governo, si confronta con la polizia, 240 persone arrestate. I dati parlano di 300,000 partecipanti che è un dato ridicolo, basta guardare le foto di EDSA dall’alto. 8 km di persone su una strada larga 40 metri, significa che ci sono circa 1 milione e 300.000 persone. La zona metropolitana di Manila e dintorni, Mega Manila, contiene 24-26 milioni di persone, significa che il 5% della popolazione è in strada. I media del mondo ne parlano come una delle tante manifestazioni della generazione Z. Nel frattempo quest'anno nelle Filippine piove e piove e piove in una stagione delle piogge che pare non finire mai, muoiono circa 70-90 persone a Cebu il 6 novembre a causa di un palazzo malcostruito che si sgretola su una favela. In totale muoino 288 persone dalle Filippine al Vietnam Cambogia e Laos. Solo pochi giorni dopo un altro super tifone forza il governo a dar rifugio a 1.4 milioni di persone ma in quel caso i morti sono meno di 30 dato e poi il tifone poi si sposta su Cina e Taiwan che sono paesi sviluppati. Facciamo un punto tecnico Come al solito mettiamo le mani avanti rispetto all’analisi di cosa è successo con l’acqua e con questi soldi. Mettiamo pure che siano “solo” due miliardi persi. Immaginiamoci la bonifica della piana di Latina, che conosciamo tutte bene. Quando Mussolini la iniziò nel 1927, i lavori di pianificazione erano iniziati da 9 anni, ci erano voluti 9 anni solo per pianificarla. Eh si ci dispiace informare, se ancora non lo sapevate, che l’idea non era venuta a mussolini. La bonifica durò 10 anni per un’area che è circa un decimo più grande del comune di Roma, ci lavorarono 200.000 operai, furono costruiti 18 idrovore utilizzate per il sollevamento e il drenaggio delle acque stagnanti, furono costruiti 16.165 km di canali di bonifica e 1.360 km di strade perché a quel punto il territorio era cambiato e bisognava arrivarci nelle nuove terre. Il costo, secondo un sito che si chiama Ponza Racconta, ad oggi sarebbe di 30 miliardi di euro. Perché raccontiamo questo? Perché una cosa importante da notare è che l’acqua scorre. L’acqua scorre sulla superficie del terreno e cerca da sola dove passare, cerca la pendenza, per arrivare fino a dove non c’è più pendenza, che spesso è il mare. Ma non sempre, a volte è una palude. Se vuoi gestire l’acqua bisogna che tu consideri tutto il bacino idrografico, ossia come spostare tutte le acque che scorrono dalle montagne fino al mare in modo che il flusso dell’acqua sia veloce ma non troppo e sia ininterrotto. Se vuoi bonificare una palude devi fare lo stesso, ed in più se la palude è sotto il livello del mare devi mettere delle pompe che portano l’acqua all’altezza del mare. In Italia il 36% del territorio è bonificato, e si include nel concetto di bonifica sia la piana che si allaga, sia la montagna dove piove e da cui l’acqua scorre, fino alla piana dove l’acqua rallenta e si allaga. Con buona pace di Mussolini la maggior parte delle bonifiche in Italia avvennero fra l’800 e il 1.400… Ok quindi Manila. Manila va vista un po’ come una palude. Nella stagione secca, sei mesi l’anno, l’acqua scorre dalle montagne al mare abbastanza da sola, la zona non è una palude tranne quella zona che si chiama Laguna che è un lago grande 3 volte il lago di Garda che è dentro Manila ed è collegato al mare dal fiume Pasig. Durante la stagione secca la Laguna di Manila riceve acqua dal mare. Poi invece quando piove la laguna riceve acqua dalle montagne, ristagna perché c’è troppa acqua che scorre e quindi l’acqua si ferma, e poi scolma le acque verso il mare solo attraverso il fiume Pasig, quindi scolma poco e quindi crea inondazioni non dal fiume Pasig necessariamente, ma da tutti gli affluenti che scorrono dentro Manila che sono 30. In sintesi, quando la stagione è secca le acque non sono un problema, ma quando piove le acque ristagnano, ossia allagano. Questo è un po’ quello che succede in gran parte delle Filippine in realtà. Questo è anche un po’ il succo di quello che succede in tutte le civiltà risicole dell’Asia, posti di pianura o valli dove l’acqua che arriva dalle montagne ristagna e si può coltivare il riso che ha bisogno di essere coltivato nell’acqua. Ok quindi dicevamo Manila. Siamo andate nella banca dati online che Bon Bon Marcos ha lanciato perché le persone possano denunciare i ghost project. I progetti sono centinaia e centinaia, per 9 miliardi di dollari… per ogni progetto c’è un bottoncino che puoi cliccare e denunciare che i soldi sono stati rubati, mandare le prove fotografiche che sono progetti fantasma, ecc. Ma il primo punto che si nota è che per la bonifica di Latina si era fatto un piano idrografico, si chiama così, e c’erano voluti 9 anni a farlo, mentre per questi lavori che sono un po’ ovunque nelle Filippine, non solo a Manila, pare più che altro che 3 anni fa si sia deciso di spendere 9 miliardi e per farlo si sia deciso di costruire un muro qui, una dighetta lì, un camminamento, uno sfioro, una duna, un po’ di sassi per fermare le mareggiate. Insomma basta anche un occhio non allenato per capire che non c’è evidentemente nessun piano che considera acqua che arriva, acqua che va via, acqua che ristagna, insomma l’acqua che fa l’acqua... Volevamo dire questo per dire che il primo punto è: questi lavori sono stati pensati senza che qualcuno che ne sa di bonifiche o gestione delle acque le inserisse dentro una logica di montagne e valli, ossia senza le considerazioni necessarie basate su una scienza che si chiama ingegneria idraulica. Quindi perché Marcos, o magari prima di lui Duterte, hanno finanziato queste opere idrauliche? Probabilmente ci sono tre componenti. La prima è una mancanza di capacità a livello sociale. Sicuramente nelle Filippine ci sono gli esperti che ne sanno di ingegneria idraulica. Nel 22 BBM ha iniziato il suo mandato e ha lanciato questi progetti. Ma la società civile non ha avuto la capacità di capire in tempo o di criticare in maniera comprensiva queste decisioni. Oppure la società civile non è stata ascoltata? Noi non abbiamo trovato critiche in articoli online. La seconda ragione è che BBM voleva farsi vedere come attento ai bisogni della popolazione, e aveva bisogno di finanziare qualcosa in fretta. Quindi ha finanziato questa cosa qui ma non pare con l’obbiettivo di risolvere il problema. La terza, che è totalmente nostra cattiveria, è che in un paese corrotto bisogna spendere soldi per infrastrutture in modo che il sistema corruttivo rimanga in piedi. Esiste l’ingegneria idraulica nelle Filippine? Nella città di Iloilo, che non avevamo idea esistesse ma pare sia una delle città più vivibili del paese, pochi anni fa il governo del Giappone ha finanziato un canale scolmatore, come ce ne sono tanti in Italia, un canale che quando piove troppo porta via l’acqua molto velocemente. Iloilo di conseguenza è cresciuta molto economicamente perché non si allaga più ed è diventata una città carina e dove si vive bene. Poi è arrivato Marcos e con questi 9 miliardi pare stiano costruendo una pista ciclabile dentro il canale scolmatore e quindi adesso pare che, come conseguenza di questa genialata, la città si allaghi di nuovo. Quindi se ne desume che prima di Marcos il concetto di ingegneria idraulica esistesse. PAUSA MUSICALE E parlando di acqua che scorre, ascoltiamo ora una canzone di protesta contro la disfunzionalità delle opere ingegneristiche dei Morobeats, un collettivo in musica che canta degli scandali attuali e il video è girato dentro una diga semi caduta con le ruspe che la stanno riparando che gli girano intorno. In altre canzoni lo stesso collettivo canta dentro i villaggi inondati camminando nei fiumi di melma, o durante le proteste davanti ai poliziotti https://www.youtube.com/watch?v=Lvt8bzduKL8 La telenovela dell’acqua che scorre Compagne, compagni — questa è La telenovela dell’acqua che scorre. Il copione? Soldi pubblici che evaporano, fiumi che straripano, e una galleria di personaggi che sembra uscita da un mix tra Beautiful e un verbale della Corte dei Conti. Gli eroi? La gente comune con i piedi a mollo. I cattivi? Politi di ogni rango, appaltatori “creativi”, funzionari pubblici un po’ troppo disinvolti e vari personaggi con le tasche molto ampie. 2022–2023: le acque iniziano a intorbidirsi. A Manila piove piove piove, la gente muore. Mentre le piogge continuano, la gente nota che i miliardi destinati ai progetti anti-alluvione finiscono spesso a ditte “amiche”. E molte opere risultano mezze costruite, costruite male, o… semplicemente mai esistite. Durante la campagna elettorale del 2022 il sindaco di Pasig, che è una delle città di Metro Manila, Vico Sotto, che corre contro uno che di cognome fa Discaya, inizia a parlare degli scandali legati alla cattiva gestione delle acque, e inizia a parlare di corruzione. Il sindaco insinua il dubbio: “Qui più che controllare le inondazioni stanno controllando i portafogli”. 2024– fino a metà 2025: scattano audit e indagini, giornalisti e ispettori scoprono progetti fotocopia con costi identici, strade e argini dichiarati “completati” ma che sul territorio nessuno ha mai visto, e un gruppetto ristretto di imprese che vince appalti su appalti. La domanda ormai è una sola: dove sono finiti i soldi che avrebbero dovuto domare i fiumi? Da metà 2025: esplode lo scandalo vero e proprio. Marcos per qualche motivo a luglio fa il discorso alla nazione citando il problema della corruzione nelle infrastrutture contro le inondazioni e inizia lo scandalo. Arrivano arresti, mandati di cattura, indagini su miliardi di pesos mal spesi. Ma andiamo per ordine. Immaginate Marcos — giacca da presidente, occhiali da sole, faccia da “ok-facciamo sul serio” — che arriva in un villaggio di provincia, … per scoprire che al posto di un argine non c’è nulla. Niente muro, niente argine, niente fiume domato: solo terreno bagnato, acqua alta e la sua aria stupita. È esattamente quello che è successo il 20 agosto 2025 a Baliuag, Bulacan: il progetto di un “argine” da circa 220 metri — con un costo pubblico pagato di 900.000 dollari— risultava dai documenti “completato e pagato”. Ma alla visita di Marcos? Lui appariva frustrato e disse “Non un blocco di cemento, nemmeno un sacco di cemento”: niente mura, niente sponda, niente argini. Poi si sposta in altre province— undici progetti ispezionati, molti risultati essere non-esistenti, distrutti o scadenti. Dice “non sono deluso, sono arrabbiato”. Certo uno show per il pubblico, ma Marcos non si limita a fare la foto, no: ordina blacklist per le imprese coinvolte, avvia controlli patrimoniali per individuare chi si è arricchito con lavori mai fatti, e minaccia addirittura di accusarli di “sabotaggio economico”. Marcos fa la sceneggiata del presidente indignato, punta il dito, spara cifre e minacce ma la domanda resta: questi “fantasmi” hanno un nome, delle colpe, e vanno trovate. E la telenovela è iniziata. Marcos crea una commissione governativa che deve investigare il problema. Commento a latere: da persone italiane non si è capito bene perché queste indagini non le facciano i giudici, ma andiamo avanti. Siccome i progetti sono migliaia, crea anche una lista online di progetti su cui la gente può fare commenti anonimi, come abbiamo detto prima. Poi ordina un’analisi patrimoniale delle condizioni economiche delle famiglie e dei conti in banca dei funzionari ministeriali che lavorano nella gestione dell’acqua, per capire se hanno rubato. Ossia si stanno verificando beni (auto, terreni, barche …) di una ventina di persone legate ai progetti sospetti. Le audizioni della commissione passano in diretta sui media e diventano il centro dell’attenzione pubblica. Passiamo ai personaggi: -Zaldy Co — politico di peso, legato alla famiglia proprietaria del gruppo Sunwest. Colpito da un mandato di arresto in relazione a un progetto anti-alluvione. Una figura centrale della telenovela, scappa all’estero, ma parla continuamente sui media, non si sa dove sia. Fa video in cui dice che è Marcos che organizzava tutto. In una sua dichiarazione, Co sostiene che questi pagamenti venivano fatti «in contanti, con valigette piene di soldi, in parcheggi o luoghi anonimi», e aggiunge che la pratica sarebbe stata sistematica dal 2022 in poi. Co ha anche detto che Marcos avrebbe ricevuto da lui 1 milione e mezzo di dollari, che ci pare una cifra piuttosto parca in realtà. -Curlee Discaya e Sarah Discaya. I Discaya, che correvano contro Sotto alle elezioni del 2022 sono imprenditori che hanno vinto, per così dire, gli appalti dei progetti di controllo delle inondazioni — hanno dichiarato alla commissione, ossia in televisione, che i funzionari del Dipartimento dei Lavori Pubblici esigevano tangenti tra il 10% e il 25% del valore degli appalti per garantire che i progetti venissero assegnati e “procedessero senza intoppi”. Hanno testimoniato davanti alla commissione in settembre e citato nomi di politici e funzionari che, secondo loro, avrebbero beneficiato del sistema di appalti truccati -Dirigenti e imprenditori del gruppo Sunwest di Zaldy Co, Wawao Builders o SYMS Construction o le ditte dei Discaya — tutte ditte coinvolte negli appalti “creativi”. -Martin Romualdez — cugino di Bonbon Marcos, si è dimesso dalla carica di Speaker della Camera. Anche se nega ogni coinvolgimento personale, la pressione dell’opinione pubblica e le indagini lo hanno obbligato a lasciare la carica. Zaldy Co aveva dichiarato che personalmente aveva consegnato mazzette per decine di miliardi di pesos, distribuendo a un gruppo societario che include Romualdez — che, secondo lui, sarebbe stato il beneficiario principale - Ingegneri e funzionari del Dipartimento dei Lavori Pubblici (DPWH) — diversi nomi spuntano nelle carte: distretti ingegneristici accusati di aver approvato progetti scadenti, incompleti o mai iniziati. - Politici di altissimo profilo — alcuni nomi eccellenti compaiono nelle indagini e nelle denunce pubbliche, tra cui leader parlamentari e senatori. Tutti, ovviamente, negano ogni addebito: “noi non c’eravamo, e se c’eravamo, dormivamo”. Molti parlamentari decidono di pubblicare i documenti che dimostrano quali sono le loro reali entrate economiche mentre nessuno dei senatori lo fa. -Nepo babies I giovani e le giovani continuano nel frattempo a seguire il trend chiamato "Nepo babie" su piattaforme come Istagram e TikTok che mostra gli stili di vita stravaganti e lussuosi dei figli di importanti figure politiche che ostentavano i loro privilegi. In aggiunta viene ritrovato un video della moglie Discaya che spiega che ha deciso di comprare un tale modello di Rolls Royce perchè le piaceva il portaombrelli nascosto nello sportello della macchina. Rispetto al Dipartimento dei Lavori Pubblici, cosa si è saputo e cosa è stato fatto per risolvere la situazione? Anche qui le cose che si sono scoperte sono parecchio da telenovela: -gare pilotate: Se una ditta “favorita” doveva vincere, altre società venivano usate solo come “facciate”: partecipavano al bando ma senza realmente fare concorrenza, o presentavano offerte palesemente alte per garantire la vittoria della favorita. Così, la gara restava “tecnicamente competitiva” ma l’esito era deciso in anticipo. - Costi gonfiati e “modifiche in corso d’opera” fasulle — Il budget veniva esagerato: quantità di materiali riviste al rialzo, lavori “suddivisi” in troppe fasi, “modifiche in corso d’opera” approvate per aumentare l’importo. Ma sul terreno, o non veniva fatto nulla, o lavori minimi, o materiali scadenti. - Lo stesso “progetto” veniva usato per appalti identici in diversi luoghi, con infrastrutture uguali, importi ripetuti, aggiudicazioni multiple agli stessi contractor — come se si copiasse e incollasse il budget per molte “opere” separate che però risultano identiche sulla carta. Con buona pace dell’acqua che scorre. -“Affitto delle licenze”: ossia ditte “intermediarie” con buona reputazione tecnica prestavano la loro licenza o capacità tecnica a piccoli contractor amici — che in realtà eseguivano poco o niente. Così le ditte favorite riuscivano a ottenere appalti multipli, anche se incapaci di realizzare concretamente i lavori. -E ancora, le offerte nelle gare vengono valutate da un comitato chiamato BAC, che compara i preventivi, ma il Comitato BAC barava. Ossia politici o gente potente forzavano le gare: un ingegnere distrettuale ammette che se non si fosse assegnato il contratto al contractor voluto, si sarebbero rischiati pressioni, trasferimenti, o ritorsioni. Così il sistema diventava una macchina di favoritismi, non di trasparenza. - Mancanza di controlli reali da parte degli uffici centrali del Dipartimento dei Lavori Pubblici rispetto al completamento dei lavori: il meccanismo di supervisione era che gli uffici centrali si affidavano a “foto e report inviati dagli uffici locali” senza fare ispezioni. - Audit, documenti e collaudi simulati — Anche le fasi di controllo (qualità, completamento, collaudi) spesso erano finte: rapporti di “lavori completati” venivano firmati senza che alcuna ispezione avesse avuto luogo; certificati falsi, foto ritoccate o scattate a cantieri in altre aree. Come ha dichiarato un ingegnere all’interno: «anche gli audit erano comprati». - Documenti falsificati: alla fine tutto ciò risultava in certificati di “completamento lavori”, piani approvati e report di lavori conclusi firmati senza che alcun cantiere fosse realmente esistito. - Infine discrepanze nelle località: molti “progetti” identificati in aree (villaggi, fiumi) che — verifiche sul campo e immagini satellitari lo dimostrano — non presentano alcuna struttura atta a contenere acqua o affrontare inondazioni. In conclusione: - Dopo verifiche su circa 8.000 progetti in tutto il paese, il Dipartimento dei Lavori Pubblici — assieme a polizia, esercito e revisori — ha dichiarato che almeno 421 di questi sono “fantasma”: cioè, progetti pagati e completati ma fisicamente inesistenti. Questo non significa che gli altri 7.579 servano a qualcosa o siano fatti bene. Alcune imprese – quelle “favorite” – avevano ottenuto centinaia di contratti negli anni recenti (dal 2022 in poi). Alcuni politici si sono dimessi, uno è ricercato. Molti funzionari pubblici sono stati sospesi, 18 hanno ricevuto mandati di arresto. Insomma, tanta telenovela, ma non tanti risultati. Se ci pensate bene per uno scandalo che ha il valore del 70% del costo del ponte di Messina, ancora ben poco è successo. Marcos ha ordinato che i progetti sospetti— sia quelli considerati “ghost projects” o quelli potenzialmente fraudolenti — vengano bloccati e sospesi: niente nuovi pagamenti, niente avvio di lavori, e congelamento delle commesse. In pratica: “stop al rubinetto” di fondi pubblici verso quelle imprese. Come abbiamo detto, ha lanciato inchieste formali, coinvolgendo anche organismi esterni come revisori, polizia, autorità anticorruzione. È stato avviato un meccanismo di “recovery”: cioè, si cerca di recuperare i fondi pubblici già spesi (o “pagati”) per progetti che risultano inesistenti o fallaci. Questo implica congelamento di beni, sospensione di contratti, e potenziale rivalsa contro appaltatori e dirigenti coinvolti. Alcune società appaltatrici sono state “blacklistate”: cioè escluse da futuri contratti pubblici finché durano le indagini, come deterrente contro ulteriori abusi. Ripetiamo, tanta fuffa, ma in 5 mesi è stato fatto proprio il minimo. PAUSA MUSICALE Adesso una pausa musicale di un altro gruppo che si è formato apposta per creare canzoni contro la corruzione sulle opere per l'acqua. Anche in questo caso canzone cantata coi piedi nell'acqua dentro un fiume artificale i cui bordi di cemento sono crollati. https://www.youtube.com/watch?v=96oqN-uBANA Scandali o detti anche problemi aggiuntivi C’è da dire che non è che questi siano stati gli unici problemi che questo governo ha affrontato. Ci sono una serie di telenovele laterali che continuano a spuntare sui media. Anche qui ci vuole una lista: -il precedente presidente, Duterte, è stato arrestato e imprigionato in Olanda dalla Corte Penale Internazionale, per via delle squadracce che aveva organizzato per uccidere le persone tossicodipendenti in strada, 12.000 morti stimate. Non c’entra nulla ma contribuisce al casino. Comunque, c’entra perché la gente pensa che Marcos abbia troppo lasciato fare e Duterte doveva essere protetto e non fatto arrestare. - la figlia di Duterte, che è la vicepresidente delle Filippine, ha detto che Marcos la vuole ammazzare e quindi lei ha assunto dei sicari per uccidere lui. Che dire? -La sorella di Marcos, che è senatrice e si chiama Imee, ha detto che Marcos è ha questioni di dipendenze da sos e usa la cocaina da quando era giovane e non è credibile come presidente. Marcos ha commentato, in maniera seria, che lui e la sua famiglia pensano che la persona che appare in tv non sia sua sorella, ossia pensano che sia stata “sostituita”. No, davvero, ha detto così! -Nel marzo 2025, Juan Paolo Tantoco, ricco erede filippino, è stato trovato morto in un hotel di Los Angeles per overdose accidentale di cocaina, scatenando una tempesta mediatica quando sui social è apparso un presunto report di polizia che implicava la First Lady Liza Araneta‑Marcos come sua compagna di festini notturni quando è morto. La First Lady in effetti era a Los Angeles lo stesso giorno, ma era in un altro posto. Il documento era falso, e il governo ha subito smentito ogni suo coinvolgimento, lasciando il pubblico a divertirsi a immaginare feste hollywoodiane da mille e una notte tra cocktail, glitter e… teorie del complotto virali. Liza dopo comunque non si è più fatta vedere molto in pubblico. -Più seriamente, pare che il flusso di nuovi investimenti esteri verso le Filippine sia precipitato proprio a causa di questo scandalo, per via della perdita di fiducia nelle istituzioni e nella governance, e per via del fatto lo scandalo ha causato un crollo del mercato azionario locale. I dati però sono ancora inconcludenti quindi non li citeremo. - e ancora seriamente, uno scandalo aggiuntivo è che a fine 2024 è scoppiato il sistema dei POGO, che erano imprese off shore di proprietà cinese che operavano dalle Filippine e offrivano gioco d’azzardo online ai cinesi, dato che in Cina il gioco d’azzardo è vietato. Marcos le ha vietate e 66.000 persone hanno perso il lavoro. Questo ha creato una forte crisi del mercato immobiliare a Manila tanto che i prezzi degli immobili sono scesi a causa della chiusura di questi uffici. Se volete saperne di più di questi scandali che si sono succeduti per tutta l’Asia andatevi a sentire la trasmissione del 23 Novembre 2024. Qui ci basti dire che la Cina ha fatto pressione su vari paesi, incluso le Filippine, perché queste imprese venissero chiuse, non è che Marcos lo ha fatto da sé. (parentesi scandalo nello scandalo) E nell’ambito dello scandalo dei POGO c’è lo scandalo della falsa sindaca che merita un capitolo a parte. Immaginatevi Bamban, un tranquillo paese filippino dove l’unico traffico degno di nota era quello dei tricicli colorati e dei bambini che giocavano in strada. Qui viveva Alice Guo, sindaca giovane, sorridente e con una predilezione per selfie istituzionali in cui stringeva mani e prometteva strade migliori, scuole più belle e, chissà, magari anche un festival annuale di karaoke. Tutti la adoravano. Ma: colpo di scena. La nostra Alice aveva una doppia vita. Dietro le quinte dei selfie e delle conferenze stampa si celava un piccolo impero POGO che, ufficialmente, doveva garantire lavoro e divertimento online. Ma in realtà era un po’ come una fabbrica di drammi: scam d’amore, frodi online e lavoratori rinchiusi e schiavizzati. Gli agenti arrivarono un giorno di sole: luci lampeggianti, sirene, cellulari che registravano tutto. E il mondo scoprì che la sindaca sorridente era in realtà il capo di un centro di frodi internazionali. La polizia fece irruzione in un grosso POGO vicino al municipio — un complesso di uffici, ville di lusso, piscina e lavoro “facile”: oltre 700 persone di varie nazionalità tra filippini, cinesi, vietnamiti, malesi e altri vennero trovate dentro, molte trattenute con la forza, costrette a fare scam e lavoro forzato. Il centro risultava essere di proprietà di una società di cui Alice era presidente. Ovviamente, la notizia esplose sui social: meme a volontà, GIF animate di Alice che distribuiva selfie mentre dietro di lei si svolgeva un’epica soap opera criminale. Nel giro di pochi mesi, Alice venne sospesa, destituita e condannata all’ergastolo per traffico di esseri umani, mentre il suo POGO veniva confiscato. Da notare che rimane sempre la domanda sul perché le cose che dovrebbe fare la polizia si fanno invece in parlamento, fatto sta che durante le audizioni del Senato su questa Alice emersero forti dubbi perchè i suoi documenti erano incoerenti, e – soprattutto – un’analisi delle impronte digitali rivelava che la “sindaca Alice Guo” altro non era che una cittadina cinese, di nome reale Guo Hua Ping (si legge come si scrive). In soldoni: una “sindaca” con passaporto fasullo, eletta con la nazionalità sbagliata. Il tribunale — e in particolare la giustizia filippina — stabilì che, essendo cinese, Alice “non era mai legittimata” a candidarsi a sindaco. Alice — a questo punto accusata di traffico di esseri umani, frodi online, lavaggio di denaro sporco e gestione di un centro di scam — decise di fuggire. Da luglio 2024 cercò rifugio in altri paesi del Sud‑Est asiatico, fino a raggiungere l’Indonesia ma, grazie a una SIM attiva del suo cellulare, la polizia la rintracciò il 3 settembre 2024 in un hotel a Jakarta e la arrestò. Dopo poche ore, fu estradata nelle Filippine, scatenando una tempesta di notizie politiche e criminali. Pochi giorni fa, il 20 novembre 2025 è stata condannata all’ergastolo per traffico di esseri umani. La mancanza di partecipazione Una delle cose più ricorrenti nelle testimonianze delle comunità è che nessuno li ha mai consultati, nessuno ha chiesto: “Vi serve davvero questo muro? Dove scorre l’acqua qui? Dove esondano i fiumi? Quali strade si allagano?”. Nessuna assemblea, nessuna spiegazione. Le proteste Dopo le proteste di settembre che erano vere e di massa, una protesta da telenovela è stata quella di un entità che si chiama Iglesia ni Cristo, la più grande chiesa non cattolica, diciamo, nelle Filippine. Il 16 novembre sono scesi in strada dicendo che avrebbero campeggiato in una zona centrale di Manila per tre giorni. Ci sono diverse cose divertenti da dire. La prima è che dopo due giorni se ne sono andati, secondo noi perché la protesta era fallita. Noi stavamo già facendo questa ricerchina e su google maps si vedevano le strade chiuse per chilometri e chilometri sul litorale. Poi però si guardava sui media filippini ed in realtà i manifestanti erano pochi, tranne il primo giorno che per qualche ora sono stati 600/800.000. A noi è parsa una manifestazione fallita. In ogni caso è piovuto sempre. La seconda cosa è che questa Iglesia ni Cristo è molto politicizzata, e prima era pro Duterte. Poi però siccome Bon Bon Marcos e la figlia di Duterte si erano alleate era diventata pro Marcos. E poi ora protesta contro Marcos. Sembra che questa cosa ai filippini non sia proprio piaciuta perché l’Iglesia ni Cristo da decenni è la potenza elettorale che appoggia chi pensa vincerà e questa volta ha esagerato dato che è scesa in strada contro lo scandalo delle inondazioni ma dicendo che non stava criticando il governo, insomma una banderuola. Oltre a quello Manila è già la città col traffico più lento al mondo e bloccare completamente tutto il lungomare per una manifestazione di facciata non è piaciuto. Il 30 NOVEMBRE la gente è scena di nuovo scesa in strada in massa. Le proteste di domenica scorsa sono state seguite dai media con la dicitura "alcune migliaia di persone"... Noi per capire quanta gente c'era abbiamo guardato su google maps in tempo reale. C'erano circa 5 km di strada a 6 corsie chiusa nella zona di Rizal Park, e poi altre zone chiuse nei pressi del palazzo del governo e nei luoghi storici di EDSA dove si tengono tutte le proteste, il che ci fa pensare che si possa ipotizzare almeno 1 milione di persone, stima nostra. Ironicamente, tutta la giornata è caratterizzata da ... pioggia battente. La protesta raccoglieva tutta le recenti immagini di tutte le proteste della generazione Z in giro per il mondo tipo la bandiera del manga giapponese Monkey D. Luffy, e le persone vestite da coccodrilli che si erano viste a Portland negli Stati Uniti, nelle proteste a favore dei migranti e per la Palestina. PAUSA MUSICALE: Come abbiamo cercato di far notare durante questa trasmissione una forma particolare di protesta sono le decine di canzoni che sono uscite nel tempo, hip hop, raggae e rock, cantate sia da band giovanili che da professoresse universitarie. Ne abbiamo ascoltate diverse in questa trasmissione di gruppi hip hop. Ascoltiamo ora una canzone contro il cattivo utilizzo dei soldi delle tasse della Professoressa Cielo Magno dell'Università delle Filippine Diliman, che è anche un attivista e pare piuttosto incazzata. https://www.youtube.com/watch?v=LD8a6DazQVc Conclusioni Il cambiamento climatico come questione infrastrutturale e politica Secondo dati scientifici del 2022, 3.50 persone ogni 100,000 persone muoiono affogate ogni anno nelle Filippine, ossia 3,276 ogni anno. Altri autori indicano 5.6 ogni 100,000 persone. Difficile da dire quale sia il dato reale. Per comparazione, in Italia muoiono 0.5 persone ogni 100,000 per la stessa causa. Invece in Asia questi numeri sono normali, per così dire incluso India, Tailandia, Pakistan, Bangladesh, e persino Cina. In un’ottica marxista, i fenomeni “naturali” come inondazioni, piogge abbondanti, cambiamenti climatici — pur reali — diventano disastri sociali quando si traducono in sofferenza per le classi popolari. Certo le filippine stanno vivendo l’impatto enorme del cambiamento climatico. Ma questo impatto accade soprattutto dove mancano infrastrutture, dove lo stato non garantisce una reale pianificazione idraulica, dove i fondi pubblici sono gestiti per profitti privati. Insomma il cambiamento climatico è un problema infrastrutturale. O detto in altro modo: la vulnerabilità ambientale delle Filippine è intensificata da un “modello di sviluppo” che ignora l’interesse collettivo, e serve soprattutto a convogliare fondi pubblici verso profitti privati. L’eredità del colonialismo e dell’imperialismo americano Le Filippine, ex-colonia prima spagnola e poi americana, hanno ereditato — come molti paesi “periferici” — una struttura economica, politica, istituzionale che favorisce l’élite, dipende dagli “aiuti” allo sviluppo, dagli accordi internazionali, e non dalla costruzione di una reale economia indipendente. Il modello infrastrutturale di “sviluppo” si basa su progetti decisi dall’alto, nel quadro dell’egemonia globale, non su bisogni collettivi reali. Il lascito spagnolo è marcato dall'importanza di poche dinastie familiari con cognomi spagnoli. Autori marxisti e anticoloniali ci ricordano che le disuguaglianze, la corruzione, la dipendenza economica sono innestate nella storia coloniale e persistono finché non si cambia il rapporto di classe e di potere. Detto in altri termini: non basta denunciare la “cattiva gestione” locale — bisogna criticare il sistema globale che rende le Filippine una periferia strutturale del capitalismo mondiale. A differenza del resto dell’Asia e nonostante siano considerate un paese a medio sviluppo, le Filippine non sono ancora uscite da questa dinamica. Detta in un altro modo, in varie trasmissioni abbiamo citato come la corruzione di per sé non giustifichi la mancanza di sviluppo, come dimostrato da Corea, Cina, Bangladesh, Indonesia e Vietnam, e non lo ripeteremo. La classe politica può essere corrotta ma comunque decidere di autodeterminare un paese. Sistema economico classista e di urbanizzazione iniqua Una parte consistente della popolazione urbana vive in abitazioni informali, insediamenti poveri, slums: secondo dati non recenti, circa 38‑40% degli abitanti urbani nelle Filippine vive in condizioni da baraccopoli. Secondo un libro di pochi anni fa, il 48% degli abitanti di Metro Manila vive in baraccopoli. Queste aree con abitazioni precarie diventano le prime vittime delle inondazioni e dei fallimenti dei progetti idraulici. Le classi popolari pagano due volte — con la miseria economica e con l’esposizione ai disastri ecologici — perché vivono nelle aree marginali, dove lo stato non investe davvero, e dove l’ambiente viene gestito come miniera di profitti, non come bene collettivo. La crisi filippina ha ripercussioni globali — per migranti, per inquinamento, per modello di sviluppo — e quindi riguarda anche il resto del mondo. Infine bisogna sempre pensare che tutto questo problema non insiste solo sul territorio delle Filippine. Proprio come i migranti che “ci invadono” - per così dire - in Europa, le Filippine sono tra i paesi con uno dei più grandi numeri di migranti nel mondo: secondo statistiche recenti, ci sono circa 2.47 milioni di “Overseas Filipino Workers” (OFW) e circa 6 milioni di emigrati. Il 5.6% della popolazione delle Filippine vive fuori dalle Filippine, un numero fuori statistica rispetto agli altri paesi a sviluppo economico simile, e anche rispetto a paesi più poveri— una base permanente di emigrazione che riflette sia la povertà strutturale che la mancanza di prospettive locali. Altro esempio. Dal punto di vista ambientale, le Filippine sono anche tra i principali responsabili della plastica che finisce nell’oceano pacifico: generano circa 2.7 milioni di tonnellate di rifiuti plastici all’anno, con una percentuale significativa che finisce in mare. Secondo alcuni studi, le Filippine sono tra i maggiori contributori globali di inquinamento marino da plastica. Anche questo è un altro esempio di come un governo debole, politicamente non decolonializzato, non sia in grado di gestire una nazione e crei una conseguenza d’impatto globale. Tutta questa telenovela serve insomma per dimostrare che la crisi non è “solo filippina”: le migrazioni, l’inquinamento, l’instabilità climatica e infrastrutturale sono sintomi di un modello globale di sfruttamento, di delocalizzazione, di disuguaglianza planetaria. Le lotte nei paesi “periferici” come parte di una dinamica globale di classe, contro un capitalismo che produce disuguaglianze strutturali su scala mondiale. E quindi cosa possiamo fare noi, oggi, per contribuire a cambiare le dinamiche di paesi come le Filippine? STACCHETTO Clausole di salvaguardia Dopo aver cercato invano di capirci qualcosa dai media filippini in inglese per diverse ore, abbiamo scoperto una televisione che si chiama ABS-CBN News che ha messo online due documentari sulla questione. Questi due documentari sono in tagalog ma hanno i sottotitoli in inglese. I due documentari parlavano sia dello scandalo sia delle proteste, dando voce sia alle persone colpite dalle alluvioni, sia ai manifestanti. La maggior parte delle informazioni generali per capirci qualcosa viene da lì. La TV appartiene alla famiglia Lopez, una delle più grandi famiglie delle filippine. Sono costruttori (ma per adesso non coinvolti nello scandalo delle inondazioni), controllano i media, e controllano anche la società elettrica nazionale. Grazie a quei documentari siamo state in grado di capire le dinamiche e abbiamo letto vari altri articoli o visto video quasi tutti di media filippini per andare un po’ più nel dettaglio e cercare notizie scandalistiche. I media filippini sono terribili, meglio non abbiamo saputo fare. Siamo consce che la condizione economica delle Filippine meriterebbero una trasmissione a parte, e cercheremo di farla. Vogliamo infine far notare che nonostante la trasmissione sia stata resa in tono divertente, siamo consce che tutte queste alluvioni, così come quelli della settimana scorsa in Sri Lanka, Malesia, Vietnam e Tailandia che hanno fatto più di 1000 morti, e così come quelli che continuamente colpiscono Bangladesh, India, Pakistan e praticamente tutti i paesi della zona sono problemi seri, in cui la gente muore davvero. Il nostro sarcasmo è un modo per raccontare il potere, non per sminuire chi queste catastrofi le vive davvero. *Estinzione: chi fa figli in Asia? Intro Il luogo comune è “nessuno fa figli in Asia”! Quando si parla di natalità in Asia, di solito, si sente sempre la stessa storia: Giappone e Corea del Sud non fanno più figli, società vecchie, giovani che non vogliono responsabilità, anziani che devono continuare a lavorare. E anche la Cina non fa più molti figli. Tutti gli altri ce li immaginiamo poveri e, siccome "gran parte dell'umanità è qui”, quindi probabilmente fanno molti figli. La narrazione su Corea e Giappone è per lo meno pigra, e probabilmente serve a far sentire noi occidentali forti, o per lo meno meno deboli, nel senso che, se la popolazione anche in Asia diminuisce, allora non abbiamo nessun problema. La narrazione che dice che tutti i paesi poveri fanno troppi figli è razzista e serve a farci sentire forti e dominanti. Perchè il mondo occidentale non ha più quello che in economia viene chiamato il dividendo demografico, ossia quel vantaggio economico che un paese ottiene quando ha tanti adulti in età lavorativa (tra i 15 e i 64 anni) rispetto a bambini e anziani, cioè la rendita di avere una popolazione giovane che serve da forza lavoro. Il dividendo economico si ha durante la "transizione demografica", ossia quando un paese passa dalla povertà alla non povertà, ossia durante il cosiddetto processo di sviluppo: prima calano le morti infantili, poi le famiglie iniziano a fare meno figli, così adulte e adulti sono più produttivi, lavorano in genere nell’industria, risparmiano e innovano. Con meno bocche da sfamare e più mani per lavorare, l'economia cresce e le risorse non devono sfamare molte persone che non lavorano. Poi, ad un certo punto, il processo si inverte, la gente sta sempre meglio, le donne smettono di fare figli e il tasso di natalità arriva al 2.1, ossia ogni donna fa 2.1 figli, che è detto tasso di sostituzione, e poi scende fino al 2, inizia cioè il calo demografico. Bambini e bambini e persone anziane diventano un peso per la società, un costo. L’Europa oggi per esempio, con poche persone giovani e tante in pensione, ha l’opposto di un dividendo demografico e quindi ha un "costo demografico". Parlare di Giappone e Corea ci permette di vedere un'Asia simile a noi, con un problema economico simile al nostro, e quindi non realmente in competizione economica. Anche la Cina ha un problema simile, quindi pare quasi di poter stare tranquilli, che la Cina non vincerà la guerra economica contro l’occidente globale. In realtà la situazione è molto più complessa e sfaccettata di così, e permette di dare uno sguardo sulla situazione dei diritti delle donne nelle varie realtà politiche, oltre che un'analisi dell’impatto del capitalismo sul “fare figli”. Due puntini sulle i sul perché le donne non fanno figli, ossia parliamo prima delle conclusioni. Nelle società avanzate, le donne scelgono di fare meno figli per mantenere la propria autodeterminazione e libertà personale e anche perché le relazioni con i maschi fanno spesso schifo al punto tale che anche oggi, nel 2025, le donne che decidono di fare figli devono, se non proprio essere madri a tempo pieno, quanto meno devono mantenere tutto il “carico mentale” dell’educazione e della cura dei figli e delle figlie. Siccome adesso le donne accedono al lavoro e quindi hanno un'indipendenza economica tale da potersi permettere di scegliere e anche una medicina che le aiuta (la pillola anticoncezionale) allora stiamo andando a barra dritta verso l’estinzione. Però i dati dimostrano che ci sono disuguaglianze strutturali che il sesso maschile impone ancora alle donne, che mettono il maschio nella posizione del dominante, del colonizzatore, che si appropria delle risorse delle donne: in primo luogo il lavoro di cura, il tempo non pagato, il ruolo di psicologa per mantenere l'ego maschile a posto, ecc. Le donne affrontano carichi di cura sbilanciati, con uomini che partecipano poco alla vita familiare, spingendole a posticipare o limitare la maternità per non sacrificare carriere e istruzione. Queste affermazioni sono dimostrate dai dati e dalla ricerca. Gli uomini sposati tendono a vivere circa due anni in più degli uomini non sposati. Gli uomini che non sono mai stati sposati sono quelli che hanno l’aspettativa di vita più bassa. Invece per le donne non è così: le donne sposate vivono solo poco più a lungo delle donne single. Questo significa che gli uomini beneficiano del lavoro di cura delle donne. Le madri, nella famiglia, reggono il 75% del "carico mentale", ossia dell'organizzazione del lavoro familiare, mentre i padri solo il 45%. Ci riferiamo a portare figli a scuola, educare, occuparsi dei dottori, pulire il culo, tutto insomma. I dati dimostrano che questo eccessivo carico mentale danneggia la carriera delle donne. Le donne che lavorano full time e hanno figli guadagnano nell'arco di una vita il 75% degli uomini, ossia lasciano sul piatto durante la loro vita lavorativa 500.000 dollari in media. Lasceremo i dati scientifici in calce al podcast della trasmissione, perché ci pare siano informazioni poco conosciute. Le donne razzializzate o di classi basse subiscono discriminazioni doppie, come salari inferiori e accesso limitato a servizi sanitari, aggravando la disparità riproduttiva. Un buon esempio sono le donne nere negli USA che, fin da dopo la seconda guerra mondiale, invece di stare in casa a performare la famiglia tradizionale, hanno lavorato sempre perché i soldi di un solo stipendio non bastavano, dando vita a generazioni e generazioni di figli e figlie non accuditi che a loro volta non andavano a scuola, rimanevano senza diploma, finivano in galera, ecc. Il mercato del lavoro penalizza la maternità, con precarietà e assenza di congedi parentali, rendendo la procreazione un "lusso" per donne istruite che mettono al primo posto l'ndipendenza economica. Paesi con politiche di conciliazione, come Francia o Svezia, vedono tassi di fertilità un po’ più alti grazie al supporto sociale che riduce il peso sulle donne, ma neanche tanto più alti. Insomma non pretendiamo qui di fare nessuna analisi dettagliata e neppure onnicomprensiva ma, insomma, che il capitalismo patriarcale sfrutti il lavoro di cura e quello domestico spingendo le donne a fare meno figli per sfuggire a successivi cicli di dipendenza è un dato di fatto lapalissiamo. Le donne di tutto il mondo hanno visto distruggere la vita delle loro madri e delle loro nonne dalla prigione della famiglia, e quindi spesso rifiutano di farsi incatenare dalla maternità. pausa musicale Un vero uomo dovrebbe lavare i piatti di Caparezza https://www.youtube.com/watch?v=tSib5ms309U Quindi ritorniamo ai due paesi asiatici dell’ovest globale, Corea del Sud e Giappone. Prima di tutto ricordiamoci che, rispetto all’occidente diciamo occidentale, in queste società la cultura pubblica della bellezza, di fatto, rafforza lo sguardo pedofilo dei maschi normalizzandolo nei media, che sono pure peggio dei nostri. Iniziamo dalla Corea ricordandoci che qui non c’è stata la rivoluzione sessuale e neppure il movimento femminista degli anni 70, quindi le donne hanno un processo di autodeterminazione diverso dal nostro e legato ancora alle loro tradizioni, gli uomini sono forse ancora più patriarcali che da noi, ma comunque c’è quella che si chiama democrazia, in cui le donne si organizzano e pensano a soluzioni al problema. Il movimento 4B è un'iniziativa femminista radicale nata in Corea del Sud intorno al 2016-2018, in risposta a violenze di genere, disuguaglianze e pressioni patriarcali. Le 4B sono i no che le appartenenti a questo movimento dicono nelle relazioni eterosessuali: 4 B perchè bi vuol dire no in coreano e sono: no al matrimonio con uomini, no alla procreazione di figli, no agli appuntamenti con uomini, e no al sesso con uomini. Questo movimento si oppone al concetto di calo demografico mettendo in gioco il "potere riproduttivo" femminile contro lo Stato patriarcale.​ Insomma, dicono tipo: finché il comportamento degli uomini non cambierà, noi boicottiamo il sistema sociale che hanno creato. La Corea è al momento il paese con la natalità più bassa al mondo. In Giappone invece c’è stato un movimento ūman ribu (donna lib), emerso negli anni '70 dalla Nuova Sinistra e dai gruppi studenteschi, che ha contestato ruoli domestici e sessuali imposti, promuovendo liberazione sessuale autonoma e rifiuto di matrimoni tradizionali, e da allora ci sono correnti femministe radicali e separatiste che si occupano di violenza di genere e pressioni riproduttive. Il Giappone continua da decenni ad avere natalità bassissima ma, in realtà, il calo è diminuito e adesso hanno un calo demografico maggiore per esempioItalia, Corea, Tailandia e Cina, tutti paesi che hanno una natalità più bassa del Giappone. Insomma potete andare a sentirvi le trasmissioni che abbiamo fatto su Corea e Giappone, con cultura del lavoro tossica e competizione estrema che vede le donne, schiacciate tra lavoro e cura, pagare il prezzo della riproduzione sociale. Dopo Corea e Giappone vale la pena menzionare la Cina come caso isolato che ha abolito prima la legge del figlio unico e ha permesso due figli, poi tre, poi ha tolto ogni barriera, ma le nascite continuano a scendere. Le spiegazioni sono sempre quelle, costo della vita urbano altissimo; costo di scuola, sanità, casa; le donne che ora sono istruite e presenti nel lavoro ma sono penalizzate se procreano. La cina è anche lei in debito demografico e anzi, solo Corea, Taiwan, Singapore, Vaticano e Ucraina la superano. La cina è il sesto paese con la natalità più bassa al mondo in questo momento. Detto ciò, sembrerebbe proprio che l’Asia si stia estinguendo ma invece adesso proviamo a raccontare come il dividendo, o il debito demografico, sia diseguale, colonizzato, razzializzato, o anche sfruttato in altre zone dell’Asia. E se guardiamo bene, i tassi di natalità raccontano storie molto diverse. Inizieremo da ovest, dalla parte dell’asia più vicina a noi, e andremo mano a mano verso est. Eviteremo paesi segnati da conflitti di lungo e lunghissimo periodo, come Myanmar, Siria e Afganistan, perché non è facile per le nostre limitate capacità interpretare i dati. ASIA DELL’OVEST – per esempio Turchia, Libano, Iran, Questi sono tutti paesi in cui la natalità ha registrato un forte calo negli ultimi 30 anni. Il caso dell’Iran è particolare, perché ha uno dei cali più rapidi al mondo: donne istruite, crisi economica continua a causa delle nostre – dell’ovest globale – sanzioni, e uno stato patriarcale, teocratico, e senza welfare. Una chiave femminista di vedere la cosa potrebbe essere che sotto regimi con religioni oppressive, regimi autoritari e in particolare in regimi musulmani, le donne trovano modi per sottrarsi alla maternità obbligata? Eh boh però, non pare esattamente così. In Libano, per esempio, fino agli anni '70-80, i cristiani maroniti e ortodossi avevano tassi simili o superiori ai cattolici, ma oggi invece il tasso di natalità dei musulmani ha superato quello dei cristiani a causa di norme familiari tradizionali, dove matrimoni precoci e famiglie numerose sono viste come indicatori di status sociale. Al momento, il Libano ha una natalità pari al tasso di sostituzione, 2.1, ma sta per passare a natalità negativa a causa, dicono, di crisi economica, instabilità politica, conflitti e urbanizzazione elevata.​ La Turchia infine ha un tasso di natalità basso, poco più alto della media europea e pari a quello della Francia e dell’Irlanda. Le cause sono quelle standard, ovvero la forte urbanizzazione, le donne studiano e possono lavorare, poco stato sociale, emigrazione che ritarda la formazione della famiglia. Da notare che, nel sud-est della Turchia, prevalgono tassi alti, sia nelle comunità dei kurdi che in altre comunità rurali conservatrici. CAUCASO (Georgia, Armenia, Azerbaijan) Sono paesi piccoli, ex unione sovietica o ex area di influenza sovietica con una natalità che varia; in Armenia e Azerbaijan la natalità è sotto il livello di sostituzione, mentre in Georgia è ancora un po’ più alta ma in calo. Le cause materiali sono la massiccia emigrazione, l’instabilità economica, le guerre, e il crollo del welfare dopo la fine dell’URSS. Quindi troviamo che il Caucaso tende ad avere dati simili all’Europa; inoltre, le persone sono molto formate e vanno a cercare lavoro nella vicina Europa. ASIA CENTRALE (Kazakhstan, Uzbekistan, Kirghizistan e così via) In Asia Centrale la natalità è più alta rispetto alle zone vicine, e la popolazione è più giovane. Le ragioni sono la ruralità, ossia il fatto che la popolazione è meno urbanizzata, che le famiglie sono ancora allargate, e che in media le donne arrivano più giovani alla maternità. C’è un più basso accesso alla contraccezione, all’istruzione superiore, e ad un lavoro stabile, oltre a molta pressione sociale sul ruolo delle donne e sulla maternità. Culturalmente, ci sono lasciti sovietici, perché l'URSS impose urbanizzazione forzata e secolarizzazione, ma promosse anche politiche pro-nataliste con asili collettivi, congedi di maternità e lavoro femminile di massa, ritardando il calo demografico rispetto, per esempio, all'Europa. Dopo il 1991, il crollo economico favorì le famiglie numerose come rete di sicurezza; ci sono aree rurali dove vive la maggioranza delle donne che preservano norme tradizionali di grandi famiglie. Le donne costituiscono spesso la maggioranza nelle aree rurali per dinamiche migratorie e socioeconomiche radicate, con gli uomini giovani che emigrano verso città o all'estero per lavori stagionali o industriali, lasciando donne, anziani e bambini a gestire l'agricoltura di sussistenza. Dopo il '91, oltretutto, l'Islam sunnita hanafita è risorto come identità anti-sovietica, enfatizzando il ruolo femminile della madre prolifica e i matrimoni precoci (età media 22-24 anni). Influenze wahhabite e autorità locali promuovono il "familismo" contro l'Occidente, con pressioni sociali sulle donne affinché generino 4-5 figli e il contrasti all'urbanizzazione e all'istruzione femminile emergente. Le tradizioni religiose confinano le donne a sfere domestiche/rurali, con istruzione limitata e il divieto a viaggiare da sole, inoltre la povertà rurale rende impossibile per le famiglie spostare tutti i membri verso le città. Questo crea squilibri demografici, con donne che perpetuano alti tassi di fertilità per reti familiari estese. Insomma in Asia centrale i figli nascono perché spesso le donne non hanno alternative, e perché lo Stato e la tradizione non le sostengono. Pausa musicale Mia Martini Donna https://www.youtube.com/watch?v=KYNhYDg5Tdk oppure anche aborto di stato https://www.youtube.com/watch?v=G0-O89hOzW0&list=RDG0-O89hOzW0&start_radio=1 ASIA DEL SUD (India, Bangladesh, Sri Lanka, Pakistan) In questi paesi la natalità è in calo rapido, anche se ancora più alta rispetto all’Asia dell’Est. Le ragioni sono sempre le stesse, come l'aumento dell'accesso all’istruzione delle donne che quindi fanno meno figli, la forte urbanizzazione, più opportunità economiche per le donne , anche nel lavoro informale. Può sembrare strano che l’India abbia bassi tassi di fertilità, dato che è il paese con la maggior popolazione al mondo. In realtà, l’India ha un tasso di 2, ossia è sotto sebbene di poco al livello di sostituzione, con una tendenza a calare ancora di più. Dentro l’India i tassi di fertilità però variano notevolmente tra stati e fra livelli di sviluppo. L’urbanizzazione e il costo della vita riducono la fecondità ovunque, ma più rapidamente dove progredisce l'empowerment femminile. Gli stati meridionali, più urbanizzati e con l'istruzione più diffusa (per esempio l’alfabetizzazione femminile è più del 90% in Kerala), vedono donne ritardare matrimoni e maternità per perseguire le loro carriere, hanno accesso a contraccezione e servizi sanitari efficaci. Nel Nord dell'India povertà rurale, matrimoni precoci (l'età media delle donne che si sposano è 18-20 anni) e l’analfabetismo femminile che per esempio è di circa il 60% in Bihar favoriscono famiglie numerose come rete di sicurezza economica. Come sappiamo, l’India non è un paese facile per le donne, la vediamo spesso sui media a causa di episodi di violenza contro le donne, oppure sappiamo che tradizionalmente le donne stanno ancora a casa e non lavorano. In India solo il 33% delle donne in età lavorativa lavora. Insomma, la situazione di sviluppo in cui una donna vive, la classe, la casta, la religione sono fattori che concorrono a influenzare la scelta delle donne di avere o meno dei figli e quando. Interessante anche il dato del Bangladesh dove, nonostante sia un paese a minor sviluppo e abbia anch’esso una grande variabilità geografica nello sviluppo, il governo ha diffuso la contraccezione gratuita, sia con la pillola che con la sterilizzazione volontaria, e altri aiuti, fin dagli anni 50, inclusa l'educazione sanitaria porta a porta e l'attivazione di campagne mediatiche, così ha ridotto la mortalità infantile e aumentato l'uso di metodi moderni di parto. Questo ha fatto sì che le donne delle campagne prima destinate a famiglie numerose, ora si limitano a 2-3 figli, riuscendo a contrastare meglio la povertà. Altri fattori che hanno aiutato a diminuire la natalità sono l’urbanizzazione e l’educazione delle donne. Per esempio, più del 75% delle donne del Bangladesh sono alfabetizzate. Al momento, il paese è ad un tasso di fecondità di 2.1, quindi al punto esatto di sostituzione, ma tende a scendere. Diverso il caso del Pakistan, dove le donne fanno ancora 3.5 figli a testa, uno dei tassi più alti al mondo. La popolazione supera i 250 milioni, con crescita annua del 2% trainata da una struttura giovane con il 40% della popolazione sotto i 15 anni. In Pakistan l’ uso della contraccezione è limitato al 35% della popolazione un dato bassissimo, dovuto a veti religiosi e reperibilità limitata nelle aree rurali dove vive il 65% della popolazione. Inoltre i matrimoni sono precoci, con età media di 20 anni per le donne. Tutto ciò è esacerbato dalla povertà cronica, dall’analfabetismo femminile che arriva al 50% nelle campagne e da norme islamiche conservatrici che promuovono famiglie numerose come assicurazione contro vecchiaia e carestie. Infine, il paese ha un'urbanizzazione in qualche modo più lenta. A Karachi e Lahore il tasso di natalità è molto più basso, di circa 2.8. In totale comunque, il Pakistan raggiungerà il 5° posto mondiale per quantità popolazione entro 2050. ​ SUDEST ASIATICO (Vietnam, Indonesia, Thailandia) La Tailandia è uno dei paesi con la natalità più bassa al mondo, addirittura più bassa di quella italiana. Il Vietnam ha una natalità negativa che decresce, l’Indonesia è ancora sopra il livello di sostituzione ma per poco. Sono paesi molto diversi fra loro, con la Tailandia industrializzata e buddista che non è mai stata colonia e ha ben poco di una democrazia ma è alleata dell’occidente (più o meno); il Vietnam che si sta industrializzando ed è una ex colonia francese, ma oggi è un paese comunista con una delle più rapide crescite economiche al mondo; l’Indonesia in gran parte musulmana con divieto di aborto, ex colonia olandese, anch’essa vive un processo di industrializzazione rampante. La bassa natalità sembra legata alla rapida urbanizzazione, a programmi di formazione, e a politiche pubbliche che spingono la popolazione verso il loro lavoro di “fabbrica globale”, rendendo la popolazione, e quindi anche le donne, più indipendenti economicamente e quindi rendendo irrilevante fare figli. SUDEST ASIATICO 2 (Laos Cambogia Filippine) Nonostante siano paesi geograficamente e culturalmente vicini ai tre precedenti, nonostante siano paesi dalla crescita economica sostenuta, la situazione è opposta rispetto agli altri paesi e il tasso di natalità è ancora a 2.3-2.5 anche se in discesa per tutti i motivi che abbiamo detto prima. Ma perché questi paesi così simili agli altri, sotto questo profilo sono così diversi? Laos e Cambogia sono paesi che hanno una cultura e una religione molto simili alla Tailandia, e hanno anche Stati molto repressivi, comunista in Laos e falso democratico in Cambogia. Sono paesi meno sviluppati, con un’economia agraria, minoranze etniche prolifiche e accesso limitato alla sanità. In particolare, il Laos, paese molto conservatore, non permette neanche l’aborto libero. Tutti questi fattori fanno sì che la struttura sociale si basi ancora sulla famiglia e le donne continuino a fare molti figli. Le Filippine sono un caso a sé, unico paese cattolico dell’Asia, unico paese oltre al Vaticano dove non c’è il divorzio, oltre ovviamente a non esserci l’aborto, con la legge per la pianificazione familiare e l’accesso gratuito alla contraccezione per le classi svantaggiate che è stata approvata solo nel 2012 (in Bangladesh la pianificazione risale al 1950, per Indonesia o Tailandia agli anni '70). Da notare, che le zone musulmane delle Filippine, che rappresentano il 10% della popolazione, hanno il divorzio dal 1977 ma hanno anche una natalità maggiore. Nella zona musulmana il tasso è del 2.8, in comparazione a 2.5 delle zone cattoliche, più sviluppate e urbanizzate. PAUSA: SAIGON DE GREGORI QUALCHE SEMPLICE CONCLUSIONE TECNICA Sviluppo e natalità Si, l’Asia si sviluppa e la sua popolazione continua a crescere. Ma no, l’Asia non sta crescendo dove si sviluppa, al contrario cresce dove ancora non si è sviluppata economicamente. Sviluppo e autoderminazione sono maggiori nelle zone urbane A prescindere dalla situazione politica e dall’oppressione religiosa, ovunque lo sviluppo è più avanzato, la presenza di scuole e, in generale, l’urbanizzazione fanno sì che le donne decidano di non fare figli. Ossia, in qualunque paese, anche quelli dove la popolazione ancora cresce, non appena hanno accesso materiale al sostentamento economico, le donne decidono di non fare figli. Ossia la diminuzione della natalità è causata dalle condizioni materiali, che siano le condizioni economiche, che sia perché le donne lavorano e ritardano la maternità, perché i mariti emigrano per cercare lavoro, o che sia per il fatto che la maternità impone un controllo sul loro corpo che le donne non vogliono più avere. Le notevoli eccezioni legate alla tradizione e alla religione In maniera un po’ tirata si potrebbe dire che tassi di natalità più alti sembrano persistere in tutte le zone dove ci sono società tradizionaliste e conservatrici, ossia dove alle donne non è data la possibilità di decidere, sia per legge, sia per tradizione. I figli e le figlie nascono quindi per motivi culturali e sociali, non per scelta. E vale la pena notare che questa situazione si ripete in qualunque tipo di tradizionalismo, che sia il comunismo conservatore in Laos, il sistema musulmano in Pakistan o quello cattolico nelle Filippine. Natalità come pratica di resistenza Casi come le eccezioni della regione kurda della Turchia sono poi simili a quelle rappresentate dalla Palestina, dove la natalità alta è parte della resistenza alla repressione e al genocidio. Questo è in qualche modo simile (seppure in forme opposte dovute ad una resistenza legata al tradizionalismo e inserita nel contesto di nazioni antidemocratiche), alla situazione dell'Islam risorto in Asia Centrale come identità anti-sovietica prima e anti-occidentale poi, che enfatizza i ruoli femminili di madri prolifiche e matrimoni precoci che danno a quelle società alti dividenti demografici. QUALCHE CONCLUSIONE FORSE MENO SCONTATA (con un velo di ironia) Da sovrappopolazione a sostituzione a estinzione Qualche decennio fa (tra gli anni '60 e'90) si parlava diffusamente di sovrappopolazione globale come minaccia primaria, con allarmi su fame e fine delle risorse quando saremmo arrivati a 8-10 miliardi di umani. Adesso, invece, il problema è lo spauracchio della sostituzione etnica del maschio bianco, che non ci permette di concentrarci sul problema vero, ossia che la specie umana sta distruggendo il pianeta e si rischia invece l’estinzione. pausa musicale proposta da Monica: secondo me qui si potrebbe mettere Parole Parole di Mina fino al ritornello La canzone parla di lei che vuole farsi i cazzi propri e lui invece le vuole fare mansplaining. Ci sta tutta. Il debito demografico è davvero un tema? No. In Giappone le nascite calano dal 1973 ed il saldo negativo è iniziato nel 2007-2008 e da allora il prodotto interno lordo reale ha registrato una media di crescita annua dello 0,5-0,8% circa. Ossia, il Giappone era storicamente la terza economia mondiale fino al 2010, ma adesso è scivolato al quarto posto. Che si potrebbe dire? male! ma è il quarto paese più ricco del mondo nonostante tutto, dopo 15 anni di saldo demografico, insomma… ma questo debito demografico è davvero un problema? Sembrerebbe più che, con buone tecnologie che permettano ai robot di fare le cose al posto delle persone, e con buone politiche per le persone anziane, i paesi possano permettersi di diventare vecchi quando sono già ricchi senza grosse conseguenze. La prossima a fare così sarà la Cina. Ma se siamo nel liberismo sfrenato, domanda e offerta di forza lavoro si incontrano, che problema c’è? I. C’è poi una contraddizione enorme in tutto questo allarme sulla bassa natalità, ed è una contraddizione che riguarda proprio il liberismo, quello che a parole dicono di difendere Musk, Salvini, Orbán e compagnia. Perché, se davvero vivessimo in un mondo governato dalla domanda e dall’offerta, allora anche la forza lavoro dovrebbe funzionare così. I paesi che fanno pochi figli, come l’Europa o il Giappone, dovrebbero semplicemente prendere lavoratori e lavoratrici da paesi dove la popolazione è più giovane, quindi invitare migranti da parte dell’India, Pakistan e molte zone dell’Africa. Anzi questo è esattamente quello che, nei fatti, il capitalismo globale sta già facendo. I nostri vestiti li cuciono lavoratori e lavoratrici bengalesi a Dhaka, l’elettronica dipende da Taiwan, una parte enorme dell’industria mondiale passa dalla Cina, l’agricoltura europea va avanti grazie a lavoratori e lavoratrici migranti. Questa è la realtà materiale dell’economia globale. E la cosa paradossale è che molti di questi paesi da cui si spostano lavoratrici e lavoratori stanno a loro volta entrando in una fase di calo demografico. Quindi di che stiamo parlando, quando ci dicono che “non nascono più bambini” e che questo sarebbe un disastro economico? Se il problema fosse davvero la mancanza di forza lavoro, la soluzione sarebbe ovvia: aprire i confini, regolarizzare chi lavora già qui, garantire diritti e salari. E allora si capisce che il punto non è l’economia. Il punto è il controllo e l’imperialismo. È decidere chi può muoversi e chi no, chi deve lavorare e a quali condizioni, chi deve fare figli e per chi. Per questo, i discorsi di Musk, Salvini e Orbán servono a difendere il vecchio imperialismo dell’ovest globale quando serve a sfruttare lavoro lontano e invisibile, ma gridano all’emergenza demografica quando quel lavoro attraversa i confini. Stanno difendendo un ordine sociale globale in cui il lavoro deve essere mobile e ricattabile, mentre i diritti devono restare fermi. La tradizione a est e ad ovest I cosiddetti paesi “tradizionalisti” non rappresentano affatto un’alternativa al modello occidentale, ne sono una versione più brutale e meno ipocrita. Che si parli di Iran, Pakistan o Asia Centrale, oppure di Ungheria, Polonia o Stati Uniti, il progetto è sempre lo stesso: scaricare la crisi economica e sociale sulle famiglie e, dentro le famiglie, sulle donne. La retorica cambia — Dio, Allah, la nazione, la tradizione, i valori — ma la funzione resta identica. Il corpo delle donne viene usato come infrastruttura nascosta del sistema, come sostituto del welfare, come fonte gratuita di lavoro di cura e come macchina per produrre nuova forza lavoro. In questo senso, i regimi tradizionalisti e le destre occidentali stanno esattamente dalla stessa parte, e questo si vede bene adesso con Trump: difendono il capitalismo patriarcale quando non è più in grado di reggersi da solo. Denatalità e estinzione Dentro questo quadro, la denatalità non appare più come una crisi misteriosa o come una degenerazione culturale, ma come una risposta razionale e profondamente politica delle donne alle condizioni materiali in cui vivono. Le donne globalmente hanno reagito come un corpo unico alla situazione materiale del fare figli, con un eccessivo carico di lavoro in cui non c'è collaborazione da parte degli uomini, e con impatto negativo sulle loro carriere e quindi sulla loro autodeterminazione. Le donne non hanno alcun dovere morale, politico o biologico di impedire l’estinzione della società. Una società che non garantisce libertà, sicurezza, redistribuzione del lavoro di cura e autodeterminazione non può pretendere di essere riprodotta. E infatti la popolazione continua a crescere, diciamolo con eleganza, solo in paesi in cui si vive di merda e non ci sono diritti per le donne. Ossia il ruolo del maschio bianco in crisi di identità Negli USA, le donne rappresentano il 60% delle persone laureate, mentre il 40% sono uomini. Nonostante il gap salariale, le giovani donne urbanizzate (under 30, in città come New York o San Francisco) guadagnano spesso di più dei coetanei maschi in settori come tech, sanità e finanza, con salari medi superiori del 5-10% in 22 aree metropolitane dal 2021, grazie a istruzione superiore e mansioni ad alta qualifica. Il tasso di partecipazione lavorativa per donne tra i 25 e i3 4 anni urbane supera il 75-80%, contro il 70% maschile, con crescita del 15% post-pandemia in professioni ben pagate. ​Dal 2021, le donne single possiedono 10,76 milioni di case vs 8,12 milioni posseduti dagli uomini single. Nel 2023-2025 le donne single rappresentano il 37-40% degli acquirenti first-time, battute solo dalle famiglie, mentre gli uomini sono rimasti indietro. La crisi demografica nei paesi avanzati, inclusi gli USA, è legata in parte alla cosiddetta crisi di identità maschile tra bianchi non ispanici, che vedono erodere il ruolo tradizionale di breadwinner, ossia di colui che porta il pane in tavola, a causa di deindustrializzazione, precarietà e istruzione superiore femminile, ma allo stesso tempo rifiutano di perdere le loro abitudini coloniali sul corpo delle donne, per questo spesso le donne li lasciano e magari, se non si muovono, l’estinzione rischia di essere la loro... Una conclusione autorevole Il nuovo rapporto “State of World Population 2025” dal titolo “The Real Fertility Crisis” recentemente pubblicato dal Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione (UNFPA) ha smontato le narrazioni semplicistiche dell’attuale crisi demografica. Secondo il documento, la vera emergenza non sta nei numeri, ma nella crescente difficoltà che milioni di persone incontrano nel realizzare liberamente e consapevolmente le proprie aspirazioni riproduttive. Il Fondo delle Nazioni Unite per la Popolazione parla esplicitamente di “crisi di autonomia riproduttiva” – una crisi di diritti negati, disuguaglianze strutturali e condizioni sociali che ostacolano l’autodeterminazione. Tra gli ostacoli più citati emergono i limiti economici (39%), la mancanza di assistenza all’infanzia (21%), l’instabilità lavorativa (26%) e l’accesso inadeguato alle cure per la fertilità. Le condizioni abitative precarie, le discriminazioni di genere, la mancanza di supporto sociale e la mancanza di coinvolgimento dei partner maschi sono ulteriori fattori che incidono. La disuguaglianza di genere rimane un nodo strutturale. In tutti i Paesi analizzati, meno del 17% delle donne percepisce di avere pieno controllo sulle proprie decisioni riproduttive. In media, il 44% delle donne non ha la possibilità di decidere autonomamente in materia di rapporti sessuali, uso della contraccezione o accesso ai servizi sanitari. CLAUSOLE DI SALVAGUARDIA L’idea per questa trasmissione ci è venuta da youtube, in particolare PhilosophyTube che ha parlato di come la crisi demografica sia una costruzione delle destre, e Burb&Bugie che parla continuamente di come le giovani donne statunitensi stiano sorpassando i maschi sul piano lavorativo. I dati paese per paese sono disponibili su wikipedia e il quadro della situazione demografica di ogni paese è di facile accesso online. Il sito del report dell’ONU. La Vera Crisi della Fertilità. https://www.unfpa.org/swp2025 Articoli da lasciare in calce alla trasmissione Sul fatto che gli uomini sposati vivono più a lungo mentre le donne sposate vivono sì più a lungo, ma molto meno degli uomini sposati Life expectancy and active life expectancy by marital status among older U.S. adults: Results from the U.S. Medicare Health Outcome Survey (HOS) https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC7452000/ The effect of marital status on life expectancy: Is cohabitation as protective as marriage? https://www.cambridge.org/core/journals/journal-of-demographic-economics/article/effect-of-marital-status-on-life-expectancy-is-cohabitation-as-protective-as-marriage/5B6B9B86C737AE3F095CF3781023F458 Married men live longer; married women, not so much: Study https://torontosun.com/health/married-men-live-longer-married-women-not-so-much-study sul carico mentale delle donne Beyond Time: Unveiling the Invisible Burden of Mental Load https://amsacta.unibo.it/id/eprint/8356/1/WP1203.pdf Gendered Mental Labor: A Systematic Literature Review on the Cognitive Dimension of Unpaid Work Within the Household and Childcare https://pmc.ncbi.nlm.nih.gov/articles/PMC10148620/ quanto le donne con figli guadagnano meno dei mariti The motherhood penalty: Mothers earned 35 percent less than fathers in 2024 https://www.bankrate.com/banking/savings/motherhood-penalty-study/ The careers and time use of mothers and fathers https://ifs.org.uk/inequality/the-careers-and-time-use-of-mothers-and-fathers/ *Geoeconomia di Asia e Sud America, con un occhio al Venezuela Siccome, come tutte, siamo rimaste scioccate da quello che è successo in Venezuela, ci è venuto in mente che poteva essere interessante parlare della competizione e delle interdipendenze che ci sono fra le economie del Sud America e dell’Asia. È un po’ tipo letteratura comparata. Speriamo che con questa trasmissione si possa almeno in parte spiegare come mai gli Stati Uniti sono così preoccupati di perdere il controllo sulla loro sfera di influenza. Nel parlare di questo, ci concentreremo soprattutto sulla Cina, ma in realtà il discorso si allargherà alla Russia (che è Asia nel senso che si affaccia sul Pacifico) e più di una volta anche ad altri, piuttosto inaspettati, paesi asiatici, portati in Sud America dal vento dei BRICS. Vedremo che ci sono attori diciamo che hanno un tipo di interazione “coloniale normale” (non sappiamo come meglio dirlo) come Giappone e Corea. E poi ci sono attori minori che fanno scambi con il Sud America per una questione di diciamo vicinanza, ossia perché hanno una alta produzione industriale e si affacciano sul mare verso est, per esempio Indonesia e Vietnam. È importante tener presente che da circa 15 anni la Cina è entrata in Sud America per investire e, pur avendo obbiettivi coloniali, ha interesse a far crescere l’economia dei paesi. Questo non perché è buona, ma perché più l’economia dei paesi sudamericani si espande, più la Cina può esportare e l’economia della Cina si basa sull’esportazione. A questo proposito, abbiamo affrontato l'argomento che la Cina espande “la torta economica” nella trasmissione del 17 luglio 2025. La Cina ha fatto del Sud America un punto di estrazione di risorse naturali chiave. Il Sud America esporta il 20-25% dei suoi beni in Cina che copre a sua volta il 30% delle esportazioni verso il Sud America. Gli Stati Uniti rimangono di gran lunga il primo partner commerciale del continente. Però è vero ch,e con la sua strategia di connettività intermodale costituita da porti, ferrovie e digitale, la Cina sta intervenendo in settori chiave per cambiare il modo in cui funziona l’economia del continente. Per fare un esempio, Huawei è il primo fornitore di infrastrutture digitali in Brasile, Venezuela, Messico, Bolivia, e Perù, ed ha un ruolo anche in Cile, Argentina, Colombia, Ecuador, Guatemala, e Belize. Infine, ci concentreremo soprattutto su pochi paesi del Sud America, perché ci pare più interessante cercare di descrivere come tutto un sistema paese cambia grazie all’influenza asiatica. Eviteremo quindi di parlare di quei paesi di cui si parla anche in Italia, tipo Messico e Panama, e cercheremo invece di parlare di paesi di cui si sa un po’ meno. Cercheremo di immaginarci un mondo il cui il centro è il Pacifico, e non l’Atlantico. Siccome parliamo di cambiamento, ci è sembrato giusto mettere Todo Cambia di Mercedes Sosa CANZONE Todo cambia- Mercedes Sosa https://www.youtube.com/watch?v=0khKL3tTOTs Brasile Se pensiamo alle tensioni attuali fra USA e il resto del mondo, uno dei paesi che ha guadagnato di più dalle tariffe di Trump è il Brasile. Quando gli USA hanno imposto tariffe alla Cina, la Cina ha immediatamente interrotto le importazioni di soia dagli USA, che sono passate da 27 milioni di tonnellate all’anno a zero. Per capirci, 27 milioni di tonnellate sono circa la quantità di acqua contenuta da 25.000 (25 mila) piscine olimpioniche. La maggior parte di quella soia, oggi, la vende il Brasile alla Cina. Il Brasile, membro fondatore dei BRICS e a capo della New Development Bank che ha base in Cina ed è finanziata dalla Cina e ha lo scopo di cambiare il ruolo globale dell’FMI, è l’undicesima economia mondiale in termini di PIL e l’ottava se consideriamo il PIL a parità di potere di acquisto. Quindi, per chiarezza, il Brasile è più ricco dell’Italia e i brasiliani, in media, sono più benestanti, ossia hanno più potere di acquisto, degli italiani. Negli ultimi quindici anni il Brasile è diventato uno dei terreni di competizione tra est e ovest, ma è anche un paese talmente potente che l’ovest non può farne a meno. La Cina è oggi il primo partner commerciale del Brasile. Il rapporto è basato soprattutto sulle industrie estrattive e sull’agroindustria. Il Brasile esporta in Cina enormi quantità di minerali – ferro in primo luogo –, e poi petrolio, soia, carne e legname. In cambio importa macchine, macchinari industriali, elettronica, veicoli e beni manifatturieri. Questo tipo di scambio riflette una divisione del lavoro tipicamente capitalista: il Brasile fornisce natura e lavoro a basso costo; la Cina fornisce prodotti industriali ad alto valore aggiunto. Oltre al commercio, le imprese cinesi hanno però anche investito molto, per esempio nel settore petrolifero offshore, nel ferro del Minas Gerais e nella logistica dell’agroindustria. Anche qui il modello è inizialmente estrattivista: grandi investimenti, profitti elevati, ma concentrazione della terra, distruzione ambientale e conflitti sociali, soprattutto nelle aree indigene e amazzoniche. In un secondo momento, però, gli investimenti cinesi hanno iniziato a diversificarsi e hanno coperto infrastrutture, energia rinnovabile e tecnologia, in particolare con la costruzione di macchine elettriche a basso costo. Per esempio ditte cinesi gestiscono in Brasile 17 dighe, stanno iniziando la costruzione del treno da São Paulo a Campinas, producono macchine elettriche - per esempio BYD e Great Wall Motor - e gestiscono diversi porti. Si calcola che fino ad oggi gli investimenti cinesi in Brasile siano circa 77 miliardi di dollari. Tutte queste opere rafforzano l’integrazione del Brasile nei mercati globali. Non è solo la Cina ad essere presente in Brasile: Il Giappone, in Brasile, privilegia costruzione di infrastrutture e gestione di miniere, finanzia progetti di decarbonizzazione e catene di approvvigionamento di metalli e risorse. Aziende coreane invece investono in acciaio, autoveicoli e porti, gestiscono impianti siderurgici, e producono componenti elettroniche per l’esportazione e il mercato interno. Dall’India è presente la ArcelorMittal, che gestisce grandi impianti di produzione di acciaio anche per l'esportazione. Inoltre ditte indiane gestiscono progetti petroliferi, di gas, di etanolo e forniscono tecnologia digitale per smart city e banche. La Russia ha un ruolo più ristretto, ma strategico. Mosca è presente nel settore energetico, nella fornitura di fertilizzanti fondamentali per l’agricoltura brasiliana e nella cooperazione militare. Il Brasile dipende in larga parte dai fertilizzanti russi, una dipendenza emersa con forza dopo la guerra in Ucraina. Questo dimostra come anche l’agricoltura industriale brasiliana sia inserita in catene globali fragili e politicamente condizionate. In conclusione, nonostante ci esista questa narrativa secondo cui la Cina sia diversa da noi tra virgolette, vediamo che in realtà l’Asia è pienamente inserita nel modello estrattivo e neoliberale di cui il Brasile ha sempre fatto parte, e il multipolarismo rischia di essere solo un cambio di padrone. Allo stesso tempo le imprese asiatiche permettono al Brasile di ridurre l’esposizione all’economia statunitense e pertanto rappresentano una diversificazione del rischio d’impresa. E sul Brasile una canzone di lotta di Chico Buarque? CANZONE "Prá Você" di Chico BuarqueChico Buarque - Apesar de Você Perù Uno dei paesi di cui si parla meno è il Perù, la metà delle esportazioni peruviane finisce in Asia. Partiamo dal cosa fa la Cina in Perù. Oggi Pechino è il principale partner commerciale del Perù, addirittura davanti agli Stati Uniti. Ma cosa esporta? Soprattutto materie prime: rame, zinco, ferro, argento, oltre a prodotti agricoli come farina di pesce e soia. Il Perù continua a occupare una posizione periferica, come fornitore di risorse naturali a basso valore aggiunto, mentre il centro capitalistico – in questo caso la Cina – importa queste risorse per alimentare la propria industria. Negli ultimi anni le imprese cinesi hanno anche comprato direttamente miniere e infrastrutture. Il caso più noto è quello della miniera di rame di Las Bambas, una delle più grandi del mondo. Questo ha portato investimenti, certo, ma anche conflitti sociali, repressione delle comunità indigene e dipendenza fiscale dello Stato peruviano dalle rendite estrattive. Altri attori fondamentali in Perù sono Corea, Giappone, Singapore e in maniera minore Indonesia, anche loro con miniere e importazione di materie prime, o esportazione di prodotti tecnologici o di vestiario. In termini commerciali, la Russia ha un ruolo molto più limitato nell’economia peruviana, ma non irrilevante. Negli ultimi dieci anni, Mosca ha rafforzato i rapporti soprattutto in settori strategici: energia, fertilizzanti, industria militare e farmaceutica. La Russia esporta fertilizzanti fondamentali per l’agricoltura peruviana e, durante la pandemia, ha fornito il vaccino Sputnik V, mostrando come anche la salute possa diventare terreno di competizione geopolitica. Negli ultimi anni la Cina ha investito nella modernizzazione e costruzione del porto peruviano di Chancay (pronuncia Ciancai), pensato come grande hub sul Pacifico per collegare direttamente il Perù e tutto il Sud America del Pacifico ai mercati asiatici. Chancay, pensate, è l’unico porto sudamericano sul Pacifico con la capacità di gestire mega porta container e di ridurre drasticamente i tempi di trasporto verso l’Asia, accorciando le rotte marittime di circa due settimane rispetto ai porti tradizionali, riducendole a 10 giorni. Parlando di colonialismo, prima del 2024 tutti i prodotti che andavano in America del sud dovevano passare da Los Angeles e essere trasbordati (transhipment) su porta container più piccole per arrivare ai Caraibi e fino al Cile. Per aumentare la connettività del porto di Chancay si parla della costruzione di una ferrovia transcontinentale, che colleghi Chancay all’Atlantico attraversando il Brasile. Sarebbe un corridoio logistico continentale, che integrerebbe il Sud America ai mercati asiatici e all’Europa, ma rafforzerebbe anche un modello estrattivo su scala regionale. Va detto che il potenziale di sviluppo rappresentato dal porto di Chancay Ciancai) è incalcolabile, un reset completo di come il commercio funziona per Colombia, Cile, Brasile, Bolivia, e Venezuela. Questo porto serve allo sviluppo interno del Perù e anche dei paesi vicini, a ridurre il costo dei prodotti importati dall’Asia ma, appunto, anche a rendere più veloce ed economica l’esportazione delle materie prime e quindi non ha messo in discussione il ruolo subordinato del Perù e del Sud America nel sistema capitalistico mondiale. Il porto di Chancay è costato 3.5 miliardi di dollari e gli esperti dicono che dovrebbe portare ad un incremento degli scambi commerciali fra Perù e Asia del 5%, mentre se si include il trans-shipment, ossia il passaggio da nave a trasporto su terra di beni che raggiungono il Brasile e altri paesi, e quindi beni su cui il Perù riceverebbe una royalty, gli esperti ipotizzano un incremento del 10%. Queste percentuali sembrano sinceramente previsioni raffazzonate fatte da Washington, fatte senza considerare come l’economia si sviluppa nel tempo. Per quanto questo porto possa rappresentare un'economia estrattiva, è pur sempre una grande occasione per il Sud America. Per esempio fino ad oggi era impossibile per il Perù esportare prodotti agricoli freschi - come per esempio l’avocado - al Giappone, ma adesso che il viaggio dura 10 giorni è possibile e già adesso Giappone e Corea usano il porto per i prodotti agricoli freschi. Washington ha ovviamente anche suonato l’allarme che il porto costa troppo, che è la diplomazia della trappola del debito cinese, e di come il porto possa essere anche usato per le navi da guerra cinesi. Cile Il Cile è uno dei paesi chiave del Sud America per capire la competizione geopolitica tra Cina, Russia e blocco occidentale riguardo al sud del continente americano. Storicamente il Cile è stato un laboratorio del neoliberismo occidentale, il '73, Pinochet, i Chicago boys eccetera. La Cina è diventata oggi il principale partner commerciale del Cile, superando gli Stati Uniti e ha investito circa 20 miliardi di dollari nel paese. Il cuore del rapporto è il rame, di cui il Cile è il primo produttore mondiale. La Cina importa enormi quantità di rame cileno per sostenere le proprie tecnologie verdi. Oltre al rame, la Cina è molto presente nello sfruttamento del litio, centrale per le batterie e per l’industria automobilistica elettrica. Qui la competizione con l’Occidente è diretta: Stati Uniti ed Europa vogliono assicurarsi l’accesso a queste risorse, mentre la Cina cerca di controllare l’intera filiera, dall’estrazione alla produzione industriale. Il progetto di litio più importante e più grande al mondo è una joint venture tra l’azienda statale cilena Codelco e SQM, un industria mineraria cilena del litio. Tianqi Lithium, cinese, è uno dei maggiori azionisti di SQM. Il Cile diventa così un campo di battaglia geoeconomico, dove il capitale cinese e quello occidentale intrecciano investimenti e influenza politica. Negli ultimi anni Pechino ha anche investito in porti, energia elettrica, reti di distribuzione e telecomunicazioni cilene Oltre a questo, il Giappone assorbe circa l'8% delle esportazioni cilene, mentre la Corea ne riceve il 6%, con scambi focalizzati su rame, minerali e prodotti agroalimentari. La Russia ha un ruolo più limitato rispetto alla Cina, ma comunque significativo nella competizione con l’Occidente. Mosca è presente soprattutto in settori come energia, fertilizzanti, cooperazione scientifica e militare. Insomma, perfino il Cile pare aver mandato via gli Yankees. E adesso una canzone dei Quilapayún's per il Vietnam che casca a fagiolo. CANZONE Quilapayún's "Por Vietnam” https://www.youtube.com/watch?v=PQjCg4tQrF8 Argentina Non ce la facciamo a trattare l’Argentina per motivi di lunghezza, ma dobbiamo per forza citare che il governo fascistissimo e anticomunistissimo di Miley, nel 2024, in piena crisi finanziaria e con i mercati internazionali chiusi, ha trovato un modo geniale per pagare parte dei propri impegni con il Fondo Monetario Internazionale. Tra prestiti e linee di credito, Buenos Aires ha usato uno swap currency agreement di circa 2,7 miliardi di dollari in renminbi, la moneta cinese, per onorare le obbligazioni dell’FMI. Questo è stato il primo caso in cui l’FMI è stato ripagato in renminbi nella storia. Parte di quei renminbi è stata poi riconvertita da Miley in dollari, così da rispettare altri pagamenti internazionali proprio mentre il paese era escluso dai mercati dei capitali tradizionali. Questa mossa mostra come la Cina stia diventando un’alternativa concreta al sistema finanziario occidentale, offrendo strumenti e valute che permettono ai paesi in difficoltà di aggirare l’isolamento dovuto al dollaro, e quindi in pratica spiega come la Cina stia dedollarizzando il mondo. Se volete saperne di più di questa storia degli swap agreement e della dedollarizzazione sentitevi la trasmissione del 20 novembre 2025. Allo stesso tempo, tutto ciò evidenzia la dipendenza strutturale dell’Argentina, costretta a cercare soluzioni esterne per mantenere attiva la propria economia e rispettare gli impegni verso il FMI. Nel ottobre 2025, l’Argentina e il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti hanno firmato un accordo per una linea di swap valutario fino a 20 miliardi di dollari. Venezuela Il Venezuela fino al 3 gennaio era un caso a sé. Dopo anni di crisi economica e sanzioni occidentali, soprattutto da parte degli Stati Uniti, Caracas si era trovato isolato dai grandi circuiti finanziari e commerciali tradizionali. In questo vuoto sono entrati Cina e Russia, ma in modi differenti, creando una competizione con l’Occidente che ha radici materiali profonde — oltre che politiche. Il Venezuela non era stato inserito nei BRICS a causa delle proteste del Brasile che si era unito a chi denunciava elezioni truccate ma il Venezuela veniva usato anche per fornire petrolio a Cuba, membro dei BRICS. La Cina è uno dei principali alleati economici del Venezuela. Fin dai tempi di Hugo Chávez, Pechino ha fornito prestiti massicci in cambio di petrolio: da decenni Caracas riceve credito da banche statali cinesi che poi viene ripagato, almeno in parte, con forniture di greggio. Questo meccanismo ha permesso a Caracas di ottenere liquidità pur restando tagliato fuori dai mercati occidentali. Tra il 2000 e il 2023, il Venezuela ha ricevuto dalla Cina decine di miliardi di dollari in prestiti mirati principalmente al settore energetico e infrastrutturale. Questo ha reso Pechino una sorta di “banchiere” strategico della Repubblica Bolivariana, capace di influenzare scelte economiche chiave del paese. Le aziende cinesi operano anche in progetti infrastrutturali, telecomunicazioni e tecnologia. Prima dell’intervento statunitense questo legame economico pesava molto sulla capacità dell’Occidente di ripristinare pienamente la propria influenza commerciale nel paese, perché gran parte della produzione energetica è vincolata alle obbligazioni con Pechino. La Russia ha un rapporto con il Venezuela più di natura strategico militare. Mosca ha costruito legami con Caracas attraverso accordi energetici, partecipazioni in giacimenti petroliferi e cooperazione tecnica. Joint venture tra la compagnia petrolifera statale venezuelana e società russe legate allo Stato sono state estese fino al 2041 per mantenere la produzione e l’accesso al greggio. Inoltre, la Russia ha fornito al Venezuela supporto militare, addestramento e sistemi di difesa, consolidando una presenza che non è solo economica ma anche di alleanza politico-militare. Questo permette a Mosca di proiettarsi in sud America e di fornire un contrappeso simbolico alla pressione occidentale. Per esempio durante l’intervento militare della marina statunitense contro la petroliera venezuelana Marinera, un sottomarino russa la stava scortando e proteggendo. Per quanto si sa il sottomarino avrebbe potuto annientare gli statunitensi ma poi ha deciso di non attaccare. CANZONE Yankee Go Home https://www.youtube.com/watch?v=N_gH0jvjvm0 Conclusioni in Generale Mentre il Giappone e la Corea continuano ad agire soprattutto come colonizzatori, mentre noi non ce ne accorgevamo, in molti paesi sudamericani la Cina e la Russia, in maniera diversa, si propongono come alternativa ai fornitori e agli investitori dell’ovest globale, soprattutto in un contesto di sanzioni e crisi globali, proponendo metodi e investimenti di tipo estrattivo ma anche di tipo diverso, destinati a cambiare lo scenario economico del continente. Questo irrita gli Stati Uniti, che cercano di mantenere i paesi del continente allineati al proprio blocco politico ed economico. queste collaborazioni con cina e russia oltretutto, non si fermano quando i paesi vanno a destra, come dimostra il caso di Miley. Magari continuano senza troppo rumore, ma continuano. Lo scopo di questa trasmissione è dimostrare che Trump ha molto da fare se vuole riportare il sud America sotto la propria ala protettiva. Quello che emerge da questo viaggio tra sud America e Asia è che non stiamo assistendo a una semplice “sostituzione” degli Stati Uniti, ma a una riorganizzazione profonda dei rapporti di potere dentro lo stesso sistema capitalistico globale. Il multipolarismo di cui tanto si parla non coincide automaticamente con maggiore autonomia, giustizia sociale o sviluppo emancipato per i paesi sudamericani. Molto spesso significa soltanto una diversificazione dei partner; non una trasformazione del modello economico, ma un aumento del capitale a disposizione dei paesi vassalli. Cina, Russia, Giappone, Corea, India, Indonesia, e altri attori asiatici entrano in Sud America portando capitali, infrastrutture, tecnologia e accesso ai mercati, ma lo fanno quasi sempre rafforzando un ruolo storico del continente: esportatore di materie prime, territorio di estrazione, spazio di accumulazione per capitali esterni. Cambiano le bandiere, cambiano i flussi finanziari, ma la logica resta quella dell’estrattivismo, della concentrazione della ricchezza e della subordinazione delle economie locali alle catene globali del valore. Allo stesso tempo, però, è innegabile che l’economia di molti paesi sudamericani cresce e si trasforma rispetto al passato. Le nuove relazioni commerciali e gli investimenti esteri hanno permesso di finanziare infrastrutture, sviluppare settori industriali e tecnologici, creare posti di lavoro e, in un certo senso, rafforzare la classe media e aumentare i posti di lavoro nelle fabbriche. Per i governi locali, questo nuovo capitalismo appare più “gestibile” e persino vantaggioso rispetto al modello precedente: possono mostrare opere pubbliche, programmi di sviluppo e miglioramenti concreti nella vita quotidiana dei cittadini. Ossia i benefici tangibili – porti, dighe, treni, scuole, ospedali – offrono legittimità politica, lavoro, e strumenti per consolidare consenso interno, dando l’impressione di un progresso reale, anche se le disuguaglianza non diminuiscono poi molto. Questo spiega perché gli Stati Uniti siano così nervosi: non tanto perché il sud america stia “uscendo” dal capitalismo occidentale, ma perché stanno perdendo l’esclusività del controllo politico, commerciale e militare su quello che hanno sempre considerato il proprio cortile di casa. E spiega anche perché le relazioni asiatiche sopravvivano ai cambi di governo, anche quando al potere arrivano forze di destra formalmente allineate a Washington. Conclusioni sul Venezuela Il caso del Venezuela rende tutto questo ancora più evidente: sanzioni, isolamento e guerra economica non hanno riportato il paese nell’orbita statunitense, ma hanno spinto Caracas a legarsi ancora di più a Pechino e a Mosca. Qui la geoeconomia diventa geopolitica pura, e il conflitto non è solo commerciale, ma strategico e militare. Trump ci ha raccontato un film in cui la ragione del sequestro di Maduro è passata da narco traffico a collaborazione con narco trafficio. Poi però non era credibile, quindi è passato a dirci del petrolio, ossia che il Venezuela siede sul più grande giacimento di petrolio al mondo, persino più grande dell’Arabia Saudita. Allora, per prima cosa Trump ci ha raccontato che il sequestro di Maduro era per togliere il petrolio alla Cina. Basta una ricerchina su internet per vedere che il Venezuela produce da 800.000 a 1 milione di barili di petrolio al giorno, che è niente. La Cina ne compra circa il 50%, ossia il 3-4% del petrolio di cui ha bisogno. La Cina è talmente diversificata nelle sue catene di approvvigionamento che può sostituire tranquillamente questo petrolio comprandolo in un altro mercato in qualunque momento. Poi, allora, Trump ci ha raccontato che gli Stati Uniti hanno prelevato Maduro per portare il petrolio agli Stati Uniti. Ma in realtà anche questo non regge per varie ragioni. Infatti gli Stati Uniti sono già il maggiore produttore di petrolio al mondo. La loro produzione eccede la domanda interna quindi portare più petrolio negli USA vorrebbe dire solo abbassarne il prezzo, che è già basso. E poi le imprese americane lo riesporterebbero… e quindi probabilmente il petrolio andrebbe comunque a finire in Cina, che è il maggiore importatore Insomma Trump venerdì ha chiamato a raccolta le grandi imprese petrolifere per chiedergli di investire 100 miliardi nel petrolio venezuelano. Il CEO della Exxon, compagnia alla quale il petrolio venezuelano è stato espropriato due volte, prima negli anni 70 e poi da Chavez, gli ha detto in faccia che in Venezuela non si può investire: Troppo pericoloso, troppo instabile, e troppo costoso. Chevron, che è l’unica compagnia americana ancora in Venezuela, ha spiegato che, a causa di malagestione e corruzione, lo stato delle infrastrutture di estrazione è allo sfascio, e solo per rimettere a nuovo le infrastrutture attuali ci vorrebbero 50 miliardi. Questo solo per portare la produzione degli attuali pozzi ad un livello normale, non per estrarre quello che ancora sta sotto terra. Oltre a ciò, il petrolio venezuelano pare che sia di una qualità infima, che richiede un processo di raffinazione complicato. Ma le raffinerie del Golfo del Messico, che erano state sviluppate a inizio 900 proprio per processare il petrolio venezuelano, sono comunque in grado di processarlo e quindi al meeting con Trump si sono dette pronte a farlo. Pare che ci guadagnerebbero solo loro. In termini generali, pare che le compagnie petrolifere considerino probabile uno scenario post-Maduro di completa destabilizzazione del paese, tipo quello iracheno o quello libico, in cui l’intervento militare scivolerebbe in conflitti e instabilità che renderebbero l’industria del petrolio poco fruibile. E in questo senso, facciamo una considerazione inusuale e ci pare anche divertente…. Se non lo sapevate, sapevatelo: le aziende cinesi giocano un ruolo dominante nel settore petrolifero iracheno, gestendo campi chiave e producendo circa la metà della produzione totale del paese e controllando quote dirette in circa 24 miliardi di barili di riserve, pari al 34% del totale provato dell'Iraq. Questo perché le aziende occidentali (ExxonMobil, Shell, BP) hanno disinvestito per de-risking nel 2020-2021. Ossia, non riuscivano a gestire burocrazia corrotta, instabilità politica, sicurezza precaria e vincoli ambientali, sociali, governance che limitano operazioni ad alto rischio. Gli USA, dopo l'invasione del 2003, non hanno tradotto il controllo militare in dominio energetico, lasciando spazio ai cinesi, meno schizzinosi. Questa dinamica riflette il solito cambio di paradigma che ormai troviamo ovunque: la Cina si rafforza e l’Ovest Globale perde spazio. Detto ciò, alcuni osservatori hanno detto che la Cina ha perso la faccia perché non ha saputo proteggere il suo alleato e anche perchè Qiu Xiaoqi (si legge Chiu Giaochì), l’inviato speciale di Xi Jinping per il sud America e i Caraibi, era in riunione con Maduro poche ore prima dell’attacco statunitense. In realtà, per la Cina, gli alleati sono economici e ha una convinta politica di non intromissione. La Cina ha molti contratti in essere in Venezuela e continuerà a lavorare. Se davvero il nuovo dominatore vorrà toglierglieli, dovrà pagare per farlo. Se invece glieli toglierà con la forza, per la Cina sarà semplicemente ininfluente. Clausole di salvaguardia Le informazioni sulla Cina in Sud America sono facili da trovare ovunque perché sono parte della narrativa dell’ovest globale contro la Cina. Meriterà una trasmissione a parte parlare delle proteste contro le infrastrutture cinesi in sud America. *Proteste contro gli investimenti cinesi nel mondo Nell’ultima trasmissione abbiamo descritto come il capitale asiatico influenzi l’economia dell’America Latina attraverso la costruzione di infrastrutture. Siamo ben consapevoli delle conseguenze sociali, economiche, e culturali sulle popolazioni che subiscono la costruzione di infrastrutture, ed in particolare sulle popolazioni indigene, o su quelle che vivono ai margini delle società. Oppure su quelle che semplicemente vivono nelle zone devastate dalle infrastrutture. Ne abbiamo diversi esempi in Italia. Se parliamo di infrastrutture costruite da attori asiatici fuori dal confine dei loro paesi, gli attori sono fondamentalmente due, la Cina e, con un lungo distacco, il Giappone. Altri come India, Corea, e Russia sono importanti, ma investono in maniera minore. E quindi in questa trasmissione ci troviamo di nuovo a parlare della Cina. La quantità di investimenti e infrastrutture sviluppate dalla Cina in giro per il mondo negli ultimi 20 anni è, in un certo qual modo, epocale. Nell’ambito della Belt and Road Initiative, o BRI, la Cina ha speso, in 20 anni, circa 1.2 trilioni di dollari, in gran parte in prestiti. L’ovest globale, nello stesso tempo, ha investito 1,5 trilioni in prestiti. Quindi, quello che ha investito la Cina è molto meno di quello che l’ovest globale ha investito – tutto insieme - nello stesso periodo di tempo. Quindi perché ci concentriamo sulla Cina? Facendolo, non facciamo per caso il gioco della propaganda americana? Beh, si, ma abbiamo un altro punto di vista. Bisogna partire da un dato fondamentale, che non possiamo dimostrare in nessun modo. Gli investimenti e le infrastrutture che vengono finanziate dall’occidente globale sono spesso fallimentari, sono iniziative finalizzate a tenere i paesi meno sviluppati nel giogo del debito, e quindi non è importante che tali soluzioni, o tali infrastrutture, poi funzionino. Gli investimenti dell’occidente globale sono la forma moderna del colonialismo. Anche gli investimenti cinesi sono coloniali, ma sono diversi. La Cina ha interesse ad espandere la torta economica, in modo che ci sia spazio per crescere per tutti i paesi, inclusa la Cina stessa. Le infrastrutture cinesi, quindi, sono ben diverse, ossia funzionano. Dopo un inizio negli anni 90 con diversi progetti di bassa qualità e falliti, la Cina ha trovato il modo di portare a termine miriadi di investimenti che invece funzionano. I progetti BRI della Cina includono oltre 10.000 km di ferrovie costruite o messe a nuovo in paesi come Indonesia, Laos, Kenya e Pakistan. Nello stesso periodo, si calcola che l’ovest globale – tutto insieme - abbia sviluppato, o riparato, dai 5 agli 8000 km di ferrovie. La BRI hanno realizzato quasi 100.000 km di autostrade e strade nei paesi partecipanti, migliorando la connettività in Africa, Sud-est asiatico e Asia centrale. Nello stesso periodo si calcola che l’ovest globale – tutto insieme - abbia sviluppato o riparato 50-80.000 km di strade. Poi la Cina ha fatto porti, edifici dei governi, scuole, fabbriche, miniere. Non abbiamo i dati, ma questo trend si ripete sicuramente in ogni settore economico. La Cina spende meno e costruisce di più. La Cina pare aver scoperto il segreto di far funzionare i propri investimenti in paesi meno sviluppati. Presta i soldi attraverso prestiti fra privati, quindi sfugge alle regole del Fondo Monetario Internazionale su limiti di spesa statali, sull’ambiente e sui diritti delle popolazioni locali. Investe, perché ha un surplus economico di 15 miliardi al giorno che deve collocare. Investe, per usare la propria tecnologia, che è più moderna di quella occidentale e costa anche meno. Vende pacchetti di costruzione e gestione, concordati coi governi sulla base delle domande dei governi stessi. Quindi, per esempio, se un governo non ha mai avuto una ferrovia, quel paese lo sa che non saprà gestire la ferrovia e, nel prestito, vengono inclusi sia i tecnici specializzati per la costruzione, sia un pacchetto di esperti che aiutano a gestire la ferrovia per un certo numero di anni. In occidente, questo si riflette nel giornalistico “la Cina si porta i lavoratori” ma in realtà non è vero. Portarsi i lavoratori dalla Cina è molto costoso. La Cina si porta i lavoratori cinesi di cui ha bisogno per far funzionare tutto il pacchetto, e i paesi sono ben lieti di spendere soldi perché l’infrastruttura funzioni. Zen Circus - Canzone contro la natura https://www.youtube.com/watch?v=-3HDuw-K7t4&list=RD-3HDuw-K7t4&start_radio=1 (Questa canzone andrebbe fatta partire al minuto 1.38 perchè ha un introduzione lunghissima, e poi lasciata un paio di minuti.) Fatto salvo tutto ciò che abbiamo detto prima sugli investimenti cinesi all'estero, prima di tutto ci siamo chieste come questo ammontare massiccio di investimenti e infrastrutture impattano sulle popolazioni locali, e come le popolazioni locali reagiscono a questi processi di sviluppo. Abbiamo cercato un po’ di notizie su questo. In secundis, ci siamo anche chieste che impatti positivi hanno queste infrastrutture rispetto a quelle, più piccole, costruite dall’ovest globale. E infine abbiamo cercato di fare un bilancio. Impatti negativi sulle popolazioni e proteste Iniziamo con le proteste contro le infrastrutture cinesi in America Latina. Proteste per il Canale de Nicaragua Il Nicaragua ha pianificato di costruire il Canal de Nicaragua, un canale lungo 278 km che puntava a rimpiazzare il canale di Panama e a collegare il Pacifico all’Atlantico. Il progetto rischiava di spostare fino a 100.000 persone e si basava su manodopera e aziende cinesi. Le proteste che seguirono coinvolsero migliaia di agricoltori, comunità indigene e attivisti ambientali, preoccupati per i danni irreversibili al lago Nicaragua e che nutrivano dubbi sulla fattibilità economica del progetto da 50 miliardi di dollari. Altre critiche riguardavano la concessione centenaria all’impresa costruttrice HKND e la mancanza di consultazioni pubbliche. Wang Jing, imprenditore a capo dell' HKND Group, era un privato, ma ovviamente aveva dietro di lui una forte componente del Partito e aveva accesso ai finanziamenti statali cinesi. Le manifestazioni erano guidate principalmente da contadini di zone rurali, ma coinvolgevano anche gruppi di opposizione antisandinisti di destra, ambientalisti e organizzazioni per i diritti umani. Il governo di Daniel Ortega represse duramente le proteste: la polizia bloccò strade, autobus con manifestanti e marce verso Managua, con posti di controllo e minacce di multe. I sostenitori del progetto spararono su dimostranti, ferendo otto persone nel 2015, e ci furono 25 arresti. I cinesi, tramite HKND e Wang Jing, minimizzarono le critiche, promettendo 50.000 posti di lavoro (metà nicaraguensi), indennizzi, e solo l'1% di impatto sul lago. Il governo bloccò il progetto nel 2018. Da allora HKND è fallita e Wang venne descritto dai media cinesi come "caduto in disgrazia" con divieto di operare in borsa. Il Nicaragua ha revocato la concessione nel 2024, attribuendolo a "problemi personali" di Jing, non a Pechino. Il governo cinese non ha mai preso mai parola sul progetto. Siccome questo è il primo dei paesi che trattiamo, vogliamo sintetizzare una serie di passaggi che i media sembrano fare sempre, in tutti i casi che tratteremo: primo, il capitale formalmente era privato e non governativo, ma le ditte avevano accesso ai fondi governativi della BRI. Secondo, la Cina si porta i lavoratori, e i lavoratori cinesi sono più cari dei locali. Terzo, la Cina si prende pezzi di paese e li toglie alla gestione del governo. Quarto, il progetto è troppo caro per quello che è il suo ritorno. Tutto questo, poi, insomma, implica che la Cina fa quindi cadere il paese nella “diplomazia della trappola del debito". Ricordiamoceli questi punti perché servono dopo. Jandir Rodríguez Heroes de Abril una canzone scritta nel 2018 durante le proteste in Nicaragua https://www.youtube.com/watch?v=ZyrwTZ3kZh0 Miniera Las Bambas in Perù La miniera Las Bambas in Perù è uno dei più grandi giacimenti di rame al mondo, con il 2% della produzione globale che genera circa l'1% del PIL peruviano ed è gestito dall’impresa cinese statale MMG. La MMG, nel 2014, spese 6 miliardi di dollari per l'acquisizione e lo sviluppo iniziale del progetto. Oltre a questo, pare che la MMG abbia investito altri 4 miliardi per espansioni, trattamento acque, relocation di comunità, tutto con l’obiettivo di raddoppiare la produzione entro il 2030. Per dare un'idea della scala delle operazioni della miniera, basta pensare che escono dalla miniera 10.000 camion di materiale grezzo al giorno. Le proteste delle comunità locali sono state ricorrenti, nel 2015, 2021-2022 e 2024 e hanno causato interruzioni produttive per oltre 600 giorni cumulativi, dovute a blocchi stradali e scontri con le forze dell’ordine. Per fare degli esempi, nel 2015, scontri armati causarono 3 morti e 17 feriti; nel 2022, i manifestanti occuparono la cava, forzandone lo stop alla produzione e il governo mise in piazza 600 agenti. Le comunità indigene Quechua denunciano spostamenti forzati senza adeguato consenso, inquinamento di fiumi e suoli da polveri e scarichi, eccesso di camion e mancanza di investimenti locali. Le comunità criticano talvolta anche la presenza di personale straniero per presunte disparità salariali. Infine, lamentano modifiche agli studi di impatto ambientale senza eseguire adeguate consultazioni. Pechino non ha mai emesso dichiarazioni ufficiali sulle proteste, mantenendo un basso profilo per evitare tensioni diplomatiche con il Perù. MMG però è una ditta statale e beneficia di supporto attraverso finanziamenti governativi. Miniera Mirador in Ecuador Il caso della Miniera Mirador in Ecuador è particolare, per via del disastro che potrebbe avvenire ma che non è ancora avvenuto. Il progetto è gestito dalla cinese ECUACORRIENTE SA, impresa statale cinese, ed è una miniera di rame a cielo aperto nella Cordillera del Cóndor, un hotspot di biodiversità andino-amazzonica. Ha scatenato proteste fin dal 2006 per impatti ambientali devastanti e mancanza di consenso degli indigeni Shuar. Inoltre, pare che la miniera si stia espandendo illegalmente da 25.000 a 60.000 tonnellate di produzione giornaliera. Le comunità continuano a denunciare deforestazione, inquinamento dei fiumi con metalli pesanti e accumulo di 100 milioni di tonnellate di residui di scavo. Un problema delle miniere a cielo aperto è dove vengono messi gli scarti: vengono accumulati nelle vicinanze. Esperti avvertono di un "rischio imminente" di frana catastrofica, in caso di terremoti o forti piogge, con modelli matematici che prevedono valanghe tossiche alte 30 metri fino al Río Zamora. Al momento, la miniera è aperta e operativa. La Fase II, con espansione prevista a 140.000 tonnellate al giorno è pronta per l’avvio e aspetta solo l’approvazione del governo. Abbiamo fino ad adesso parlato dell’America Latina, dove il capitale cinese è arrivato relativamente da poco, almeno in comparazione all’Africa. In Africa, il capitale cinese è presente da oltre 20 anni. Facciamo qualche esempio. Miniere in Zambia Le proteste nelle miniere zambiane gestite da aziende cinesi sono state un tema ricorrente negli ultimi 10-15 anni, soprattutto nel Copperbelt, la cintura del rame; le proteste sono legate a condizioni di lavoro, salari bassi, sicurezza precaria e abusi. Le più note risalgono al 2010-2012, con picchi violenti che hanno coinvolto lavoratori e autorità. Nel ottobre 2011, migliaia di minatori bloccarono la produzione chiedendo aumenti salariali e migliori condizioni di lavoro; la polizia sparò ferendo 12 lavoratori. Nell'ottobre 2012, 500 minatori protestarono per abusi fisici da parte di supervisori cinesi, inclusi pestaggi; lo sciopero degenerò in violenza, con la morte del manager cinese, mentre la polizia uccise due minatori. Episodi simili si sono avuti nel 2015 e anche dopo, con arresti e tensioni per incidenti fatali dovuti a esplosioni o crolli. Allo stesso tempo, le proteste si legano anche alla critica verso i prestiti che la Cina ha dato al governo per strade, ferrovie (come la ferrovia di Tazara) e per le miniere di stesse. I manifestanti vedono questo come "diplomazia della trappola del debito ": i soldi cinesi finanziano progetti opachi, ma i benefici restano in Cina, dato che il rame è esportato grezzo. Infine, in Zambia ha fatto scalpore nel 2025 la Sino-Metals Leach Zambia, compagnia statale cinese. A causa del crollo di una diga di contenimento dei rifiuti minerari, 50 milioni di litri (o addirittura fino a 1,5 milioni di tonnellate, secondo stime successive) di fanghi acidi tossici, con metalli pesanti come piombo, arsenico e cianuro, si sono riversati nel fiume Kafue. Questo dato corrisponde circa al contenuto di 600 piscine olimipioniche. Il fiume è vitale per il 60% della popolazione zambiana, fornedo acqua potabile per 5 milioni di persone, inclusa la capitale Lusaka; è essenziale anche per la pesca e l’agricoltura). Il governo ha sospeso immediatamente le operazioni della miniera, che ad oggi è ancora chiusa. Il piano di bonifica è ancora in discussione. Pechino si è detta "pronta a collaborare" con le autorità zambiane per gestire il disastro, offrendo supporto per contenere i danni e indagarne le cause. Ha anche accusato gli USA di "diffondere panico" e di "condotta manipolatoria e malintenzionata", incolpandoli di politicizzare l'incidente per danneggiare i rapporti sino-africani. Angola, proteste anti cinesi L'Angola aveva uno dei debiti più alti verso la Cina tra i paesi dell'Africa, principalmente attraverso prestiti garantiti dal petrolio per finanziamenti per infrastrutture, che erano allo sfascio dopo la guerra civile. La Cina ha finanziato strade, ferrovie, porti, ospedali concessi da banche cinesi tra 2000 e 2016. Il paese sta rapidamente ripagando il debito perchè fornisce greggio in cambio dei lavori eseguiti dalle aziende cinesi, in un modello che ha evitato default ma ha generato accuse di opacità e "diplomazia della trappola del debito”. Nel luglio-agosto 2025, l'Angola ha visto violenti disordini anti-cinesi, concentrati a Luanda e Malanje. Si trattava di proteste contro l'influenza economica cinese, scatenate da aumenti dei prezzi del carburante di cui l’Angola, in teoria, è produttore e da aumenti del prezzo dall'energia elettrica. Le proteste hanno preso di mira oltre 90 negozi, fabbriche e aziende cinesi, causando chiusure forzate e danni per milioni di dollari. Tutto pare sia iniziato con le proteste dei tassisti per il caro carburante. In totale, migliaia di manifestanti hanno attaccato zone industriali, accusando i cinesi di monopolizzare il commercio, di sfruttare lavoratori e drenare risorse senza benefici locali. In strada, si vedevano disoccupati, venditori ambulanti e comunità svantaggiate, che vedevano i "commercianti cinesi" come concorrenti sleali, con prezzi stracciati dovuti all’import di prodotti cinesi. Nessun gruppo ha rivendicato esplicitamente gli attacchi anti-cinesi, che sono stati spontanei, ma probabilmente con il supporto delle forze di opposizione. Il governo ha accusato i manifestanti di "xenofobia" e represso con 1.200 arresti. Il bilancio ufficiale del governo parla di almeno 22 morti (inclusi civili e un poliziotto), mentre le stime di ONG e media internazionali arrivano a 29-30 morti, e almeno 200 feriti, molti colpiti da proiettili veri o da gas lacrimogeni. Tutti i morti sono angolani. Gli attacchi miravano a beni cinesi come simbolo economico, ma la violenza è avvenuta tra polizia angolana e manifestanti locali, non contro i cittadini cinesi. La Cina ha condannato le proteste anti-cinesi come atti di "xenofobia e violenza irrazionale", esprimendo preoccupazione per la sicurezza dei suoi circa 300.000 cittadini residenti e chiedendo al governo angolano di garantire protezione. L'ambasciata cinese a Luanda ha emesso avvisi di evacuazione parziale, con migliaia di cinesi che hanno lasciato il paese. Pechino ha anche definito gli attacchi come "provocati da elementi esterni" e ha offerto aiuti per indagini, senza criticare direttamente la repressione angolana. Passiamo all’Asia, con la situazione del Pakistan, che è uno dei paesi che riceve più soldi dalla Cina, dato il finanziamento per il Corridoio Economico Cina-Pakistan, che ha già raggiunto lo scopo di collegare le merci cinesi al mare senza passare per lo stretto di Malacca. “MPLA Nos Solta" di Zé Túbia https://www.youtube.com/watch?v=wr7bLGhy8Io&list=RDwr7bLGhy8Io&start_radio=1 MPLA sarebbe il partito (comunista) che comanda il paese. "MPLA, liberaci" o "MPLA, lasciaci andare" indica un appello per la liberazione dal controllo del potere che non lascia il paese sviluppare Porto di Gwadar, Pakistan La Cina gestisce il porto di Gwadar tramite un'impresa statale che, nel 2015, ha firmato un contratto di concessione di 40 anni per operare il porto e una zona di libero scambio attigua. Pescatori, operai portuali e attivisti baloci lamentavano che le navi cinesi impoveriscono la pesca, che è vitale per i 2/3 dei residenti, a causa dell’uso delle reti a strascico. Le proteste lamentavano anche le poche assunzioni di personale locale al porto, nonostante la disoccupazione. Infine, le proteste lamentavano un dispiegamento massiccio e invasivo di forze armate e misure protettive intorno al porto, che favorisce gli interessi cinesi a scapito dell'accesso della comunità. Per esempio, ci sono barriere fisiche come muri, posti di blocco e checkpoint che limitano l'accesso dei locali alle spiagge e alle aree di pesca, oltre a un grande numero di militari pakistani (circa 14.500) per proteggere i cittadini cinesi e guardie private per salvaguardare i loro investimenti. Nel novembre 2021 un sit-in con decine di migliaia di partecipanti ha bloccato le autostrade verso Karachi. Proteste simili sono poi esplose nel 2022 e sono durate quasi un mese. Nel 2024, forze paramilitari hanno caricato un raduno pacifico, uccidendo 3 attivisti, ferendone 16 e arrestando diverse donne leader. In altri scontri, un soldato è morto e 16 sono rimasti feriti, con l'esercito che ha accusato i manifestanti delle aggressioni. Nel gennaio 2025 ci sono stati 47 giorni di sit-in, terminato con negoziati. La repressione governativa include dispersioni forzate con armi da fuoco, blocchi di social media e detenzioni extragiudiziali, mirate a silenziare il dissenso. La metodologia usata dai manifestanti consiste nel bloccare il flusso delle merci, con accampamenti all'ingresso del porto e nelle strade principali, o nel tenere raduni sulla strada che va al porto. I raduni includono marce di donne con neonati, che è un fatto significativo, visto che la zona è parecchio conservatrice e in genere le donne non si vedono tanto in strada. Non abbiamo trovato specifiche canzoni su questa protesta, ma vi facciamo ascoltare una canzone di satira uscita nel 2011 di satira contro il potere corrotto. Alu Anday di Beghairat Brigade https://www.youtube.com/watch?v=ZEpnwCPgH7g&list=RDZEpnwCPgH7g&start_radio=1 Indonesia e il nickel L'Indonesia ha imposto, dal 2020, un divieto di esportazione del nichel grezzo per obbligare la lavorazione e la raffinazione locale. Questa politica detta di "downstreaming" mira a creare valore aggiunto rispetto al commercio di materie prime. Come sappiamo, tutti i paesi meno sviluppati sono vittima di imprese estrattive rapaci che estraggono e esportano prodotti non raffinati. Imporre la raffinazione locale significa attrarre investimenti e sviluppare un'industria nazionale che si inserisce in un punto più alto delle catene di distribuzione di scala globale, spuntando così prezzi più elevati. L’Indonesia, che ha le maggiori riserve mondiali di nichel, che serve per fare le batterie, è passata dal 6% al 61% della raffinazione di nickel grazie a questa politica. La misura ha generato introiti per quasi 8 miliardi di dollari nel 2024, con investimenti cinesi e sudcoreani. Al 2022, 42.000 cinesi (il 44% del totale dei lavoratori) lavoravano in queste imprese, che si trovano a Morowali e nel parco industriale IMIP, nel Sulawesi Centrale. Queste industrie hanno generato proteste, organizzate principalmente da sindacati locali e da lavoratori indonesiani precari di imprese sottappaltatrici che chiedono sicurezza sul lavoro, aumenti salariali, indennizzi per incidenti, chiusura di fonderie pericolose e che i lavoratori cinesi imparino l'indonesiano. Che dire? Almeno un po’ di indonesiano suvvia. Sia per le proteste del 2023 che per quelle del 2025, la polizia indonesiana ha avviato indagini penali immediate contro i responsabili di atti violenti come vandalismo, incendi di veicoli aziendali e aggressioni. Non abbiamo trovato notizie di arresti di massa. Il governo ha condannato le "azioni anarchiche" e le minacce alla sicurezza, con focus su leader sindacali e partecipanti identificati. Pechino ha mantenuto un basso profilo, lasciando le risposte alle singole aziende che hanno gestito localmente sicurezza, denunce per vandalismo e promesse di miglioramenti. Qualche conclusione su quali sono gli impatti diciamo positivi che la Cina porta Se proviamo ora a tirare le fila, la prima cosa da dire è che nessuno dei casi che abbiamo raccontato è “un’anomalia”. Le proteste contro le infrastrutture cinesi non sono il segno che “la Cina è cattiva” o che il suo modello è intrinsecamente più violento di quello dell’ovest globale. Sono, piuttosto, il segno che, quando arrivano investimenti di scala enorme in territori marginalizzati, le popolazioni locali reagiscono. Reagiscono perché finalmente c’è qualcosa di concreto da negoziare. Ed è qui che emerge una prima differenza importante rispetto agli investimenti dell’ovest globale. Le infrastrutture cinesi, nel bene e nel male, esistono davvero. Le ferrovie funzionano, i porti muovono merci, le miniere producono, le fabbriche aprono. Questo significa che il conflitto non è astratto, non è su un piano di “sviluppo promesso” che non arriva mai, ma su qualcosa di reale. E quindi il conflitto è reale, non su cantieri pilota che poi non costruiscono mai nulla come succede, per esempio, in Val di Susa o a Messina. Molte – non tutte - le proteste che abbiamo citato non chiedono la cancellazione totale dei progetti, ma una loro rinegoziazione: più lavoro locale, salari più alti, compensazioni ambientali, servizi pubblici, sicurezza sul lavoro, accesso alle risorse. In Pakistan, in Indonesia, in Perù, le comunità non stanno necessariamente dicendo “via le infrastrutture”, ma “se queste infrastrutture esistono, allora devono servire anche a migliorare il nostro stile di vita”. Questo è un punto cruciale: la presenza di infrastrutture funzionanti crea margini di rivendicazione che spesso non esistono negli investimenti occidentali più piccoli, frammentati o incompiuti. C’è poi un altro aspetto che raramente viene detto. In molti paesi, la Cina ha finanziato e costruito infrastrutture che nessun altro attore era disposto a finanziare. Questo non rende la Cina “buona”, ma cambia il terreno di gioco. Per la prima volta, alcuni paesi hanno leve materiali per provare a salire di un gradino nelle catene globali del valore, come nel caso dell’Indonesia con il nichel. Anche qui, i conflitti non spariscono, ma si spostano: dalla pura spoliazione, alla lotta su come viene distribuito il valore prodotto. Va detto anche che la “trappola del debito” non funziona sempre come viene raccontata. In diversi casi, quando i progetti falliscono o diventano politicamente insostenibili, la Cina fa un passo indietro, rinegozia, o semplicemente sparisce dalla scena, come in Nicaragua. Questo non è altruismo: è pragmatismo. Ma per i paesi coinvolti significa che esiste uno spazio di manovra che con FMI e Banca Mondiale spesso non c’è mai stato. A causa delle regole imposte dall’FMI, la Banca Mondiale semplicemente non ha lo spazio per finanziare progetti così ambiziosi. Infine, forse il punto più importante per chi ascolta da qui. Nella sociologia e negli studi urbani si parla di interdipendenze sociali ed infrastrutturali: le infrastrutture non servono solamente a muovere merci o persone, ma sono integrate nella vita sociale stessa e condizionano reti di potere, accesso alle risorse e possibilità di partecipazione politica delle comunità. Ogni ferrovia, porto o miniera è un campo di battaglia sociale. La differenza è che, in molti casi, le infrastrutture cinesi rendono questo campo di battaglia visibile, concreto, negoziabile. E dove c’è conflitto aperto, c’è anche la possibilità di organizzazione, di alleanze, di risultati parziali ma reali. Questa cosa non va pensata come se fosse un inutile ferrovia verso la Francia, le condizioni non sono le stesse. Ossia, è davvero meglio essere poverissimi e isolati sulle montagne a due giorni di macchina da tutto, o combattere perchè una ferrovia ci sia utile a migliorare le nostre condizioni di vita? Questa non è una difesa della Cina. È la constatazione che, oggi, per milioni di persone, il problema non è scegliere tra Cina e occidente, ma come strappare spazio, diritti e reddito dentro processi di sviluppo che, comunque, stanno arrivando, e non portati dall’occidente. E su questo terreno, paradossalmente, avere qualcosa che funziona è già una condizione per poter lottare. Stacchetto sulle contraddizioni occidentali direttamente da Reggio Emilia con Offlaga Disco Pax – Robespierre https://www.youtube.com/watch?v=rCBHtER91yk Qualche conclusione sul punto di vista occidentale sugli investimenti cinesi Riprendiamo ora quei quattro passaggi che i media occidentali ripetono quasi meccanicamente ogni volta che si parla di investimenti cinesi, perché messi in fila così per come vengono raccontati producono una narrazione coerente, ma non necessariamente vera. Primo: il capitale, anche quando formalmente privato, sarebbe in realtà legato allo Stato cinese, quindi al Partito Comunista, tramite la BRI. Questo punto descrive banalmente il funzionamento del capitalismo cinese. In Cina, il confine tra pubblico e privato è poroso, ma non più opaco di quanto sia in occidente il rapporto tra grandi multinazionali, governi e istituzioni finanziarie. Exxon, Total, ENI o Glencore non sono meno politiche, solo perché formalmente private. La differenza è che l’occidente presenta i propri investimenti come neutri e di mercato, mentre quelli cinesi vengono letti immediatamente come geopolitici. Ma entrambi lo sono. Le condizioni cinesi sono marcate da debito eccessivo. Le condizioni occidentali sono marcate da “imposizione della democrazia”. È davvero meglio? Ha funzionato da qualche parte? Secondo: “la Cina si porta i lavoratori”. Anche qui la semplificazione funziona mediaticamente, ma regge poco all’analisi. Portare lavoratori dalla Cina è costoso, complesso e logisticamente inefficiente. Nella maggior parte dei casi, i lavoratori cinesi coprono ruoli tecnici, di avviamento e di gestione, mentre la manodopera non specializzata è locale. Il punto reale non è la presenza di lavoratori cinesi, ma la struttura dei contratti di lavoro, i salari e la sicurezza. Questioni che esistono identiche nei cantieri occidentali, solo che lì vengono meno raccontate come “invasione straniera” e qui come “normali dinamiche di mercato”. E in ogni caso, la quantità di lavoratori cinesi che la Cina si porta viene negoziata con il governo che prende il prestito, e quindi se il governo è disponibile a pagare questa manodopera cinese non specializzata perché sa di non avere la capacità di fare una ferrovia, chi siamo noi per criticarli? Terzo: la Cina si prenderebbe pezzi di paese, sottraendoli alla sovranità nazionale. Porti, miniere, zone economiche speciali vengono descritti come territori colonizzati. Ma, anche qui, il paragone con l’occidente è selettivo. Concessioni pluridecennali, arbitrati internazionali, privatizzazioni forzate e perdita di controllo pubblico sono stati per decenni strumenti centrali delle politiche di aggiustamento strutturale occidentali come quelle dell’FMI. La differenza è che i media occidentali rendono questa dinamica cinese più visibile, più concentrata su specifici articoli che criticano costantemente la Cina e, quindi, questo modo di agire cinese diventa più contestabile politicamente per noi che leggiamo i giornali e li capiamo. Perfino i radioascoltatori e le radioascoltatrici ci cascano. Bisogna stare attente. Non a caso, molte proteste chiedono più controllo pubblico nazionale, meno corruzione, chiedono cose specifiche, non chiedono il ritorno dell’FMI. Quarto: i progetti sarebbero troppo costosi rispetto al loro ritorno economico e servirebbero solo a indebitare i paesi. Ma questa critica presuppone un’idea di sviluppo estremamente riduttiva, in cui un’infrastruttura deve “ripagarsi” immediatamente. Ferrovie, porti e reti elettriche raramente sono redditizie nel breve periodo; servono a cambiare la struttura economica di un paese nel lungo periodo. L’occidente lo sa benissimo, ma applica questo principio solo a se stesso. Noi, su questo discorso di ripagare le infrastrutture, siamo perfino giunte a una conclusione non supportata da nessun dato scientifico. Noi pensiamo che i modelli che vengono usati per stabilire la redditività di queste infrastrutture trasformative dell’intero sistema economico di un paese, come quelle che fa la Cina, siano sbagliati oppure, per dirla meglio, non adatti alla scala della trasformazione. Per esempio, il Laos era un paese senza sbocco al mare incastonato fra le montagne, e adesso, con un semplice treno, è un nodo di scambio commerciale fra due paesi parecchio potenti, Cina e Tailandia. Come facciano gli economisti statunitensi a dire che per questa cosa non valesse la pena di spendere 9 miliardi, è imperscrutabile. Mettendo insieme questi quattro punti, la “diplomazia della trappola del debito” appare meno come un dato oggettivo e più come una cornice ideologica. Serve a riaffermare un monopolio dell’ovest globale su cosa sia sviluppo legittimo e cosa no. Peccato che la Cina stia già portando quello sviluppo che l'occidente si è sempre rifutato di portare. STACCHETTO Clausole di salvaguardia In questa trasmissione abbiamo dato parecchie cose per scontate. Se volete sapere la storia di come la Cina vuole la torta economica sempre più grande, andatevi a cercare la trasmissione del 17 luglio 2025. Se volete sapere come la Cina presta in cambio di petrolio, andatevi a cercare la trasmissione del 20 novembre 2025. Ormai ci autocitiamo. Durante la preparazione di questa trasmissione ci siamo rese conto che vale la pena approfondire a parte la situazione di alcuni paesi dove i media non sono liberi, come per esempio Myanmar, Cambogia, Laos e Vietnam, e in parte Tailandia. Ci ripromettiamo una trasmissione su questo. Ci siamo anche rese conto che in Indonesia la raffinazione del nichel è principalmente "di base", ossia che cattura un po’ di valore aggiunto ma resta intermedia e poco specializzata rispetto alla raffinazione high-end, che avviene prevalentemente in Cina o Corea. Questo significa che per quanto un paese si voglia industrializzare, non è così semplice come sembra. *Mekong, geopolitica e realtà In Asia, parecchie città hanno forti fenomeni di subsidenza. Giacarta in Indonesia sprofonda diversi centimetri l’anno e il governo sta già costruendo una nuova capitale, Nusantara.​ In Cina, Shanghai ha forti problemi di subsidenza e Tianjin sprofonda di addirittura di 19 cm all’anno. E poi altre città con lo stesso problema sono Bangkok in Tailandia, Dacca in Bangladesh, Manila nelle Filippine, Ho Chi Minh City in Vietnam, e così via. Ma cosa è la subsidenza? La subsidenza è un lento e progressivo abbassamento verticale della superficie del terreno. Può essere dovuto a cause naturali, come compattazione di sedimenti o movimenti tettonici ma, in realtà, in Asia è per lo più dovuto a cause antropiche, come l’estrazione di acqua, petrolio o gas dal sottosuolo, ossia a un uso del suolo insostenibile. In pratica, significa che il suolo “sprofonda” impercettibilmente nel tempo, con conseguenze importanti per infrastrutture, edifici e aree costiere esposte a inondazioni. In questa trasmissione parleremo di un caso di subsidenza che è diventato un esempio di conflitto geopolitico fra est e ovest: la subsidenza del delta del Mekong. Il Delta del Mekong è enorme e si trova nel sud del Vietnam, dove il fiume, dopo aver attraversato Tibet, Cina, Laos, Thailandia e Cambogia, si divide in numerosi bracci e sfocia nel Mar Cinese Meridionale. È una pianura bassa, quasi una palude, fertile e piena di risaie e di acquacoltura, dove vivono decine di milioni di persone. La regione è attraversata da un fitto reticolo di canali, isole e acquitrini, ed è esposta ad alluvioni, salinizzazione e, appunto, subsidenza. La zona è bella e quindi attrae un sacco turismo perché offre un mix unico di natura, cultura e vita quotidiana sull’acqua. I turisti vengono attratti dai mercati galleggianti di Can Tho, dai villaggi di risaie e frutteti, e dai giri in barca lungo i canali, che danno un’idea autentica del Vietnam rurale. In più, la zona abbonda di pagode, santuari, mangrovie e parchi naturali. Inoltre è di facile accesso, trovandosi a poca distanza da Ho Chi Minh City e dal sentiero di Ho Chi Min dove i turisti possono visitare i siti della guerra del Vietnam. Il tutto, rende questo luogo famoso nel mondo e ideale per il turismo. Ma in realtà il delta del Mekong non è solo risaie e paludi. Ci sono zone industriali e centri urbani, fabbriche agro‑alimentari per la lavorazione di riso e pesce, piantagioni, cantieri navali, centrali termoelettriche, industria della plastica e dei materiali da costruzione. Can Tho, con due milioni di abitanti, è il “centro economico” dove si concentrano settore terziario e industrie. In questa trasmissione proveremo a vedere il Delta del Mekong e la sua subsidenza dal punto di vista della narrazione geopolitica nei media dell’ovest globale, e a comparare questa narrazione con la realtà. Per prima cosa, osserveremo quale era la narrazione geopolitica dominante fino a quando gli Stati Uniti erano, per così dire, democratici, ossia fino ad un anno fa, prima del Trump2. Poi vorremmo analizzare come, dopo che gli Stati Uniti hanno smesso di finanziare la narrazione anticinese, immediatamente, la storia raccontata dai media è cambiata e a cercare di capire come è cambiata. Poi descriveremo la materialità del fenomeno di subsidenza nella vita delle persone e, infine, diremo quali sono i problemi veri e quali le soluzioni e, in questa parte, la trasmissione diventerà un po’ tecnica. Nomadi – Il Fiume https://www.youtube.com/watch?v=JTgiTFgyllI LA NARRAZIONE DOMINANTE NEI MEDIA STATUNITENSI Negli ultimi dieci-quindici anni, prima di Trump2 appunto, chi segue i grandi media statunitensi si è imbattuto spesso in una storia che viene raccontata più o meno sempre allo stesso modo. È la storia del fiume Mekong, della sua crisi ambientale e della sua progressiva subsidenza, spiegata attraverso una chiave di lettura molto precisa: la colpa principale sarebbe delle dighe cinesi. Secondo questa narrazione, la Cina, costruendo grandi dighe nel tratto superiore del Mekong – che in Cina si chiama Lancang – avrebbe alterato il flusso naturale del fiume, trattenendo l’acqua durante le stagioni secche, bloccando i sedimenti e provocando una catena di effetti devastanti per i Paesi a valle: Laos, Thailandia, Cambogia e Vietnam. In questo racconto, la Cina appariva come un attore opaco, potente, che usava l’acqua come leva geopolitica verso i paesi che considerava vassalli. È una narrazione che ha avuto enorme successo mediatico, perché è semplice, drammatica e politicamente leggibile. C’è un responsabile chiaro, c’è una vittima collettiva e c’è uno sfondo geopolitico che si inserisce perfettamente nel più ampio conflitto narrativo tra Stati Uniti e Cina. Ma il problema non è che questa narrazione sia completamente falsa, anzi come spiegheremo le dighe cinesi sono ovviamente parte del problema. Il problema invece è che è parziale, selettiva, e spesso presentata come se fosse l’unica spiegazione possibile. Ma come funziona questa narrazione? Primo: le dighe cinesi vengono presentate come la causa centrale della subsidenza, spesso senza distinguere tra effetti delle dighe e effetti della stagione delle pioggie sul flusso stagionale dell’acqua, sulla sedimentazione e sulla subsidenza vera e propria. Fenomeni diversi vengono fusi in un unico racconto lineare: la Cina costruisce dighe, il Mekong muore. Secondo: i fattori locali e regionali – come l’estrazione massiccia di acqua sotterranea nel delta, l’estrazione di sabbia per l'edilizia, l’agricoltura intensiva, l’urbanizzazione rapida - vengono relegati a dettagli secondari. Eppure, gli studi scientifici indicano che la subsidenza è guidata in larga parte da questi fattori locali, soprattutto dall’uso incontrollato delle falde acquifere, e infatti non è un fenomeno che riguarda solo le zone costiere o raggiunte da fiumi con molte dighe, come è dimostrato dalla lista di città che abbiamo fatto prima. Terzo: la realtà scientifica viene spesso filtrata attraverso think tank e istituti di ricerca con sede negli Stati Uniti, che svolgono un ruolo centrale nel tradurre la scienza in un messaggio semplice, tecnicamente superficiale ma politico e mediatico. Non è un caso che alcuni degli studi più citati nei media non siano articoli peer-reviewed, ossia non siano articoli scientifici. Il ruolo dei think tank e dei “report chiave” Un esempio emblematico è il “report chiave” Eyes on Earth dello Stimson Center. Questi report, molto citati dai media americani e poi globali, ha sostenuto che le dighe cinesi del Mekong avrebbero trattenuto grandi quantità d’acqua durante periodi di siccità, aggravando le condizioni delle popolazioni a valle. Questo lavoro, drammaticamente semplicistico nelle sue conclusioni, è uscito verso il 2020 e si basava su modellizzazioni sbrigative, fatte sulle base di database globali incompleti, ma è stato rivenduto come una realtà. Questo e altri (per così dire) studi hanno avuto un impatto enorme sul discorso pubblico, perché sono stati presentati come “report chiave” o per così dire “prove scientifiche” definitive. In realtà, molti idrologi hanno fatto notare che si trattava di analisi indirette, basate su dati satellitari incompleti, che non usavano misurazioni sul territorio, e su modelli matematici che avevano margini di incertezza elevati. I governi della zona si sono affrettati a dire che il report non considerava altri problemi, come le siccità e il cambio climatico. Eppure, nei media mainstream, queste distinzioni sono emerse di rado. Il messaggio che arriva al pubblico è netto: la Cina controlla il Mekong, e questo controllo è la causa principale della crisi. Angelo Branduardi - Rifluisce Il Fiume https://www.youtube.com/watch?v=blXvc7UZHyM Competizione geopolitica e ambiente Questa narrazione non nasce nel vuoto. Si inserisce in un contesto più ampio, che diversi sociologi e studiosi critici hanno analizzato da tempo: quello in cui l’ambiente diventa uno spazio di competizione geopolitica e il linguaggio ecologico viene usato per legittimare rapporti di potere. Da anni i media statunitensi raccontano la Cina come una potenza autoritaria, espansiva, opaca, poco responsabile dal punto di vista ambientale. Che lo sia o non lo sia, non è il punto di questa trasmissione. Il Mekong è stato fatto diventare un caso esemplare, una metafora perfetta: un grande fiume, una potenza a monte, paesi più poveri a valle. Tutti gli elementi per una storia semplice e moralmente leggibile. Lo spatial fix Qui entra in gioco quello che gli studi marxisti definiscono “spatial fix”: la tendenza del capitalismo e delle potenze dominanti a spostare le contraddizioni – sociali, ecologiche, economiche – su uno spazio esterno, su un altro attore, su un “altrove” facilmente identificabile. Il termine "spatial fix", coniato dal geografo marxista David Harvey, descrive la tendenza del capitalismo a risolvere temporaneamente le sue crisi attraverso l'espansione nello spazio, come investimenti in nuove aree geografiche o infrastrutture per assorbire surplus di capitale. È una "soluzione" (un fix) che sposta il capitale in altri luoghi fisici, ritardando ma non eliminando i problemi strutturali del luogo da cui il capitale ha origine. Insomma, una forma di sfruttamento coloniale senza dominio politico-militare su popoli. In questo caso, le contraddizioni dello sviluppo estrattivo e agricolo nel Sud-Est asiatico vengono proiettate verso monte, sulle dighe cinesi. Il fiume, in questo racconto, non è più un ecosistema complesso, attraversato da decenni di politiche di sviluppo, ma diventa un campo di battaglia simbolico. Da una parte la Cina, che costruisce infrastrutture senza consultare i paesi a valle; dall’altra i Paesi del Sud-Est asiatico, rappresentati come passivi, vulnerabili, quasi senza opinione o messi alle strette dal nemico potente a nord; sullo sfondo, gli Stati Uniti che si presentano come osservatori preoccupati e difensori dell’“ordine basato su regole” creato a Bretton Wood e che la Cina non rispetta. Questo schema include la costruzione della Cina come l’“altro”: una narrazione in cui un attore viene sistematicamente rappresentato come irresponsabile, opaco, pericoloso, mentre il punto di vista occidentale appare neutrale, razionale, universale. Depoliticizzazione e ri-politicizzazione Allo stesso tempo, come spiegano gli studiosi di ecologia politica come per esempio Paul Robbins, i conflitti ambientali vengono depoliticizzati a livello locale e ri-politicizzati a livello globale. Cosa significa? Questa distinzione è rilevante per gli ascoltatori e le ascoltatrici di ROR, è un po’ complicata ma ci riguarda da vicino perché succede un po’ anche ai movimenti. Quando gli studiosi di ecologia politica dicono che i conflitti ambientali vengono “depoliticizzati a livello locale”, non intendono semplicemente dire che vengano ignorati o necessariamente repressi (anche se si, vengono repressi). Intendono qualcosa di più sottile e più efficace: il conflitto perde il suo carattere politico, cioè smette di essere raccontato come il risultato di decisioni di potere, scelte economiche precise, rapporti di forza tra gruppi sociali. A livello locale, il problema ambientale viene spesso presentato come una questione tecnica o naturale. Si dice che manca una buona gestione delle risorse, che serve più efficienza, più pianificazione, più competenze, che il governo non ha fatto ciò che doveva, insomma discussioni generiche. In questo modo il discorso si sposta sul terreno degli esperti, dei tecnici, degli ingegneri, e spariscono le domande fondamentali: chi ha deciso quel modello di sviluppo? Chi ne trae profitto? Chi paga i costi ambientali? Quando il problema diventa tecnico, non è più politico, e quindi non è più oggetto di conflitto. Un altro modo in cui avviene la depoliticizzazione è la dissoluzione delle responsabilità. La crisi ambientale viene attribuita a fattori generici: la crescita della popolazione, l’uso eccessivo delle risorse, le cattive abitudini. Tutti sono coinvolti, tutti sono un po’ responsabili, e proprio per questo nessuno lo è davvero. Insomma, come quando ci dicono che basta spegnere la luce uscendo di casa per far sparire il cambio climatico. Spariscono le differenze tra chi decide, chi guadagna e chi subisce le conseguenze. Il conflitto sociale viene appiattito in un problema collettivo indistinto. In questo quadro, anche le proteste locali perché non c’è abbastanza acqua nel Mekong perdono forza politica. Non vengono lette come espressione di un conflitto strutturale, ma come disagio sociale, come tensione comunitaria, a volte come problema di ordine pubblico. Gli attivisti e le attiviste possono essere descritti come radicali, estremisti, ideologizzati, talvolta come “anarchici”, qui da noi o nel sud est asiatico si tratta di “ONG politicizzate”. Ma il punto è che le ragioni profonde della protesta vengono rimosse. Non si parla più di terra, di lavoro, di accesso alle risorse, di disuguaglianze di potere. Spesso, inoltre, il conflitto viene ridotto a un problema locale, circoscritto, quasi accidentale. Diventa “un caso”, “una situazione specifica”, “una crisi territoriale”. Così si perde il legame con i modelli economici più ampi, con le politiche nazionali e internazionali, con le scelte di sviluppo che hanno prodotto quella situazione. La crisi ambientale appare come una sfortuna geografica, non come il risultato di un sistema. Nella fattispecie, nel caso del Mekong si perde contatto con la realtà di un fiume sempre più intensamente sfruttato da mille diversi processi produttivi da paesi si stanno sviluppando a velocità fantasmagoriche. Ed è qui che avviene il passaggio decisivo. Quello stesso conflitto che a livello locale viene svuotato di politica, viene improvvisamente rinarrato come politico a livello globale, ma in una forma completamente diversa. Non più come conflitto sociale o economico, bensì come questione geopolitica. Non più comunità contro imprese o contadini contro Stato, ma Stati contro Stati, potenze contro potenze. Nel caso del Mekong, questo meccanismo è chiarissimo. La subsidenza del delta, che è legata a decenni di estrazione di acqua sotterranea e sabbia del letto del fiume, agricoltura intensiva, politiche di sviluppo orientate all’export, smette di essere raccontata come il risultato di scelte locali e regionali. Diventa invece una storia di controllo dell’acqua, di rivalità strategica, di Cina contro il resto del Sud-Est asiatico, o di Cina contro la cosiddetta comunità internazionale. Questo spostamento è potente perché risolve molte contraddizioni. Da un lato, solleva dalle responsabilità le élite locali e i modelli di capitalismo dominanti nella zona. Dall’altro, costruisce un nemico esterno chiaro, riconoscibile, coerente con i grandi racconti geopolitici già presenti nei media occidentali. Come direbbe Gramsci, il conflitto viene ricodificato in una forma che rafforza l’egemonia, invece di metterla in discussione. Così il fiume Mekong smette di essere il luogo di una storia sociale, fatta di lavoro, sfruttamento, sviluppo diseguale e decisioni politiche e diventa una storia più semplice da raccontare, più utile sul piano geopolitico, ma molto meno efficace per capire davvero perché la terra sprofonda e chi ne paga il prezzo. In altre parole: è più facile raccontare il problema come il risultato delle dighe di una superpotenza straniera che come il frutto di scelte economiche fatte da governi locali, élite agrarie, imprese internazionali e istituzioni di sviluppo. COME CAMBIA LA GEOPOLITICA NEL TRUMP2? Allora, come abbiamo detto, un grande lavorio prima del Trump2 era stato fatto da questo Stimson Center, con fondi da fondazioni filantropiche e soprattutto dagli Stati Uniti, ma anche da governi asitatici. A questo punto, noi ci siamo chieste: ma cosa è successo nell’ultimo anno, dopo che gli USA hanno definanziato tutto il complesso massmediatico occidentale? Se volete saperne di più su questo taglio di fondi al sistema massmediatico, andatevi a sentire la puntata di Da Roma a Bangkok sul complesso disinformativo industriale USA del 12 giugno 2025. Quello che abbiamo scoperto rispetto al dopo è abbastanza sorprendente. Nei media generali la narrazione si è spostata; adesso si parla moo meno di Cina. Invece, la subsidenza del Delta del Mekong viene descritta nella cornice più ampia dell’innalzamento globale del livello del mare, con citazioni di scenari catastrofici come “quasi tutto il delta sommerso” entro fine secolo. Ovviamente non è che non sia vero che il livello del mare si sta alzando. Ma, senza una guida politica precisa, i media adesso hanno ridotto la subsidenza del Mekong all’osso, dando una spiegazione talmente semplicistica da essere quasi falsa: si chiama subsidenza, vuole dire che il suolo si abbassa, non che il mare si alza. Prima il Mekong era un caso geopolitico preciso. Oggi, senza una regia politica chiara, diventa un episodio generico della crisi climatica globale. Non c’è più il colpevole identificabile, non c’è più il conflitto tra modelli di sviluppo, non c’è più la dimensione del potere. Politicamente, questo è tutt’altro che neutro. Perché se la crisi è “naturale” e globale, allora nessuno è responsabile in particolare. Resta solo l’emergenza, che giustifica interventi tecnici, soluzioni di mercato, grandi progetti di adattamento finanziati dall’alto. Insomma nei media occidentali c’è un vuoto politico, in cui la crisi ambientale continua, ma senza più neanche un linguaggio per nominarne le cause. Questo la dice lunga sui giornalisti oggi… MA PASSIAMO A DESCRIVERE UN PO' DI REALTA' PER COME VIENE RACCONTANTA DAGLI ABITANTI E DALLE ABITANTI DEL DELTA Ovviamente è vero che il delta del Mekong sta vivendo cambiamenti profondi. Questo territorio, che fornisce più della metà del riso consumato in Vietnam e gran parte di frutta, verdura e prodotti dell’acquacoltura, storicamente era un mosaico di risaie verdi, canali d’acqua e mercati galleggianti. Oggi, quella stessa terra racconta un’altra storia. In molte comunità agricole, i campi di riso non producono più abbastanza. La salinizzazione dovuta all’intrusione marina durante la stagione secca, ha reso alcuni terreni inadatti alla coltivazione del riso. Questo fenomeno non è più un’ipotesi futura: molti contadini devono diminuire il numero di raccolti di riso annuali da tre a due, poi da due a uno, perché il suolo “brucia” per via del sale. I contadini, poi, semplicemente, smettono di coltivare il riso perché le spese sono più alte dei benefici. Da qui nasce un altro cambiamento: pressoché ovunque, i contadini e le contadine stanno trasformando il loro modo di vivere. In molte zone hanno cominciato a testare colture più resistenti alla salinità. In molte aree si è affermato un modello ibrido dove ai periodi di coltivazione del riso in stagione umida si alterna l’allevamento di gamberi durante la stagione secca, quando l’acqua è salata e inadatta alla coltivazione tradizionale. Questo ha permesso ad alcune famiglie che avevano i soldi per mettere in pratica questo cambiamento di sopravvivere economicamente; ma neanche questa è una soluzione perfetta. L’allevamento intensivo di gamberi richiede tecniche e investimenti alti, i gamberi si ammalano perché gli allevamenti sono intensivi, e quindi c’è un grande uso di antibiotici e prodotti chimici che contaminano l’ambiente. In sostanza, la vita quotidiana nel bacino del Mekong non è più quella di una volta. La produzione agricola si contrae, la salinizzazione avanza, i modelli di sussistenza si modificano e, con essi, il tessuto culturale di intere comunità. Dove c’erano risaie che nutrivano milioni di persone, oggi ci sono nuovi stagni di acquacoltura, nuovi campi di frutta e nuovi problemi che richiedono risposte, sia tecniche che sociali, mentre chi vive nel Delta del Mekong cerca di mantenere la propria identità. In sostanza, il passaggio dal riso al pesce, la salinizzazione, sono fratture economiche e simboliche. Per molte comunità, significa perdere la possibilità di continuare a vivere come hanno sempre vissuto, una perdita di diritto alla continuità culturale. La popolazione è costretta a cambiare stile di vita per sopravvivere. Facciamo una nota qui. In realtà, nel sud est asiatico, con la popolazione che invecchia e i giovani che vanno a lavorare nelle zone urbane, il riso non era già più uno stile di vita redditizio. Sebbene non abbiamo trovato studi chiari su questo, una nota dolente è che la vita rurale, nel sud est asiatico, continua perché i giovani che lavorano nelle zone urbane finanziano i loro genitori che continuano a perdere soldi coltivando riso che non rende più nulla. Magari un giorno su questo ci faremo una trasmissione apposita. CAUSE REALI Quali sono le cause reali della subsidenza del Delta del Mekon? Adesso vi preavvisiamo che la trasmissione potrebbe diventare un po’ pallosa e tecnica, ma bisogna pur parlare di realtà. Il cambio climatico ovviamente è davvero un problema, non solo per l'innalzamento del livello del mare, ma anche per la siccità prolungata, che fa si che la subsidenza sia ancora più evidente perchè il suolo, come una spugna, se non piove, si abbassa ancora di più. Oltre a questo, le pioggie sono diventate più intense, e quindi l'acqua riesce a infiltrarsi meno di prima nel suolo, e quindi scorre via velocemente, senza andare ad alimentare le falde acquifere. Anche le dighe in effetti sono un problema, ma non solo cinesi e non solo le dighe Prima di tutto bisogna dire che sì, è vero, le undici (11) grandi dighe costruite in Cina sul corso superiore del Mekong estraggono una quantità di acqua che supera di gran lunga la portata naturale del fiume in alcune stagioni dell’anno e quindi sono un problema. Questi impianti alterano il regime stagionale delle acque, trattenendo grandi volumi in periodo umido e rilasciandoli secondo esigenze di produzione elettrica, con la conseguenza che, nei mesi di piena, il flusso a valle è ridotto e, nei mesi secchi, può risultare artificiosamente variabile, condizionando l’ecosistema, la disponibilità di sedimenti e l’irrigazione nei paesi a valle. Quindi si, la Cina ha parecchie responsabilità. Si dice che la Cina “apre e chiude” la dighe senza preavvisare, e quindi i contadini non hanno modo di sapere quando i loro campi lungo i fiumi riceveranno acqua. Poi, l’acqua del fiume, per via delle dighe, non ha sedimenti, ossia non ha più il limo che rende fertile la terra, quello che abbiamo studiato tutti a scuola per l’Egitto, e quindi i campi sono meno fertili. Oltre alla Cina però delle responsabilità le ha anche il Laos, a causa della costruzione di due grandi dighe sul Mekong e di circa 100 dighe sugli affluenti del Mekong, a causa della strategia governativa di diventare la “batteria dell’sud est asiatico” esportando elettricità a Thailandia e Vietnam. Ovviamente molte delle dighe più piccole in Laos sono a capitale cinese, ma c’è una sorpresa: la maggior parte delle 4 grandi dighe già in funzione o in costruzione lungo il corso del Mekong sono invece a capitale tailandese. La grande diga di Xayaburi, ad esempio, già in funzione, è stata finanziata e costruita principalmente con capitale tailandese: il progetto è stato realizzato da una società di costruzioni thailandese, con investimenti e prestiti da banche tailandesi e con una partecipazione dello stato laotiano. La maggior parte dell’energia prodotta da Xayaburi è destinata alla Thailandia, che ne acquista circa il 95 % tramite la sua utility elettrica statale. La diga in costruzione di Pak Beng è a capitale tailandese, anche se con supporto tecnico cinese. La diga di Pak Lay è a capitale laotiano con sostegno tailandese, mentre la costruzione è affidata a ditte laotiane con sostegno cinese. Per la diga di Dron Sahong abbiamo trovato informazioni contrastanti quindi, boh, pare sia stata fatta con capitali cinesi e sviluppata con la partecipazione di una compagnia malese, e progetti più piccoli o in fase di pianificazione vedono insieme imprese thailandesi, cinesi, vietnamite e altre. Tutte queste dighe alterano profondamente il regime delle acque: bloccano o ritardano i flussi stagionali, riducono il trasporto di sedimenti e frammentano le rotte migratorie dei pesci, minacciando la pesca di sussistenza; gli effetti si sentono anche a valle, nel Delta del Mekong. Le valutazioni d’impatto ambientale sono spesso incomplete e non considerano gli effetti cumulativi transnazionali, mentre le comunità locali hanno poco potere decisionale. Oltre agli impatti ecologici, gran parte dell’energia prodotta viene esportata, e le popolazioni locali possono avere accesso limitato all’elettricità. Però resta il fatto che le grandi dighe non sono solo cinesi, la narrativa delle dighe cinesi, semplicemente, è falsa. Se volete capire in maniera visiva cosa significa la distruzione del Mekong, in realtà è bene visitare Vientiane, la capitale del Laos, dove il fiume da 800 metri di larghezza è diventato di circa 100, e adesso praticamente si può nuotare fino alla Tailandia. Se volete saperne di più della geopolitica delle dighe e dell’elettricità della Tailandia andatevi a sentire la trasmissione Da Roma a Bangkok del 12 giugno 2025, intitolata ipermodernismo e natura. Resta da dire che non sono solo dighe. Recentemente, la Cambogia ha deciso di costruire un canale navigabile che va dalla capitale al mare, in modo da saltare i dazi che attualmente paga al Vietnam per attraversarlo fino al mare con le proprie merci. Il canale sarà costruito dalla Cina, con un prestito cinese. Francesco Guccini - Acque https://www.youtube.com/watch?v=0UoHBJ0DnMY CAUSE LOCALI Le cause locali della subsidenza Ma parliamo invece di quali sono le cause locali della subsidenza del Delta del Mekong, che appaiono come le più rilevanti. Uno studio pubblicato su Science of the Total Environment nel 2018 analizza la relazione tra uso del suolo e subsidenza nel Delta del Mekong. Il risultato è chiaro: dove l’intervento umano è più intenso, il suolo sprofonda più velocemente. Nelle zone umide naturali e nelle foreste alluvionali, la subsidenza è relativamente contenuta, mentre nelle aree agricole intensive e urbanizzate può superare i 18–20 millimetri all’anno. Parliamo di numeri enormi, soprattutto in una regione già minacciata dall’innalzamento del livello del mare. Le cause locali sono semplici e chiare. Quello che emerge non è solo un problema tecnico o geologico, ma un conflitto sociale e politico. L’agricoltura intensiva, l’espansione urbana, l’estrazione della sabbia per costruzioni dal letto del fiume, l’estrazione di acqua dalle falde per sostenere fabbriche e produzioni orientate al mercato globale hanno alterato profondamente l’equilibrio idrologico del delta. Il terreno si compatta, le falde si svuotano, il suolo perde la sua capacità di rigenerarsi. È un esempio perfetto di quello che Marx chiamava “frattura metabolica”: la rottura del metabolismo tra società e natura prodotta dal capitalismo. Lo studio mostra anche un aspetto fondamentale: non conta solo l’uso attuale del suolo, ma la sua storia. Le trasformazioni avvenute decenni fa continuano a produrre effetti oggi. Questo ci ricorda che la crisi ecologica è un processo storico, non un’emergenza improvvisa. Questo studio ci dice una cosa semplice ma in un certo modo radicale, letta con la lente di radio onda rossa: non esistono soluzioni puramente tecniche alla crisi ecologica. Finché il territorio sarà organizzato in funzione del profitto e non dei bisogni sociali, continueremo a vedere fiumi che sprofondano, terre che affondano e popolazioni che vengono sacrificate. La lotta ecologica, come ci insegna il pensiero marxista, è inseparabile dalla lotta contro il modello di sviluppo capitalistico. Quindi insomma la Cina c’entra, ma poco. Come direbbe Antonio Gramsci, manca il “nemico esterno” capace di unificare il racconto. Non c’è un antagonista chiaro, non c’è uno scontro tra blocchi di potere, non c’è una grande potenza da chiamare in causa. Ci sono invece responsabilità diffuse, strutturali, che attraversano modelli di sviluppo sostenuti anche da attori occidentali, banche internazionali, agenzie di cooperazione ma anche da contadini e piccoli imprenditori che continuano a sfruttare il suolo in maniera non sostenibile. Nel sistema-mondo capitalistico le crisi ecologiche non sono incidenti, ma prodotti normali di un modello di accumulazione, e non possono essere spiegate indicando un solo colpevole. LE SOLUZIONI Esistono delle soluzioni semplici? In breve, no. Ma siccome volevamo parlare anche di soluzioni tecniche realistiche nell’oggi, ci siamo addirittura buttate su Google Scholar e abbiamo trovato un articolo di Geography and Sustainability del 2025. Questo articolo fornisce soluzioni davvero realmente basilari e pratiche da applicare immediatamente. La prima e più importante è semplice: estrarre meno acqua dal sottosuolo. Semplice no? Vabbè pare semplicistico, ma l’articolo propone di imporre tasse ad aliquote progressive per chi usa troppa acqua. E propone anche di usare meglio l’acqua piovana o di superficie. Poi suggerisce di fare campagne di informazione affinché la gente usi meno acqua. Insomma queste sono soluzioni che in Europa sono applicate ovunque e sono normali da decenni, quindi sono soluzioni diciamo riformiste ma ci paiono per lo meno adeguate ad iniziare ad affrontare il problema. Poi l’articolo cita il fatto che il governo non ha messo su un buon sistema di monitoraggio e invece sarebbe importante capire meglio cosa succede e avere dati, e che i dati devono essere messi in un sistema unico così che le autorità possano far rispettare le regole. In breve, anche se grandi fenomeni globali come l’innalzamento del mare richiedono sforzi globali, l’articolo evidenzia azioni semplici che intanto possono fare una differenza. Brevi conclusioni Chiudendo questa puntata sul Delta del Mekong, resta chiaro che la subsidenza è colpa del modello stesso di sviluppo dominante nel sud est asiatico. Ovunque guardiamo – Vietnam, Laos, Thailandia, Cina, ma anche le città di tutta l’Asia– vediamo estrazione massiccia di acqua, agricoltura intensiva o per lo meno non sostenibile, urbanizzazione rapida, industrie che occupano e sfruttano indiscriminatamente il territorio. Tutti contribuiscono, tutti sfruttano, tutti traggono profitto. La crisi ambientale è dunque un prodotto diffuso e strutturale, non un incidente geografico del Mekong. Le popolazioni locali sfruttano anche loro il sistema, godono dello sviluppo economico esponenziale, ma sono anche quelle che pagano il prezzo economico e culturale, adattandosi come possono, mentre le élite e il capitale continuano a muoversi secondo la logica dell’accumulazione. E allora ci sono i media occidentali, che dovrebbero raccontare queste dinamiche, ma spesso si rivelano incompetenti. Prima costruivano narrazioni semplicistiche e geopolitiche, accusando la Cina di ogni male e trascurando cause locali. Poi, senza guida politica, passano a un generico allarme climatico, senza capire chi fa cosa e perché. Il risultato? Informazione scollegata dalla realtà, che depoliticizza i conflitti locali, rimuove le responsabilità e trasforma la lotta concreta per il territorio in un racconto vago, drammatico ma inutile. Clausole di salvaguardia Le fonti di questa trasmissione sono un po’ difficili da descrivere, soprattutto sono articoli di giornali “normali” verso il 2018-2020 che mostrificavano la Cina, mentre invece il Laos costruiva dighe una dopo l’altra. Questo, all'epoca, ci ha fatto pensare che quello che gli USA raccontavano sulla Cina fosse falso, o almeno incompleto, e anche allora bastava scaricare due articoli scientifici per sapere che erano menzogne. Da allora covavamo il bisogno di raccontare questa storia. Gli articoli scientifici che abbiamo usato sono in calce alla trasmissione, se volete leggerli ma sono a pago, ma si può leggere gratuitamente la parte iniziale. ECCO GLI ARTICOLI, MA NON IMPORTA LEGGERE I TITOLI IN DIRETTA, BASTA ALLEGARLI IN CALCE The relation between land use and subsidence in the Vietnamese Mekong delta https://www.sciencedirect.com/science/article/abs/pii/S004896971831132X Practical paths to halt elevation loss in Vietnamese Mekong Delta https://www.sciencedirect.com/science/article/pii/S2666683925000744 *Riso, colonia, suolo, diabete Ad un occhio occidentale pare quasi che in Asia la gente mangi solo riso. Questo ovviamente non è vero. Le popolazioni risicole, ossia quelle in cui la coltivazione e la dieta si basano interamente sul riso, sono quelle dell’Indonesia, Bangladesh, Vietnam, Laos, Thailandia, Filippine, Myanmar, Sri Lanka, Bhutan. In aggiunta ci sono quei paesi che geograficamente abbracciano diverse zone climatiche e in cui si consuma e si coltiva sia riso che frumento. Questo succede in India, Pakistan, Nepal, e Corea (del Sud e del Nord,) Cina e Giappone. Si tratta di almeno due miliardi di persone. Per chi ha visitato l’Asia, il riso è parte integrante dei dépliant delle agenzie di viaggio e dei tour organizzati. A Bali o nelle Filippine, in Vietnam o in Tailandia, chi fa turismo vede le pubblicità dei tour nelle risaie e poi si trova a viaggiare ore e ore in pulmini scomodi per andare a vedere i terrazzamenti in zone specifiche, dove il governo ha deciso che è permesso, insieme ad altre centinaia e centinaia di pulmini scomodi. In realtà, i terrazzamenti sono ovunque per chilometri e chilometri e basterebbe avere una macchina per vedere scenari migliori di quelli proposti dal mercato e senza la calca dei turisti e dei pulmini. I terrazzamenti di riso, in Asia, sono stati costruiti nel corso di millenni dalle comunità indigene per mettere in uso i pendii montuosi con muri di contenimento, canali di irrigazione e sistemi idraulici parecchio complessi. 1.300 anni fa, i terrazzamenti furono costruiti dalle popolazioni Hani nello Yunnan, in Cina, che scolpirono manualmente 15.000 ettari (la dimensione di 1500 campi da calcio) di pendici fra i 1.400 e i 2.000 metri. Nelle Filippine, gli Ifugao passarono da taro a riso e costruirono terrazze circa 2.000 anni fa per far fronte alla popolazione crescente. In tutte queste zone c’è tanta storia, da cui derivano musei, studi, e storia orale, e tradizioni. Ovviamente l’UNESCO converte queste sono in certificazioni, e ultimamente ha cominciato a farlo anche la FAO. In questi sistemi l’acqua captata da sorgenti montane tramite tubi di bambù forati o tramite canali scavati a mano è convogliata verso il basso con valvole che regolano il flusso e possono essere aperte o chiuse semplicemente con una zappa.​ Ogni livello della terrazza è bordato da muri in terra compattata o di pietra che formano specchi d'acqua di profondità variabile tra i 5 e i 15 cm, che servono per allagare la pianta durante la crescita. Un po’ come nei terrazzamenti in Italia, ma con molta acqua. Ok, quindi per come ci vengono passate le informazioni a noi occidentali, il riso sarebbe una cultura montana, vero? Beh no, per nulla. Il riso è una cultura di pianura tipica delle popolazioni di pianura. CANZONI: Canzone del riso, dal Laos (lunghissima, bastano un paio di minuti 😊) https://www.youtube.com/watch?v=ic4fGlzBIEk Le società risicole Il riso ha bisogno di campi livellati, di allagamento, di canali di irrigazione e di un controllo costante dei flussi idrici. A causa della complessità nella gestione dell’acqua, una risaia non è esattamente un campo come lo intendiamo noi, ma è un’infrastruttura talmente complessa che richiede una gestione collettiva. Questo significa che il riso richiede una comunità che coopera nella sua gestione, in maniera stabile nel tempo. Non basta seminare e aspettare: bisogna coordinare la distribuzione dell’acqua, riparare gli argini, organizzare i turni di lavoro, sincronizzare i trapianti e i raccolti. Per questo, le popolazioni che coltivano riso sono, storicamente, popolazioni stanziali perché l’infrastruttura necessità di manutenzione continua. Questo ha conseguenze profonde: produce villaggi permanenti, gerarchie locali, autorità che gestiscono l’acqua, sistemi di tassazione legati alla terra irrigata. Wittfogel parla di “società idrauliche” che sono anche intrinsecamente anche società dispotiche. Secondo questo autore, il controllo delle acque per l’irrigazione avrebbe favorito la nascita di Stati fortemente centralizzati. Chi controlla l’acqua, controlla la produzione agricola. Chi controlla la produzione, controlla la popolazione. In questa prospettiva, il riso non è neutro: è una base materiale che rende possibile un certo tipo di potere. Va detto che questa visione è stata criticata come riduzionista e razzista, sia perché non parla della storia di questi paesi, in cui ci sono stati lunghi periodi in cui non c’erano governi forti, sia perché eurocentrica quando dimentica di parlare di altre società idrauliche, che invece dispotiche non erano, come per esempio l’Olanda. Ciò nonostante la sua intuizione può essere usata come strumento di comprensione della realtà: le infrastrutture idrauliche sono opere tecniche e dispositivi politici allo stesso tempo. Un altro autore importante è Scott che nel suo libro Against the Grain mostra come i primi Stati si siano sviluppati in pianure alluvionali, dove era possibile coltivare cereali facilmente tassabili perché i campi sono stanziali e quindi visibili e misurabili, e la produzione è immagazzinabile. Per dare un'idea, uno Stato non riesce a tassare un pastore nomade, ma gli è facile tassare un contadino stanziale. Per Scott la sedentarizzazione è sia progresso che cattura. La pianura coltivata a riso diventa uno spazio amministrato che blocca la popolazione in un luogo. Se volete sapere di più di cosa dice Scott, anche lui molto criticato perché storicamente legato alla CIA, andatevi a sentire la trasmissione di Da Roma a Bangkok del 22 ottobre che parla delle popolazioni nomadiche dell’Asia. Secondo Scott, non tutte le società vogliono essere “sviluppate”, tra virgolette, secondo il modello stanziale e tassabile della pianura irrigata. Quindi, da tutte queste osservazioni parrebbe che le popolazioni risicole siano ferme, addomesticate, ripetitive, asservite ad un uso del territorio specifico. Insomma, quell’idea che noi abbiamo del contadino asiatico col cappello spiovente che sta sulla riva del fiume ad aspettare che l’acqua scorra. Che palle direte, che società poco reattiva. Ma le società del riso non sono semplicemente oppressive o passive. Al contrario, sono spesso società di cooperazione intensa. Un altro studioso, Clifford Geertz, di cui parleremo meglio più avanti, descrive come la coltivazione intensiva del riso abbia prodotto forme di organizzazione comunitaria molto sofisticate. Nel Sud-Est asiatico, i sistemi di irrigazione erano gestiti a livello locale attraverso assemblee di villaggio, calendari rituali condivisi, reti che non erano semplicemente imposte dall’alto. E in realtà queste forme di organizzazione si trovano ancora, incorporate nel sistema politico vigente, per esempio in Laos. Quindi abbiamo una tensione: da un lato, la cooperazione orizzontale necessaria per far funzionare la risaia; dall’altro, la centralizzazione e il controllo. Il riso è una coltura ideale per creare, potenzialmente, accumulazione di capitale: richiede alta intensità di lavoro, favorisce società densamente popolate perché richiede molta manodopera nelle pianure fertili. Le grandi civiltà risicole si sono sviluppate anche grazie alla produttività del riso irrigato. La possibilità di produrre surplus ha sostenuto stati, città, burocrazie ed eserciti. Ma c’è anche un elemento culturale. La coltivazione del riso è ciclica, collettiva, coordinata. Il calendario agricolo diventa calendario sociale. Le feste, i riti, le gerarchie si organizzano attorno all’acqua e al raccolto. La terra non è solo proprietà individuale ma è del villaggio: è parte di un sistema condiviso di canali e dighe. Questo produce una cultura della continuità, della stabilità e della riproduzione dell’ordine. Se guardiamo in prospettiva storica, vediamo che le società basate sul riso hanno anche spesso sviluppato apparati statali capaci di pianificare grandi opere pubbliche come le dighe, i terrazzamenti e i canali millenari. Ma poi pensiamo anche alla grande industrializzazione della Corea negli anni '60, della Tailandia negli anni 80-90, e ovviamente alla grande industrializzazione cinese negli anni 2000 e 2010 e vediamo grandi culture collettive, organizzazioni collettive, spesso coordinate da autorità centrali, che non hanno comparazione nella storia occidentale. Da qui nasce un certo tipo di Stato: territoriale, amministrativo, legato alla gestione delle risorse, all’accumulazione, al capitale. Possiamo distinguere almeno quattro forme di capitale creato dalla cultura riso. I primo è il capitale alimentare, il riso produce scorte stabili e regolari che permettono di sostenere un grande incremento della popolazione. Il secondo è il capitale politico, con la capacità statale di tassare, organizzare, e arruolare eserciti. Il terzo è il capitale sociale, con reti cooperative necessarie alla gestione idraulica. L’ultimo è il capitale proprio economico, quello fondiario e mercantile, che permette agli Stati la rendita e alle persone il commercio del surplus. Anche Marx analizza nei suoi studi sulle società asiatiche come le comunità agricole irrigue possano essere inserite in sistemi di prelievo fiscale che generano accumulazione statale e mercantile. La risaia è una macchina sociale che trasforma acqua e lavoro collettivo in surplus. E il surplus può diventare bene comune, oppure capitale concentrato nelle mani di uno Stato, di una classe dominante o di un mercato globale. Il riso non determina automaticamente il capitalismo ma crea condizioni materiali che rendono facile l’accumulazione – economica, politica e sociale – da parte dello stato. CANZONI: Pok Ame Ame è una canzone per bambini indonesiana che descrive cavallette e farfalle che mangiano riso di giorno e bevono latte di notte, promuovendo abitudini alimentari sane https://www.youtube.com/shorts/hRjxV2SQsJc (ossessiva basta un minuto) Il riso e il comunismo? Qualche collegamenteo? Allora, considerato tutto ciò ci siamo dette: ma la maggior parte delle persone che vivono in paesi risicoli al mondo, ossia Corea del nord, Cina, Vietnam, Laos, vivono in stati comunisti!! Per dirla meglio, ci sono ad oggi solo due paesi al mondo governati da governi comunisti che non sono risicoli, Cuba e Angola. E quindi ci siamo chieste: ci sono studi che legano il riso al comunismo? O studi che legano il collettivismo al comunismo? In breve, no. Invece bisogna andare a cercare il legame fra confucianesimo, collettivismo e comunismo, e come il confucianesimo fornisca alle popolazioni un certo tipo di diritto alla rivolta. Il confucianesimo lo ricordiamo in paesi che hanno intavolato grandi rivoluzioni, come per esempio in Cina e in Vietnam. Ma come funziona? Nelle società confuciane troviamo il principio del “Mandato del Cielo”, ossia, se il sovrano perde la legittimità morale, perde il suo mandato divino e può essere rovesciato. La legittimità del sovrano non è individuale perché assegnato dal divino, ma è una legittimità morale collettiva. Il potere è giustificato finché garantisce armonia sociale. Quindi, non c’è un diritto soggettivo alla ribellione, ma c’è una forte concezione collettiva della legittimità politica che può giustificare il cambiamento radicale. Quindi, quando l’ordine non garantisce armonia, produce fame o oppressione e fallisce nel proteggere il popolo, allora la ribellione può essere vista come moralmente giustificata. Quindi, ricapitolando: il collettivismo produce disciplina e ordine. Ma quando l’idea di “bene comune” entra in conflitto con l’ordine esistente o con un sovrano incapace, allora può diventare base di legittimazione della rottura, della protesta, della rivoluzione. La differenza non la fa il riso o la cooperazione a scala di villaggio in sé. La differenza che ha creato rivoluzioni di successo, a nostro avviso, la fanno il legame con il “mandato dal cielo” e i rapporti di forza e l’organizzazione comunitaria delle società risicole, che hanno la capacità di trasformare un’identità collettiva in progetto politico grazie alla loro identità culturale, strutturale, infrastrutturale e stanziale. Questo significa che una popolazione risicola può più facilmente organizzare e regolamentare contestazioni di lungo periodo rispetto alla cultura individualista occidentale. Nella storia, è questo che ha condotto alla Grande Marcia di Mao e ai successi della resistenza nel nord del Vietnam. Più recentemente, pochi anni fa, è questo che abbiamo visto in opera, quando il governo cinese ha dovuto riaprire il paese, in tre giorni, dopo anni di chiusura per il covid. Sono bastate poche e mirate manifestazioni urbane, seppur fortemente represse, per far cambiare anni di politiche statali. Nonostante non sia scritto o detto da nessuna parte, questo è successo perché il governo, durante quelle proteste, ha capito di aver perso legittimità e ha dovuto reagire immediatamente, perché la società cinese è collettivista e, quando reagisce, può reagire contro lo stato in maniera forte, compatta e organizzata, ossia può facilmente far cadere un governo. Dobbiamo però anche autocriticarci perché questa nostra lettura che abbiamo appena esposto pecca di culturalismo. Dirlik è un autore che ha messo in discussione il culturalismo come ideologia egemonica che maschera le dinamiche di potere, come emerge dalla sua analisi del ruolo della cultura nei contesti rivoluzionari. Nelle discussioni sulla globalizzazione e modernità cinese, Dirlik si è opposto a inquadrare l'epistemologia solo attraverso lenti culturali, insistendo su basi storiche e politiche, e per quanto riguarda le basi storiche cita, per esempio, gli impatti del colonialismo. E quindi, già che ci siamo, passiamo a raccontare il colonialismo occidentale in relazione al riso. CANZONE Bella Ciao delle Mondine Milva https://www.youtube.com/watch?v=1lRL_4IyaQE (se serve corta inizia al 16esimo secondo) Riso e colonialismo, un po' di storia Con la colonizzazione, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, il riso diventa un ingranaggio dell’economia mondiale. Per fare un esempio, l’amministrazione coloniale francese riorganizza il territorio per massimizzare l’export. Nel sud del Vietnam, in particolare in Cocincina, questa trasformazione avviene attraverso tre processi fondamentali: privatizzazione della terra, infrastrutturazione idraulica e fiscalità monetaria. Il primo passaggio è la ridefinizione della proprietà fondiaria. I francesi cercano di introdurre registri catastali, titoli di proprietà individuali e un sistema legale che favorisce l’accumulazione privata. Questo favorisce la concentrazione della terra nelle mani di una élite locale collaborazionista e di investitori legati al potere coloniale. Molti contadini diventano mezzadri o braccianti. La seconda leva è l’ingegneria idraulica. Le grandi opere di canalizzazione ridisegnano il paesaggio e i rapporti sociali. L’acqua, che prima era gestita collettivamente, viene incorporata in un sistema pianificato dall’alto. I nuovi canali estendono la superficie coltivata, ma richiedono anche lavoro forzato e nuove forme di disciplina. Il terzo elemento è la fiscalità. Le tasse vengono imposte in denaro, non più in natura. Questo obbliga le famiglie contadine a vendere parte crescente del raccolto sul mercato per ottenere liquidità. Nel primo Novecento, l’Indocina francese diventa uno dei maggiori esportatori mondiali di riso. Nelle colonie inglesi, invece, il caso più emblematico è quello del Myanmar, che viene trasformata in uno dei principali esportatori mondiali di riso. CANZONI Saluteremo il signor padrone cantata da Giovanna Daffini https://www.youtube.com/watch?v=pj7uO6qnlvU (delle mondine, molto breve) Conseguenze durante la colonia: Olocausti Questo successo macroeconomico si regge su una profonda precarizzazione della vita rurale. L’indebitamento cronico dei contadini cresce, mentre i grandi proprietari accumulano profitti. La monocultura espone intere regioni al rischio di carestie quando i raccolti falliscono o quando il riso continua a essere esportato nonostante le carenze locali. Qui si possono usare gli strumenti metodologi di Mike Davis, che usa il termine “olocausto tardovittoriano” nel senso polemico e strutturale non per indicare uno sterminio pianificato come nel Novecento europeo, ma per indicare le carestie. Davis usa questo strumento metodologico non per il riso, ma per le aree a grano e miglio sotto dominio inglese. Quale che sia il cereale, nella colonia viene trasformato da cibo a merce globale: è prodotto per il mercato, i prezzi aumentano e i poveri urbani e rurali perdono accesso al cibo. Davis sottolinea la responsabilità politica nella produzione di carestie quando queste si sviluppano mentre il colonizzatore continua ad esportare beni primari, nel corso delle carestie stesse. Per esempio, le carestie tardovittoriane tra il 1870 e il 1900 causano tra 30 e 50 milioni di morti nella colonia, quando appunto Londra continua a importare cibo, mentre la gente muore per via della siccità in Asia. Un altro esempio è la Seconda guerra mondiale e l’occupazione giapponese in Vietnam che causò requisizioni di cibo e disorganizzazione dei trasporti che contribuirono alla carestia del 1944-45 nel nord del Vietnam, che provocò centinaia di migliaia di morti. Conseguenze culturali durante la colonia L’impatto culturale della colonia è altrettanto profondo. La cultura del riso, intesa come insieme di saperi, insieme alla gerarchia del villaggio, cambia: al centro non c’è più solo il consiglio comunitario, ci sono anche le banche, gli intermediari, l’esattore delle tasse, il proprietario assenteista. Cambia il significato stesso del lavoro agricolo e si bloccano le reti di reciprocità come scambio di giornate di lavoro tra famiglie, l’aiuto collettivo alla semina e al raccolto e i rituali che accompagnavano le fasi produttive. Con la colonia, le giornate diventano unità misurabili di debito, imposta, obbligo verso lo Stato. Il calendario agricolo si intreccia con quello fiscale. Le decisioni non si prendono più esclusivamente in assemblea di villaggio, ma sotto la pressione di scadenze imposte dall’amministrazione coloniale e l’autonomia comunitaria si riduce progressivamente. Anche il prestigio sociale cambia: chi ha accesso al credito o ai registri catastali acquisisce potere. Si afferma una nuova élite rurale legata al sistema coloniale, in cui la cultura del riso viene ridefinita dentro rapporti di forza e di dipendenza più ampi. Giovanna Daffini - Amore mio non piangere https://www.youtube.com/watch?v=yTdWr-bRmrI (delle mondine, molto breve) Conseguenze durante la colonia, il lavoro forzato Un aspetto cruciale è il legame tra riso e lavoro forzato. Il regime coloniale fa ampio ricorso alla corvée soprattutto per costruire infrastrutture agricole. Questo produce una doppia estrazione: da un lato il surplus agricolo, dall’altro il lavoro gratuito. La modernizzazione idraulica, celebrata come progresso, è anche uno strumento di controllo politico. Tecnicamente, si parla di corvée: giornate di lavoro imposte dallo Stato coloniale come parte degli obblighi fiscali, come parte dell’ “interesse pubblico”. In pratica, significa che migliaia di contadini venivano mobilitati per settimane o mesi a scavare canali, trasportare terra, rafforzare dighe, spesso lontano dai propri campi e nel momento più delicato del calendario agricolo. Questo ha almeno tre effetti strutturali. Primo: sottrae forza lavoro ai cicli del riso. Se gli uomini adulti sono impegnati nei cantieri coloniali, la gestione della risaia cambia. Le famiglie devono redistribuire il lavoro, aumentare i ritmi, ridurre la cura dei campi. Secondo: trasforma il rapporto con lo Stato. L’acqua, che prima era gestita come bene comunitario, diventa un’infrastruttura costruita sotto costrizione, diventa il segno visibile del potere coloniale sul territorio e sui corpi. Terzo: produce una “doppia estrazione”. Il contadino non paga solo tasse ma offre anche il suo corpo in tempo e forza fisica. Il corpo del contadino non appartiene più solo alla famiglia o alla comunità ma diventa una risorsa amministrata dall’autorità coloniale, ossia si assiste ad un “disciplinamento del lavoro” Conseguenze durante e DOPO la colonia : la fertilità del suolo Un fatto di cui si parla poco è l’impatto delle infrastrutture di irrigazione sulla fertilità del suolo. Un primo elemento decisivo riguarda l’abbandono progressivo dell’aratro tradizionale Ci ricordiamo, a scuola, quando abbiamo studiato l’importanza dell’introduzione dell’arato nella preistoria. In molti sistemi risicoli precoloniali, il terreno veniva lavorato con l’arato con tempi di riposo, integrazione di materia organica, uso di animali da tiro e rotazioni locali. Con l’intensificazione coloniale, orientata alla produzione continua e all’espansione delle superfici irrigate, queste pause si riducono drasticamente. Il suolo viene lavorato rapidamente e velocemente prima della piantagione, riso su riso. Questo accelera l’esaurimento della sostanza organica e riduce progressivamente la fertilità naturale. Oltre a questo, la colonia interagisce nel sistema acqua-suolo. Nei sistemi agricoli tradizionali, l’acqua seguiva cicli stagionali. Le inondazioni portavano sedimenti ricchi di nutrienti, che rinnovavano naturalmente il suolo. Le grandi opere di arginatura impediscono le inondazioni naturali, quelle che portano il limo che abbiamo studiato a scuola per la fertilità della valle del Nilo. Le risaie, prima della colonia, non erano isolate dall’ambiente: erano parte di un equilibrio tra fiume, pioggia, foresta e villaggio. Con le grandi costruzioni coloniali, l’acqua non arriva più secondo i ritmi naturali del fiume. Il campo viene irrigato in modo da produrre il più possibile, le superfici coltivate aumentano, la produzione cresce. Ma l’acqua contiene sali minerali. Quando l’acqua evapora sotto il sole, i sali restano nel suolo creando un fenomeno chiamato salinizzazione. Il terreno diventa più duro, meno fertile, le radici assorbono con più difficoltà acqua e nutrienti. Inoltre, con il ristagno idrico continuo, la microfauna del suolo cambia, la materia organica si decompone in modo diverso, aumentano alcune malattie delle piante. Infine, c’è poi la questione della monocultura. Le infrastrutture coloniali sono progettate per massimizzare una sola coltura dominante. Questo significa che lo stesso terreno viene sfruttato, anno dopo anno, per la stessa produzione. Ogni coltura estrae specifici nutrienti, che man mano si riducono. Il suolo viene usato in modo continuo e la quantità di produzione inizia lentamente a diminuire. Mettiamo insieme questi elementi. Le infrastrutture coloniali producono un aumento iniziale della produzione grazie all’aumento della terra coltivata. Ma allo stesso tempo semplificano l’ecosistema: meno diversità, più controllo artificiale, meno rigenerazione naturale. Un ecosistema semplificato è più fragile. Quando arriva uno shock – una siccità, un crollo dei prezzi, una malattia delle piante – il sistema non è flessibile. Quando si semplifica troppo un sistema, si perde resilienza e nel lungo periodo si hanno suoli più poveri e produzioni più basse. E le conseguenze non si fermano con la fine formale della colonia. L’impoverimento del suolo oggi richiede fertilizzanti chimici e investimenti crescenti per mantenere le rese. In questo senso, il degrado della fertilità non è solo un fatto storico: le scelte tecniche e produttive dell’epoca coloniale continuano a influenzare la sicurezza alimentare fino ai nostri giorni. Se volete saperne di più dell’effetto ambientale della geopolitica e delle infrastrutture coloniali contemporanee, andatevi a cercare la trasmissione di Da Roma a Bangkok del 12 gennaio che parla dell’impatto storico e contemporaneo sul delta del Mekong. CANZONI Rice Rice Baby https://www.youtube.com/watch?v=1mCSxykPQpY Altre conseguenze moderne e contemporanee, ossia come la colonia continua a influenzare le scelte sociali nel 900 e fino ad oggi. Involuzione agricola Ci sono studi parecchio interessanti su come le popolazioni si adattano alle insfrastrutture e alle regole coloniali nel tempo. Geertz descrive il processo di involuzione agricola, in cui l’agricoltura in una società cresce in termini di intensità del lavoro umano senza aumentare la produttività pro capite. In altre parole, dopo la costruzione di infrastrutture risicole coloniali, la popolazione aumenta, la quantità di terra coltivabile resta più o meno la stessa, per mantenere la produzione alimentare, si incrementa il numero di persone che lavorano la terra, spesso con tecniche tradizionali e il risultato è più lavoro umano, ma nessun reale progresso tecnologico o incremento della resa per lavoratore. Geertz osserva questo fenomeno nella Java subito dopo fine della colonia, verso gli anni 50 e 60. Va notato che Geertz descrive l’involuzione agricola come sofisticazione organizzativa delle comunità risicole, nel senso che il riso accumula capacità organizzativa collettiva che impoverisce economicamente la comunità nel suo complesso, ma mantiene la struttura sociale nel suo insieme. È una forma di capitale incorporato nelle relazioni sociali collettiviste risicole, che a sua volta aumenta la resilienza della comunità. Rivoluzioni Nel lungo periodo, la ristrutturazione coloniale della cultura del riso contribuisce anche alla nascita di movimenti di resistenza. L’indebitamento, la perdita di terra e le disuguaglianze alimentano rivolte contadine e sostengono l’ascesa dei movimenti nazionalisti. Non è un caso che, in Vietnam, le organizzazioni rivoluzionarie trovino una base forte proprio nelle campagne del delta sotto la gestione francese, dove la concentrazione fondiaria è più marcata. Nel caso del Vietnam, dopo il 1975, la rivoluzione guidata dal movimento comunista riesce a unificare il paese e a imporre una ristrutturazione radicale dei rapporti agrari. Nelle Filippine, alla fine dell’Ottocento, la rivoluzione contro la Spagna e poi la guerra contro gli Stati Uniti nascono anche da tensioni agrarie legate alla proprietà della terra e alle colture da esportazione. È un esempio di rivoluzione parzialmente sconfitta sul piano militare ma decisiva nel creare una coscienza nazionale. In Birmania, invece, le rivolte contadine degli anni Trenta contro il dominio britannico mostrano come l’indebitamento legato al riso e la perdita delle terre a favore di creditori urbani abbiano alimentato un ciclo di ribellioni duramente represse. In ogni modo, dopo la fine dominio coloniale o la fine delle guerre, le nuove leadership nazionali erediteranno un sistema agricolo già profondamente trasformato. Le riforme agrarie in Laos, Vietnam e in parte in Cambogia post rivoluzionaria tenteranno di smantellare la grande proprietà e di ridare terra ai contadini. Questo non succede in altri paesi. Ma la logica della produzione intensiva di riso per il mercato resterà centralizzata. In questo senso, l’impronta coloniale sopravvive: il riso continua a essere la spina dorsale economica e uno strumento di inserimento nei mercati globali, nel contesto di un terreno degradato e di un agro-ecosistema meno resiliente. Parlare di riso significa parlare di colonialismo, capitalismo agrario e resistenza. CANZONI Tien Vie Saigon è un brano della propaganda vietnamita durante la guerra (anni '40-'70) che menziona i contadini nei campi di riso https://www.youtube.com/watch?v=pR06brbzXoA Il riso e il diabete Le zone risicole hanno però un problema legato al diabete, ossia agli amidi facilmente assimilabili che sono contenuti nel chicco del riso. Le varietà più comuni hanno un alto indice glicemico: quando vengono digerite, provocano picchi rapidi di zucchero nel sangue. Studi epidemiologici mostrano una correlazione significativa tra la dieta risicola e l’aumento dei casi di diabete di tipo 2. Nei paesi dove l’assunzione quotidiana di riso è molto elevata — in alcune aree con medie che superano i 630 g al giorno nei consumatori più accaniti, tipo la quantità di sei piatti di pasta — il rischio di sviluppare il diabete è fino al 61 % più alto rispetto ad altre popolazioni, sempre asiatiche, che consumano meno riso. Ossia, secondo le stime globali, la prevalenza del diabete nel mondo tra gli adulti è arrivata a circa 14 % negli anni recenti, con oltre 800 milioni di persone affette, e più della metà dei casi concentrati in regioni a basso e medio reddito, come l’Asia. In Europa, dove il riso non rappresenta il cibo base della dieta quotidiana, la prevalenza di diabete è significativamente più bassa intorno al 5‑8 % della popolazione adulta. Le malattie legate allo zucchero includono anche obesità, ipertensione e patologie cardiovascolari. Un altro aspetto spesso trascurato è il ruolo dell’educazione alimentare: in molte comunità risicole, la conoscenza dei rischi legati a un eccesso di zuccheri è limitata. Ma torniamo alla colonia un secondo. Le politiche coloniali e post‑coloniali in India (incluse quelle di gestione della fame e degli scarsi raccolti imperiali) hanno sostituito varietà alimentari nutrienti come miglio e altri cereali integrali con riso bianco e grano raffinato. Questi ultimi hanno un indice glicemico più alto di 30‑40 punti rispetto ai cereali tradizionali come riso integrale e miglio, contribuendo all’insorgenza del diabete. Un secondo problema è che l’introduzione delle monoculture di riso hanno avuto l’effetto di imprimere una forte dipendenza economica e culturale verso il riso come alimento principale, riducendo la diversità delle colture tradizionali, e quindi aumentando il consumo di riso. In ultimo, abbiamo trovato studi (sul Pacifico in particolare) su come i cambiamenti sociali post‑coloniali come urbanizzazione, dipendenza da diete monoculturali, introduzione di prodotti alimentari industriali, siano collegati ad un cambiamento nelle abitudini alimentari con passaggio ad alimenti ad alto contenuto di zuccheri e, quindi, all’aumento di diabete. Ci sentiamo di dire che questa considerazione possa valere non solo per il Pacifico, ma anche per le zone risicole in Asia. Tra l’altro, questo tipo di cambiamento di dieta è avvenuto anche in Italia, durante il fascismo, ma qui si è ridotto invece il consumo di riso, passando ad una dieta completamente basata sul frumento, da cui deriva la celiachia. Conclusioni Il riso, spesso rappresentato in Occidente come immagine esotica di terrazze montane e tradizioni immutabili, è in realtà una chiave potente per leggere trasformazioni politiche, economiche e ambientali di lungo periodo. Più che una semplice coltura, è un’infrastruttura sociale con forme organizzative complesse, capaci tanto di sostenere Stati centralizzati quanto di alimentare reti comunitarie resilienti. La risaia è insieme dispositivo tecnico e politico. Produce un surplus capitale alimentare, politico e sociale, e rende possibile la tassazione e l’amministrazione, e infine consolida identità collettive. Tuttavia, ridurre tutto a una determinazione culturale sarebbe fuorviante. Come ricorda Dirlik, le dinamiche storiche — colonialismo, mercato globale, rapporti di forza — sono decisive. Con la colonizzazione, infatti, il riso viene trasformato da base di sussistenza a merce globale. Si assiste a privatizzazione della terra, fiscalità monetaria, ecosistema semplificato, monocultura e perdita di fertilità. L’aumento iniziale della produzione nasconde una fragilità strutturale, che impone dipendenza da fertilizzanti e mercati internazionali. Nel Novecento, queste tensioni alimentano rivoluzioni e riforme agrarie, ma l’impronta coloniale rimane centrale. Oggi emerge un ulteriore paradosso: proprio il cereale che ha sostenuto per secoli la crescita demografica è associato all’aumento delle malattie, con la sostituzione coloniale dei cereali coltivati che ha inciso sulle abitudini alimentari contemporanee. Parlare di riso significa dunque intrecciare suolo, potere, capitale, salute. È una lente attraverso cui osservare come le decisioni politiche di quello che oggi è l’ovest globale si sono sedimentate nel tempo e continuano a influenzare corpi, territori e possibilità future. E noi, compagni e compagne di Radio Onda Rossa, cosa possiamo fare? Prima di tutto informare e smontare narrazioni esotizzanti e tecnocratiche, evitando idealizzazioni. In Europa l’agricoltura dominante non è comunitaria: è fatta di imprese individuali inserite in filiere agro-industriali che spingono verso sfruttamento intensivo del suolo, chimica e competizione permanente e che sopravvivono attraverso i contributi europei. Non si tratta di difendere “i contadini” in astratto: non tutti sono alleati. Si tratta di scegliere chi si oppone a un modello che trasforma terra e corpi in strumenti di accumulazione. Collegare le lotte del Sud globale con quelle per la sovranità alimentare qui è fondamentale, ma con consapevolezza: noi abbiamo costruito e beneficiato del sistema coloniale, e le sue conseguenze pesano ancora oggi — fuori e dentro i nostri territori. Ci scuserà Dirlik, ma noi siamo la cultura che ha generato la colonia e i contadini asiatici ne stanno ancora subendo le conseguenze, mentre i contadini occidentali stanno ancora attuando in massa espoliazione del territorio. Collegare le nostre lotte a quelle dei contadini del Sud globale non è così scontato. Pensiamoci. STACCHETTO Clausole di salvaguardia Le informazioni per questa trasmissione provengono dalla lettura degli autori citati, disponibili in tutte le biblioteche o librerie, e da articoli di giornale letti negli anni. Va notato che gli studiosi non sono tutti d’accordo sulla relazione fra continuità tra tradizione confuciana e rivoluzione maoista. Alcuni vedono queste due tradizioni in una rottura radicale e non c’è un’unica lettura. Va considerato che l’aumento del diabete oggi è fortemente influenzato da urbanizzazione e stili di vita sedentari. Le informazioni che abbiamo dato sono solo uno dei molti fattori che contribuiscono a questo fenomeno. SIGLA FINALE *Corpi, guerra, capitale, e criminalità: gli Epstein Files in Asia Ci rendiamo conto di essere arrivate un po’ tardi sulla notizia, ma dopo la pubblicazione degli Epstein file sono successe o si sono sapute un sacco di cose su cosa Epstein faceva in tutta l’Asia, a partire da quello che noi chiamiamo in maniera coloniale Medio Oriente, ossia Asia dell’Ovest, fino ai paesi dell’est dell’Asia come Giappone e Filippine, passando per paesi parecchio importanti come India e Cina. E queste nuove informazioni, che in realtà in parte erano già pubbliche, riguardano sia la tratta di bambine e ragazze, sia la geopolitica. Vorremmo cercare di mettere un po’ tutto insieme, cercando di costruire come sia la classe dirigente sia la tratta che girava intorno a Epstein fosse una realtà globale. Quindi la trasmissione di oggi punta a mettere un po’ tutto insieme, ministri e grandi banchieri che si dimettono, scienziati, ragazzine dalla pelle quasi sempre bianca bianca, il partito comunista cinese, i fondi sovrani di investimento, JP Morgan, il traffico di armi, e tanti altri scandali internazionali. Questa è una trasmissione che si occupa del filo rosso fra bio-geo politica e criminalità internazionale negli Epstein file in Asia. Iniziamo a raccontare, forse un po’ a caso, paese per paese. Ma prima sottolineiamo che in questa trasmissione considereremo Israele non un paese dell’Asia, quale è, ma un paese dell’ovest globale e quindi un attore del complesso bio-geo politico criminale della Epstein Class. Ma perché, direte? Beh, lo spieghiamo nel caso chi ascolta fosse vissuto sotto una roccia per l’ultimo mese. Si parla tanto del fatto che Epstein fosse una spia russa, e lo sfateremo. Ma invece è completamente assodato che Epstein era un operativo informale, una risorsa per così dire, per il governo di Israele. Non era pagato dal Mossad e neanche dal governo. Epstein era un libero tiratore che lavorava in coordinamento con il governo, ricevendone le informazioni, tessendo le reti internazionali, condividendo contatti, e facendo business per conto del governo israeliano che fruttavano probabilmente miliardi di dollari, di cui lui prendeva una percentuale come mediatore. Avrete letto che Epstein aveva strettissime relazioni con Ehud Barak, ex primo ministro israeliano. Per capire il tipo di relazione che Epstein instaurava con questa gente, dal 2015 al 2019 Ehud Barak, quando andava a New York, dormiva nell’infame palazzina di Epstein, che era tenuta quindi sotto controllo con sensori e apparecchi elettronici direttamente dall’Ambasciata Israeliana di Israele alle Nazioni Unite, che si trova appunto a New York. Questo è talmente vero che nei file si vede Epstein usare il personale dell’Ambasciata per farsi aprire le porte da remoto, quando non c’è nessuno in casa e qualcuno deve entrare. E vabbè, iniziamo con qualche esempio sull’Asia. Ah, e se avete lo stomaco debole o non sopportate di sentir parlare di violenze sessuali, vi avvisiamo, lasciate perdere questa trasmissione. Epstein e l’accordo di sicurezza tra Israele e Mongolia Dalle mail fra Ehud Barak ed Epstein prodotte nel 2025 dal gruppo hacker Handala, si desume che Epstein ha avuto un ruolo di mediatore in accordi di sicurezza internazionale fra Israele e Mongolia contratti nel 2017. In particolare, Epstein pare abbia sostenuto attivamente il settore del cyber-spionaggio israeliano attraverso investimenti di capitale di rischio e donazioni a organizzazioni caritatevoli, tipo una chiamata “amici dell’IDF” (mortacci loro). Queste entità "non governative" avrebbero gettato le basi per l’accordo ufficiale, permettendo alle aziende di tecnologia di sorveglianza israeliane di penetrare in mercati esteri. Questo è un esempio emblematico di come Epstein sfruttasse il suo “circolo di conoscenze” per favorire gli interessi militari di Israele, contribuendo alla diffusione globale di sofisticati strumenti di hacking e armi cibernetiche. Va fatto notare che il presidente della Università di Harvard Lawrence Summers (si pronuncia Lauvrence Summers) era, al momento dell’accordo, un advisor economico nel Consiglio Consultivo del Presidente della Mongolia. Epstein e Barak, che parlavano via mail tutti i giorni, discutevano di come Summers fosse importante perché era complementare al loro lavoro e li rendeva credibili ai leader dei paesi. Menzioniamo Summers qui perché ci serve dopo. Anche se si parla di Mongolia, sembrerebbe che ci sia bisogno di una canzone contro la pedofilia di Pierdavide Carone e Dear Jack - Caramelle è una canzone che è stanna bannata da Sanremo per via del tema https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=KspLGmpTR3w Commercio di arte dal sud est asiatico I viaggi di Jeffrey Epstein in Asia sono un tassello significativo della sua storia, poiché uniscono i suoi principali interessi: il lusso esotico, l'acquisto di arte esportata illegalmente negli USA e la ricerca di ragazze e bambine da stuprare. Sulla base dei registri di volo e delle testimonianze emerse nei processi, era stato a Bali nel 1995 insiema Ghislaine Maxwell. I suoi itinerari includevano spesso tappe in Thailandia, Cambogia, Giappone, Singapore e Hong Kong. Esiste un altro celebre viaggio, nel 2002, che toccò l'Asia e l'Africa sul "Lolita Express" per un tour umanitario legato alla lotta contro l'HIV/AIDS organizzato dalla Clinton Foundation con Bill Clinton, Kevin Spacey e Chris Tucker. È confermato che Epstein cercasse costantemente "massaggiatrici" per così dire ovunque viaggiasse. Probabilmente utilizzava reclutatori locali per individuare ragazze giovani. Sulla base delle testimonianze di Virginia Giuffre, i viaggi all'estero servivano a Epstein per "esplorare" nuovi mercati di reclutamento, dove la povertà locale rendeva le famiglie delle ragazze più vulnerabili alle sue offerte di denaro. Epstein era anche un collezionista di oggetti bizzarri e provocatori. Molte cronache descrivono la sua casa a Manhattan e quella sull'isola piene di statue a grandezza umana. Diverse di queste erano del Sud-est asiatico raffiguranti figure mitologiche o corpi femminili. Documenti recenti hanno collegato Epstein e il suo socio Leon Black a mercanti d'arte controversi come Douglas Latchford (si legge Lachford, con c non k), accusato di traffico di antichità saccheggiate in Cambogia e Thailandia. È probabile che, durante i suoi soggiorni in Asia, Epstein abbia approfittato per acquistare pezzi d'artigianato locale o antichità. Leon Black è un miliardario statunitense, co-fondatore del colosso Apollo Global Management, il più grande fondo di investimento privato al mondo. Il suo legame con Epstein è emerso quando si è scoperto che gli aveva versato 158 milioni di dollari per consulenze fiscali, che in realtà pare siano stati pagamenti per trovare bambine da stuprare e schiavizzare. Black si dimise da capo di Apollo nel 2021 a causa del suo rapporto con Epstein. Ma parliamo del furto di reperti storici. Al centro di questo intreccio troviamo una figura chiave, Latchford, celebrato come un grande esperto e collezionista di arte Khmer, ma anche il più grande contrabbandiere di antichità della Cambogia. Documenti e indagini recenti hanno rivelato che Epstein era in contatto con lui e condivideva la stessa passione per le statue trafugate. Per uomini come Epstein, possedere una divinità di pietra rubata da un tempio nella giungla non era solo un investimento, ma un simbolo di potere. Il legame tra Epstein e l’Asia non era quindi solo turistico, ma faceva parte di una rete di sfruttamento globale. Latchford utilizzava falsi certificati per far uscire le opere dalla Cambogia e la cosiddetta Epstein Class le acquistava per la propria casa. Fra gli anni 70 e i 2000, le statue venivano staccate dai piedistalli dai contadini che venivano pagati pochi dollari e poi finivano nei salotti di New York per milioni di dollari. Nei templi khmer più remoti, se andate in Cambogia, troverete un sacco di piedi e basta, ma molte poche statue intere. Se vi capita di andarci, ricordatevi di Epstein. Nei file è stato trovato un inventario della collezione di Leon Black che include una statua di Shiva in bronzo del valore di 7 milioni di dollari che corrispondono esattamente a un pezzo descritto nei cataloghi di Latchford. Le recenti rivelazioni dei file declassificati nel 2026 hanno ulteriormente confermato il legame fra questi tre criminali. Black è l’unico di loro ancora vivo, e si parla anche del fatto che nel 2002 nella casa di New York di Epstein avrebbe violentemente stuprato una ragazza autistica e con la sindrome di down quando lei aveva di 16 anni, ma aveva l’età mentale di 12 anni per via della sua malattia. Comunque ovviamente Black dice che tutte queste sono illazioni. In conclusione, la storia di Epstein a Bali e dei suoi traffici in Cambogia ci ricorda che l'impunità dei potenti ha spesso radici profonde che toccano non solo le vite umane, la sopraffazione delle donne, ma arrivano a toccare anche l'identità dei popoli. Epstein e l’Iran Vista la guerra in corso, stiamo un pochino sulla notizia e parliamo di uno dei capitoli più oscuri della storia recente dell’imperialismo statunitense: lo scandalo Iran-Contras e le reti che negli anni Ottanta collegavano governi, mercanti d’armi e figure come Jeffrey Epstein. Al tempo di Reagan, nel 1979 in Nicaragua la rivoluzione sandinista aveva rovesciato la dittatura sostenuta da Washington. Gli Stati Uniti sostenevano le milizie controrivoluzionarie, i Contras. Il Congresso però approvò una serie di leggi che vietavano agli Usa di finanziare queste milizie, e la Casa Bianca cercò una strada clandestina per aggirare la legge. Tra il 1985 e il 1986 l’amministrazione Reagan organizzò una rete segreta di vendita di armi all’Iran, paese sottoposto a embargo e nemico degli Stati Uniti. Le armi venivano vendute a Teheran attraverso intermediari e con Israele come canale logistico e una parte dei proventi veniva dirottata clandestinamente ai Contras in Nicaragua. Lo scandalo esplose nel novembre 1986 quando la stampa internazionale rivelò l’esistenza del programma segreto, con incriminazioni e condanne per diversi funzionari poi graziati. Ma la storia dell’Iran-Contras non riguarda soltanto i vertici: intorno a queste operazioni ruotava un mondo parallelo di banche opache, società di copertura, compagnie aeree legate alla CIA e broker finanziari pronti a spostare milioni di dollari senza lasciare tracce. Ed è proprio in questo contesto che compare la figura di Jeffrey Epstein. All’epoca era stato appena licenziato dal suo primo lavoro, professore di scuola superiore, perché manco a dirlo aveva molestato le sue studenti. Non era ancora miliardario; era un finanziere emergente di Wall Street e lavorava per la banca d’investimento Bear Stearns. È importante chiarire un punto: non esistono prove documentate che Epstein fosse direttamente coinvolto nelle operazioni ufficiali dell’Iran-Contras o che abbia avuto un ruolo operativo nel traffico di armi organizzato dall’amministrazione Reagan. Le inchieste ufficiali sullo scandalo non lo citano come protagonista. Ma negli anni '80, Epstein fu associato a figure coinvolte nell'affare Iran-Contras, in particolare Adnan Khashoggi, un trafficante d'armi saudita che agì come intermediario centrale nelle operazioni Iran-Contras della CIA. Un altro socio era Douglas Leese, un appaltatore della difesa britannico che avrebbe introdotto Epstein a Khashoggi e lo avrebbe istruito sulla creazione di società fantasma e sul riciclaggio di denaro. In quel periodo Khashoggi era un cliente di Epstein, il finanziere. Pare che nei primi anni '80, Epstein fosse coinvolto nella vendita di armi cinesi all'Iran, una mossa che correva "in parallelo" con l'affare Iran-Contras. Quindi è piuttosto probabile che Epstein fosse coinvolto in traffici di armi legati all'intelligence. Dopo che lo scandalo Iran-Contra emerse, per esempio, la compagnia aerea che veniva usata dalla CIA per trasportare le armi, fu trasferita da Miami a Columbus, Ohio. Epstein che all'epoca era il gestore patrimoniale del miliardario Leslie Wexner, proprietario di Victoria Secret, trasferì la compagnia aerea legata alla Cia a Wexner per servire da supporto logistico per l’abbigliamento. Anche di Wexner si dice che usasse l’ambiente delle sfilate di moda per trovare donne da sfruttare, ed è nei file nella lista delle 10 persone che l’FBI aveva individuato, nel 2008, prima di arrestare Epstein, per convertire l’accusa di Epstein per pedofilia in accusa di crimine organizzato, accusa che poi fu lasciata cadere. Wexner poche settimane fa ha testimoniato al congresso dicendo di non saperne nulla di queste cose. Queste reti dimostrano come il capitalismo finanziario degli anni Ottanta fosse profondamente intrecciato con apparati statali e operazioni clandestine. I grandi flussi di denaro che passavano attraverso banche offshore, società di copertura e fondi privati erano lo stesso ambiente in cui prosperavano i traffici geopolitici della guerra fredda. Quanto guadagnò Epstein direttamente dall’Iran-Contras? Le fonti storiche affidabili non indicano guadagni specifici legati allo scandalo. La sua ricchezza emerse negli anni successivi grazie alla gestione di patrimoni privati tipo quello di Leslie Wexner, a relazioni con miliardari e fondazioni finanziarie. Hay secretos è una canzone del gruppo musicale infantile CANTICUÉNTICOS https://m.youtube.com/watch?v=mPN484uZm2g Il brano, composto da Ruth Hillar, è noto per il suo ruolo educativo nel sensibilizzare sul tema dell'abuso infantile e per aiutare i bambini a riconoscere e comunicare segreti pericolosi. Emirati Arabi Il sultano Bin Sulayem era uno dei contatti più frequenti di Epstein, con oltre 4.700 menzioni nei file. Epstein agì come intermediario per bin Sulayem, mettendolo in contatto con figure come l'ex Primo Ministro israeliano Ehud Barak (molto prima degli Accordi di Abramo) e il politico britannico Peter Mandelson. Per eludere i controlli dovuti al suo status di sex offender, Epstein avrebbe addirittura utilizzato una società a responsabilità limitata intestata a bin Sulayem per tentare di acquistare segretamente l'isola di Great St. James per 22,5 milioni di dollari nel 2016, operazione poi non riuscita. Nelle mail, Epstein sostiene di aver incontrato personalmente sia lo sceicco di Abu Dhabi che lo sceicco di Dubai nel novembre 2010. Nel 2010, durante una visita di Stato nel Regno Unito dello sceicco che al tempo era Ministro degli Esteri degli Emirati Arabi Uniti, il Principe Andrea avrebbe fatto da garante per Epstein presso lo sceicco. Si ipotizza che Epstein abbia promosso interessi commerciali israeliani negli Emirati, inclusa la vendita di tecnologie di sorveglianza militare ad aziende legate alle infrastrutture portuali. Le email rivelano dettagli inquietanti, tra cui discussioni su massaggiatrici, video controversi e l'organizzazione di viaggi presso l'isola privata di Epstein. In un caso, bin Sulayem avrebbe facilitato l'addestramento di una delle massaggiatrici di Epstein presso un hotel di lusso in Turchia. In una mail, Epstein commentava positivamente un video di tortura inviato dal miliardario emiratino, durante uno scambio su sesso e link a siti fetish che si rintracciano nei file dal 2009 al 2017. A seguito di queste rivelazioni, bin Sulayem è stato rimosso dai suoi incarichi presso DP World nel febbraio 2026. DP World è una multinazionale specializzata in logistica globale, gestione di porti e terminal container, servizi marittimi e zone franche commerciali, e gestisce circa il 10% del traffico mondiale di container, ed è uno dei pilastri principali della strategia degli Emirati per diversificare l'economia oltre il petrolio. Epstein e la Russia Lo ricordiamo, la Russia è Asia e si estende fino al Pacifico. è frequente sentir parlare di Jeffrey Epstein come di un singolo mostro, un miliardario perverso caduto in disgrazia. Ma, se si guarda davvero dentro ai documenti, la storia cambia completamente. Quello che appare è l’esistenza di una rete globale che intreccia finanza, politica, servizi di intelligence e sfruttamento sessuale di ragazze giovanissime e bambine. Ma come funziona per le ragazze? Una ragazza povera viene avvicinata da qualcuno che lavora per Epstein, spesso un’altra ragazza già coinvolta nella rete. Le viene proposto un “massaggio” ben pagato oppure un lavoro da modella a New York. Poi gli incontri aumentano di numero, la pressione cresce anche attraverso minacce, e il sistema diventa una spirale di sfruttamento. Nel frattempo queste ragazze vengono portate via dal loro paese, mettiamo dalla Russia, nelle residenze di Epstein. Tra il 2010 e il 2018, nelle mail compaiono contatti sempre più frequenti con ambienti russi. Chi facilitava questi contatti? Uno dei più citati nei documenti è Sergei Belyakov, ex vice-ministro dell’economia russo, formatosi nell’ambiente dei servizi di sicurezza russi con cui Epstein parlava di opportunità economiche, ma anche di questioni che riguardavano le donne coinvolte. Nel 2018, Epstein ottiene addirittura un visto d’affari russo a ingressi multipli. Per diversi anni Epstein aveva anche provato ad ottenere un incontro con Vladimir Putin. Tra il 2013 e il 2018 compaiono diverse email in cui Epstein discute con intermediari della possibilità di organizzarlo. Tra le persone coinvolte c’è l’ex primo ministro israeliano Ehud Barak e l’ex segretario generale del Consiglio d’Europa Thorbjørn Jagland. Uno dei paesi che sta cercando di capirne di più del ruolo della Russia è la Polonia, il cui primo ministro Tusk ha affermato che il giro era organizzato dai servizi segreti russi in Polonia. In realtà i documenti dicono solo che l'Europa centrale e orientale, inclusa la Polonia, fosse piuttosto un "terreno di caccia privilegiato" per Epstein per procurarsi ragazze minorenni viste le condizioni economiche svantaggiate della zona. Vediamo qui il funzionamento reale delle élite globali. Un mondo dove miliardari, politici e intermediari si muovono senza quasi alcun controllo democratico. Un mondo dove il corpo di ragazze giovanissime diventa merce di scambio, strumento di piacere per i potenti ma anche possibile arma di ricatto. Il caso Epstein non è solo uno scandalo sessuale. È uno specchio del capitalismo globale. Un sistema in cui il potere economico crea zone d’ombra dove la legge quasi non arriva, dove la politica e la finanza si intrecciano con reti informali di relazioni personali, favori, segreti. Epstein e le Filippine Secondo i documenti, Epstein avrebbe arruolato squadre di "Ghostwriters" e troll nelle Filippine per inondare il web di contenuti positivi sul suo nome. L'obiettivo era "ripulire" i risultati dei motori di ricerca. Vennero creati portali come JeffreyEpsteinSports.com con contenuti generati esclusivamente da lavoratori filippini, nel tentativo di far apparire Epstein come un normale filantropo o appassionato di sport. Poiché gli scrittori ammisero di non sapere nulla degli hobby di Epstein, scrivevano articoli generici su basket, cucina o beneficenza, inserendo strategicamente il nome "Jeffrey Epstein" per far sì che questi siti apparissero in cima ai risultati di ricerca. Venivano anche creati profili social e biografie di uomini chiamati "Jeffrey Epstein" (uno era il capo di Oracle, uno era un famoso parrucchiere) per creare confusione e deviare il traffico. La scelta delle Filippine non era casuale: manodopera altamente scolarizzata e anglofona che costa pochissimo, inoltre sono note per avere un'infrastruttura per campagne sul web, all'epoca senza leggi sul cybercrime, permettendo a queste ditte di operare senza troppi rischi legali. Oltre a questo, c’è stato un altro scandalo che è stato molto seguito dai media nelle Filippine. Sebbene fosse già noto che parte dello staff nelle sue proprietà fosse di origine filippina, i nuovi file hanno spinto le autorità a indagare se queste persone fossero state reclutate tramite canali legali o se si trattasse di traffico di esseri umani. Nel febbraio 2026, la senatrice Loren Legarda ha presentato la Risoluzione 1300 chiedendo un'indagine formale per verificare se il territorio filippino sia stato usato come base operativa per nascondere crimini internazionali. Insomma di nuovo la vulnerabilità, la povertà delle Filippine fa sì che i corpi siano sfruttati, ma in questo caso non necessariamente per lavoro sessuale (Epstein preferiva le bianche, è noto) ma come manodopera a basso costo. Alcuni degli impiegati di Epstein filippini sono stati parte delle persone sentite nelle indagini, ma non pare che ci siano stati legami con i crimini commessi a Little St James. Epstein e l'India Epstein pare fosse un facilitatore nel rapporto fra USA, Israele e India; per esempio nel 2017 discuteva con Ambani, un importante imprenditore indiano, di come organizzare la visita di Modi in Israele. Dopo la visita di Modi, Epstein si vanta che Modi aveva seguito le indicazioni di Epstein e aveva “cantato e ballato” per Trump, ossia aveva fatto in Israele ciò che il governo americano aveva chiesto. Un portavoce del Ministero degli Esteri indiano, ha descritto i riferimenti a Modi come "vane dichiarazioni di un criminale" e non ci sono prove di interazioni dirette o consulenze. Anche Carmen Consoli ha fatto una canzone pedofila, una delle poche in italiano Carmen Consoli - Mio Zio https://www.youtube.com/watch?app=desktop&v=PCJuY0dm-98 Epstein e la Cina Nonostante non fosse mai riuscito ad ottenere il visto a causa dei suoi precedenti penali, pare che le relazioni di Epstein con la Cina fossero estese. C’è un'email del 2009 inviata da Jeffrey Epstein a Jess Staley, un dirigente senior di JPMorgan che in seguito è diventato CEO di Barclays e poi si è dovuto dimettere nel 2021, quando sono stati scoperti i suoi legami con Epstein stesso, legami che furono sia finanziari che di predazione. In particolare esiste almeno un caso in cui una vittima ha dichiarato di essere stata stuprata da Staley durante un massaggio e un altro caso in cui Staley avrebbe fatto sesso a casa di Epstein. Nessuno di questi due casi pare che sia finito in tribunale, e non abbiamo neanche capito se fossero lo stesso caso, e comunque ha detto che questa cosa è stata imbarazzante ma non ci sono prove ulteriori che tutto ciò sia vero. Comunque dicevano Epstein, Staley e la Cina… In questa email del 2009, Epstein insegnava a Staley come si scrive la parola cinese "Guanxi" (pronuncia guanscì) che in cinese significa “connessioni e relazioni fra le persone”. Ossia la mail mostra come un predatore sessuale già condannato e appena uscito di galera stesse istruendo un banchiere che gestisce centinaia di miliardi di asset rispetto alle dinamiche interne del Partito Comunista Cinese (PCC). Secondo Epstein i funzionari del Partito Comunista Cinese non sono a corto di denaro, ma necessitano di appoggi per garantire la sopravvivenza e la sicurezza delle loro famiglie durante le turbolenze politiche. Epstein consigliava che, per ottenere licenze e permessi in Cina, gli investitori devono entrare a far parte delle reti di interessi familiari dei funzionari, e che le banche devono fungere da casseforti private all'estero e da uffici di collocamento per i figli e i parenti. Epstein forniva dettagliati copioni psicologici su come Staley dovesse comportarsi durante gli incontri a Pechino, includendo un linguaggio specifico che sottolineava che JP Morgan doveva andare a chiedere supporto e guida piuttosto che a cercare apertamente il guadagno economico. Epstein diceva che nella discussione l'ammirazione per la civiltà cinese e la saggezza nella governance cinese doveva essere al centro. Illustrava poi strategie di "elegante corruzione", evitando per esempio di offrire soldi e preferendo invece “lettere di raccomandazione” per scuole private, presentazioni a vincitori del Premio Nobel e assistenza nel recupero di pezzi di antiquariato cinese esportato illegalmente. Epstein spiegava che i luoghi degli incontri dovevano essere scelti con cura, utilizzando o la villa di Epstein, che è simile a un museo, o i club privati d'élite a Londra, insomma andavano evitati hotel di lusso che sono impersonali e non sembrano adatti alle élite cinesi. Va detto che questa concezione della cultura cinese non è solo razzista ma è anche sbagliata, lasciando intendere che in Cina non ci sia nessuno che non è corrotto o che non ha paura della mannaia del partito. Tutta questa macchinazione è poi esistita davvero, ed è addirittura incredibilmente riportata nelle mail di Epstein pezzo per pezzo mentre si svolgeva. Facciamo un solo esempio. Nel 2010, in un'email inviata dalla Cina da Staley a Epstein, Staley riportava un incontro con Li Yuanchao (Capo del Dipartimento di Organizzazione del Partito Comunista Cinese, una carica importantissima in Cina) e faceva riferimento a un incontro con "il principe" (che forse era Xi Jinping, allora vicepresidente e successore designato). Staley si descriveva felicissimo, ringraziava Epstein, e la mail fa chiaramente vedere come Epstein fosse parte di una macchina transnazionale per l'accaparramento del potere, gestendo le operazioni e gli incontri dietro le quinte con JPMorgan che si occupava della parte pubblica. Ma insomma cosa aveva ideato Epstein? Epstein ideò un sistema che fungeva da rifugio all'estero per i capitali e i familiari di alti funzionari cinesi. Questo era composto da almeno tre diverse fasi o diciamo parti. Prima di tutto Epstein suggerì di utilizzare JP Morgan per creare strumenti finanziari complessi, come i credit default swap, per offrire ai funzionari cinesi canali segreti e non rintracciabili di gestione patrimoniale. Praticamente l’idea sotto è che i cinesi rubano tutti e devono quindi portar fuori il denaro, cosa che è vietata, e quindi hanno bisogno di aiuto al fine di riciclare denaro e trasferirlo nel sistema finanziario globale senza attivare indagini anticorruzione. Un altro aspetto è una cosa che poi è stata chiamata "programma di assunzione di figli e figlie" che era un'iniziativa lanciata dalla JP Morgan intorno al 2006 (quindi prima della mail di Epstein). Questo programma serviva per reclutare figli e figlie di élite cinesi influenti, come alti funzionari governativi, regolatori e dirigenti di aziende statali. L'obiettivo era creare relazioni strategiche per ottenere maggiori opportunità di business in Cina, come mandati per Offerte Pubbliche per supportare la compravendita di azioni, o ottenere contratti con il governo. Il terzo aspetto è di far entrare figli e figlie di cinesi nei gangli del capitalismo occidentale più in generale. Per questa cosa in particolare pare che siano state utilizzate anche le università. Epstein considerava strategicamente le università, soprattutto quelle importanti, come un luogo ideale e “poco sfruttato” per raccogliere dati umani sui futuri leader sia politici che tecnologici della Cina, ossia pianificava di utilizzare la compromat sui giovani cinesi. Ma insomma quali sono le conseguenze di tutta questa per così dire formazione che Epstein fece a JP Morgan? Beh pensatela come vi pare ma dalle mail pare quasi che nel tempo l’intera relazione fra stati uniti e cina, incluso il sistema bancario cinese, si sia trasformata, seguendo le orme delle idee di Epstein e tutto ciò è parecchio scioccante. L'efficacia di queste strategie si evidenzia prima di tutto dal successo senza precedenti di JPMorgan nel sistema finanziario cinese, che è fortemente regolamentato e impedisce l’entrata di banche straniere. All'inizio del 2024, JPMorgan è la prima società di futures completamente di proprietà straniera (2020), la prima società di titoli interamente di proprietà straniera (2021) e ha acquisito la piena proprietà del business locale di gestione patrimoniale (2023), con una presenza in tutte le principali città della Cina. Rispetto al "Programma di assunzione di figli e figlie" la pratica è stata intensificata dopo perdite di quote di mercato di JP Morgan in Cina nel 2009 contro Deutsche Bank, assumendo centinaia di candidati ben connessi. Il programma ha portato a indagini federali USA su corruzione e nepotismo riguardo a oltre 200 assunzioni di cinesi tra il 2004 e il 2013. In seguito alle indagini JPMorgan ha ricevuto multe per centinaia di milioni di dollari e si sa di pratiche simili adottate da Citigroup, Goldman Sachs, Credit Suisse, Deutsche Bank, e UBS, cioè tutte. Ma più in specifico ci sono mail che riportano un po’ più concretamente azioni di Epstein in Cina? Si. Facciamo giusto un paio di esempi perché è veramente incredibile vederle spiattellate così nero su bianco. Per esempio il coinvolgimento di Epstein con l'Università Tsinghua (pronuncia Zin-guà), l'ateneo dove ha studiato Xi Jinping, tramite il matematico Yao Qizhi (pronucia Iao Qi Gi), che ha posizioni influenti sia ad Harvard che a Tsinghua (pronuncia Zin-guà). Nel dicembre 2016, presso il ristorante Parsnip di Harvard Square, si è tenuto un incontro apparentemente assurdo tra Gerald Chan, magnate immobiliare globale, ed Epstein, per discutere i piani di espansione all’estero dell’università cinese. Epstein ha di fatto svolto il ruolo di negoziatore per il collocamento all’estero degli studenti di Tsinghua( Zin-guà) ad Harvard attraverso un programma che prevedeva l’invio annuale di due dottorandi di matematica per tre anni di ricerca. Questa cosa poi invece non è avvenuta. La famiglia Chan ha poi donato 350 milioni di dollari ad Harvard per la rinominazione della facoltà di medicina in Harvard T.H. Chan School of Public Health. Questa cosa è successa davvero e ora la facoltà si chiama così, ma non grazie all’intermediazione di Epstein. Un’altra storia interessante rispetto all’intromissione nelle università è la storia di Jing Keyu (pronuncia Ging Cheiù) laurea e dottorato in economia ad Harvard, la più giovane microeconomista con incarico permanente alla London School of Economics; nominata Young Global Leader del World Economic Forum nel 2014; ed eletta una delle donne d'affari più influenti della Cina nel 2020. A noi è capitato di vederla online ed è anche brava. Ma chi è? Beh, a partire dalla sua famiglia, parebbe che sia anche lei il frutto delle macchinazioni di personaggi come Epstein. Prima di tutto la famiglia notabile. È figlia di Jing Lichun (pronuncia Ging Licium), personaggio di spicco del partito, nominato una delle 100 persone più influenti al mondo dal Time nel 2016, e presidente della Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB), una delle banche create dalla Cina per contrastare la Banca Mondiale. Lichum è stato anche a capo della China Investment Corporation, uno dei cuori dell’Iniziativa della via della seta cinese. Detto ciò, perché Jing Ceyu è citata negli Epstein files? Vi ricordate il presidente della Università di Harvard Lawrence Summers che abbiamo citato prima? Lawrence pare abbia fatto un tentativo di avere una relazione con una donna che ha descritto come sua allieva e che a quanto pare dai file potrebbe essere proprio l'economista Jing Keyu. I messaggi che si riferiscono a lei fra Summers e Epstein partono dalla fine del 2018 fino a luglio 2019 quando Epstein fu arrestato. Summers, che all'epoca era sposato, esprimeva frustrazione per la riluttanza di Jing, perchè lei – giustamente - rimaneva in contatto con lui solo per vantaggi professionali. Summers invece voleva rapporti sessuali, mentre Epstein incoraggiava la perseveranza ma gli diceva anche che le possibilità che finissero a letto insieme erano zero. Lawrence Summers si è recentemente dimesso da Harward in Febbraio dopo la pubblicazione dei file. Jing Ceyu non ha commentato e dalle mail è molto probabile che fosse tutta una cosa di testa di Summers che ha 31 anni più di lei. Resta il fatto che pure uno che è il presidente di Harward deve confidarsi proprio con Epstein... quando perde la testa per una donna, a confermare come la mascolinità probabilmente sia una malattia sociale più che un dato di fatto. Brevi Conclusioni Se proviamo a mettere insieme tutti questi episodi, emerge un quadro che va ben oltre la figura di un singolo criminale. La storia di Jeffrey Epstein riguarda in primis le violenze sessuali contro le bambine, ma riguarda anche il funzionamento stesso dello sfruttamento da parte delle élite globali. Un esempio utile per capire questo meccanismo è lo scandalo Iran-Contras degli anni Ottanta. Quella vicenda illumina un punto fondamentale: la convergenza tra potere statale, capitale privato e intelligence internazionale. In quella rete operavano governi, banchieri, trafficanti d’armi e intermediari capaci di muoversi tra legalità e clandestinità con sorprendente facilità. La presenza, anche se solo periferica, di figure come Jeffrey Epstein dentro quelle reti sociali e finanziarie suggerisce un’altra verità: il potere reale non è confinato nei palazzi del governo. La Epstein Class. La Epstein class, quella identificabile dal fatto che è formata da persone hanno molti soldi, che hanno una serie di storie di violenze sulle donne che li inseguono sui media, e dicono che sono tutte montature. Manco a dirlo, uno è presidente degli Stati Uniti. Questo intreccio diventa ancora più chiaro se si guarda alla dimensione materiale del potere: guerra, risorse naturali e controllo dei corpi. In diversi episodi citati negli Epstein files compaiono interessi legati alla sicurezza, alla sorveglianza e allo sfruttamento minerario. Paesi ricchi di risorse strategiche diventano spazi di competizione geopolitica, mentre popolazioni locali e territori vengono integrati nelle catene globali del capitale. In questo contesto, lo sfruttamento dei corpi e quello delle risorse seguono spesso la stessa logica. La guerra e l’estrazione mineraria disciplinano territori e popolazioni; le reti di traffico sessuale e di lavoro precario disciplinano i corpi. È biopolitica: il potere che non si limita a governare territori ma organizza direttamente la vita, la mobilità, la vulnerabilità delle persone. Dentro questo sistema, lo sfruttamento delle persone più vulnerabili appare quasi strutturale come una forma di biopolitica. La povertà diventa una risorsa da sfruttare: ragazze reclutate nei paesi più poveri, lavoratori digitali sottopagati, patrimoni nascosti nei circuiti finanziari globali. Anche nel caso delle Filippine emerge questa logica: manodopera altamente istruita ma a basso costo utilizzata per campagne online o per lavori di servizio nelle proprietà di Epstein. Non necessariamente per il mercato sessuale — Epstein preferiva ragazze bianche — ma come forza lavoro invisibile dentro una macchina globale di ricchezza e potere. Federici ha scritto che il capitalismo si fonda storicamente sul controllo e sull’appropriazione dei corpi delle donne, perché sono i corpi che producono lavoro, cura e riproduzione sociale. Se si guarda la Epstein Class con questa lente, appare come una forma estrema e brutale di questa logica: appropriazione e stupro del corpo femminile che è strumento di potere, di ricatto e di scambio tra élite. Quando l’ultima ondata di email e documenti è stata resa pubblica, per un momento è sembrato che metà delle élite politiche, finanziarie e accademiche del pianeta comparisse negli Epstein files. Più che un semplice scandalo individuale, ciò ha mostrato una cultura diffusa di potere maschile che considera il denaro e l’influenza come una forma di impunità. La mascolinità si lega al potere e al capitale produce una forma di solidarietà che normalizza comportamenti predatori. Citando bell hooks: “Il patriarcato non è semplicemente il dominio degli uomini sulle donne; è una cultura che insegna agli uomini che il potere dà loro il diritto di controllare le altre persone”. STACCHETTO Clausole di salvaguardia Chiariamo che noi non abbiamo letto gli Epstein file. Potremmo aver fatto qualche errore. Quasi tutte le informazioni su Israele vengono dal sito Dropsite News (si legge Dropsaite news) che ha fatto un lavoro fantastico. Inoltre ci siamo lette articoli di giornale vari e anche visto video. Sicuramente va ricordato che tutte le persone che abbiamo citato sono libere. Per lo scandalo Epstein, lo ricordiamo, una sola persona per adesso è in galera, ed è una donna, Gislene Maxwell. Quindi tutto ciò che abbiamo detto sono cose che si possono desumere dai media o dai file, il che non significa che siano veri. Ricordiamo che Maxwell è figlia di un miliardario che era famosa e ricchissima spia inglese che poi nvendeva segreti inglesi ai russi e agli israeliani, e che poi è morto in circostanze misteriose. Ricordiamo che nei file ci sono tantissime cose che abbiamo tralasciato semplicemente perché non riguardano l’Asia. Vogliamo far notare che la Cambogia ha creato una squadra speciale, guidata da archeologi e avvocati determinati, che sta dando la caccia a ogni singolo pezzo rubato. Grazie alle tracce lasciate da uomini come Latchford, i ricercatori cambogiani stanno bussando alle porte dei più grandi musei del mondo e dei collezionisti privati, chiedendo con forza la restituzione dei loro "antenati di pietra". Per il popolo cambogiano, queste non sono solo statue, ma sono lo spirito stesso della nazione che torna finalmente a casa dopo decenni di esilio forzato. Se volete ci possiamo fare una trasmissione. E infine chiudiamo con una domanda: Chomsky, ma perché? SIGLA FINALE